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Fakir e Mohamed: migrazione e disagio psichico, quando la doppia discriminazione uccide
Dalla mancanza di servizi alla risposta armata: così in Italia una crisi psichica può trasformarsi in un rischio di morte, soprattutto per chi vive ai margini. Due volte vittime: prima come migranti, poi come persone con disagio psichico. Le recenti vicende di Abderrahim Fakir, 43 anni, ucciso a Bologna durante un intervento delle forze dell’ordine, e di Mohamed Amin Bessioud, 25 anni, morto a Cosenza durante un controllo dei carabinieri, pongono una domanda urgente e scomoda: quanto vale la vita di chi si trova tra marginalità sociale e sofferenza mentale? Questi due giovani condividono un destino che non può essere liquidato come fatalità o semplice “errore”. Entrambi erano migranti. Entrambi vivevano una condizione di sofferenza psichica nota e segnalata. Entrambi sono deceduti nel contesto di interventi delle forze dell’ordine, seppure in circostanze differenti e attualmente oggetto di accertamento. A Bologna la Procura ha aperto un’inchiesta per chiarire le responsabilità e il nesso tra le modalità di contenimento adottate. A Cosenza è stato aperto un fascicolo per ricostruire la dinamica dei fatti e verificare eventuali responsabilità nella gestione dell’intervento. Queste vicende sollevano una questione più profonda: cosa accade quando una condizione di vulnerabilità viene letta prima come una minaccia e non come una richiesta di aiuto? Questa è la doppia discriminazione: essere percepiti come pericolosi per la propria fragilità. Queste morti vanno comprese anche alla luce dell’attuale crisi del sistema della salute mentale in Italia. Negli anni, il progressivo indebolimento dei servizi territoriali, le carenze strutturali e i tagli hanno lasciato sempre più sole le persone fragili e le loro famiglie. Un sistema che dovrebbe prevenire, accompagnare e prendersi cura rischia così di intervenire soltanto nell’emergenza, quando la sofferenza è già diventata crisi e le possibilità di una risposta basata sulla cura sono ridotte. I “minuti di nessuno”, come vengono definiti da David Vagni, sono quei momenti in cui il sistema fallisce completamente: quando non arriva un operatore formato, quando manca un mediatore, quando l’unica risposta è l’intervento coercitivo o l’intimidazione. Sono i minuti in cui una crisi psichica viene interpretata come minaccia, e non come richiesta di aiuto. I minuti che fanno la differenza tra la vita e la morte. Eppure, la sicurezza non può essere ridotta a controllo: la vera sicurezza nasce dalla presenza di servizi, relazioni, comunità. Non dalla militarizzazione dei territori. La vicenda di Fakir ci ricorda che la salute mentale non è solo una questione sanitaria, ma profondamente sociale. Essere poveri, migranti, soli, senza una rete di supporto, significa avere molte più probabilità di non ricevere cure adeguate, di essere lasciati indietro, di essere percepiti come un problema anziché come una persona con dignità e diritti. Nel frattempo, le famiglie delle persone con disabilità, delle persone che vivono condizioni di sofferenza psichica o che attraversano momenti di crisi legati a stress o altre difficoltà, continuano spesso a essere lasciate sole. Genitori, fratelli e caregiver si trovano a gestire situazioni complesse senza un supporto adeguato, senza continuità assistenziale e senza risposte tempestive. Questo isolamento aumenta il rischio che le crisi vengano affrontate solo quando sono già esplose, con conseguenze drammatiche per le persone coinvolte e per chi sta loro accanto. Accanto al tema della salute mentale esiste un’altra dimensione spesso ignorata: quella della comunità neurodivergente. Persone verbali e non verbali, con o senza autismo, con e senza stereotipie evidenti, convivono quotidianamente con incomprensione, discriminazione e abilismo. Una crisi, un sovraccarico sensoriale, uno “shutdown” possono essere facilmente scambiati per comportamenti oppositivi o pericolosi. Le famiglie e gli educatori lo sanno bene, in queste crisi le persone non agiscono intenzionalmente e possono trovarsi in situazioni di rischio per sé e per gli altri. Ma cosa accade quando questi episodi si verificano in contesti pubblici, magari durante una manifestazione pacifica e in presenza delle forze dell’ordine? È accettabile vivere con il timore che una crisi possa essere interpretata come una minaccia e che un intervento di contenimento possa trasformarsi in una tragedia? È giusto che una persona disabile o neurodivergente, o la sua famiglia, debba temere per la propria incolumità in situazioni che dovrebbero essere protette e sicure? Le morti di Fakir e Mohamed non sono casi isolati, ma la punta di un iceberg. Sono il sintomo di un sistema che non riconosce la complessità, la fragilità, la diversità e che non investe nella cura, che risponde con la forza dove servirebbero competenze, formazione, ascolto e relazione. Serve un cambio di paradigma: formazione specifica per le forze dell’ordine nella gestione delle crisi psichiche, servizi territoriali di salute mentale realmente accessibili e una rete integrata tra operatori sociali, sanitari e mediatori culturali. Serve soprattutto riconoscere pienamente la dignità e i diritti delle persone che vivono condizioni di sofferenza psichica, delle persone neurodivergenti e delle persone con disabilità, insieme alle loro famiglie. Perché nessuno dovrebbe morire per una crisi. E nessuno dovrebbe essere punito per la propria vulnerabilità. Oltre lo stigma: vigilanza civile e alleanze di cura Le implicazioni economiche e politiche di questa gestione emergenziale sono ormai evidenti. La militarizzazione di interi quartieri e una crescente deriva repressiva, alimentata anche dal dibattito pubblico su “sicurezza” e da nuovi dispositivi normativi come il DDL sicurezza e il cosiddetto “DDL anti-semitismo”, contribuiscono a spostare l’attenzione dalla cura al controllo. Il progressivo sottofinanziamento del Sistema Sanitario Nazionale e, in particolare, dei Dipartimenti di Salute Mentale ha ridotto l’assistenza territoriale, spesso limitandola a interventi frammentari o farmacologici, incapaci di garantire presa in carico continuativa, diagnosi tempestive e prevenzione. In questo vuoto, diventa più immediato – ma profondamente sbagliato – delegare la gestione delle crisi alle forze dell’ordine, invece di investire in équipe multidisciplinari di prossimità, formate per intervenire senza ricorrere alla coercizione. Le conseguenze ricadono su famiglie e comunità, lasciate sole e costrette a convivere con il timore che una crisi possa trasformarsi in tragedia. Non possiamo accettare che la risposta alla sofferenza psichica resti confinata alla repressione. L’eredità di Franco Basaglia ci ricorda che la cura passa dal riconoscimento della piena dignità della persona. In questa direzione si muovono oggi reti e realtà dal basso, che lavorano per contrastare stigma e isolamento, promuovendo pratiche di mutuo aiuto e solidarietà. Parallelamente, il contributo della divulgazione scientifica e culturale – portato avanti da attivisti, studiosi e associazioni della comunità neurodivergente – sta ridefinendo il modo in cui comprendiamo crisi, differenze e vulnerabilità (in fondo all’articolo si trova un elenco di riferimenti). Questi percorsi mettono in luce una verità spesso ignorata: le barriere non sono solo architettoniche, ma anche invisibili, sociali e culturali. L’abilismo e l’analfabetismo emotivo istituzionale producono una violenza strutturale che colpisce chi è già marginalizzato, trasformando la fragilità in colpa e la diversità in rischio di morte. Per questo è necessaria una vigilanza civile costante. Occorre chiedere con forza l’abbandono delle pratiche di contenimento fisico potenzialmente letali, un investimento concreto nei servizi territoriali di salute mentale e l’accesso equo e tempestivo alle diagnosi anche in età adulta. È altrettanto urgente garantire, nelle situazioni di crisi, la presenza di personale sanitario qualificato, affinché la prima risposta sia la cura – inclusa, se necessaria, la sedazione in contesto medico – e non la forza. Finché una crisi psichica continuerà a essere interpretata come una minaccia all’ordine pubblico, tragedie come quelle di Abderrahim Fakir e Mohamed Amin Bessioud resteranno possibili. Spetta alla collettività pretendere un cambiamento. Alle istituzioni ascoltare il malcontento sociale ed essere lungimiranti: sostituire la cultura del controllo con il diritto alla cura, la repressione con l’ascolto, la paura con una responsabilità condivisa.   Reti di riferimento su salute mentale, neurodivergenze, advocacy e costruzione di comunità contro stigma e abilismo: * Brigata Basaglia – realtà autogestita che sviluppa pratiche di salute mentale comunitaria, mutuo aiuto e contrasto allo stigma. Offre servizi gratuiti di supporto psicologico, ascolto telefonico e orientamento sociale. * Fabrizio Acanfora – scrittore e divulgatore sui temi della neurodivergenza e dell’autismo, impegnato nella diffusione della cultura della neurodiversità e nella critica dell’abilismo. * Neuropeculiar APS – associazione impegnata nella promozione della cultura della neurodiversità e organizzatrice di AUTcamp, la non conferenza dedicata ad autismo, disabilità, differenze e diritti. * Bradipi in Antartide – progetto di divulgazione sull’autismo e sulla neurodiversità, con particolare attenzione alle esperienze vissute, alla sensorialità, alla comunicazione e al superamento degli stereotipi. * Cose molto ADHD – progetto di divulgazione e advocacy dedicato all’ADHD, nato per raccontare la neurodivergenza attraverso esperienze, informazione e consapevolezza. 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July 29, 2026
Pressenza
Sicurezza o controllo? Il caso Fakir e la militarizzazione del Pilastro
Un’analisi del tessuto socio-culturale del Pilastro per comprendere le radici della mobilitazione.   L’omicidio di Abderrahim Fakir avvenuto nel quartiere Pilastro di Bologna durante un intervento di polizia, ha scosso profondamente la città e aperto interrogativi che vanno ben oltre la cronaca. Un uomo, segnato da una doppia marginalità – tra condizione migrante e disagio psichico – è morto mentre veniva immobilizzato a terra dagli agenti; la Procura ha aperto un’inchiesta per omicidio colposo, iscrivendo diverse persone nel registro degli indagati. Senza entrare qui nel merito della gestione sanitaria del disagio psichico e delle pratiche di contenimento – tema che meriterebbe un approfondimento specifico – è necessario analizzare il contesto sociale e la storia del quartiere, che ha reagito in modo ampio e partecipato alla sua morte. Oggi, al Pilastro, si parla di forme di auto-organizzazione come video-controllo popolare, reti di mutuo soccorso, assistenza di prossimità e presidi territoriali informali. I video diffusi hanno rapidamente alimentato indignazione e proteste, con paragoni internazionali che evocano modelli di gestione repressiva come quelli attribuiti all’ICE negli Stati Uniti. Militarizzazione e protesta Il Pilastro è oggi il simbolo di una tensione più ampia. Già prima dell’omicidio, i comitati territoriali denunciavano una crescente militarizzazione del quartiere: aumento della presenza delle forze dell’ordine e un approccio securitario percepito come invasivo. Le tensioni degli ultimi mesi sono legate anche ai progetti di trasformazione urbana dell’area del parco Mitilini-Moneta-Stefanini, da tempo terreno di conflitto tra residenti e istituzioni. Dopo la morte di Fakir, la risposta della cittadinanza si è espressa in una grande mobilitazione popolare. Circa duemila persone hanno partecipato a una marcia pacifica nel quartiere, chiedendo “verità e giustizia”. Nel frattempo, iniziative e manifestazioni si sono diffuse anche in altre città italiane. La marcia del Pilastro si è distinta per la sua composizione eterogenea: residenti storici, giovani, famiglie, associazioni locali, comitati cittadini e volontari. Un segnale chiaro: il quartiere rifiuta di essere ridotto a una narrazione di degrado e rivendica la propria complessità sociale e politica. Una lunga storia di conflitto e mediazione Per comprendere il presente del Pilastro è necessario tornare alle sue origini. Nato negli anni Sessanta come quartiere di edilizia popolare, è stato fin da subito segnato da isolamento urbano e carenza di servizi. In questo contesto nacque, nella seconda metà degli anni ’60, il Comitato Inquilini Villaggio Pilastro, promosso da figure come Luigi Spina e Oscar De Paoli, con l’obiettivo di rispondere collettivamente alle condizioni di marginalità. Il Comitato ha storicamente combinato conflitto e dialogo. Le mobilitazioni si accompagnavano a un confronto costante con l’amministrazione comunale, allora guidata dal PCI, dando vita a un modello di partecipazione capace di incidere sulle politiche urbane. I risultati furono significativi. Tra il 1973 e il 1975, le proteste contro la speculazione edilizia portarono a modifiche decisive nella pianificazione urbanistica, tra cui la salvaguardia del cosiddetto “pratone”, oggi Parco Pier Paolo Pasolini. Anche episodi più radicali, come l’occupazione di via Frati nel 1971, rientravano in un ciclo di mobilitazione che alternava conflitto e negoziazione. Questa storia restituisce l’immagine di un quartiere capace di auto-organizzarsi e produrre cambiamento, costruendo nel tempo un’identità collettiva forte. Il Pilastro come laboratorio sociale Un altro elemento fondamentale è rappresentato dall’esperienza del Centro Medico Sistematico di Psicologia Applicata, attivo nel quartiere a partire dal 1969. L’intervento evidenziò criticità profonde: sovraffollamento abitativo, isolamento sociale e carenza di servizi educativi. Gli studi condotti mostrarono come il disagio non fosse individuale ma strutturale, legato alle condizioni urbanistiche e sociali. Dopo poco tempo il progetto si interruppe per mancanza di continuità e fondi istituzionali, lasciando irrisolti molti bisogni della comunità. Analisi successive, tra cui ricerche socio-territoriali come RISMA, hanno confermato la persistenza di queste fragilità, sottolineando come l’assenza di politiche di lungo periodo abbia contribuito a consolidare dinamiche di marginalità. Sicurezza o controllo? Centrale è il significato stesso di “sicurezza”. La militarizzazione dei territori e l’intensificazione dei controlli rischia di accentuare la distanza tra istituzioni e cittadini e di alimentare un clima di conflitto permanente. Tutto questo si inserisce in un contesto nazionale segnato da un rafforzamento degli strumenti repressivi, come evidenziato dal dibattito attorno al “ddl sicurezza” e al cosiddetto “ddl antisemitismo”. Diversi osservatori – tra cui giuristi, associazioni per i diritti civili e organismi internazionali – hanno segnalato il rischio che un’estensione eccessiva di tali strumenti possa comprimere gli spazi democratici e la libertà di espressione, aumentare strumenti repressivi e intensificare il conflitto sociale. In questo quadro, la militarizzazione da mesi di un intero quartiere con problematiche sociali irrisolte da anni e l’aumento della violenza della polizia appare non solo insufficiente, ma controproducente. La storia insegna che l’inasprimento del controllo, se non accompagnato da ascolto e politiche sociali, tende ad alimentare la radicalizzazione e lo scontro tra gruppi sempre più contrapposti. Il rischio è quello di una spirale in cui il conflitto si intensifica anziché risolversi. Il Pilastro, invece, ha dimostrato nel tempo che partecipazione, investimento sociale e mediazione possono generare risultati più duraturi. La mobilitazione per Fakir si inserisce in questa tradizione: una richiesta di giustizia che non è solo giudiziaria, ma anche sociale e politica. Ignorare queste istanze e rispondere unicamente con strumenti repressivi significa esporsi a uno scenario prevedibile: l’aumento delle tensioni e, nel peggiore dei casi, delle vittime. Oltre la cronaca L’omicidio di Abderrahim Fakir non è un episodio isolato. È la punta di un iceberg fatto di disuguaglianze urbane, politiche securitarie e fragilità sociali mai risolte. La marcia delle duemila persone al Pilastro indica che esiste una comunità viva, capace di reagire e di rivendicare diritti. Il futuro del Pilastro – e non solo di Bologna – dipenderà dalla capacità di trasformare questa crisi in un’occasione di ascolto e cambiamento. La scelta è aperta: continuare lungo la strada dell’emergenza e della militarizzazione, oppure investire in un progetto di città più giusto e inclusivo, capace di ascoltare le molteplici voci di comitati, volontari e realtà associative.   Fonti per approfondimento: La vicenda di Fakir ricorda che la salute mentale è (soprattutto) una questione di classe https://www.pressenza.com/it/2026/07/la-vicenda-di-fakir-ricorda-che-la-salute-mentale-e-soprattutto-una-questione-di-classe/ Il Pilastro di Bologna, dalla citofonata di Salvini alla morte di Fakir: storia del quartiere popolare e dei suoi 60 anni tormentati https://www.pressenza.com/it/2026/07/il-pilastro-di-bologna-dalla-citofonata-di-salvini-alla-morte-di-fakir-storia-del-quartiere-popolare-e-dei-suoi-60-anni-tormentati/ Morte di Fakir al Pilastro: la sicurezza è una rete, non una divisa https://www.pressenza.com/it/2026/07/morte-di-fakir-al-pilastro-la-sicurezza-e-una-rete-non-una-divisa/ Salute mentale e salute sociale: come peggiora la situazione in Italia https://www.pressenza.com/it/2026/05/salute-mentale-e-salute-sociale-come-peggiora-la-situazione-in-italia/   Redazione Bologna
July 29, 2026
Pressenza
Il Pilastro di Bologna, dalla citofonata di Salvini alla morte di Fakir: storia del quartiere popolare e dei suoi 60 anni tormentati
Dagli insediamenti di edilizia popolare degli anni Sessanta per all’arrivo «dei meridionali» all’immigrazione straniera degli ultimi vent’anni: pagine dolorose come la strage della Uno Bianca e proteste recenti per i progetti del Comune si mischiano a realtà culturali e sociali che vogliono cambiarlo Di recente ha compiuto 60 anni. A Bologna è da sempre etichettato con quel nomignolo che alcune zone delle città non riescono proprio a togliersi, nonostante nel tempo progetti sociali e iniziative culturali provino a cambiare volto (quantomeno la nomea) dei «quartieri difficili». A Bologna c’è la Bolognina (zona stazione), c’è la Barca (che adesso vanta anche un tratto di portici Unesco, il «Treno» maxi insediamento di edilizia popolare) e poi c’è lui, il Pilastro, che per anni ha etichettato anche chi ci abita «i pilastrini». Il Pilastro, «quartiere difficile» di Bologna che esiste da 60 anni Un quartiere difficile, spesso associato a fatti di cronaca, episodi di criminalità o polemiche cittadine: il quartiere bolognese del Pilastro (dove si è verificato il caso dell’uomo morto durante un’operazione di polizia) ha appena compiuto 60 anni, perché proprio nel luglio 1966 furono consegnate le chiavi dei primi appartamenti delle case popolari, occupate prevalentemente da famiglie del sud Italia trasferitesi a Bologna per lavoro. Negli anni Settanta venne inaugurato il «Virgolone», uno degli edifici più simbolici, lungo circa 700 metri. La trasformazione con l’immigrazione Il nome Pilastro deriva dalla presenza di un piccolo pilastro, segno del passaggio di una antica strada romana, su cui era collocata una Madonnina, tuttora esistente all’angolo tra via San Donato e via del Pilastro, da cui quest’ultima prende il nome. In origine via del Pilastro attraversava longitudinalmente il quartiere, ma con il tempo è diventata una strada secondaria dopo la costruzione di arterie di maggiore rilevanza. La grande trasformazione avvenuta nel tempo è legata all’immigrazione: prima qui vivevano gli italiani del Sud, poi sono arrivati gli «stranieri». Nel corso dei suoi sessant’anni di storia la composizione sociale del Pilastro è così cambiata, alimentando tensioni sociali ma facendo fiorire anche progetti d’integrazione. La Strage del Pilastro della Uno Bianca Nel 1991 il Pilastro fu teatro di una delle più efferate stragi della Uno Bianca, dove morirono i carabinieri Mauro Mitilini, Andrea Moneta e Otello Stefanini, ai quali è stata intitolata la stazione dei carabinieri recentemente inaugurata proprio con l’obiettivo di rafforzare nel quartiere, che si trova nella periferia est della città, la presenza delle forze dell’ordine. La citofonata di Salvini alle elezioni regionali del 2020 Nel 2020 il quartiere balzò al centro della campagna elettorale per le regionali quando il leader della Lega Matteo Salvini citofonò a una famiglia per chiedere se in quella casa abitasse uno spacciatore. L’esito delle urne non fu felice per il centrodestra, che sperava di ribaltare per la prima volta nella storia il governo dell’Emilia-Romagna, ma Stefano Bonaccini ebbe la meglio su Lucia Borgonzoni. Le recenti tensioni legate al Museo dei bambini Di recente è tornato al centro della tensione, per il movimento di opposizione al progetto del MuBa, il museo dei bambini e delle bambine promosso dal Comune di Bologna che dovrebbe aprire a breve. L’opposizione a questo progetto è spesso sfociata in scontri con la polizia ed è stata dovuta al taglio degli alberi e l’impatto ambientale che per i contestatori avrebbe il progetto. Il film che racconta la storia e il presente del Pilastro Di recente la storia e il presente del Pilastro sono diventati anche un film. Il regista è il toscano Roberto Beani, nato nel 1979: «Nel 2021 ho tenuto un corso alla Cineteca di Bologna-  ha raccontato il regista al Corriere di Bologna – sulle tecniche di reportage e con i ragazzi abbiamo fatto un piccolo lavoro sul Pilastro. Lì mi sono reso conto di quanto fosse interessante e mi è subito venuta voglia di farne un documentario. Caso ha voluto che Bruna Gambarelli di Laminarie contattasse poco dopo la casa di produzione con la quale lavoro da sempre, la Lab Film di Mauro Bartoli. Così mi sono proposto per fare il regista. Bruna e il Dom (uno spazio culturale storico del quartiere) sono state le corsie preferenziali per entrare in contatto con alcune realtà». Un tram chiamato desiderio Recente è anche la rabbia per essere stati al momento esclusi dal progetto della linea del tram (la rossa) che sarà inaugurata l’anno prossimo: previste inizialmente nel progetto le fermate al Pilastro ma rimaste ingarbugliate anche nei cantieri che riguarderebbero il Passante di Bologna. Il Comune aveva previsto di collegare anche il Pilastro con la linea tramviaria, si partirà senza, ma l’obiettivo è riuscire a dare al quartiere una nuova possibilità di svolta. Podcast del Corriere: La morte di Fakir. Inizia l’era Burnham. Perché la Spagna domina     Altri approfondimenti sul quartiere Pilastro: L’intervento del Centro Medico Sistematico di Psicologia Applicata al Pilastro, iniziato nell’ottobre 1969, ha evidenziato criticità legate a sovraffollamento, isolamento e carenza di servizi educativi. Il progetto si è interrotto a causa della mancanza di continuità istituzionale, lasciando irrisolti i bisogni di supporto sociale e specialistico della comunità. Approfondisci l’analisi su : http://www.risme.cittametropolitana.bo.it/mente-salute-mentale-percorsi/storia-laboratorio-psicologia-applicata/esperienza-Pilastro.html   Redazione Bologna
July 28, 2026
Pressenza
Bologna, oltre la cronaca: l’omicidio di Abderrahim Fakir e la militarizzazione del Pilastro
Riceviamo e pubblichiamo questo comunicato della Federazione Emilia Romagna del PCARC sui gravi fatti di cronaca avvenuti al Pilastro di Bologna. Pur non condividendo l’accettazione dello scontro violento – che contrasta con la nostra linea editoriale basata sulla nonviolenza – riteniamo fondamentale dare spazio alle analisi, alle istanze e alla rabbia profonda di un quartiere che da mesi denuncia militarizzazione, speculazione, problemi ambientali e marginalità sociale. Il pluralismo e il diritto al dissenso passano anche dal dare voce alle diverse anime della protesta cittadina. _________ Bologna. Per Fakir: vendetta, organizzazione e prospettiva Il brutale assassinio di Abderrahim Fakir materialmente eseguito nel quartiere Pilastro di Bologna il 19 di luglio da due agenti di Polizia non è un fatto isolato. Avviene in un quartiere militarizzato, dove da mesi, per piegare la resistenza dei residenti alla distruzione degli spazi verdi promossa dall’Amministrazione Lepore a fini speculativi, la Polizia ha malmenato e ferito decine di persone, sparato lacrimogeni ad altezza persona, pattugliato le strade giorno e notte perseguitando i residenti. Il brutale assassinio di Abderrahim Fakir avviene in un più generale contesto in cui le autorità politiche non alzano un dito di fronte a (assecondano attivamente) licenziamenti di massa, omicidi sul lavoro, smantellamento dei servizi essenziali, col degrado sociale che ne risulta. Avviene mentre contro gli immigrati e i loro figli, che sono una parte sempre più rilevante e combattiva dei lavoratori nel nostro paese, la propaganda di regime soffia sul fuoco della mobilitazione reazionaria, per trasformare in guerra tra poveri il disastroso corso delle cose funzionale agli interessi dalla classe dominante. Avviene nel corso della rappresaglia repressiva contro chi si oppone all’aggressione e allo sterminio indiscriminato dei popoli oppressi nel mondo e al procedere di una guerra che di fatto è già mondiale. Tutta violenza che, per lor signori, è evidentemente “normale”. In sintesi, il brutale assassinio di Abderrahim Fakir sia per le cause che hanno portato un uomo, solo in mezzo a una strada, a gridare “aiuto” sia per il modo in cui i tutori dell’ordine (borghese) hanno soffocato quella voce è parte della guerra interna, che è guerra di classe. E quella voce non può spegnersi e non si spegnerà, perché risuona nei nostri cuori e nelle nostre teste, nei cuori e nelle teste di tutti coloro che non si rassegnano alla barbarie. E infiamma l’esistente. Chi la sera del 20 luglio si è ribellato alla barbarie, nonostante le minacce, i candelotti lacrimogeni sparati dai tetti, ad altezza d’uomo (ancor una volta) e persino contro i Vigili del Fuoco, nonostante la caccia all’uomo, ha mandato a chiare lettere il messaggio che se loro ci uccidono noi mettiamo a ferro e fuoco la città, HA FATTO BENE. Ha protetto l’incolumità di tutte le masse popolari mettendo a repentaglio la propria. Piena e incondizionata solidarietà, complicità e supporto, dunque, ai compagni e le compagne fermate e ferite: sono un esempio per noi tutte e tutti. Così come sono un esempio luminoso i lavoratori dell’Interporto, in larga parte immigrati organizzati dal Si Cobas, che, contro l’assassinio di un loro compagno, hanno bloccato per ore il traffico di merci, creando file di chilometri intorno alla città. Ciò in barba ai decreti sicurezza, agli sciopericchi di due ore a fine turno e a chi dice che i lavoratori non sono più disposti a fare scioperi politici. Un fatto grande, passato sotto silenzio dalla propaganda di regime in un clima di generale diversione e intossicazione. Sono un esempio i giornalisti del Comitato di Redazione del Tg regionale dell’Emilia Romagna che con un comunicato pubblicato hanno denunciato la censura vigente nell’apparato mass mediatico di regime. Abbiamo un problema con la Questura di Bologna  Presso la Questura di Bologna è operativo il VII Reparto mobile, che dal G8 di Genova ai recenti fatti del Pilastro ha una un’onorevole storia di “gestione dell’ordine pubblico” al servizio della reazione. Il VII Reparto mobile, e la Questura di Bologna più in generale, sono storicamente uno dei principali concentramenti di forze del Sindacato Autonomo di Polizia (SAP), che in questi giorni abbiamo sentito minacciare il Sindaco e i manifestanti a ogni piè sospinto. Del SAP, in distacco sindacale fin dal primo giorno di servizio proprio da Bologna, è stato Segretario generale (2014-2018) Gianni Tonelli, uno che sull’impunità rispetto al razzismo di Stato e sulla violenza ha fatto carriera. Per capirci, proprio il giorno dopo la sua elezione a Segretario, la platea del Congresso del SAP tributò a chi ha assassinato Federico Aldrovandi una standing ovation di circa cinque minuti di applausi in “solidarietà”. Tonelli, oggi Presidente onorario del SAP, è poi diventato anche parlamentare (2018) e infine Responsabile del Dipartimento Sicurezza e Immigrazione della Lega. Sono gli anni in cui la Prefettura di Bologna è guidata da un certo Matteo Piantedosi, che proprio in questo ambiente trova il suo trampolino di lancio. Tonelli è grande alfiere dell’introduzione del Taser per le forze dell’ordine e anche delle telecamere sulla divisa (per forzare la mano, il SAP diede le Spy pen ai suoi iscritti a Bologna), col presupposto che ovviamente questi filmati sono a uso e consumo del taglia e cuci della Questura, come dimostrano i fatti di questi giorni. Ma, parlando di Questura di Bologna, difficile non citare un altro dirigente del SAP, ovvero Marino Occhipinti noto esponente della Banda della Uno bianca. Insomma, è abbastanza evidente che abbiamo un problema con la Questura di Bologna. E non da ieri. Ci domandiamo e domandiamo al Sindaco, ai giornalisti di inchiesta, alla società civile: tutto questo è “normale”?  In questa situazione il polo di destra delle Larghe intese (governo Meloni e Ministro Piantedosi) cerca di barcamenarsi usando la situazione per dare l’assalto alla diligenza del “fortino Bologna” da sempre appannaggio del polo di sinistra delle Larghe intese e oggi amministrato da Lepore. L’oggetto del contendere sono i miliardi che girano intorno al sistema delle cooperative, degli appalti pubblici, dell’indotto delle grande aziende, dei fondi statali per repressione, riarmo e guerra (l’unico vero “piano di ripresa e resilienza” che hanno in serbo per noi). Il teatrino Lepore – Piantedosi a favore di campagna elettorale è una contesa di affari sulla pelle delle masse popolari. Sono, cioè, uniti contro le masse popolari. Ma sono anche effettivamente divisi e in accanita concorrenza fra loro. È opportuno vedere l’unità tra i due poli, per non farsi illusioni di sorta, ma è altrettanto opportuno anche vedere la lotta fra loro, perché la nostra azione sia tesa metterli uno contro l’altro e non a compattarli. A tutti i compagni e le compagne attivi nelle organizzazioni che di fatto già compongono il variegato fronte anti-Larghe intese e che in questi giorni stanno discutendo sul che fare, sull’opportunità o meno degli scontri, diciamo che invece di tentare di fermare il vento con le mani dobbiamo spiegare le vele e ragionare di quale sbocco politico vogliamo dare al movimento cittadino e non solo. Senza un ragionamento su come costruiamo le condizioni per cacciare le Larghe intese da Palazzo d’Accursio e dal governo del Paese le nostre mobilitazioni, non importa quanto disciplinate, combattive o partecipate, finiranno a uso e consumo della lotta tra gli sciacalli che oggi si contendono il palazzo. Bologna e l’Emilia Romagna hanno una storia gloriosa di organizzazione popolare. Un solo esempio noto: nel quartiere Pilastro il Comitato Inquilini Villaggio Pilastro mettendo al centro il principio che è legittimo tutto quello che è negli interessi delle masse popolari, combinando occupazioni, scioperi al contrario, blocchi stradali, assemblee permanenti riuscirono a imporre all’amministrazione le misure necessarie al territorio. Se ora da molto vicino guardiamo molto lontano, all’esperienza del movimento popolare americano contro l’ICE, il risultato non cambia: vediamo combinare video-controllo popolare, reti di mutuo soccorso, pattugliamenti di brigate in difesa del quartiere, assistenza porta a porta e campagne nazionali di carattere politico. Le voci inascoltate che la politica non rappresenta più Sul nostro territorio sono attive decine di realtà: sindacati, la Rete di resistenza legale, la campagna Lince, i comitati ambientalisti che fanno quotidianamente fronte alla repressione, le associazioni degli immigrati. Una convergenza cittadina di queste realtà che, oltre a promuovere mobilitazioni, sedimenta organizzazione e coordinamento, esercita il controllo popolare, esige l’epurazione delle cricche fasciste che si annidano nelle istituzioni (fuori i nomi dei due poliziotti!), tutela gli attivisti e le attiviste, organizza casse di resistenza, elabora le misure che servono al territorio e per questa via impone all’Amministrazione di essere riconosciuta come autorità popolare è la strada (l’unica) che possiamo percorrere. Questo è il modo, concreto, di mobilitarci PRIMA che avvengano le tragedie. Questo è anche il modo, concreto, di costruire un’alternativa qui e ora. Anche per Fakir e per tutti i figli della Bologna operaia e popolare. Redazione Italia
July 26, 2026
Pressenza
La vicenda di Fakir ricorda che la salute mentale è (soprattutto) una questione di classe
«La retorica della remigrazione che sta invadendo il dibattito pubblico lo terrorizzava» di Samuele Maccolini, 23/07/2026 Dalle ultime informazioni rese pubbliche su Abderrahim Fakir emerge con chiarezza l’impatto delle politiche migratorie e della marginalità sociale sulla salute mentale. Chi ha chiamato la Polizia ha parlato di un uomo «in escandescenza» che stava urlando e prendendo a calci i portoni di un garage. Il presidente della Società italiana di medicina di emergenza-urgenza Alessandro Riccardi ha definito il comportamento di Fakir «delirio iperattivo», che è dovuto a «una predisposizione personale associata a stress emotivo». Un verbale del pronto soccorso suggerisce che l’uomo soffrisse di disagio psichico. Il 20 giugno Fakir era stato ricoverato al Pronto Soccorso dell’Ospedale Maggiore di Bologna perché si era fatto un taglio in un polso e aveva chiesto di parlare con uno psichiatra. Al momento non si sa se l’uomo abbia ricevuto una diagnosi. Ma le ricostruzioni hanno accertato che negli ultimi mesi la salute mentale di Fakir stava peggiorando. I motivi sono legati alla condizione di straniero senza permesso di soggiorno. L’uomo era in Italia da quando aveva 7 anni. Al momento della morte era in attesa di ricevere la riconferma del permesso di soggiorno. Aveva comunque i documenti in regola poiché disponeva di un permesso temporaneo. Ma la possibilità di essere espulso dal Paese in cui viveva da oltre trent’anni lo preoccupava. L’avvocata che stava seguendo la pratica, Barbara Spinelli, ha raccontato al Post che «la retorica della remigrazione che sta invadendo il dibattito pubblico lo terrorizzava». A giugno l’ufficio immigrazione della questura di Bologna gli aveva chiesto di presentarsi per chiarire la sua posizione. Nonostante fosse un passaggio ordinario nel processo per la richiesta di asilo, Fakir «era andato nel panico». Secondo Spinelli, «il sistema penale e il sistema dei permessi di soggiorno sono un mix esplosivo che impedisce a tante persone di uscire dalla marginalità». La morte di Fakir fa luce sulle disuguaglianze nella salute mentale: chi vive ai margini subisce maggiormente la pressione psicologica del sistema, ma proprio quelle persone hanno meno possibilità di essere seguite e curate. Una questione (soprattutto) di classe. Redazione Italia
July 26, 2026
Pressenza
Fakir e i minuti di nessuno
Di David Vagni, 21 luglio 2026, Per arrivare a un cadavere basta un protocollo che addestri a leggere il segnale sbagliato. Nei video girati al Pilastro il 19 luglio c’è chi vede un uomo a terra, prono, che urla inerme. C’è chi vede una persona fuori controllo e dei poliziotti che faticano a fermarlo prima che faccia danni. Fakir si dimena. Fakir urla. Fakir smette di urlare, poi smette di muoversi. Questa non è la storia di chi ha ragione, è la cronaca di tanti errori di sistema e come evitare che accadano in futuro. I fatti accertati sono pochi, il caso è recente, voglio evitare speculazioni. Alcuni residenti chiamano il 112 perché un uomo si comporta in modo agitato; la centrale segnala una crisi psichiatrica; arrivano una volante e un’ambulanza; gli agenti usano lo spray urticante, lo mettono a terra prono, il video mostra difficoltà nell’ammanettarlo (troppa difficoltà), rimane bloccato per qualche minuto, alla fine smette di lottare, gli legano polsi e caviglie. Quattro volontari della Croce Rossa sono sul posto e non intervengono durante la contenzione. Abderrahim Fakir muore lì, poco più di cinquanta minuti dopo la prima chiamata al 112. L’autopsia è stata disposta e affidata a un collegio di specialisti, non è ancora pubblica, e la causa della morte non è accertata: tutto quello che segue riguarda il meccanismo tipico di queste morti, non la certificazione di questa. In due giorni ho visto il caso tirato per la giacca in due direzioni opposte. Chi denuncia l’ennesimo morto nelle mani dello Stato confonde una morte a causa di uno Stato violento che recluta persone violente, con la morte per uno Stato ignavo che non forma adeguatamente chi lavora per esso. Chi difende gli agenti ha ragione che (probabilmente) non sono assassini, e chiamarli così ha prodotto una piazza da cui la famiglia Fakir ha dovuto dissociarsi, agenti e manifestanti feriti, nessun passo avanti verso la verità; ma dimentica che non è “normale” o “meritato” che un fermo finisca in quel modo. Il guaio è che stanno litigando su una domanda a cui la giurisprudenza ha già risposto, e la risposta non piace a nessuno, perché non permette di prendersela con qualcuno, ma obbliga a prendersela con qualcosa. Riccardo Magherini muore a Firenze nel 2014 tenuto prono per una ventina di minuti, anche dopo essere diventato non responsivo. Tre carabinieri vengono condannati in primo grado e in appello per omicidio colposo. Nel 2018 la Cassazione li assolve perché il fatto non costituisce reato: per prevedere quella morte avrebbero dovuto possedere un sapere scientifico che le loro competenze non comprendevano. Il 15 gennaio 2026 la Corte europea dei diritti dell’uomo condanna l’Italia per doppia violazione dell’articolo 2, e la sentenza è definitiva dall’11 maggio. Le linee guida in vigore, scrive Strasburgo, spiegavano come ammanettare a terra in posizione prona ma non contenevano istruzioni adeguate sui rischi di quella posizione, e mancava la formazione necessaria perché gli agenti sapessero quello che stavano facendo. Le due sentenze si incastrano perfettamente. La colpa non è degli agenti, la responsabilità è a monte, mancavano formazione e protocolli corretti da parte dello Stato. L’arresto cardiaco da contenzione prona Gli agenti non sono medici. La morte da contenzione prona non è qualcosa di aspettato secondo il senso comune, io stesso con anni di lotta alle spalle, mi sono dovuto documentare per capire “come si può morire in quel modo”. È un arresto cardiocircolatorio prodotto dalla combinazione di tre cose che si potenziano a vicenda. La prima è meccanica: a pancia in giù, con un peso sulla schiena e le braccia bloccate dietro, la gabbia toracica non si espande e il diaframma non ha spazio, e la ventilazione cala proprio mentre la richiesta di ossigeno è al massimo. La seconda è metabolica: una lotta a piena intensità produce acido lattico in quantità enormi, e la serie di casi raccolta da Hick e colleghi nel 1999 documenta pazienti arrivati in ospedale con un pH di 6,25, un valore che di norma si legge sui referti di chi non ce l’ha fatta. Per compensare quell’acidosi il corpo ha un solo strumento rapido, iperventilare, ed è esattamente lo strumento che la posizione gli toglie. La terza è la tempesta adrenergica: sotto sforzo estremo il cuore lavora in un bagno di catecolamine, in un miocardio già acidotico e magari già malato. Una rassegna di Steinberg del 2021 ha proposto di smettere di chiamarla asfissia posizionale e di chiamarla prone restraint cardiac arrest, arresto cardiaco da contenzione prona, perché il prono deprime insieme la ventilazione e la gittata cardiaca, e la questione è per quanto tempo l’organismo riesce a compensare, più che quanta aria entra. La riformulazione conta, perché lo studio più citato in senso opposto, quello di Chan e Vilke del 1997, misurava quindici volontari sani e tranquilli messi in posizione di contenzione, e trovava una restrizione respiratoria senza conseguenze cliniche. Aveva ragione sui suoi soggetti. Nessuno di loro aveva appena lottato in preda al panico per cinque minuti. Nella fase di recupero, poi, a sforzo finito, le catecolamine non scendono. Continuano a salire, e la noradrenalina arriva a dieci volte il valore basale: lo misurò Joel Dimsdale nel 1984, in uno studio che quel pericolo lo battezzò postexercise peril, il pericolo del dopo-sforzo. Il momento più pericoloso non è quello in cui l’uomo si dibatte con tutte le forze. È quello immediatamente successivo. È il momento in cui, visto da sopra, si è calmato. Questo è il falso positivo della calma. Ogni addestramento alla contenzione insegna a leggere la resistenza: finché il soggetto spinge, la presa si mantiene; quando smette, si è ottenuto il controllo. Nel momento in cui l’operatore registra che l’uomo si è finalmente calmato, l’arresto è già in corso o è appena avvenuto, e la finestra utile per rianimarlo non si misura più in minuti ma in secondi in cui a nessuno viene in mente di cercare un polso, perché la scena ha appena smesso di essere un’emergenza e finalmente si mettono le manette. C’è una ragione storica per cui questo segnale è stato letto male così a lungo, e ha un nome che le società mediche americane hanno passato gli ultimi anni a smontare. Excited delirium, delirio eccitato, è stato per trent’anni il costrutto che permetteva di trattare l’agitazione acuta come un problema di ordine pubblico con qualche complicazione sanitaria. L’American Medical Association lo ripudia nel 2021, l’American College of Emergency Physicians ritira il proprio documento del 2009 nell’ottobre 2023, la California lo vieta per legge come causa di morte. Al suo posto la Società italiana di medicina di emergenza-urgenza, che il 20 luglio ha scritto ai ministri Schillaci e Piantedosi chiedendo un tavolo tecnico, usa la formula “delirio iperattivo con agitazione severa” e la qualifica per quello che è: un’emergenza medica tempo-dipendente, con una mortalità che il presidente Alessandro Riccardi indica fino al 30% in assenza di trattamento adeguato. Un’emergenza tempo-dipendente si tratta come un infarto. Le alternative esistono e sono note. De-escalation verbale come prima linea, secondo il consenso Project BETA del 2012 che il Regno Unito ha recepito da anni. Contenzione ridotta al tempo strettamente necessario ad ammanettare, poi riposizionamento immediato supino o su un fianco, mai il prono mantenuto, mai il peso sul torace. Monitoraggio continuo del respiro. E soprattutto sedazione farmacologica precoce, perché è l’unica cosa che interrompe la spirale invece di comprimerla. La sedazione però non risolve da sola, e mal eseguita uccide a sua volta: a Elijah McClain, in Colorado, furono somministrati 500 milligrammi di ketamina, per un uomo di 65 chili una dose molto superiore al dovuto, senza monitoraggio adeguato. La differenza la fa chi la esegue, e con quale addestramento. Sulla scena di Bologna c’erano quattro sanitari, e il buco che si apre lì nessuno dei due cortei lo sta nominando. C’è chi insulta la Croce Rossa per non essere intervenuti, ma non sono intervenuti perché la dottrina di sicurezza della scena, che è sensata e serve a non far ammazzare gli infermieri, dice che i sanitari entrano quando la scena è sicura, e la scena diventa sicura quando il soggetto è immobilizzato. Cioè quando è già dentro la fase letale. In mezzo rimangono i minuti di nessuno: troppo pericolosi per la medicina, troppo clinici per la polizia. E anche a scena sicura non avrebbero potuto fare la cosa utile. Sapendo di una crisi psichiatrica, la centrale ha mandato un’ambulanza di base con quattro volontari: soccorritori formati e certificati, ma senza medico a bordo, e senza medico non si somministra nulla. Il presidente della Società italiana sistema 118, Mario Balzanelli, ha detto all’ANSA che con un medico sul posto Fakir «con grande probabilità si sarebbe potuto salvare», perché il medico avrebbe potuto sedarlo. La Procura ha aperto su questo una seconda linea di indagine, che non riguarda le sei persone iscritte ma il sistema a monte: perché a un uomo in crisi acuta si mandi un mezzo che, per come è equipaggiato, può solo guardare. I buchi da sanare sono quattro e nessuno di essi è nel video La circolare della Polizia di Stato che per la prima volta scrive nero su bianco che non va prolungata la posizione di decubito prono è dell’11 maggio 2026 ed è ancora in bozza, ferma dopo il termine per le osservazioni sindacali, con il rilievo del Silp-Cgil che quelle istruzioni non aiutano in alcun modo a riconoscere una crisi psichiatrica. Non esiste un protocollo nazionale del 118 sul paziente agitato, la materia è frammentata regione per regione. Non esiste una norma che dica chi comanda la scena quando polizia e sanità ci sono entrambe e chi decide quando il medico entra. E manca ancora un meccanismo indipendente di controllo, che è precisamente la seconda delle due violazioni contestate all’Italia da Strasburgo, quella procedurale. Sono quattro vuoti che cadono tutti nello stesso intervallo, i minuti di nessuno. Le sentenze le abbiamo già avute, e dicono che continuare a processare i singoli mentre le procedure restano quelle è il modo più efficace per garantire il prossimo morto. Il silenzio nel video non era obbedienza ottenuta. Era la fine. Continuiamo ad addestrare uomini a riconoscere la resistenza e a mandarli sordi davanti al silenzio. _________ Articoli correlati: Salute mentale e salute sociale: come peggiora la situazione in Italia https://www.pressenza.com/it/2026/05/salute-mentale-e-salute-sociale-come-peggiora-la-situazione-in-italia/ Morte di Fakir al Pilastro: la sicurezza è una rete, non una divisa > Morte di Fakir al Pilastro: la sicurezza è una rete, non una divisa Tag Fakir su Pressenza: https://www.pressenza.com/it/tag/abderrahim-fakir/ Tag salute mentale su Pressenza: https://www.pressenza.com/it/tag/salute-mentale/ Redazione Italia
July 25, 2026
Pressenza
Senza Basaglia il Far West
di Claudio Dionesalvi* Vagano per le strade gelide o roventi delle nostre città, sbattono la testa contro i muri e le saracinesche dei negozi, urlano, imprecano contro il nulla, lanciano …
Salute mentale e salute sociale: come peggiora la situazione in Italia
A 47 ANNI DALL’EMANAZIONE DELLA LEGGE BASAGLIA, QUALI SONO I RISCHI DI UN DIBATTITO TROPPO POLARIZZATO TRA DERIVA SECURITARIA E DISGREGAZIONE DEI SERVIZI TERRITORIALI PUBBLICI. Oggi, 13 maggio, ricorre il quarantasettesimo anniversario dell’entrata in vigore della legge Basaglia, “Accertamenti e trattamenti sanitari volontari e obbligatori”: un provvedimento che, nel 1978, rivoluzionò il modo con cui in Italia si affrontavano i problemi psichici e che creò le basi, all’interno del nascente Sistema sanitario nazionale, istituito il primo dicembre dello stesso anno, dei servizi pubblici territoriali per la salute mentale. UNA STERILE RICORRENZA? Al di là dell’anniversario, molti scienziati e operatori socio-sanitari che si occupano di disagio mentale sottolineano come questa data non debba rappresentare una sterile commemorazione ma offrire l’occasione per rimettere al centro del dibattito pubblico una riflessione matura e responsabile sullo stato di attuazione della riforma. Su questa agenzia, abbiamo avuto anche l’opportunità di avere come ospite Alberta Basaglia grazie a un’intervista che le ha fatto Antonella Musella lo scorso febbraio. (Pressenza – In dialogo con Alberta Basaglia) Dopo la legge ispirata da Basaglia contro le istituzioni manicomiali e per lo smantellamento dei protocolli e delle strutture sanitarie che segregavano e invisibilizzavano la sofferenza psichica, il nostro Paese oggi si trova con una riforma compiuta a metà e con tutte le conseguenze che ciò comporta. In un tale contesto, da un lato c’è chi mette l’accento sui rischi per la sicurezza sociale, determinati dalla mancanza di presa in carico dei casi più gravi; dall’altro, e giustamente, gli psichiatri, gli psicologi e le associazioni legate all’eredità basagliana denunciano il rischio di una deriva “securitaria”, in cui, strumentalizzando i casi di cronaca nera, come quello accaduto a Napoli il 5 marzo scorso, si vuole tornare a trattare il disagio mentale come problema di ordine pubblico. Tra questi, una voce autorevole è rappresentata da Giovanna Del Giudice, che ha pubblicato, nel 2025, un testo dal titolo “Basaglia oggi: un pensiero necessario”, descritto dall’autrice come “una riflessione collettiva e militante che affonda le radici nel presente. Perché tornare a Basaglia significa riconoscere che il suo pensiero non appartiene al passato: è uno strumento vivo di lettura della realtà, una bussola per orientarsi nelle contraddizioni del nostro tempo, una pratica attiva di trasformazione sociale.” La discussione è fondamentale — preme con urgenza la necessità di ristrutturare i servizi territoriali — ma non se condotta con queste posture polarizzate: lo è se riesce a mettere al centro l’idea, fortemente sostenuta da Basaglia, che salute mentale e salute sociale siano strettamente correlate. D’altro canto, tale assunto ha ispirato, in modo evidentemente e fortunatamente precoce, la definizione dell’articolo 32 della nostra Costituzione: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività.” È su questo piano che vanno individuati i bisogni collettivi e implementate le politiche pubbliche per la salute. UN DIBATTITO CHE VUOLE PORTARCI ALLO SCISMA Purtroppo, se la discussione fra i politici e gli operatori si muove su andamenti scismatici, le persone comuni vengono giocoforza influenzate dalla scadente qualità del confronto. In pratica, invece di essere messi in condizione di esprimere i nostri reali bisogni di cura e di rivendicare i nostri diritti sanitari, veniamo indotti a cadere nella trappola della normalizzazione e lo sguardo si sposta su un altro piano: definire cosa (e chi) è “normale” e cosa non lo è. Se noi stessi siamo “normali” oppure no. L’obiettivo sembra non essere la messa in campo di politiche pubbliche e pratiche sociali e sanitarie che favoriscano l’attivazione di comportamenti individuali funzionali alla convivenza civile, cioè curare le disregolazioni e prendere in carico le situazioni più estreme, ma la creazione di liste di proscrizione fra individui conformi e non conformi al sistema sociale attuale. E si sa: la conformità è la condizione per cui siamo chiamati a rispondere a una norma che, non necessariamente, è compatibile con i nostri bisogni; nelle dimensioni atomizzate in cui viviamo, è sempre più strumentale alle necessità di controllo sociale, di aumento della produzione economica, di estrazione di valore dall’individuo a vantaggio di pochi. Le nostre richieste di cura, in un tale contesto, sono più facilmente influenzabili dalla narrazione convenzionale. Solo per fare un esempio: ci occupiamo tanto della salute dei nostri denti. Sicuramente l’igiene orale e l’ortodonzia sono fondamentali per una buona masticazione e per la nostra salute in generale, ma forse c’è anche una ragione estetica dietro tanta attenzione: il desiderio di avere un bel sorriso da sfoggiare. Eppure, quel bel sorriso non è questione soltanto di denti e di labbra: il sorriso, più del riso, è segno di benessere emotivo ma spesso lo dimentichiamo. Perché ci comportiamo così? CONFORMARSI È MEGLIO CHE CURARSI Sarà che, mentre sull’igiene orale ci hanno martellato di pubblicità negli ultimi quarant’anni — per tutti i nati negli anni ’80 lo slogan di una famosa marca di dentifricio che usava il detto “prevenire è meglio che curare” è stato un mantra quotidiano — per la salute psichica è accaduto l’opposto? Anche a causa del modo distorto con cui si è portato avanti il dibattito sulla scuola basagliana e sugli strumenti per affrontare il disagio psichico e le malattie mentali, come prima si evidenziava, assistiamo a un riproporsi, sotto altre vesti, dello stigma sociale, che colpisce chi ammette, o mostra, di soffrire di questi disturbi. Quindi, le cose non sono peggiorate solo dal punto di vista materiale, con la disgregazione dei dipartimenti per la salute mentale a livello territoriale, ma anche dal punto di vista dell’inquadramento del concetto stesso di equilibrio psicologico. Se quello per cui Basaglia dovette combattere fu l’abbattimento dei muri, ideologici e materiali, fra società e disagio mentale, oggi il tema riguarda di più l’aspetto della performance, cioè la nostra necessità di sentirci lavoratori produttivi, persone inserite socialmente, genitori irreprensibili, figli che non deludono le aspettative di successo, e ci coinvolge tutte e tutti. Così finisce che, anche quando non si tratta di essere affetti da patologie gravi, non siamo in grado di cogliere né di esprimere correttamente i nostri bisogni di assistenza. Per semplificare estremamente, potremmo individuare due approcci che nascono entrambi dalla nostra necessità di mitigare questa pressione psicologica: un pensiero giudicante, che ritiene che se vai in terapia sei fragile — poiché, diciamocelo chiaramente, i veri duri le difficoltà della vita le superano da soli, no? —; una forma di autoreferenzialità, che latente alberga nelle persone più strutturate, secondo cui la consapevolezza è una garanzia che mette al riparo dal rischio di sviluppare un malessere psicologico. Un po’ come fa un vaccino contro un virus. Come il giudizio sulla fragilità, così anche la convinzione sulla propria capacità di autocontrollo è, però, un fattore di distrazione dalla questione nodale: nessuno si salva da solo e tutti abbiamo bisogno di aiuto. Sempre per semplificare, c’è anche un atteggiamento edonista della cura, che scaturisce anch’esso da un disagio male interpretato: è quello di chi usa la cura della propria salute mentale come strumento di affermazione sociale, secondo lo stile americano. C’è gente che è in terapia da decenni e se ne vanta e, inoltre, dinanzi ai propri comportamenti reiteratamente e chiaramente disfunzionali, risponde: eh, ma io vado in terapia. I percorsi che rientrano nell’ampia categoria del lavoro clinico sulla psiche diventano, così, uno status symbol. Non solo: a maggior ragione perché costano, essendo sempre più inaccessibili attraverso il sistema sanitario pubblico, assumono la funzione di oggetto, non più di pratica o percorso, e si rappresentano come un bene voluttuario, che dà soddisfazione a chi può “acquistarli”, indipendentemente dal risultato che portano alla risoluzione delle problematiche. SIAMO TUTTI UN PO’ “PICCHIATELLI” MA SOPRATTUTTO PIÙ POVERI Che c’entrano questi comportamenti individuali con il tema della salute collettiva? C’entrano eccome: in un quadro come quello superficialmente descritto, il disagio mentale convive quasi sempre con la povertà. Nell’80% dei casi queste condizioni di disagio mentale coincidono con situazioni di povertà materiale, relazionale e sociale (fonte Caritas). Se ci aggiungiamo che anche chi non si trova in una condizione di precarietà economica è comunque quotidianamente sottoposto alle pressioni psicologiche che abbiamo descritto, come possiamo partecipare da cittadini consapevoli alla formazione di scelte politiche che riguardano i servizi sanitari per la salute mentale e incidere su di esse affinché siano socialmente utili? Il tema sanitario è strettamente correlato con quello sociale, l’abbiamo già detto e va davvero affrontato con urgenza, ma la questione stringente è: rendere possibile l’accesso alle cure in modo diffuso a tutte e tutti, superando le discriminazioni legate al reddito e a ogni altra sperequazione. Senza la possibilità di fare manutenzione della salute mentale collettiva, nemmeno lo stigma può essere superato. Bisogna rifondare il patto sociale: attraverso percorsi di autocoscienza, i singoli possono riuscire a collocarsi correttamente nella società, percepirsi come parte della soluzione e cercare di ribaltare la narrazione dominante. I politici devono agire nell’interesse collettivo e non secondo le chiese e le ideologie. Gli opinionisti devono essere onesti intellettualmente. Chi si assume la responsabilità della propria cura non lo fa solo per sé: tutela anche il benessere di chi gli è intorno. Lo stesso dicasi per le famiglie e le comunità che fungono da caregiver: non lo fanno solo per i propri cari ma agiscono come agenzia di protezione sociale. In conclusione: è davvero il momento di smettere di considerare il disagio mentale come un problema di altri e i sofferenti psichici come scarti sociali. Ecco, ammettere che siamo tutti un po’ “picchiatelli” e partire da questo: creare, attraverso la cura collettiva, come intesa dal pensiero femminista, un tipo di anticorpo sociale. Non guardare più alla cura come a uno strumento per essere individui più conformi e produttivi, ma come pratica di sostegno alla lotta contro la compressione dei diritti fondamentali a cui stiamo assistendo nel nostro Paese, come il diritto al lavoro, alla casa, alla sanità pubblica gratuita. FONTI Salute Mentale – Oltre il mito: i limiti della riforma Basaglia tra diritti e sicurezza Repubblica – Salute mentale, circuito povertà-disagio psichico RaiPlay – Napoli, il video della donna aggredita sul bus Caritas – Il rapporto su povertà e salute mentale Pensiero Scientifico Editore – Basaglia oggi ResearchGate – Caring Democracy: Markets, Equality and Justice Nives Monda
May 13, 2026
Pressenza