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”Se devo morire” e ”L’aquilone”, due poesie necessarie di Refaat Alareer e Giovanni Pascoli
Se devo morire, tu devi vivere per raccontare la mia storia, per vendere le mie cose, per comprare un pezzo di stoffa e dello spago, per farne un aquilone (fallo bianco con una coda lunga) cosicché un bambino, da qualche parte a Gaza, guardando il cielo negli occhi aspettando suo padre che se ne andò in fiamme —senza dire addio a nessuno nemmeno alla sua stessa carne nemmeno a se stesso — veda l'aquilone, il mio aquilone che tu hai fatto, volare in alto sopra e pensi per un momento che ci sia un angelo lì a riportare amore. Se devo morire, fa che porti speranza, fa che si racconti una storia. (Refaat Alareer, Se devo morire, 2023) Potrebbe avvenire, anzi è certo, che le poesie possano rispondersi se in loro permane e agisce un mythos arcano e il logos, il loro dire, il loro canto insegue per abbracciarlo quel  senso originario, inquieto e perenne. Poesie anche lontane che si richiamano come echi dell’anima del mondo. L’aquilone incarna l’infanzia e insieme l’ inganno e la morte che l’ infanzia non dovrebbe conoscere. Così ci si augura che un legame permanga comunque ma sottile come una pace incerta, come un amore che attende invano. "C'è qualcosa di nuovo oggi nel sole, anzi d'antico: io vivo altrove, e sento che sono intorno nate le viole" Così Giovanni Pascoli ne L’ aquilone (1897) coglie la persistenza altalenante del logos, del suo eterno ritorno. E dopo: Si respira una dolce aria che scioglie le dure zolle, e visita le chiese di campagna...un'aria d'altro luogo e d'altro mese e d'altra vita: un'aria celestina che regga molte bianche ali sospese...sì, gli aquiloni! E' questa una mattina che non c'è scuola. Siamo usciti a schiera tra le siepi di rovo e d'albaspina La storia, il divenire si sospende, l’aquilone ha bisogno di un sogno speciale. Più avanti Pascoli chiama in causa l’aereo-terreno simbolo vivente: Or siamo fermi: abbiamo in faccia Urbino/ventoso: ognuno manda da una balza/la sua cometa per il ciel turchino. Ed ecco ondeggia, pencola, urta, sbalza, risale, prende il vento; ecco pian piano tra un lungo dei fanciulli urlo s'inalza. S'inalza; e ruba il filo dalla mano, come un fiore che fugga su lo stelo esile, e vada a rifiorir lontano./S'inalza; e i piedi trepidi e l'anelo petto del bimbo e l'avida pupilla e il viso e il cuore, porta tutto in cielo Nella poesia di Pascoli è un ragazzino a morire, a stringere al petto il gioco preferito, nei versi di Alareer è un padre che sa di venire ucciso e considera l’ aquilone, lasciato al figlio, come il pegno di una storia, un corpo di parole che deve restare. La morte comunque è perdita dell’infanzia, della pace, della tenerezza dovuta e attesa. Un padre che muore ucciso da un  nemico feroce, una madre che accarezza la sua creatura.  I genitori aprono destini ma…il mondo ha conosciuto e conoscerà la crudeltà, la fine dell’innocenza. Il padre poeta vuole un vento di dolci suoni che perduri e sorvoli, continuando l’incantesimo dell’infanzia, nonostante il male. Quella perdita di innocenza che ha cantato anche Khaled Hosseini ne Il cacciatore di aquiloni (2003), unendola alla violenza personale e della guerra, alla morte per odio. Andare nel cielo, lasciando un filo tenue verso il suolo, questo il compito dell’ aquilone, della macchina spirituale che spiega la levità della terra. Più su, più su: già come un punto brilla lassù, lassù... Ma ecco una ventata di sbieco, ecco uno strillo alto... – Chi strilla? /Sono le voci della camerata mia: le conosco tutte all'improvviso, una dolce, una acuta, una velata.../ A uno a uno tutti vi ravviso, o miei compagni! E te, sì, che abbandoni su l'omero il pallor muto del viso./Sì: dissi sopra te l'orazioni, e piansi: eppur, felice te che al vento non vedesti cader che gli aquiloni! Pascoli, in chiusura, renderà quasi ideale quella morte prematura, fedele alla sua visione dell’eterno fanciullino, dell’ anima che smarrisce il suo candore. Alareer e Hosseini conoscono da vicino altri orrori, quelli della modernità più recente, frutto di intolleranze etniche e religiose, di quel terrore procurato dai terroristi ma anche, e ancora di più, da certi governi malsani. Difficile sperare, ma sperare è una vera sfida, è il canto dell’orgoglio umano, di chi sa che chi comanda sta sbagliando tutto per sete di dominio. Tuttavia, nonostante ciò, l’angelo-aquilone abita il Cielo e tiene un filo rivolto a terra, quel sottile tratto di penna, quella preghiera, quell’ urlo di pace, quel grido d’amore che sovrasta ogni sparo, che rende ancora più ingiusto, inumano quel tipo di morte. Ma che in ogni caso sopravviverà all’odio, come il biblico vento sottile. The post ”Se devo morire” e ”L’aquilone”, due poesie necessarie di Refaat Alareer e Giovanni Pascoli appeared first on L'INDIPENDENTE.
August 1, 2026
L'INDIPENDENTE
Sosteniamo il Nazra festival. Non spegniamo lo sguardo sulla Palestina
Se io dovessi morire tu devi vivere per raccontare la mia storia per vendere tutte le mie cose comprare un po’ di stoffa e qualche filo, per farne un aquilone (magari bianco con una lunga coda) in modo che un bambino, da qualche parte a Gaza fissando negli occhi il cielo nell’attesa che suo padre morto all’improvviso, senza dire addio a nessuno né al suo corpo né a se stesso veda l’aquilone, il mio aquilone che hai fatto tu, volare là in alto e pensi per un attimo che ci sia un angelo lì a riportare amore. Se dovessi morire che porti allora una speranza che la mia fine sia una storia! (If I must die di Refaat Alareer) L’autore di questa poesia, ormai nota in tutto il mondo, è un poeta e scrittore gazawi, ucciso – un mese dopo averla scritta – da un raid israeliano, nel dicembre 2023. Refaat Alareer credeva nel valore del racconto ed era stato cofondatore del progetto We Are Not Numbers, nato per raccontare storie di quotidianità con la collaborazione di autori affermati e giovani scrittori di Gaza. La conclusione di questa poesia, composta in lingua inglese, è insieme un lascito e un messaggio di speranza: If I must die /let it bring hope/let it be a tale. Il suo ultimo verso, “let it be a tale”, è stato scelto come titolo per la campagna di crowdfunding del Nazra Short Film Festival, la rassegna indipendente e itinerante che, dal 2017, porta la Palestina in Italia attraverso la proiezione di brevi ed intensi cortometraggi. “Nazra” in arabo vuol dire sguardo. “E noi guardiamo, e raccontiamo una terra sotto occupazione da 77 anni, una popolazione che resiste, esiste, crea. Lo facciamo scegliendo il linguaggio del cortometraggio, attraverso le storie che arrivano dai campi profughi, dalla diaspora, dai territori assediati”. Il sostegno economico permetterà al festival di restare “uno spazio libero, indipendente, accessibile”, e uno strumento di resistenza. Per realizzare il festival, portarlo in decine di città, tradurre i corti, accogliere registi e ospiti, sostenere la logistica, le proiezioni, i dibattiti e i materiali, servono delle risorse, e noi possiamo portare il nostro contributo. Si può anche organizzare una proiezione scrivendo a info@nazrafilmfestival.com, “reincantiamo il nostro mondo con nuovi immaginari possibili”. E’ nata anche una collaborazione tra Nazra e Samarkandè, un’iniziativa culturale attiva a Betlemme per la tutela e la trasmissione del Tatreez, il tradizionale ricamo palestinese, inserito dall’UNESCO nel patrimonio culturale immateriale dell’umanità. La collaborazione è iniziata dopo la visita in Italia, nel novembre 2025, dell’artista e ricamatrice Samar Abdrabbou. Il suo frutto è un’edizione limitata di 25 bandane tatreez, in fibre naturali, ricamate a mano in Palestina da Samar e da un collettivo di donne artigiane, prodotte per questa raccolta fondi che durerà fino al 6 luglio. E’ anche un modo per fare conoscere e sopravvivere un patrimonio culturale unico che rischia di essere cancellato. Per saperne di più https://www.produzionidalbasso.com/project/let-it-be-a-tale-nazra-2026-1/ Redazione Sicilia
June 22, 2026
Pressenza
Khatun Salma: il corpo e il libro strappato
Uno scritto di Tahar Lamri sull’assassinio della poetessa libanese. Tra le macerie di Tallet al-Khayat, a Beirut, l’8 aprile 2026, è stato ritrovato il corpo della poetessa libanese Khatun Salma, insieme a quello del marito Muhammad Karasht. Non lontano da loro, una copia sfregiata di Ventiquattro ore nella vita di una donna di Stefan Zweig. Qualcuno ha visto. Qualcuno ha