Espropri ai fondi e Palestina: la vittoria della Linke a Berlino spaventa l’élite tedescaDopo le recenti sconfitte elettorali della CDU nei Länder di Sassonia,
Meclemburgo e Berlino, il cancelliere tedesco Friedrich Merz passa al
contrattacco. La vittoria della Sinistra nella capitale ha spinto la CDU ad
accelerare i piani relativi al cosiddetto «programma per la ripresa e
l’occupazione», che, tra le varie misure, prevede l’emanazione di una legge
federale volta a vietare ai Länder di nazionalizzare patrimoni immobiliari
privati destinati all’affitto, una possibilità prevista dalla Costituzione. Non
a caso, la Linke berlinese ha posto al centro del proprio programma l’attuazione
del referendum del 2021, nel quale la maggioranza degli elettori si era espressa
a favore dell’espropriazione delle grandi società immobiliari. Merz ha già
avviato le consultazioni per approvare la legge nel più breve tempo possibile.
Nel frattempo, monta il dibattito sul presunto antisemitismo della Linke, che ha
fatto della solidarietà alla Palestina uno dei suoi tratti distintivi in
politica internazionale.
Il piano di socializzazione del patrimonio abitativo è al centro del programma
con cui la Linke si è imposta nel Land della capitale, che ruota, tra le varie
cose, attorno a misure sociali e civili come il contenimento degli affitti, il
congelamento dei prezzi del trasporto pubblico e un generale potenziamento dei
servizi, nell’ottica di «rendere Berlino accessibile». Per quanto riguarda gli
espropri, la Linke propone di socializzare circa 240mila appartamenti,
aumentando la quota di patrimonio abitativo in mano pubblica dall’attuale 20% a
circa il 30%. Si tratta principalmente di immobili appartenenti a grandi società
immobiliari e colossi finanziari, che da soli detengono circa il 15% del
patrimonio abitativo berlinese; il Land otterrebbe il controllo delle unità
immobiliari riconoscendo al contempo un indennizzo alle società interessate
dagli espropri. L’obiettivo della misura è, da una parte, garantire canoni di
affitto più contenuti e, dall’altra, esercitare una pressione sul mercato
immobiliare privato, contribuendo a frenare la crescita dei prezzi.
Già nel 2021, i cittadini di Berlino furono chiamati a esprimersi sulla
questione del patrimonio immobiliare nelle mani delle grandi società. Il
referendum si concluse con una maggioranza favorevole all’espropriazione e alla
socializzazione degli immobili delle grandi società immobiliari. La
consultazione, tuttavia, non era direttamente vincolante e la sua attuazione è
rimasta finora irrisolta. L’idea non pare infatti andare a genio ai colossi
della finanza: «La socializzazione del patrimonio abitativo – per di più con un
indennizzo previsto ben al di sotto del valore di mercato – non crea ulteriore
disponibilità di alloggi, comporta rischi finanziari considerevoli per l’ente
pubblico e limiterebbe quindi i margini di manovra per altre spese pubbliche, ad
esempio nei settori dell’istruzione e del sociale», ha dichiarato la Deutsche
Kreditwirtschaft, l’associazione ombrello del settore bancario tedesco. In
questo contesto, il cancelliere Merz ha annunciato l’intenzione di accelerare
l’approvazione di una legge che toglierebbe ai Länder la facoltà di socializzare
il patrimonio immobiliare. Tale possibilità è prevista dall’articolo 15 della
Costituzione, che sancisce che «terreni, risorse naturali e mezzi di produzione
possono essere trasferiti alla proprietà pubblica o ad altre forme di impresa
pubblica a fini di socializzazione mediante una legge che disciplina il tipo e
l’entità dell’indennizzo». Le prime bozze, ha spiegato Merz, sarebbero già in
fase di coordinamento tra il Ministero della Giustizia e quello dell’Interno.
L’intervento suggerito da Merz rientra nell’ambito del cosiddetto «programma per
la ripresa e l’occupazione» redatto dal governo tedesco lo scorso luglio. Il
programma prevede una serie di misure volte a rafforzare il mercato del lavoro,
aumentando la flessibilità dei rapporti di lavoro e ridimensionando alcune
tutele dei lavoratori. Si tratta di una misura «di deregolamentazione
neoliberista con agevolazioni per le imprese e oneri per molti dipendenti»,
sostiene l’economista Achim Truger. «I lavoratori dovranno finalmente impegnarsi
di più», ha aggiunto l’economista Marcel Fratzscher; dovranno «essere più
flessibili, smetterla di assentarsi per malattia, rinunciare al tempo libero e
lavorare più duramente». I «grandi patrimoni, quelle spalle forti tanto
evocate», invece, «se la caverebbero senza subire conseguenze». Secondo la
lettura di Fratzscher insomma, l’equilibrio della riforma risulterebbe
sbilanciato a favore delle imprese e dei redditi più elevati.
Nel frattempo, è partita la macchina del fango sul presunto antisemitismo della
Linke. All’indomani della vittoria del partito a Berlino, il cancelliere
Friedrich Merz è tornato a denunciare la crescita dell’antisemitismo in
Germania, e in particolare nella capitale, invitando SPD e Verdi a prendere una
posizione netta sul tema: «Spero vivamente che diano una risposta molto chiara
su questo punto, proprio qui a Berlino», ha dichiarato. Un intervento che, nel
nuovo scenario politico berlinese, è stato letto anche alla luce delle possibili
trattative per la formazione del governo nel Land. Negli ultimi giorni, infatti,
le accuse di antisemitismo rivolte ad alcuni settori della Linke berlinese sono
finite al centro del dibattito politico, coinvolgendo direttamente anche Verdi e
SPD.
Sia Verdi che socialdemocratici hanno posto il tema dell’antisemitismo tra le
condizioni da affrontare in vista di un’eventuale coalizione con la Linke a
Berlino. Sul piano della politica internazionale, il sostegno alla causa
palestinese e la critica alle politiche del governo israeliano rappresentano da
tempo elementi importanti della posizione della Linke. Queste posizioni sono
state utilizzate dagli avversari politici e da alcuni esponenti della comunità
ebraica per accusare settori della Linke berlinese di aver oltrepassato, in
alcuni casi, il confine tra critica a Israele e antisemitismo. La Linke respinge
tali accuse e sostiene che la critica al governo israeliano non debba essere
automaticamente equiparata all’antisemitismo.
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