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Caso Moussa Diarra, il 19 novembre al via l’incidente probatorio sull’uccisione
A due anni dall’uccisione a Verona, la perizia medico-legale e balistica dovrà verificare la dinamica dei tre colpi. Il Comitato denuncia la violenza istituzionale. Sostieni Melting Pot AIUTACI A MANTENERE LIBERO E ACCESSIBILE IL NOSTRO LAVORO. Con 12 € sostieni un’informazione indipendente, decoloniale e critica. Sostieni ora → Il 19 novembre prenderà avvio l’incidente probatorio nell’inchiesta sulla morte di Moussa Diarra, il giovane maliano ucciso da un agente della Polizia ferroviaria il 20 ottobre 2024 davanti alla stazione di Verona Porta Nuova. La perizia medico-legale congiunta a quella balistica dovrà contribuire a chiarire alcuni punti controversi della ricostruzione, a partire dalle ferite riportate da Moussa e dalla dinamica dei tre colpi esplosi con la pistola d’ordinanza da A. F., assistente capo della polizia ferroviaria. La data è un nuovo passaggio in una vicenda giudiziaria che, a due anni dall’uccisione, resta aperta. Il 20 e il 24 ottobre il Comitato Verità e Giustizia per Moussa Diarra e la Comunità Maliana sono tornati davanti alla stazione con due presidi per ricordarlo e rilanciare la richiesta di verità e giustizia. Nel provvedimento con cui ha respinto la richiesta di archiviazione della Procura, la giudice per le indagini preliminari ha ritenuto necessario verificare «se un soggetto attinto da colpo d’arma da fuoco con perforazione di entrambi i polmoni e del cuore disponga ancora della forza necessaria a stringere con dita chiuse un oggetto nel palmo della mano». La perizia dovrà inoltre verificare «la sussistenza dell’ipotesi ricostruttiva riferita dall’indagato» rispetto ai tre colpi esplosi. Notizie CASO MOUSSA DIARRA, IL GIP RESPINGE L’ARCHIVIAZIONE E DISPONE NUOVE INDAGINI Il poliziotto sarà indagato per concorso in depistaggio Redazione 22 Aprile 2026 L’incidente probatorio consentirà di acquisire elementi tecnici nel contraddittorio tra le parti. I quesiti riguardano aspetti centrali della ricostruzione fornita dall’agente che ha sparato, la cui posizione era già al centro della richiesta di archiviazione respinta dalla GIP nell’aprile scorso. L’ordinanza affronta anche la gestione delle prove e le versioni fornite dagli agenti. La ricostruzione secondo cui Moussa avrebbe inseguito i poliziotti sarebbe smentita dalle riprese. La giudice richiama inoltre la vicenda della telecamera 73, indicata come l’unica ad aver ripreso la scena e i momenti precedenti all’uccisione, e il malfunzionamento dichiarato. Tra gli elementi contestati figurano possibili tentativi di «alterazione» e «manipolazione» dei filmati di sorveglianza, con la messa a disposizione di «estratti parziali e non genuini» che avrebbero ostacolato e sviato la ricostruzione dei fatti. Il provvedimento prende in esame anche la questione del coltello attribuito a Moussa. Secondo quanto riportato dalla giudice, gli agenti avrebbero alterato lo stato dei luoghi mettendo un coltellino con manico di plastica nella mano del giovane quando si trovava già a terra, agonizzante, e realizzando successivamente un video. Vengono inoltre contestati lo spostamento dei bossoli e la perquisizione dello zaino, con la disposizione disordinata degli effetti personali, che avrebbe vanificato gli accertamenti necessari. La presa di posizione del Comitato va oltre il procedimento giudiziario. Nel comunicato diffuso in occasione dei presidi, i promotori hanno ricordato i due anni di mobilitazioni, il lavoro dei legali e il ritorno della salma di Moussa in Mali, avvenuto a maggio. La vicenda del giovane maliano viene collegata alle violenze contro le persone migranti e senza dimora, alle pratiche di controllo ed esclusione e alle torture denunciate nella Questura di Verona. Notizie «MOUSSA PARTE PER LA SUA TERRA, SALUTIAMOLO ASSIEME» A Verona due momenti pubblici accompagneranno il ritorno di Moussa Diarra in Mali Redazione 15 Maggio 2026 «Ai politici e a chi, subito ed ancora adesso, sta dalla parte di chi questa verità la vuole insabbiare ricordiamo la condanna di una settimana fa dei due agenti della questura per il reato di tortura ai danni di chi veniva fermato e l’ulteriore processo che partirà a febbraio con altri 12 funzionari indagati per lo stesso reato. Processo, tra le cui carte, spuntava il nome dell’agente della Polfer che ha ucciso Moussa che, intercettato, sghignazzava nei confronti dei fermati: “in altri paesi vi si spara in testa…”», scrive il Comitato. Dopo la morte di Moussa, segnato da traumi e ingiustizie istituzionali, la ricostruzione dei fatti era sembrata subito definita, confezionata per assecondare la pancia di un’opinione pubblica alimentata dal panico sociale. Oggi, ciò che la comunità raccolta attorno a Moussa e alla sua famiglia sosteneva fin dall’inizio trova riscontro nella decisione della GIP: sono necessarie indagini approfondite per accertare le responsabilità lungo l’intera catena di comando e verificare eventuali manomissioni e depistaggi. «Serve un processo», sottolinea il Comitato, che ritiene possibile celebrarlo solo perché Moussa è stato ucciso prima dell’approvazione del pacchetto sicurezza. Con lo scudo penale, la mancata iscrizione automatica nel registro degli indagati e i tempi ristretti concessi ai pubblici ministeri – da 40 a 120 giorni, con possibilità di proroga – gli approfondimenti oggi richiesti dalla GIP sarebbero stati, secondo il Comitato, impossibili. Per il Comitato, questi elementi richiedono una riflessione che non si esaurisca nell’accertamento delle singole responsabilità. Le condanne, spiegano, non bastano a interrompere un sistema che riproduce la violenza in forme diverse. La denuncia riguarda anche le politiche repressive e discriminatorie, la profilazione razziale nelle piazze e nei quartieri e la gestione delle fragilità sociali come questioni di ordine pubblico. Il comunicato contesta inoltre le parole dell’ex questora di Verona, Rosaria Amato, che al momento del commiato avrebbe definito «poco piacevole» la manifestazione organizzata in ricordo di Moussa. «La comunità ferita dalla morte di Moussa non pretende di essere piacevole, pretende di essere ascoltata, protetta e riconosciuta nei propri diritti e nella propria dignità», scrivono i promotori. A due anni dall’uccisione, l’incidente probatorio del 19 novembre rappresenta un nuovo passaggio per chiarire le circostanze della morte di Moussa. Il Comitato Verità e Giustizia e la Comunità Maliana continuano a chiedere che le indagini arrivino fino in fondo e che la violenza istituzionale si fermi per lasciare spazio alla giustizia sociale.
«Moussa parte per la sua terra, salutiamolo assieme»
A Verona, la comunità maliana e il Comitato Verità e Giustizia per Moussa Diarra chiamano la città a un ultimo saluto collettivo prima del ritorno della sua salma di in Mali. Due i momenti pubblici previsti nei prossimi giorni: domenica 17 maggio, dalle 10 alle 14, presso la stazione di Porta Nuova, e martedì 19 maggio, dalle 10:30 alle 11:30, alla moschea di Verona, dove Moussa farà sosta prima della partenza definitiva verso la sua terra d’origine. Dopo oltre un anno e mezzo dalla sua uccisione, la restituzione del corpo alla famiglia rappresenta un passaggio doloroso ma profondamente simbolico per chi, in questi mesi, ha continuato a chiedere verità e giustizia. Attorno alla vicenda di Moussa Diarra si è infatti costruita una mobilitazione ampia e trasversale, capace di coinvolgere associazioni, spazi sociali, singole persone, realtà di movimento e comunità migranti dentro e fuori Verona. Nel comunicato diffuso in vista delle iniziative pubbliche, il Comitato sottolinea come il ritorno di Moussa in Mali non chiuda affatto il percorso di ricerca della verità. Al contrario, resta aperta la richiesta di un processo che accerti responsabilità individuali e istituzionali per quanto avvenuto il 20 ottobre 2024, quando Moussa venne ucciso da un agente di polizia. Secondo il Comitato, la decisione della GIP di rigettare la richiesta di archiviazione avrebbe evidenziato le contraddizioni e le lacune di un’indagine definita “frettolosa e inconsueta”, oltre ai tentativi di costruire rapidamente una narrazione funzionale a chiudere il caso nel giro di poche ore. Notizie CASO MOUSSA DIARRA, IL GIP RESPINGE L’ARCHIVIAZIONE E DISPONE NUOVE INDAGINI Il poliziotto sarà indagato per concorso in depistaggio Redazione 22 Aprile 2026 Una dinamica che, per le realtà mobilitate, si inserisce dentro un quadro più ampio di violenza istituzionale e razzismo sistemico. «Moussa Diarra è una delle tante vittime di forme di repressione sempre più violente, sempre più legittimate, sempre più razziste«, scrivono gli organizzatori, ribadendo che la ricerca della verità non può essere demandata soltanto ai tribunali ma deve continuare a vivere come responsabilità collettiva. Le giornate del 17 e 19 maggio saranno dunque momenti di memoria, vicinanza e mobilitazione. Un modo per accompagnare simbolicamente Moussa nell’ultimo viaggio verso casa, ma anche per riaffermare pubblicamente che la richiesta di giustizia non si ferma con la partenza della sua salma. L’invito rivolto alla città è semplice e diretto: partecipare, portare un fiore, condividere un pensiero. Per Moussa, per la sua famiglia e per tutte le persone che continuano a subire violenza e discriminazione.
Caso Moussa Diarra, il GIP respinge l’archiviazione e dispone nuove indagini
Non è una vittoria. Ma è la prima crepa reale in una narrazione costruita per assolversi. Il Giudice per le indagini preliminari di Verona ha respinto la richiesta di archiviazione della Procura sul caso di Moussa Diarra, disponendo nuove indagini e aprendo un fronte decisivo: l’agente che ha ucciso Moussa è ora indagato anche per concorso in depistaggio. Non un dettaglio tecnico, ma un ribaltamento politico e giudiziario di quanto si è tentato di imporre fin dal primo giorno. Notizie «NON SIAMO A MINNEAPOLIS, MA A VERONA» L’on. Ilaria Cucchi pubblica un video sull’uccisione di Moussa Diarra. Il famoso “coltello”: una posata da cucina Redazione 17 Febbraio 2026 Per mesi, infatti, la morte di Moussa è stata incasellata dentro uno schema noto: legittima difesa, intervento necessario, pericolo imminente. Una storia già scritta, in cui la vittima viene trasformata in minaccia e l’uso letale della forza diventa inevitabile. Oggi quella storia non regge più. Il Comitato Verità e Giustizia per Moussa Diarra parla apertamente di una messa in discussione di un “impianto autoassolutorio” e di un sistema “repressivo e razzista” che ha tentato di giustificare l’uccisione. Parole che non sono uno slogan, ma la descrizione di un meccanismo ben rodato: prima si spara, poi si costruisce la narrazione. «È una notizia importante, – sottolinea il Comitato – che giunge nei giorni frenetici legati al lavoro per il ritorno a casa di Moussa, e siamo felici di condividerla con l’ampia rete collettiva che dal primo giorno si è stretta attorno a Moussa ed alla sua famiglia». L’avvocato Fabio Anselmo, legale della famiglia, smonta con precisione questo impianto: “Moussa Diarra era un ragazzo originario del Mali che viveva a Verona. Era incensurato. Il 20 ottobre del 2024 era in stato di evidente difficoltà psichiatrica, ed è stato contenuto dalla polizia ferroviaria con tre colpi di pistola, uno dei quali lo ha colpito al cuore, uccidendolo”. Tre colpi per ‘contenere’. Già questa parola basterebbe a restituire l’abisso. E poi l’arma, la giustificazione: “Era armato di un ‘coltello’. In realtà non si trattava di altro che di una banale posata da tavola”. Una forzatura narrativa che si inserisce perfettamente nella costruzione del pericolo necessario a legittimare lo sparo. Anselmo ricorda anche il clima politico immediato: “il ministro Salvini intervenne subito dicendo ‘non ci mancherà’”. Una frase che pesa, perché contribuisce a definire il perimetro dentro cui la vita di Moussa è stata giudicata – e svalutata – ancora prima di qualsiasi accertamento. Ma è proprio sul terreno degli accertamenti che la versione ufficiale comincia a sgretolarsi. Il GIP, con un’ordinanza di 54 pagine, ha accolto le richieste istruttorie della difesa e disposto nuove verifiche, riconoscendo implicitamente che i conti non tornano. Non tornano, ad esempio, per le telecamere: su decine di dispositivi attivi nella stazione, quello decisivo non funzionava. Non tornano per i testimoni: nessuno avrebbe visto il coltello descritto dagli agenti. Non tornano per quell’oggetto stesso, che potrebbe essere stato collocato dopo lo sparo. È su queste crepe che insiste anche Ilaria Cucchi, che fin dall’inizio ha denunciato il rischio di una “verità preconfezionata”: “Il morto, da vittima, era diventato il carnefice. Una storia che avevo già visto”. Non è solo memoria, è esperienza politica di come funzionano questi casi in Italia. E infatti la sequenza è riconoscibile: isolamento della vittima, costruzione del pericolo, legittimazione dell’intervento, chiusura rapida del caso. Questa volta, però, qualcosa si è inceppato. L’iscrizione per concorso in depistaggio è il punto più grave. Significa che non si indaga solo su ciò che è accaduto, ma su ciò che è stato raccontato – e su come è stato raccontato. Significa che il problema non è solo lo sparo, ma il possibile tentativo di coprirne le responsabilità. Per questo la decisione del GIP segna un passaggio politico prima ancora che giudiziario. Perché mette in discussione non solo una ricostruzione, ma un metodo. Resta però tutto aperto. La strada verso verità e giustizia è ancora lunga e tutt’altro che garantita. Le archiviazioni respinte possono tornare, le narrazioni possono riorganizzarsi, le responsabilità possono essere diluite. Per questo la mobilitazione resta decisiva. “Ora siamo noi a dover fare la nostra parte”, dice Cucchi. Tenere alta l’attenzione non è un gesto simbolico: è l’unico modo per impedire che anche questa storia venga normalizzata, assorbita, dimenticata. Il caso Moussa Diarra non è un’eccezione. È un paradigma. E oggi, per la prima volta, quel paradigma mostra una crepa visibile.