Caso Moussa Diarra, il GIP respinge l’archiviazione e dispone nuove indagini
Non è una vittoria. Ma è la prima crepa reale in una narrazione costruita per
assolversi.
Il Giudice per le indagini preliminari di Verona ha respinto la richiesta di
archiviazione della Procura sul caso di Moussa Diarra, disponendo nuove indagini
e aprendo un fronte decisivo: l’agente che ha ucciso Moussa è ora indagato anche
per concorso in depistaggio. Non un dettaglio tecnico, ma un ribaltamento
politico e giudiziario di quanto si è tentato di imporre fin dal primo giorno.
Notizie
«NON SIAMO A MINNEAPOLIS, MA A VERONA»
L’on. Ilaria Cucchi pubblica un video sull’uccisione di Moussa Diarra. Il famoso
“coltello”: una posata da cucina
Redazione
17 Febbraio 2026
Per mesi, infatti, la morte di Moussa è stata incasellata dentro uno schema
noto: legittima difesa, intervento necessario, pericolo imminente. Una storia
già scritta, in cui la vittima viene trasformata in minaccia e l’uso letale
della forza diventa inevitabile. Oggi quella storia non regge più.
Il Comitato Verità e Giustizia per Moussa Diarra parla apertamente di una messa
in discussione di un “impianto autoassolutorio” e di un sistema “repressivo e
razzista” che ha tentato di giustificare l’uccisione. Parole che non sono uno
slogan, ma la descrizione di un meccanismo ben rodato: prima si spara, poi si
costruisce la narrazione.
«È una notizia importante, – sottolinea il Comitato – che giunge nei giorni
frenetici legati al lavoro per il ritorno a casa di Moussa, e siamo felici di
condividerla con l’ampia rete collettiva che dal primo giorno si è stretta
attorno a Moussa ed alla sua famiglia».
L’avvocato Fabio Anselmo, legale della famiglia, smonta con precisione questo
impianto: “Moussa Diarra era un ragazzo originario del Mali che viveva a Verona.
Era incensurato. Il 20 ottobre del 2024 era in stato di evidente difficoltà
psichiatrica, ed è stato contenuto dalla polizia ferroviaria con tre colpi di
pistola, uno dei quali lo ha colpito al cuore, uccidendolo”.
Tre colpi per ‘contenere’. Già questa parola basterebbe a restituire l’abisso.
E poi l’arma, la giustificazione: “Era armato di un ‘coltello’. In realtà non si
trattava di altro che di una banale posata da tavola”. Una forzatura narrativa
che si inserisce perfettamente nella costruzione del pericolo necessario a
legittimare lo sparo.
Anselmo ricorda anche il clima politico immediato: “il ministro Salvini
intervenne subito dicendo ‘non ci mancherà’”. Una frase che pesa, perché
contribuisce a definire il perimetro dentro cui la vita di Moussa è stata
giudicata – e svalutata – ancora prima di qualsiasi accertamento.
Ma è proprio sul terreno degli accertamenti che la versione ufficiale comincia a
sgretolarsi. Il GIP, con un’ordinanza di 54 pagine, ha accolto le richieste
istruttorie della difesa e disposto nuove verifiche, riconoscendo implicitamente
che i conti non tornano.
Non tornano, ad esempio, per le telecamere: su decine di dispositivi attivi
nella stazione, quello decisivo non funzionava. Non tornano per i testimoni:
nessuno avrebbe visto il coltello descritto dagli agenti. Non tornano per
quell’oggetto stesso, che potrebbe essere stato collocato dopo lo sparo.
È su queste crepe che insiste anche Ilaria Cucchi, che fin dall’inizio ha
denunciato il rischio di una “verità preconfezionata”: “Il morto, da vittima,
era diventato il carnefice. Una storia che avevo già visto”. Non è solo memoria,
è esperienza politica di come funzionano questi casi in Italia.
E infatti la sequenza è riconoscibile: isolamento della vittima, costruzione del
pericolo, legittimazione dell’intervento, chiusura rapida del caso. Questa
volta, però, qualcosa si è inceppato.
L’iscrizione per concorso in depistaggio è il punto più grave. Significa che non
si indaga solo su ciò che è accaduto, ma su ciò che è stato raccontato – e su
come è stato raccontato. Significa che il problema non è solo lo sparo, ma il
possibile tentativo di coprirne le responsabilità.
Per questo la decisione del GIP segna un passaggio politico prima ancora che
giudiziario. Perché mette in discussione non solo una ricostruzione, ma un
metodo.
Resta però tutto aperto. La strada verso verità e giustizia è ancora lunga e
tutt’altro che garantita. Le archiviazioni respinte possono tornare, le
narrazioni possono riorganizzarsi, le responsabilità possono essere diluite.
Per questo la mobilitazione resta decisiva. “Ora siamo noi a dover fare la
nostra parte”, dice Cucchi. Tenere alta l’attenzione non è un gesto simbolico: è
l’unico modo per impedire che anche questa storia venga normalizzata, assorbita,
dimenticata.
Il caso Moussa Diarra non è un’eccezione. È un paradigma. E oggi, per la prima
volta, quel paradigma mostra una crepa visibile.