Brescia, Caso Lepore: quanto è difficile riconoscere l’inquinamento di guerra?
Il 23 giugno 2026 presso il Tribunale di Brescia (sezione civile) si è tenuta
l’ennesima udienza sulla morte del Maresciallo dell’Aeronautica Militare
Giovanni Luca Lepore, avvenuta nel 2005 per glioblastoma frontale e che deve far
fronte alla richiesta risarcitoria della famiglia. Nell’udienza di oggi la
giudice Laura Frata ha ascoltato le contestazioni che il legale e i periti
tecnici della famiglia Lepore hanno portato alla valutazione della CTU in merito
alle radio-esposizioni a cui il M.llo Lepore è stato sottoposto durante il
servizio militare presso la caserma di Villafranca e il Poligono Interforze
Sperimentale di Salto di Quirra (PISQ).
L’esito della perizia della CTU nominata dal tribunale ha dell’incredibile:
tirando alcune conclusioni si evince che (paradossalmente) nel PISQ la radio
esposizione è addirittura inferiore al fondo naturale. Ma questa conclusione ha
un senso: il Ministero della Difesa ha sempre omesso e omette tutt’ora di
fornire documenti di valutazione del rischio ambientale sul poligono e fornisce
(quando lo fa) dati in esame del tutto insufficienti e fuorvianti. Tutto ciò
negando persino l’evidenza che in passato il Ministero ha affermato: lo stesso
Ministero della Difesa ha riconosciuto la causa di servizio al Maresciallo,
ammettendo esplicitamente in sede stragiudiziale il nesso causale tra la morte
del Maresciallo e il lavoro di operatore missilistico che svolgeva.
Tutto è rimandato al 3 dicembre 2026, data di scadenza per presentare le memorie
conclusive delle parti, successivamente ci sarà la sentenza. La vicenda della
morte del M.llo Giovanni Luca Lepore non è un caso isolato: oltre 10000 sono i
malati oncologici tra i militari in servizio e in congedo collegati alle
contaminazioni da metalli pesanti, in particolare uranio impoverito, e altre
centinaia sono gli esposti ad amianto e altri inquinanti presenti negli
armamenti, nelle caserme, nei poligoni, nelle strumentazioni in uso ai militari.
Per il Ministero negare giustizia è la via per non riconoscere ufficialmente che
muoiono e si ammalano più militari per attività (almeno ufficialmente) non di
guerra (“missioni di pace”, addestramento, ecc.) che in eventuali combattimenti
e cosiddette attività operative.
La sicurezza dei lavoratori militari è ambito di lotta per affermare i diritti
democratici dei militari stessi, ma anche di tutti quei civili che vivono e
lavorano nelle zone interessate dalle attività militari italiane e NATO,
soggette a esposizioni quasi mai dichiarate dal Ministero della Difesa che si fa
forte del segreto militare e della propria struttura gerarchica per difendere
l’intera catena di comando dalle proprie responsabilità. Chiediamo quindi verità
e giustizia per tutte le vittime, militari e civili, dell’inquinamento bellico
causato dalle attività militari. Basta con l’impunità, la cappa di omertà e
silenzio, che coprono malati, invalidi e morti per colpa della negligenza del
Ministero della Difesa nella tutela della salute pubblica e del lavoratore
militare.
Redazione Sebino Franciacorta