Tag - centro studi sereno regis

R-Esistenze e pratiche per la difesa dell’ambiente
La penultima sessione dell’Eirenefest è stata dedicata all’ambiente, ospitata giovedì 8 ottobre nella Sala Poli del Centro Studi Sereno Regis. R-esistenze e pratiche per la difesa dell’ambiente, questo il titolo dell’evento dedicato ad un argomento che sta diventando sempre più attuale. Inserire le guerre in un sistema-mondo, non circoscritto al campo di battaglia per quanto ampio possa essere, e in una scala temporale che non finisce con un trattato di pace, rende più chiaro ed evidente quanto sia veramente necessario evitare i conflitti armati. L’evento è stato dedicato ad Elena Camino, già “docente di Fondamenti di Sostenibilità a Scienze Naturali nell’Università di Torino. Ha intrecciato il lavoro universitario con la collaborazione (ormai trentennale) con una Associazione gandhiana indiana, l’ASSEFA, e con il Centro Studi Sereno Regis, impegnati a connettere i temi dell’ambiente e della sostenibilità in una prospettiva nonviolenta” per presentarla con le parole usate dal Sereno Regis sul loro sito. La docente, venuta recentemente a mancare, aveva però fatto in tempo a iniziare a organizzare lo stesso incontro che le è stato poi dedicato. Non una semplice dedica: quelli raccontati in quella sala sono stati ricordi vivi, ringraziamenti sentiti, riconoscenza per un’eredità spirituale che ha dato i suoi frutti.  Riconoscenza è senza dubbio quella provata da Alba L’Astorina, Alessandra Pugnetti e Laura Colucci Gray, le tre ricercatrici che hanno presentato il testo Natura e ricerca: pratiche, narrazioni e visioni, secondo volume della Collana Scienziatinaffanno? (CNR Edizioni). La presentazione è stata arricchita da racconti di vicende che hanno dato alla professoressa il ruolo di madre spirituale, una guida stimolante e propositiva, non solo in antefatti più lontani ma anche più evidenti per noi lettori visto che la stessa Camino è co-responsabile con Laura Colucci-Gray del capitolo Conversare in cammino: metodologie di ricerca in equilibrio tra stabilità e volo. Il volume riporta “diciassette tappe nel corso delle quali mari, laghi, montagne, foreste, caldere vulcaniche, cave d’argilla, campi agricoli e parchi cittadini diventano luoghi privilegiati da cui riflettere sulla complessità delle crisi ecologiche, sui loro intrecci con quelle sociali, culturali, etiche, economiche, politiche e sulla necessità di affrontarle generando forme di conoscenza aperte ad altri saperi e ispirate a valori di giustizia ambientale e sociale per tutti i viventi”. Sono conversazioni con ricercatori e ricercatrici che nel loro lavoro incontrano o hanno incontrato nodi e connessioni a partire da domande quali: “cosa studia la ricerca ecologica?”, “come viene declinato il vivente non umano nelle ricerche?” Il volume racconta le esperienze di stutiosi e studiose attivi in vari campi e che operano a partire da soggettive esperienze umane e professionali. Queste esperienze sono fondamentali. La Scienza, sostantivo femminile, è sempre stata declinata in bianco maschio ed eterosessuale. Allo scienziato, isolato nel suo laboratorio, sono state chieste risposte verificabili e sicure. La ricerca è però portata avanti da persone a partire dal presupposto che tutti noi siamo centri di relazione e possessori di storie individuali diverse, anche lo scienziato. Questo è un cambio di paradigma quasi epocale, nuovo ma liberante. Liberante per lo scienziato che sceso dal suo piedistallo può proseguire le proprie ricerche libero dall’obbligo di risposte e aperto alla collaborazione con altre discipline in precedenza private di autorevolezza. Questo è il riferimento all’affanno citato nel titolo della Collana Scienziatinaffanno. Titolo che prende spunto da un volume pubblicato nel 2018 Scienziati in Affanno? Ricerca e Innovazione Responsabili (RRI) in teoria e nelle pratiche anche se la Collana vera e propria nacque nel 2022 con il primo volume Scienza, politica e società: l’approccio post-normale in teoria e nelle pratiche. Un cambiamento a cui Elena Camino ha partecipato e collaborato. Più mirato alla questione guerra e natura è stato l’intervento di Giovanni Pagliero e Andrea Griseri rispettivamente segretario e membro del consiglio direttivo di Pro Natura Piemonte. L’intervento di Andrea Griseri ha avuto come traccia l’articolo intitolato La guerra è bella(?) ma inquina in Il mondo sull’orlo del baratro numero monografico di Natura e società del febbraio 2026 Perché questo titolo a prima lettura così ambiguo? Perché l’autore ha voluto parafrasare un libro scritto nel 1929 da due reduci della prima guerra mondiale: Novelli, geniale illustratore e Monelli che riuscirono in quel volume a raccontare con ironia le vicende belliche vissute. I dati riportati, alcuni dei quali presi dal sito del Ceobs, Confilct and Environment Observatory, forniscono un quadro desolante. Un esempio? Sono 280mila gli ettari di foresta perduti in Ucraina ogni anno di guerra, senza parlare di Gaza dove sono stati distrutti i sistemi di depurazione dell’acqua le macerie sono inimmaginabili, dell’Iraq, dove colpirono sistemi idrici e di depurazione acque e sempre di Iraq e Kuwait dove vennero incendiati i pozzi petroliferi causando un inquinamento dell’aria pesantissimo e non circoscritto visto che l’aria è velocissima a diffondere i veleni anche in luoghi lontani dal punto di emissione. Guerra che non fa danni solo nel momento attivo, durante le operazioni belliche ma anche in modo indiretto. Su 5 vittime solo una dipende dalle guerra attiva le altre derivano da un effetto indiretto. In altri termini negli eventi bellici dall’11 settembre in poi ci sono stati 930mila morti diretti ma sono 3milioni quelli indiretti. Cosa causa queste morti posteriori? Proprio l’inquinamento causato dalle operazioni militari: innanzitutto l’anidride carbonica: “Un rapporto di Emergency stima che tra il 2001 e il 2017 le operazioni militari coordinate dal solo Dipartimento di Stato americano siano responsabili dell’emissione di 1,2 miliardi di tonnellate di CO2 (paragonabile alle emissioni annue di 257 milioni di automezzi). Si calcola che in Ucraina nei primi 7 mesi di conflitto le emissioni ammontassero già ad almeno 100 milioni di tonnellate di CO2.” Tra gli inquinanti dei terreni toviamo poi metalli pesanti, idrocarburi, solventi organici, fenoli sintetici, cianuro, arsenico e l’uranio impoverito “uno scarto della raffinazione dell’uranio (base del fuel per le centrali nucleari) e viene utilizzato per rendere le corazzature dei carri armati particolarmente resistenti e costruire munizioni anticarro. I proiettili all’uranio impoverito sono chiamate API, Armor Piercing Incendiary, (munizioni perforanti incendiarie), proprio per la loro elevata proprietà penetrante. Hanno effetti radioattivi e una lunga persistenza ambientale”. I virgolettati sono citazioni dell’articolo già citato. Citiamo ancora il napalm in Vietnam e le armi al fluoro. Uno studio del Segretariato della Dichiarazione di Ginevra stima che solo l’1,5% dei suoli agricoli della Striscia di Gaza resti coltivabile, 232 ettari contro i quindicimila di prima della guerra. Anche la bonifica inquina: smaltire le tonnellate di macerie da Gaza creerà un aggravio importante pur inevitabile. Oltre tutto questo un’altra questione rende tutto ancor più preoccupante. A distanza di 80 anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale sul nostro territorio ritroviamo ancora vecchi ordigni bellici. Per la bonifica e rimozione di questi residuati ancora oggi operano per Il Ministero per la Difesa alcune divisioni che si stima eseguano circa 2500 interventi ogni anno. Ordigni che hanno continuato a sversare i loro veleni nei terreni, poi nelle falde acquifere avvelenando tutta la catena alimentare. I terreni hanno memoria e Verdun ne è un esempio. In una delle più cruente battaglie della Prima Guerra Mondiale tra tedeschi e francesi, oltre all’impiego massiccio di cannoni e artiglieria varia, vennero usati lanciafiamme e fosgene. Al quasi milione di morti tra entrambi gli eserciti, va aggiunta la distruzione di una grandissima zona resa inabitabile dove, per esempio, il livello di arsenico è di 35 mila volte maggiore rispetto alla media dei terreni europei. Insomma, il quadro è preoccupante e porre rimedio non così semplice. Al proposito l’incontro si è concluso con la proiezione del video LLIURES DE CONTAMINACIO’ – Sfide ambientali in Siria a cura di Un Ponte Per, il racconto dell’organizzazione della raccolta rifiuti in una cittadina della Siria del nord. Sara Panarella
October 13, 2026
Pressenza
Ciao, Elena
Elena Camino ci ha lasciati ieri, dopo una malattia che, nella sua grande riservatezza, non aveva comunicato che a pochi amici. La notizia è stata perciò una tristissima sorpresa per molti. Anche perché lei è stata presente e attiva fino all’ultimo. Solo poco tempo fa, il 22 aprile era ancora intervenuta ad Ivrea a un incontro su “Pianeta, ambiente e pace. Uno sguardo femminile”, un titolo che sintetizza i temi del suo costante impegno per una nonviolenza estesa a tutti gli esseri e alla Terra come sistema vivente che ci accoglie e ci sostiene. Ci mancheranno la sua presenza e la sua amicizia,  ci mancheranno i suoi articoli e i suoi contributi culturali, i suoi stimoli e il suo lavoro costante verso tutti noi, soci e socie, collaboratori e collaboratrici del Centro. Sappiamo, però, che Elena continua ad essere con noi, nella compresenza, insieme a Nanni e a tutti gli altri amici e soci che in questi anni ci hanno lasciati. La saluteremo ancora,  con affetto e riconoscenza,  domani, alle 15,30 al cimitero monumentale e la ricorderemo in un appuntamento a lei dedicato nei prossimi mesi. Potrebbe essere in occasione della presentazione dell’antologia degli scritti di Nanni, per la quale lei aveva scritto una commovente post-fazione, che è anche un po’ il suo ultimo saluto a tutti noi. Il Centro Studi Sereno Regis   Centro Sereno Regis
May 28, 2026
Pressenza
Contro il DDL Romeo un incontro al Sereno Regis
BDS Torino invita tutte le realtà associative, sindacali, studentesche, accademiche e della società civile a unirsi per contrastare il disegno di legge 2830 (ex DDL Romeo), attualmente in esame alla Commissione Affari Costituzionali della Camera. Il primo incontro di coordinamento si terrà il 26 Maggio, dalle ore 20.30 presso la Sala Gandhi del Centro Sereno Regis – via Giuseppe Garibaldi 13, Torino La partecipazione è aperta a chiunque voglia contribuire, anche a distanza, è sufficiente avvisare della preferenza per la modalità da remoto. Questo è il testo della convocazione lanciata da BDS Torino. * Il provvedimento, approvato dal Senato il 4 marzo 2026, prevede l’adozione della definizione operativa di antisemitismo dell’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA). Presentata come strumento di contrasto all’antisemitismo, questa definizione assimila la critica alle politiche dello Stato di Israele e l’antisionismo al razzismo anti-ebraico, ponendo così le basi per una criminalizzazione della solidarietà con la Palestina e per forme di censura preventiva nei luoghi del sapere, della cultura e dell’attivismo. Giuristi e accademici hanno denunciato la pericolosità del DDL Romeo, evidenziando la violazione degli articoli 21 e 33 della Costituzione. Il disegno di legge non combatte l’antisemitismo, restringe il campo di ciò che può essere detto, studiato e insegnato istituzionalizzando la confusione tra critica politica e discriminazione. Il contesto internazionale mostra quanto sia urgente e possibile opporsi. In Francia, la legge “Yadan”, quasi identica nello spirito e nella struttura al DDL Romeo, è stata ritirata dal governo nell’Aprile 2026 a seguito di una mobilitazione dal basso senza precedenti, che ha coinvolto movimenti sociali, accademici e cittadini comuni, e raccolto oltre 700.000 firme. Quell’esperienza rappresenta un modello concreto di efficacia delle lotte collettive e proprio quel modello di mobilitazione popolare e trasversale che intendiamo emulare, adattandolo al contesto italiano. Oggi, di fronte all’assenza di un dibattito pubblico serio e all’inquietante silenzio delle istituzioni europee perfino dopo atti gravi come il recente attacco alla Global Sumud Flotilla, è necessario costruire una risposta organizzata e visibile. Domani ricorre il giorno della Nakba, simbolo della memoria e della resistenza palestinese. Il DDL Romeo,, minaccia di rendere persino la sua commemorazione un atto perseguibile. Non possiamo permettere che la legge trasformi la memoria in reato e la solidarietà in sospetto. BDS Torino propone di creare una rete unitaria capace di coordinare la risposta su scala nazionale. Gli obiettivi immediati sono la definizione di una campagna collettiva di azioni e iniziative pubbliche, politiche e culturali, e la costruzione di un piano di comunicazione comune, da condividere con tutte le realtà aderenti e da mettere in atto quanto prima. Il DDL Romeo rappresenta una minaccia diretta alla libertà di espressione, di ricerca e di insegnamento. L’esperienza francese dimostra che può essere fermato e va fermato ora. Costruiamo una rete, coordiniamo le nostre voci e impediamo che la censura diventi legge. BDSItalia
May 22, 2026
Pressenza
Intervista al pacifista israeliano Omri Evron: “Non smettiamo di mobilitarci, in Israele e in tutto il mondo”
D: Non smette di stupirci questo movimento pacifista arabo-israeliano, che settimana dopo settimana sta riguadagnando la piazza, o meglio le piazze, perché le manifestazioni che si sono mobilitate questo ultimo week end (in particolare sabato sera, 11 aprile) erano davvero tante: Tel Aviv, Gerusalemme, Haifa, ben 17 le postazioni che hanno risposto all’appello. E il primo a dichiararsi stupito è lo stesso Omri Evron, pacifista da sempre, oltre che membro attivo di Hadash (Partito Comunista Israeliano) e da un paio d’anni alla co-direzione della Peace Partnership Coalition che è stata il principale motore di questa mobilitazione. Lo abbiamo raggiunto per telefono ed ecco il suo commento: R: Se penso alle prime uscite in risposta all’attacco israelo/americano all’Iran del 28 febbraio, non riesco quasi a credere alla partecipazione cui abbiamo assistito l’altra sera: straordinaria, colorata, rumorosa, creativa, da pochissimi che eravamo siamo cresciuti moltissimo in poco più di un mese. E nonostante la repressione che avevamo subito il 4 aprile, quando siamo stati violentemente aggrediti dalle forze dell’ordine, dispersi con gli idranti, per non dire dei 17 arresti, eccoci di nuovo in tanti l’altra sera a Tel Aviv: Habima Sq. traboccante di cartelli, striscioni, tamburi, caroselli, pupazzi con le facce di Trump e Netanyahu da mandare a casa, eravamo almeno dieci mila. Un successo reso possibile dalla quantità di organizzazioni che hanno aderito alla convocazione, impossibile citarle tutte ma ti basti dare un’occhiata alla locandina: una sessantina di loghi diversi e il dato importante è la compresenza di sigle arabe insieme a quelle israeliane. Una risposta che chiaramente esprime un netto calo di consensi verso questo regime di guerra infinita che il governo di Netanyahu vorrebbe imporci come unica sicurezza possibile! D: Raccontaci la tua storia: israeliano, comunista e convintamente pacifista… R: Sono nato a Giaffa che originariamente era una città palestinese, poi assorbita dall’espansione di Tel Aviv. Sono quindi cresciuto in un ambiente misto, dove l’ebraismo si trova a convivere per forza con le tradizioni arabe, il che è raro per chi vive in Israele e inevitabilmente soffre di una semi totale mutua segregazione, con pochissime possibilità di incontro. Mi considero un privilegiato, sia per l’ambiente che per la famiglia che mi ha generato, per niente allineata con la dominante ideologia sionista: i miei nonni erano comunisti, i miei genitori mi hanno sostenuto in tutte le mie scelte soprattutto quelle più difficili. Per esempio quando a 18 anni, in risposta alla chiamata per il servizio militare, ho promosso quella lettera degli shministim (giovani obiettori di coscienza). Era il 2005, nel pieno della 2nda intifada, e siccome eravamo in 250 a dichiararci refusenik la cosa fece rumore. Oltre a costare ad alcuni di noi qualche mese di prigione, perché l’IDF non ha mai riconosciuto l’obiezione di coscienza. In compenso la nostra iniziativa venne non poco apprezzata all’estero, e un paio di anni dopo eccomi invitato da varie situazioni pacifiste anche in Italia (compreso il Sereno Regis ndr). Bello vedere tanti giovani israeliani che stanno seguendo il nostro esempio… Quanto al mio impegno politico: ho cominciato da ragazzino, affiliato alla Gioventù Comunista e sempre più presente alle proteste contro l’occupazione in Cisgiordania. Da un paio di anni sono alla guida di questa Peace Partnership Coalition che, oltre a opporsi alla guerra come unica e permanente non-soluzione, rappresenta un raro esempio di riuscita coesistenza, tra tante diverse realtà sia ebraiche che arabe, sempre più spesso attive congiuntamente. Un ruolo molto coinvolgente e impegnativo, che ho il privilegio di condividere con la palestinese Sulafa Makhoul. D: Come è nata questa Peace Partnership Coalition, e in che senso si differenza dalla coalizione It’s Time che il 30 aprile si ritroverà per il Peace Summit di Tel Aviv? R: Siamo nati in reazione agli eventi del 7 ottobre. Era il dicembre del 2023 e tutte le componenti del cosiddetto ‘campo di pace’ israeliano erano allo sbando: nessuno osava esprimersi in dissenso nei confronti del governo, e ogni minima espressione di pubblica protesta, anche da parte di Hadash che pure gode di legale riconoscimento, veniva dispersa dalle forze dell’ordine. La conclusione fu tentare la carta della coalizione: se da soli non contavamo quasi più nulla, insieme potevamo sperare di renderci un po’ meno invisibili, sebbene in minoranza rispetto al maggioritario bellicismo della società israeliana. E così è stato: la maggior parte delle manifestazioni di denuncia contro l’occupazione e contro la guerra che sono state inscenate in Israele durante questi due anni e mezzo sono successe grazie a questa nostra Peace Partnership Coalition che ormai conta una sessantina di sigle. Naturalmente aderiamo alla It’s Time Coalition, con la quale condividiamo gli obiettivi di fondo, oltre alle decine di sigle che fanno parte di entrambe i fronti. L’unica differenza è operativa. Mentre loro si concentrano su uno o due grandi eventi all’anno, la nostra coalizione è espressione di una mobilitazione pressoché permanente a livello di base, grazie al contributo dei tanti comitati attivi in Israele all’interno di Hadash e alle situazioni equivalenti in Cisgiordania. Il fatto che siano numericamente in crescita conferma il valore di questa nostra rete, in risposta al crescere delle criticità a livello sociale. Possiamo quindi definirci un ponte, o meglio un diffuso punto di ascolto: tra il movimento pacifista all’interno di Israele, con la sua storia, e le rappresentanze attive su traiettorie analoghe all’interno della società palestinese. Un indubbio punto di forza della nostra coalizione è Hadash e il credito di cui gode all’interno del fronte arabo: in radicale opposizione all’apartheid e al genocidio; e in difesa dei valori democratici, in condizioni di totale parità di diritti. A cominciare dal diritto all’autodeterminazione: passaggio imprescindibile per il riconoscimento del popolo palestinese e unico presupposto per una pace duratura e sostenibile in questa regione. D: Però i sondaggi parlano di un crescente consenso per Netanyahu,e proprio grazie alla guerra con l’Iran… R: Credo che la situazione sia ben più dinamica di quel che fotografano i sondaggi, le cose cambiano molto rapidamente. È vero che all’inizio dell’attacco israelo-americano contro l’Iran c’era un generale consenso a favore della guerra,il che spiega lo scarso successo dellenostre prime manifestazioni subito disperse dalle Forze dell’Ordine e sbeffeggiate sui social. Ma rispetto alle guerre precedenti il consenso si è sgretolato più velocemente .Anche se non sta soffrendo come a Gaza o in Libano, lapopolazione israeliana è stanca di questo stato di guerra permanente, senza alcuna prospettiva all’orizzonte. Già prima del fragile cessate il fuoco si avvertiva una generale avversioneverso questo stato di cose e la situazione è destinata ad aggravarsi con il fallimento dei negoziati di Islamabad. Ed è per questo che dobbiamo continuare a mobilitarci, in Israele come in tutto il mondo, cosa che sta succedendo. Io resto ottimista. Articolo originale: https://serenoregis.org/2026/04/13/intervista-al-pacifista-israeliano-omri-evron-non-smettiamo-di-mobilitarci-in-israele-e-in-tutto-il-mondo/     Daniela Bezzi
April 13, 2026
Pressenza