Fakir e Mohamed: migrazione e disagio psichico, quando la doppia discriminazione uccide
Dalla mancanza di servizi alla risposta armata: così in Italia una crisi
psichica può trasformarsi in un rischio di morte, soprattutto per chi vive ai
margini. Due volte vittime: prima come migranti, poi come persone con disagio
psichico.
Le recenti vicende di Abderrahim Fakir, 43 anni, ucciso a Bologna durante un
intervento delle forze dell’ordine, e di Mohamed Amin Bessioud, 25 anni, morto a
Cosenza durante un controllo dei carabinieri, pongono una domanda urgente e
scomoda: quanto vale la vita di chi si trova tra marginalità sociale e
sofferenza mentale?
Questi due giovani condividono un destino che non può essere liquidato come
fatalità o semplice “errore”. Entrambi erano migranti. Entrambi vivevano una
condizione di sofferenza psichica nota e segnalata. Entrambi sono deceduti nel
contesto di interventi delle forze dell’ordine, seppure in circostanze
differenti e attualmente oggetto di accertamento. A Bologna la Procura ha aperto
un’inchiesta per chiarire le responsabilità e il nesso tra le modalità di
contenimento adottate. A Cosenza è stato aperto un fascicolo per ricostruire la
dinamica dei fatti e verificare eventuali responsabilità nella gestione
dell’intervento.
Queste vicende sollevano una questione più profonda: cosa accade quando una
condizione di vulnerabilità viene letta prima come una minaccia e non come una
richiesta di aiuto? Questa è la doppia discriminazione: essere percepiti come
pericolosi per la propria fragilità.
Queste morti vanno comprese anche alla luce dell’attuale crisi del sistema della
salute mentale in Italia. Negli anni, il progressivo indebolimento dei servizi
territoriali, le carenze strutturali e i tagli hanno lasciato sempre più sole le
persone fragili e le loro famiglie. Un sistema che dovrebbe prevenire,
accompagnare e prendersi cura rischia così di intervenire soltanto
nell’emergenza, quando la sofferenza è già diventata crisi e le possibilità di
una risposta basata sulla cura sono ridotte.
I “minuti di nessuno”, come vengono definiti da David Vagni, sono quei momenti
in cui il sistema fallisce completamente: quando non arriva un operatore
formato, quando manca un mediatore, quando l’unica risposta è l’intervento
coercitivo o l’intimidazione. Sono i minuti in cui una crisi psichica viene
interpretata come minaccia, e non come richiesta di aiuto. I minuti che fanno la
differenza tra la vita e la morte.
Eppure, la sicurezza non può essere ridotta a controllo: la vera sicurezza nasce
dalla presenza di servizi, relazioni, comunità. Non dalla militarizzazione dei
territori.
La vicenda di Fakir ci ricorda che la salute mentale non è solo una questione
sanitaria, ma profondamente sociale. Essere poveri, migranti, soli, senza una
rete di supporto, significa avere molte più probabilità di non ricevere cure
adeguate, di essere lasciati indietro, di essere percepiti come un problema
anziché come una persona con dignità e diritti.
Nel frattempo, le famiglie delle persone con disabilità, delle persone che
vivono condizioni di sofferenza psichica o che attraversano momenti di crisi
legati a stress o altre difficoltà, continuano spesso a essere lasciate sole.
Genitori, fratelli e caregiver si trovano a gestire situazioni complesse senza
un supporto adeguato, senza continuità assistenziale e senza risposte
tempestive. Questo isolamento aumenta il rischio che le crisi vengano affrontate
solo quando sono già esplose, con conseguenze drammatiche per le persone
coinvolte e per chi sta loro accanto.
Accanto al tema della salute mentale esiste un’altra dimensione spesso ignorata:
quella della comunità neurodivergente. Persone verbali e non verbali, con o
senza autismo, con e senza stereotipie evidenti, convivono quotidianamente con
incomprensione, discriminazione e abilismo. Una crisi, un sovraccarico
sensoriale, uno “shutdown” possono essere facilmente scambiati per comportamenti
oppositivi o pericolosi. Le famiglie e gli educatori lo sanno bene, in queste
crisi le persone non agiscono intenzionalmente e possono trovarsi in situazioni
di rischio per sé e per gli altri. Ma cosa accade quando questi episodi si
verificano in contesti pubblici, magari durante una manifestazione pacifica e in
presenza delle forze dell’ordine?
È accettabile vivere con il timore che una crisi possa essere interpretata come
una minaccia e che un intervento di contenimento possa trasformarsi in una
tragedia? È giusto che una persona disabile o neurodivergente, o la sua
famiglia, debba temere per la propria incolumità in situazioni che dovrebbero
essere protette e sicure?
Le morti di Fakir e Mohamed non sono casi isolati, ma la punta di un iceberg.
Sono il sintomo di un sistema che non riconosce la complessità, la fragilità, la
diversità e che non investe nella cura, che risponde con la forza dove
servirebbero competenze, formazione, ascolto e relazione.
Serve un cambio di paradigma: formazione specifica per le forze dell’ordine
nella gestione delle crisi psichiche, servizi territoriali di salute mentale
realmente accessibili e una rete integrata tra operatori sociali, sanitari e
mediatori culturali.
Serve soprattutto riconoscere pienamente la dignità e i diritti delle persone
che vivono condizioni di sofferenza psichica, delle persone neurodivergenti e
delle persone con disabilità, insieme alle loro famiglie. Perché nessuno
dovrebbe morire per una crisi. E nessuno dovrebbe essere punito per la propria
vulnerabilità.
Oltre lo stigma: vigilanza civile e alleanze di cura
Le implicazioni economiche e politiche di questa gestione emergenziale sono
ormai evidenti. La militarizzazione di interi quartieri e una crescente deriva
repressiva, alimentata anche dal dibattito pubblico su “sicurezza” e da nuovi
dispositivi normativi come il DDL sicurezza e il cosiddetto “DDL
anti-semitismo”, contribuiscono a spostare l’attenzione dalla cura al controllo.
Il progressivo sottofinanziamento del Sistema Sanitario Nazionale e, in
particolare, dei Dipartimenti di Salute Mentale ha ridotto l’assistenza
territoriale, spesso limitandola a interventi frammentari o farmacologici,
incapaci di garantire presa in carico continuativa, diagnosi tempestive e
prevenzione. In questo vuoto, diventa più immediato – ma profondamente sbagliato
– delegare la gestione delle crisi alle forze dell’ordine, invece di investire
in équipe multidisciplinari di prossimità, formate per intervenire senza
ricorrere alla coercizione. Le conseguenze ricadono su famiglie e comunità,
lasciate sole e costrette a convivere con il timore che una crisi possa
trasformarsi in tragedia.
Non possiamo accettare che la risposta alla sofferenza psichica resti confinata
alla repressione. L’eredità di Franco Basaglia ci ricorda che la cura passa dal
riconoscimento della piena dignità della persona. In questa direzione si muovono
oggi reti e realtà dal basso, che lavorano per contrastare stigma e isolamento,
promuovendo pratiche di mutuo aiuto e solidarietà. Parallelamente, il contributo
della divulgazione scientifica e culturale – portato avanti da attivisti,
studiosi e associazioni della comunità neurodivergente – sta ridefinendo il modo
in cui comprendiamo crisi, differenze e vulnerabilità (in fondo all’articolo si
trova un elenco di riferimenti).
Questi percorsi mettono in luce una verità spesso ignorata: le barriere non sono
solo architettoniche, ma anche invisibili, sociali e culturali. L’abilismo e
l’analfabetismo emotivo istituzionale producono una violenza strutturale che
colpisce chi è già marginalizzato, trasformando la fragilità in colpa e la
diversità in rischio di morte.
Per questo è necessaria una vigilanza civile costante. Occorre chiedere con
forza l’abbandono delle pratiche di contenimento fisico potenzialmente letali,
un investimento concreto nei servizi territoriali di salute mentale e l’accesso
equo e tempestivo alle diagnosi anche in età adulta. È altrettanto urgente
garantire, nelle situazioni di crisi, la presenza di personale sanitario
qualificato, affinché la prima risposta sia la cura – inclusa, se necessaria, la
sedazione in contesto medico – e non la forza.
Finché una crisi psichica continuerà a essere interpretata come una minaccia
all’ordine pubblico, tragedie come quelle di Abderrahim Fakir e Mohamed Amin
Bessioud resteranno possibili. Spetta alla collettività pretendere un
cambiamento. Alle istituzioni ascoltare il malcontento sociale ed essere
lungimiranti: sostituire la cultura del controllo con il diritto alla cura, la
repressione con l’ascolto, la paura con una responsabilità condivisa.
Reti di riferimento su salute mentale, neurodivergenze, advocacy e costruzione
di comunità contro stigma e abilismo:
* Brigata Basaglia – realtà autogestita che sviluppa pratiche di salute mentale
comunitaria, mutuo aiuto e contrasto allo stigma. Offre servizi gratuiti di
supporto psicologico, ascolto telefonico e orientamento sociale.
* Fabrizio Acanfora – scrittore e divulgatore sui temi della neurodivergenza e
dell’autismo, impegnato nella diffusione della cultura della neurodiversità e
nella critica dell’abilismo.
* Neuropeculiar APS – associazione impegnata nella promozione della cultura
della neurodiversità e organizzatrice di AUTcamp, la non conferenza dedicata
ad autismo, disabilità, differenze e diritti.
* Bradipi in Antartide – progetto di divulgazione sull’autismo e sulla
neurodiversità, con particolare attenzione alle esperienze vissute, alla
sensorialità, alla comunicazione e al superamento degli stereotipi.
* Cose molto ADHD – progetto di divulgazione e advocacy dedicato all’ADHD, nato
per raccontare la neurodivergenza attraverso esperienze, informazione e
consapevolezza.
Articoli correlati
TAG FAKIR
https://www.pressenza.com/it/tag/abderrahim-fakir/
TAG SALUTE MENTALE
https://www.pressenza.com/it/tag/salute-mentale/
> La Crocerossina: relazioni, empatia e rischio
Valentina Fabbri Valenzuela