La Brigata Ebraica
All’arrivo dell’estate, chissà perché, ovunque vengono pubblicati i consigli di
lettura. Ecco il nostro: La Brigata ebraica, di Alberto Fazolo, editore 4Punte,
15 euro.
Parliamo di un piccolo, importante libro, ricco di documentazioni e proprio per
questo da leggere se si vuole capire perché da diversi anni, il 25 aprile, si
accende un duro scontro sulla partecipazione della Brigata Ebraica alle
celebrazioni per la Liberazione dell’Italia dal nazifascismo.
La tesi dell’Autore, esplicitata già nella sua introduzione, è che la Brigata
Ebraica rappresenti “il paradigma del progetto sionista” e “il cavallo di Troia
per cercare di far entrare Israele nel campo antifascista” nonostante le azioni
dei suoi governi. Governi che, per ironia del destino, sono sostenuti anche da
partiti eredi di quel fascismo contro cui la Brigata ebraica realmente combatté,
seppur per soli trenta giorni. Da qui l’importanza di esaminare il ruolo che
essa ebbe dalla sua costituzione, nel dicembre 1944 – a guerra praticamente
finita – fino al suo scioglimento.
Il sottotitolo del volumetto, Una storia controversa, dal 1944 a oggi è già
un’indicazione di lettura che poi, nello sviluppo dei capitoli prenderà forma
perché quando le guerre finiscono “non vengono consegnate solo alla storia, ma
anche alla politica” con le conseguenti narrazioni e revisioni, spesso
inautentiche e strumentali o quantomeno controverse.
Per evitare confusioni dovute a somiglianze nominali, Fazolo precisa che durante
la prima guerra mondiale era stata costituita una Legione Ebraica con lo scopo,
riuscito, di coadiuvare le potenze dell’Intesa nell’abbattimento dell’Impero
Ottomano.
La Brigata Ebraica, invece, nacque quasi trent’anni dopo e su impulso
dell’Agenzia Ebraica costituitasi, quest’ultima, nel 1929 per promuovere
l’immigrazione in Palestina degli ebrei di ogni nazionalità e favorire la
nascita del “focolare nazionale” promesso nella dichiarazione che nel 1917 lord
Balfour aveva consegnato al banchiere Rothschild, esponente di rilievo del
sionismo.
In realtà, come sarà facilmente dimostrato dalle dichiarazioni di Ben Gurion,
“padre fondatore di Israele”, l’obiettivo andava ben oltre il “focolare”, tanto
più che le ricorrenti e feroci persecuzioni antisemite, subite praticamente da
sempre, sotto i regimi nazisti e fascisti assunsero una ferocia tale –
addirittura normata giuridicamente – da rendere particolarmente sentito il
bisogno di uno “Stato rifugio”.
Fazolo ricostruisce le varie fasi che portarono alla costituzione di
quest’organizzazione militare ebraica a fianco degli “Alleati” e che prese forma
a fine ’44 dopo che Agenzia Ebraica e governo britannico avevano trovato un
accordo di massima.
All’appello dell’Agenzia Ebraica, tuttavia, non furono molti a rispondere, ma
solo 4.000 e tra costoro, provenienti da 54 Paesi, c’erano anche dei volontari
non ebrei.
L’ipotesi di Fazolo è che grazie a questo esiguo numero di volontari, arrivati
quando ormai le sorti della guerra erano segnate da oltre un anno – cioè dalla
vittoria dell’Armata Rossa a Stalingrado – sarebbe stato possibile, da parte
dell’organizzazione sionista mondiale rivendicare il diritto alla fondazione
dello Stato di Israele.
La Brigata non entrò in azione subito ma rimase ad addestrarsi dapprima in
Egitto e poi in Italia, dove restò quattro mesi a Fiuggi, tra le terme e le
strutture alberghiere locali e solo nella primavera del ’45, quando era già
passato un mese dalla liberazione di Auschwitz da parte dell’Armata Rossa, la
Brigata Ebraica fu inviata in Romagna dove finalmente divenne operativa
partecipando ad alcuni scontri con i tedeschi in ritirata che videro, tra le
altre vittime, anche 30 militari ebrei, cosa che consentì al movimento sionista
internazionale di collocarsi tra i vincitori della Seconda Guerra Mondiale.
Fazolo esprime un giudizio molto severo, che giustifica con i fatti documentati
e verificabili, circa l’indifferenza degli ebrei di Palestina verso l’orrenda
sorte che stava toccando agli ebrei europei. Eppure, afferma, gli ebrei di
Palestina sarebbero potuti intervenire avendo già organizzazioni paramilitari
ben addestrate, le stesse divenute poi tristemente famose per le azioni di
terrorismo ebraico finalizzate all’ottenimento di un loro Stato in Palestina.
Nel ripercorrere gli eventi succedutisi durante la Seconda Guerra Mondiale,
l’Autore ricorda che nel ’42 i britannici, allora mandatari della Palestina,
avevano costituito il Palestine Regiment in cui ebrei nati o immigrati in
Palestina e palestinesi non ebrei cooperarono lealmente fianco a fianco. Quando
il Palestine Regiment venne sciolto, una parte degli ebrei confluì nella
neo-costituita Brigata Ebraica.
Nella ricostruzione storica del periodo esaminato non manca il richiamo alla
bieca figura dello sceicco Mohammed Husseini, simpatizzante nazista e per questo
spesso utilizzato per accusare i palestinesi di filo-nazismo, mentre in realtà
Husseini non aveva séguito e la maggior parte della sua vita non la passò
neanche in Palestina.
Per quanto riguarda l’Italia, Fazolo si sofferma sul forte rapporto tra gli
ebrei italiani e il fascismo fino al 1938. Sebbene Mussolini avesse già
mostrato, occasionalmente, una tendenza antisemita, fino all’alleanza con la
Germania nazista il fascismo non aveva l’antisemitismo nel suo programma
politico, tanto che 230 italiani ebrei parteciparono alla marcia su Roma e, fino
alle ignobili leggi razziali del 1938, gli ebrei iscritti al partito fascista
erano 10.370. Inoltre, nel 1934 il banchiere ebreo Ettore Ovazza, fondò il
settimanale degli ebrei fascisti La nostra bandiera con l’intenzione di
fascistizzare tutte le comunità ebraiche italiane. Il suo entusiasmo fu
distrutto dalle leggi razziali e poi, nel 1943, le bestie naziste assassinarono
lui e la sua famiglia.
A onor del vero Fazolo ricorda che nell’Italia fascista non furono pochi neanche
gli italiani ebrei che si schierarono con i movimenti e i partiti antifascisti e
che, successivamente, parteciparono alla Resistenza e cita il fatto che se al
Manifesto degli intellettuali fascisti pubblicato dal filosofo Giovanni Gentile
aderirono una trentina di intellettuali ebrei, al Manifesto degli intellettuali
antifascisti pubblicato alcuni giorni dopo dal filosofo Benedetto Croce ne
aderirono altrettanti.
Con notevole capacità di sintesi e ricorrendo anche ad aneddoti e testimonianze
documentate l’Autore ricostruisce in meno di 100 pagine il quadro dell’Italia
del famigerato ventennio, senza dimenticare né le discriminazioni né l’uso che
Mussolini tentò di fare del sionismo per indebolire le posizioni inglesi nel
Mediterraneo.
Dato che l’ideologia fascista e la successiva ideologia nazista in quegli anni
si estesero ben oltre l’Italia e la Germania, alcune pagine di questo libro
riguardano anche la situazione europea.
Tra le organizzazioni antifasciste ebree in Europa occidentale spicca la Francia
con la sua Armée Juive composta da circa 2.000 combattenti, mentre nell’Europa
orientale furono attivi soprattutto i ghetti, dove la resistenza armata fu
eroica e diffusa da Varsavia a Vilnius, da Minsk a Cracovia, Lodz e altre decine
di città minori. Nel ghetto di Minsk, in Bielorussia, i combattenti resero
perfino possibile la fuga di circa 10.000 ebrei altrimenti destinati ai campi di
sterminio. Ma purtroppo altrove andò diversamente, e a Varsavia, per dirla con
le parole dell’Autore, fu “una lotta senza speranza di vittoria, uno scatto
d’orgoglio di chi non accettava di essere trascinato passivamente al patibolo”.
Ma a difenderli, ci ricorda Fazolo, non c’erano le formazioni sioniste che in
seguito si sarebbero attribuite, indebitamente, quelle eroiche disperate
battaglie.
Pertanto, aggiunge, il conferimento della medaglia d’oro al valor militare che
dopo 73 anni dalla fine della guerra, nell’ottobre del 2018, il Presidente
Mattarella ha conferito alla Brigata ebraica derogando alle motivazioni legali
che regolano tale conferimento (v. D.Lgs. n.66/2010) sembra “una ben precisa
operazione politica per istituzionalizzare il supporto a Israele”
rappresentando, secondo l’Autore, una delle “mistificazioni revisioniste
finalizzate a diffondere le narrazioni della propaganda sionista”; la stessa che
alle manifestazioni del 25 aprile espone alcune bandiere della Brigata, ma in
un tripudio di bandiere di Israele, il Paese che incarna l’entità sionista
concretizzatasi in colonizzazione d’insediamento, occupazione illegale, violenza
e razzismo. Cioè l’esatto opposto dei valori della Resistenza ricordati e
onorati il 25 aprile e violentemente e ulteriormente feriti dal veder sfilare,
scandalosamente unite alle bandiere israeliane – già inadatte per quanto detto
sopra – le bandiere inneggianti al Battaglione Azov e a Stepan Bandera la cui
organizzazione (OUN) partecipò all’olocausto ucraino nazista degli ebrei durante
la seconda guerra mondiale.
Fazolo, mettendo in fila i fatti storici e il susseguirsi di eventi appartenenti
alla cronaca degli ultimi decenni ipotizza che in Europa e in particolare
nell’Italia della “seconda Repubblica”, “atlantismo e sionismo sono diventati un
discrimine per poter partecipare alla scena politica istituzionale” e che la
riesumazione, strumentale, dopo decenni di oblio della Brigata Ebraica è
riuscita “a inserire contraddizioni nel campo antifascista, arrivando anche a
disarticolarlo” legittimando la presenza degli odierni sionisti all’interno del
campo antifascista contro ogni evidenza, come traspare perfino dai mass media
discretamente o palesemente filoisraeliani.
In conclusione l’Autore afferma, e nelle sue pagine dimostra, che il ripescaggio
della Brigata Ebraica, al di là del rispetto per i volontari ebrei che ne fecero
parte, è una manipolazione della storia a servizio di Israele, campione
affermato e manifesto di svilimento della legalità internazionale e di disprezzo
del diritto umanitario universale.
Patrizia Cecconi