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La 1268ª ‘ora’ di Genova. Il 25° anniversario dell’iniziativa in una data emblematica
La settimanale “Ora in silenzio per la pace” praticata il 16 settembre ha ricordato che la manifestazione viene svolta sui gradini di Palazzo Ducale ogni mercoledì pomeriggio dal settembre 2001. Nel luglio di 25 anni fa il capoluogo ligure era stata la città italiana al centro del mondo perché dove la violenta repressione della protesta di migliaia di giovani italiani ed europei contro il summit dei G8 aveva attirato l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale, che l’11 settembre aveva assistito sgomenta alla serie di attentati negli USA e al crollo delle torri gemelle di New York [Percorsi. L’11 settembre 2001, per chi in quei giorni ancora non c’era / Il BOlive – Università di Padova, 11-09-2026]. Quest’anno il gruppo che da allora manifesta contro la guerra ogni settimana rammenta che in quel frangente si era espresso affermando “Non faremo distinzioni tra i terroristi che hanno commesso questi attacchi e quelli che li hanno aiutati...” e che la reazione degli USA e i loro alleati “alimentò immediatamente la certezza che la risposta sarebbe stata di guerra indiscriminata”. Ai pacifisti liguri era palese l’evidenza della realtà malcelata nei discorsi dell’autunno 2001 sulla difesa di sicurezza, libertà e valori del mondo occidentale: “la guerra, che dopo la fine della guerra mondiale non era mai cessata in varie parti del mondo, stava per entrare in una nuova fase: più larga, più diretta, più vicina. Ma rimaneva quello che ogni guerra è sempre stata: fonte di lutti e distruzioni, assassina di civili, fonte di immensi profitti per chi fabbrica e vende armamenti”. Da qui la decisione: “In giorni di così grande sgomento, decidemmo di riprendere una forma di protesta che avevamo attuato nel passato durante le guerre del Golfo [Desert Shield e Desert Storm, 1990-1991]: l’ora in silenzio“. E, a distanza di un quarto di secolo dalla prima, la manifestazione settimanale del 16 settembre scorso li ha coinvolti a protestare contro altri conflitti bellici le cui cause sono, ancora, le stesse avversioni e ostilità che allora infiammavano il mondo e i cui deflagranti effetti diretti e ‘collaterali’ incombono sul futuro dell’umanità. La 1268ª Ora in silenzio per la pace di Genova ha ricordato che in tutte le guerre combattute nel passato recente, in particolare nei conflitti armati combattuti in Medio Oriente con il coinvolgimento di molte altre e poi tutte le nazioni, sono avvenute vicende le cui conseguenze gravano nelle crisi globali del presente. IL 16 SETTEMBRE NEL 2026 E DI 4 E DI 44 ANNI FA Al mercoledì di quest’anno ricorrevano anche due anniversari di rilevanza internazionale. Nelle indagini da Amnesty International divulgate in questa data del 2026 sono documentate le responsabilità di 87 iraniani – 62 comandanti delle forze dell’ordine e 25 funzionari del ministero dell’Interno – pianificatori e artefici di ‘operazioni’ condotte in tanti anni, dal 2017 al gennaio 2026, e in particolare nel 2022, quando il 16 settembre moriva la 22enne curda Mahsa Amini, arrestata e seviziata perché non indossava il velo nel modo imposto dalla leggi in vigore dal 1981, e iniziava la rivolta Donna Vita Libertà. Nell’occasione, l’associazione ha evidenziato che oggi dissidenti e minoranze etniche in Iran sono oppressi, e vengono massacrati, in una micidiale ‘morsa’ letale: le persone “da un lato, sono esposte a violazioni del diritto internazionale umanitario da quando, il 28 febbraio 2026, Stati Uniti e Israele hanno attaccato illegalmente l’Iran in violazione della Carta delle Nazioni Unite” e “dall’altro, rischiano di essere vittime di ulteriori crimini contro l’umanità nel contesto della repressione delle proteste”. Nel 1982 dal 16 al 18 settembre le milizie falangiste insieme alle truppe libanesi e con il supporto delle forze armate israeliane dislocate nella capitale libanese assaltarono Sabra, il quartiere di Beirut abitato da sciiti, e Chatila, il campo profughi dove erano rifugiati gli esuli palestinesi. Quante furono le vittime del massacro non è mai stato stabilito: il ‘bollettino’ ufficiale riporta che nelle macerie vennero recuperati 762 cadaveri, ma nei registri della Croce Rossa c’è riscontro di circa 2˙400 salme e i resoconti di istituzioni ed enti palestinesi riferiscono di sicuramente 2˙000 e plausibilmente 3˙500 morti e dispersi. Oltre che per la analogia del pretesto addotto nelle circostanze – la vendetta, nel 1982 a rivalsa dell’assassinio di Bashir Gemayel, leader falangista neoeletto presidente del Libano, e nel 2023 in reazione alla strage del 7 ottobre in Israele – il ricordo del massacro a Sabra e Chatila oggi riverbera nella protesta contro l’assedio della Striscia di Gaza e contro il genocidio dei palestinesi. In base ai dati forniti dalle autorità palestinesi – oltre ai 73˙786 morti accertati, di cui 1˙372 dopo l’11 ottobre 2025, data dell’entrata in vigore del cessate il fuoco (dati aggiornati il 15 settembre scorso) – risultano disperse circa 8˙000 vittime dei bombardamenti. Martedì 15 settembre scorso l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani ha formalmente chiesto che “agli investigatori internazionali sia consentito l’accesso a tutte le zone di Gaza”. Denunciando che nella Striscia di Gaza gli edifici in rovina, da cui dal novembre 2025 a oggi sono stati recuperati 630 corpi, “continuano a venir rasi al suolo dai bulldozer senza alcun rispetto per i morti sepolti sotto le macerie”, Volker Türk ha dichiarato che tale ‘bonifica’ – effettuata dalle truppe israeliane per ‘sgomberare’ i terreni su cui, come pianificato dai governanti e imprenditori di USA e altre nazioni ‘consociati’ nel Board of Peace, costruire lussureggianti e lucrosi palazzi, centri commerciali e resort turistici – impedisce di “documentare e identificare queste vittime” e di “preservare le prove forensi e i campioni biologici”, ovvero di raccogliere prove sulla scena del crimine e, così, di accertare con evidenze inconfutabili il compimento dei crimini di guerra commessi dall’ottobre 2023 in poi. Il giorno dopo, mercoledì 16, un praticante l’ora in silenzio per la pace a Genova ha evidenziato la rilevanza dell’anniversario del massacro a Sabra e Chatila in relazione alla realtà odierna e, in particolare, all’attuale situazione in Italia: «In questi giorni la Commissione Affari costituzionali della Camera dei deputati sta deliberando in merito al disegno di legge sull’antisemitismo, già approvato il 4 marzo scorso dal Senato, che condanna il dissenso nei confronti del genocidio dei palestinesi». La precedente Ora di silenzio per la pace a Genova si era svolta in concomitanza e nell’ambito della mobilitazione nazionale del 9 settembre contro l’approvazione di tale decreto. Nella stessa data della 1268ª Ora in silenzio per la pace, in Vaticano veniva annunciata la divulgazione della Nota “Un cammino di speranza“ che esprime la posizione della Chiesa cattolica sulla strumentalizzazione dell’antisemitismo come ‘scudo’ dei fanatismi religiosi e delle ideologie razziste e come pretesto che fomenta i conflitti bellici combattuti in Medio Oriente. UN’ORA ALLA SETTIMANA, OGNI VOLTA PER TANTE RAGIONI Da ormai già tre anni i pacifisti genovesi manifestano insieme ai Sanitari per Gaza e altri gruppi e comitati cittadini per chiedere la liberazione del dottor Hussam Abu Safya e dei medici e infermieri e, come il Mandela palestinese Marwan Barghouti, di tutti i palestinesi illegalmente detenuti nelle carceri israeliani. Inoltre, il gruppo protesta contro l’arresto, e dal 27 dicembre 2025 la prigionia, dei dirigenti dell’associazione filopalestinese fondata in Italia nel 1994 (ABSPP Odv): Ryad Albunstanji, Ra’ed Dawoud, Yaser Elasaly e Mohammad Hannoun, anche un rinomato architetto e noto attivista residente a Genova. Nelle giornate di venerdì e mercoledì 14-19 novembre 2025 il collettivo ha partecipato alle manifestazioni contro il riarmo e contro gli investimenti nell’industria bellica svolte in tutta Italia davanti alle sedi locali della Leonardo SpA e venerdì 8 maggio scorso ha svolto alcune attività “E io faccio scuola lo stesso. Ed educo alla pace, non alla guerra” organizzate nella città ligure. Quest’anno il gruppo di pacifisti genovesi è stato ‘capofila’ promotore delle l’iniziative svolte a Genova e anche a Milano, Sartirana Lomellina e Savona a gennaio in concomitanza con il “35° anniversario della Guerra del Golfo, alba del nuovo millennio” e nella settimana del 6 e 9 agosto, ricorrenze delle esplosioni a Hiroshima e Nagasaki, dai gruppi praticanti il silenzio per la pace in tante altre città, insieme coinvolti a commemorare le vittime delle bombe atomiche focalizzando la propria e altrui attenzione anche sugli ‘effetti collaterali’ delle devastazioni ambientali prodotte dai conflitti bellici. Alla 1268ª Ora in silenzio per la pace, Norma ha osservato: > Spesso è compito mio distribuire i volantini, che modifichiamo ogni settimana > per seguire l’attualità. Io ho l’aspetto di una innocua vecchina, e forse > questo condiziona le reazioni dei miei destinatari, ma il mio è un > osservatorio verso la categoria passanti davvero istruttivo. > Ad un gruppo numeroso appartengono quelli che mi avvistano da lontano, e fanno > lo slalom per evitarmi… > “Me l’ha già dato”… “Non mi interessa”… “Ma perché non vi occupate di…”… > Da qualche tempo è comparso anche il passante patriota, categoria assente nei > nostri primi anni. “Pensate all’Italia!”, ci esorta. E qui la tentazione > sarebbe quella di assumere la postura del gorilla pensoso e di informarlo “ci > sto pensando”. Oppure di canticchiargli “nostra patria è il mondo intero…”… O > di citargli Don Milani. Ma di solito il passante patriota non me ne dà il > tempo. Mi ordina di pensare all’Italia, e va via. > Non è solo così, non è sempre così. Per questo invitiamo tutti, ma proprio > tutti, e tutte, ma proprio tutte, ad unirsi a noi… E a osservare i passanti. > Senza deprimersi, però.   16 SETTEMBRE 2026 * A Genova per la 1268ª volta, come ogni settimana… da 25 anni! * Nel 4° anniversario della rivolta ‘Donna Vita Libertà’, presentata l’inchiesta “Architettura delle atrocità” * Sabra e Shatila: un massacro impunito. La denuncia di un genocidio che continua ancora oggi *   Maddalena Brunasti
September 18, 2026
Pressenza
A Genova per la 1268ª volta, come ogni settimana… da 25 anni!
Mercoledì prossimo, 23 settembre, dalle 18 alle 19, in piazza De Ferrari, davanti a Palazzo Ducale si raduna il gruppo che, praticando un’ora di silenzio per la pace, manifesta contro la guerra, contro le carneficine, i massacri e le stragi di innocenti e contro le ingiustizie, i soprusi e le sopraffazioni. «Nei giorni del crollo delle torri gemelle e a meno di tre mesi dal G8 e dall’assassinio di Carlo Giuliani volevamo “solo” occupare i gradini del Palazzo Ducale per rendere evidente che una nuova guerra si stava preparando e che il sistema capitalista internazionale, che gli otto erano venuti a promuovere e sostenere a Genova, è responsabile del riarmo, della fame, della devastazione ambientale – spiega Norma – Non pensavamo che saremmo rimasti/e in piazza per venticinque anni. Ma le circostanze nazionali ed internazionali chi hanno sempre riportati/e in piazza, mercoledì dopo mercoledì… e, come diciamo spesso, anche se forse un po’ ce lo meritiamo non aspiravamo ad entrare nel Guinness dei primati». 25 ANNI. E SENTIRLI TUTTI. MA CERCANDO DI NON MOLLARE. Settembre 2001. Erano appena crollate le torri gemelle. E pochi mesi prima il pensiero che “un mondo diverso è possibile” era stato massacrato in piazza Alimonda, a Bolzaneto e alla Diaz. Un gruppo sparuto di pacifisti e pacifiste genovesi, gli stessi e le stesse che nel dicembre 1999 avevano organizzato la prima riunione antiG8, si interrogava sulle possibili conseguenze di quell’attentato impensabile. La reazione statunitense alimentò immediatamente la certezza che la risposta sarebbe stata di guerra indiscriminata: “Non faremo distinzioni tra i terroristi che hanno commesso questi attacchi e quelli che li hanno aiutati... Gli Stati Uniti rispettano il popolo dell’Afghanistan, ma condannano il regime dei talebani, che sponsorizza, rifornisce e ospita terroristi”. Era chiaro che la guerra, che non era mai cessata in varie parti del mondo dopo la fine della guerra mondiale, stava per entrare in una nuova fase: più larga, più diretta, più vicina. Ma rimaneva quello che è sempre stata ogni guerra: fonte di lutti e distruzioni, assassina di civili, fonte di immensi profitti per chi fabbrica e vende armamenti. In giorni di così grande sgomento, decidemmo di riprendere una forma di protesta che avevamo attuato nel passato durante le guerre del golfo: l’ora in silenzio. E decidemmo di svolgerla, anziché con sole donne vestite di nero sotto la prefettura come nel passato, spostandola proprio sui gradini di quel Palazzo Ducale che aveva ospitato gli otto che si erano autoproclamati “grandi” solo perché erano i maggiori azionisti della banca mondiale. E che erano venuti a prometterci l’era della “loro” prosperità e della “loro” pace, fondata su commercio senza regole, industria devastante, autoritarismo, prepotenza e privatizzazioni. Senza alcuno spazio per internazionalismo e solidarietà. Poche settimane dopo, l’Italia entrava a pieno titolo nella coalizione che attaccava l’Afghanistan e partecipava alla guerra in cui, in violazione della Costituzione, i soldati italiani sono stati coinvolti in modo diretto anche se poi, nel 2013, Bin Laden è stato rintracciato e linciato dai marines USA. In Pakistan, non in Afghanistan, ma che importa? “No alla guerra senza se e senza ma” dicevamo nel 2003, mentre Colin Powell agitava davanti ai delegati dell’ONU il simulacro di una fialetta di antrace. Lo stesso Colin Powell ammise anni dopo che si era trattato di una colossale montatura, ma ancora una volta l’Italia faceva “armi e bagagli” e partiva a fianco dell’alleato USA. I balconi dell’intera Italia si coprivano di bandiere arcobaleno, ma…gli ordini sono ordini. Grazie ad un gruppo di muratori acrobati dipingevamo coi colori della pace un muraglione genovese. I colori, un po’ sbiaditi, sono ancora visibili in via Dino Col (foto di Luigi Valente) Mentre trascorrevano le settimane, i mesi e gli anni… e l’impegno politico di molti di noi diveniva via via meno intenso… abbiamo spesso provato scoramento e delusione. Ma alcuni di noi continuavamo a sentire la necessità di denunciare il commercio delle armi, a richiedere la riconversione dell’industria bellica, di dimostrare la nostra solidarietà al popolo palestinese e a tutti gli altri popoli oppressi. Siamo così rimasti/e in piazza, per venticinque anni. Nel 2011, alla cinquecentesima ora, erano in piazza con noi don Andrea Gallo e don Paolo Farinella. Il cantautore Gianmaria Testa ha partecipato alle nostre iniziative, con le sue canzoni ed una bellissima interpretazione del Disertore di Boris Vian. L’attenzione nei confronti dei problemi della guerra diminuiva progressivamente e il conflitto cominciava tristemente a far parte del nostro “paesaggio”. Cercammo allora qualche modo di riportare l’attenzione sul problema. Per esempio “smontando” simbolicamente un costosissimo aereo F35 e consegnando le varie componenti con un simbolico cartellino del prezzo agli ospedali San Martino e Gaslini, al teatro Carlo Felice, alla comunità di San Benedetto e alla Caritas. Oppure costruendo una gigantesca Costituzione e consegnandola al comando militare di Genova. O ricordando i civili – la stragrande maggioranza dei caduti – con una simulazione di morte al mercato. Alle varie guerre si è poi aggiunta quella spietata contro i migranti. “Disobbedire a Salvini” recitava un nostro striscione, mentre il ministro chiudeva i porti. Anche oggi ne esponiamo uno che dice “porti aperti”, in attesa che l’atteggiamento del nostro paese verso chi fugge dalla guerra e dalla fame diventi quello degno di un paese civile e che gli infami accordi con la Libia vengano denunciati e superati. Quando cominciammo non pensavamo che saremmo rimasti/e in piazza per venticinque anni e che avremmo distribuito oltre 500˙000 volantini. Ma ogni volta che pensavamo che “quella settimana” sarebbe stata l’ultima, accadeva qualcosa che ci costringeva a presentarci ancora una volta sui gradini del Ducale. E abbiamo così già raggiunto e superato la millecinquecentesima ora, un record cui certamente non avremmo aspirato. Abbiamo espresso la nostra solidarietà a tutti i prigionieri politici, tra cui Peltier, Zaki ed Assange; chiesto verità e giustizia per Giulio Regeni. Abbiamo aderito al progetto delle “Veglie contro le morti in mare”, manifestando sotto la prefettura per esigere soccorso immediato alle barche di migranti in difficoltà. Abbiamo espresso la nostra solidarietà al popolo palestinese, e chiesto la liberazione di Mohamed Hanoun. Siamo stati/e e torneremo in piazza a fianco dei portuali genovesi nella lotta contro il commercio internazionale delle armi e a sostegno della Global Sumud Flotilla. Abbiamo chiesto l’abolizione di Frontex e abbiamo protestato contro il decreto che equipara l’antisionismo, che è uno dei nostri valori, all’antisemitismo che ci è totalmente estraneo. Abbiamo espresso la nostra solidarietà agli obiettori ed ai disertori di tutte le guerre; e sostenuto i e le giovani israeliani che rifiutano il servizio militare; contro il ritorno alla leva e contro la chiusura delle scuole genovesi in occasione della parata militare degli alpini. E a Natale non ci facciamo mai mancare il presepe costruito sulle macerie di Gaza. A che cosa aspiriamo? A non battere alcun record di durata, e a dedicarci ai nostri hobby e alle nostre passioni, ma solo in un mondo più giusto. sito web: https://orainsilenzioperlapace.org/ pagina Facebook: https://www.facebook.com/OraInSilenzioperLaPaceGenova contatti: norma.b@libero.it – (+39)3473204042 Redazione Genova
September 15, 2026
Pressenza
La profezia di Genova
Venticinque anni dopo, il libro che racconta perché il movimento dei movimenti aveva visto il nostro presente prima di tutti. Recensione a “Genova 2001. Perché c’eravamo, perché ci siamo ancora. …
L’eloquente significato della 1246ª ora in silenzio per la pace a Genova
Il gruppo che a Genova dal 1983 pratica un’ora di silenzio per la pace ogni mercoledì pomeriggio, il 15 aprile scorso dalle 18 alle 19 ha svolto l’iniziativa ricordando Paola De Ferrari, una fondatrice dell’Associazione per un Archivio dei Movimenti, mancata pochi giorni prima, l’8 aprile. All’iniziativa ha partecipato anche Mauro Armanino. Con i cartelli esposti nell’occasione gli attivisti genovesi hanno richiamato l’attenzione su alcune questioni, in particolare sulla legge che impone ai tribunali israeliani di condannare i palestinesi alla pena di morte, e con questo messaggio hanno precisato: > … e adesso libertà per Mohammad Hannoun e i suoi fratelli.  > Dal mercoledì successivo all’arresto del nostro compagno di strada Mohammad > Hannoun non c’è stata una sola ora in cui non abbiamo esposto il cartello che > ne rivendica la liberazione. > Siamo sempre stati convinti della sua innocenza e del fatto che le accuse > contro di lui fossero pretestuose. Chi di noi ha esperienza di intervento > civile e umanitario in luoghi di guerra sa perfettamente che non è possibile > operare senza avere contatti con le autorità del luogo. E se queste vengono > considerate nemiche o con classificazioni peggiori questo può creare problemi > con l’apparato giudiziario ed esporre a campagne diffamatorie su giornali, > televisioni e reti sociali, come quella che è stata orchestrata per mesi nei > confronti di Mohammad Hannoun. > Chi abbia operato nel settore nell’intervento civile e umanitario in Iraq ha > dovuto entrare in rapporto con il governo del partito Baath quando questo > veniva considerato dittatura nemica da parte del governo italiano e dai mezzi > di (dis)informazione. > Durante le guerre nei Balcani su 8 camion di aiuti che partivano dall’Italia > ne venivano lasciati consegnare al massimo un paio, in certe occasioni sono > stati presi tutti dalle formazioni in guerra che controllavano il territorio. > Se i beni di prima necessità non venivano scambiati con armi alimentavano la > speculazione venendo immessi sul “mercato nero”. Il dilemma era se accettare > quella “legge” così barbara o lasciare le popolazioni assediate a se stesse > nella totale miseria e soprattutto nella sensazione di isolamento che la rende > ancora più insopportabile. > E’ importante che la Suprema Corte di Cassazione abbia stabilito che dei > documenti di uno stato estero, presentati in forma non ufficiale, al di fuori > di ogni procedura che abbia un valore giuridico, non possano essere utilizzati > per togliere la libertà a una persona. Tuttavia i magistrati non hanno ancora > messo in discussione l’impostazione dell’accusa. > Questo processo è un modello di gestione dei conflitti, soprattutto fra > cittadini e istituzioni, e del dissenso nei confronti dei governi, che va > oltre la dimensione del piccolo stato ebraico. Un altro colpo inflitto al > diritto internazionale da parte dello stato di Israele che non ha mai definito > ufficialmente i propri confini ma che pretende di estenderli dal Nilo > all’Eufrate, dal Mare Mediterraneo al Mar Rosso… > > Apprendiamo la notizia della sospensione della procedura di rinnovo automatico > dell’accordo di cooperazione fra Italia e Israele. Ma abbiamo bisogno di > capire meglio se questo è un trucco per rinnovarlo di fatto rinviando la > discussione parlamentare fra 5 anni o per sospenderlo concretamente. In ogni > caso vigileremo sui fatti. Siamo troppo abituati ad annunci di sospensione di > forniture che di fatto non si sono mai interrotte, come hanno constatato le e > i lavoratori dei porti e del settore dei che abbiamo sempre sostenuto nelle > loro lotte. Ci aspettiamo adesso che anche l’Unione Europea decida di > sospendere realmente il suo accordo di cooperazione e per questo invitiamo a > sottoscrivere l’iniziativa delle e dei cittadini europei al sito > https://www.justiceforpalestine.eu/ > > Ricordiamo Paola De Ferrari, fondatrice e animatrice dell’Archivio dei > Movimenti, che ha sempre avuto attenzione nei nostri confronti e ha inserito > la nostra iniziativa nel libro No war. > > https://www.facebook.com/events/972775805086508 No War. Storie e documenti del movimento pacifista – Dalla prima marcia Perugia-Assisi al G8 di Genova, dalla protesta contro la Mostra navale bellica ai progetti di riconversione industriale al boicottaggio dei portuali genovesi contro le navi delle armi, dai missili di Comiso alle Donne in Nero, dall’obiezione di coscienza agli interventi umanitari nei territori in guerra. A partire dai documenti d’archivio, attraverso le analisi storiche e, soprattutto, le testimonianze degli attivisti, questo libro ripercorre oltre sessant’anni di lotte pacifiste e nonviolente. Ne emerge il ritratto di un movimento, complesso e variegato nelle sue diverse anime – cristiana, laica e radicale, femminista, comunista – che nonostante sempre nuove difficoltà non ha mai smarrito la strada del suo impegno. Saggi, testimonianze e contributi di Gianni Alioti, Franco Barchi, Norma Bertullacelli, Antonio Bruno, Andrea Chiappori (Comunità di Sant’Egidio), Peppino Coscione, Francesca Dagnino, Paola De Ferrari, Riccardo Degl’Innocenti, Bruno Gabrielli (Chiesa valdese), Greenpeace Genova, Monica Lanfranco, Pietro Lazagna, Fabrizio Lertora (Laborpace Caritas), Riccardo Marconcini, Cirilla-Augusta Mazza (Caschi Bianchi), Silvia Neonato, Vittorio Pallotti (Centro di Documentazione del Manifesto Pacifista Internazionale), Alfredo Remedi, Carla Sanguineti, Piero Tubino, Mao Valpiana. [Centro di Documentazione del Manifesto Pacifista Internazionale APS / 1 aprile 2021] Maddalena Brunasti
April 16, 2026
Pressenza