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Toolkit disponibile online: una cassetta degli attrezzi per smontare la militarizzazione in università
Da oggi è disponibile per il download gratuito il Toolkit per resistere alla militarizzazione delle università, realizzato dall’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, dal CORDA Padova, dalla Rete RUP Ricerca e Università per la Palestina con il prezioso contributo di ELSC-European Legal Support Center e BDS Italia. Nella primavera del 2025, all’indomani del lancio del programma ReArm-Europe, la Commissaria europea per la preparazione e la gestione delle crisi, Hadja Lahbib, presentò un kit di sopravvivenza di cui dotarsi in caso di guerra e di crisi geopolitiche. Noi, che siamo invece preoccupati di evitare la guerra, di contrastarne la violenza e le odiose ingiustizie, e che ci impegniamo a prevenirla anziché darla per scontata, abbiamo predisposto un altro tipo di kit: una cassetta degli attrezzi che vuole contribuire a diffondere strumenti e strategie di resistenza ai processi di militarizzazione della ricerca e della formazione, rivolgendosi in particolare a chi all’interno delle università ed enti di ricerca avverte la necessità di organizzarsi contro una guerra che i nostri governi raccontano come inevitabile o addirittura necessaria. Poiché le realtà che hanno realizzato questo strumento hanno nei luoghi dell’istruzione e della ricerca il loro ambito di azione, abbiamo pensato di proporlo laddove le lobby guerrafondaie cercano spazio per reclutare e per sfruttare le potenzialità dell’innovazione tecnologica e la legittimazione scientifico-culturale che la ricerca offre, cioè nelle università. In questa fase, ci è parso necessario raccogliere in un unico strumento le buone pratiche maturate nei diversi contesti accademici dalle realtà che, da prospettive differenti, si sono impegnate a resistere alla militarizzazione, e metterle a disposizione di chi deve ancora affrontare questi temi. Circa la metà degli atenei non si è ancora attivata, in diversi casi semplicemente perché non si è trovata di fronte a collaborazioni problematiche; conviene però attrezzarsi per tempo, perché il processo di militarizzazione dell’università è destinato a estendersi. È infatti fondamentale ricordare che la militarizzazione non è un fenomeno circoscritto alle Forze Armate e alla filiera bellica, ma un processo alimentato da flussi economici e finanziari, sviluppo tecnologico e legittimazione scientifica – che coinvolge tanto le scienze dure quanto quelle umane e sociali – e sostenuto dalla costruzione di un discorso pubblico che, attraverso linguaggi, simboli e immagini, rende l’idea della guerra accettabile. Lo vediamo già in atto anche nell’università, dove l’ingresso crescente di fondi privati e legati alla difesa è reso accettabile dal definanziamento pubblico e dalla drammatica precarizzazione del lavoro di ricerca, che rende il personale di ricerca precario sempre più alienato e ricattabile rispetto al proprio lavoro. Per questo è fondamentale ricordare come militarizzazione e precarizzazione della ricerca siano due fenomeni intrecciati. Questo intreccio rende più forte l’offensiva contro l’idea di un’università libera dagli interessi bellici, dello Stato e del capitale. Al tempo stesso, riconoscerlo è un passo necessario perché lavorat3 dell’università – personale della ricerca, tecnico e amministrativo, lavorat3 dei servizi esternalizzati come portinerie e  pulizie, così come la componente studentesca – possano rispondere a questa offensiva con modalità all’altezza delle sfide attuali. IL TOOLKIT DI RESISTENZA HA UN DUPLICE OBIETTIVO: OFFRIRE UN QUADRO DELLE DINAMICHE IN ATTO NEL PROCESSO DI MILITARIZZAZIONE DELLE UNIVERSITÀ E, INSIEME, METTERE A DISPOSIZIONE SPUNTI DI METODO E STRUMENTI PRATICI PER CONTRASTARLO DAL BASSO. La prima sezione fornisce un quadro normativo e ricostruisce come la militarizzazione si stia facendo spazio negli atenei: attraverso la ricerca bellica e il dual use – ormai sdoganato anche nel programma quadro europeo per la ricerca –, ma anche attraverso la presenza sempre più pervasiva del Ministero della Difesa, della NATO, delle Forze Armate e delle Forze dell’Ordine nella didattica e nell’orientamento. Un aspetto non trascurabile riguarda, inoltre, gli accordi con università e partner israeliani coinvolti nel genocidio in Palestina. In primo luogo, per il supporto materiale e la legittimazione politica che questi accordi offrono ad Israele; in secondo luogo, in quanto Israele costituisce un laboratorio avanzato di militarizzazione della società: la collaborazione con le sue istituzioni, anche in ambiti non esplicitamente militari, finisce per sostenere le politiche di occupazione e per fare da apripista a una militarizzazione più ampia della ricerca, attraverso lo sviluppo e lo scambio di tecnologie belliche e di sorveglianza, all’interno di un paradigma che abbiamo definito Israelizzazione. La seconda sezione illustra le fasi di un metodo già sperimentato in numerosi atenei. Il punto di partenza è l’accesso agli atti, che permette di ottenere, attraverso un successivo lavoro d’inchiesta, le informazioni necessarie a mappare gli accordi e i progetti legati in senso ampio alla filiera bellica presenti in ciascun ateneo, per poi monitorarli e comunicarli dentro e fuori la comunità accademica. La terza sezione discute le azioni possibili a livello di ateneo: dalle mozioni da presentare agli organi accademici all’istituzione di comitati tecnici o etici che monitorino le collaborazioni problematiche e si esprimano su di esse, fino alla rivendicazione del diritto all’obiezione di coscienza rispetto alle attività, presenti in ateneo, che direttamente o indirettamente sono connesse al sistema della guerra. La quarta sezione allarga infine lo sguardo oltre il singolo ateneo. Un problema sistemico come la militarizzazione del mondo accademico richiede una risposta sistemica: costruire una rete tra le realtà che esistono e resistono, realizzare una mappatura nazionale, mettere a sistema le esperienze. Significa connettersi a campagne nazionali – come La Conoscenza Non Marcia, la Rete Ricerca e Università per la Palestina o l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università – o internazionali – come la Palestinian Campaign for the Academic and Cultural Boycott of Israel (PACBI), parte del movimento Boycott, Divestment, Sanctions (BDS), o la rete Stop Academic Complicity – ma anche a realtà esterne al mondo universitario, come l’osservatorio Weapon Watch e la rete dei lavoratori portuali. La quinta sezione raccoglie alcune indicazioni utili su policy e strumenti di autotutela, digitale e non, inclusa la protezione in caso di whistleblowing e quella del personale precario della ricerca, oltre a consigli pratici sul pacchetto sicurezza del Governo Meloni. Un accenno è dedicato anche al DDL Romeo: se approvato, potrebbe avere serie ripercussioni sul boicottaggio accademico nei confronti di Israele, ma anche, più in generale, sulla libertà di insegnamento e di ricerca e sulla possibilità stessa di organizzare momenti di dibattito e confronto su questi temi negli atenei, limitando così la libera manifestazione del pensiero e reprimendo il dissenso proprio là dove dovrebbe formarsi il pensiero critico della società. Una sitografia e una bibliografia ragionata chiudono il toolkit, insieme ad alcuni strumenti utili per l’inchiesta. Il toolkit ha una struttura modulare: può essere usato per intero, seguendo tutte le fasi del metodo, oppure attingendo a uno o più moduli, proprio come si prende un singolo attrezzo da una cassetta per intervenire su un segmento della catena di azioni possibili nel contesto universitario. L’augurio è che questo strumento vi ispiri, vi aiuti a resistere e vi coinvolga nella lotta comune, per affermare insieme: “FUORI LA GUERRA DALL’UNIVERSITÀ!” Scarica qui il Toolkit per resistere alla militarizzazione dell’università in pdf. Toolkit per resistere alla militarizzazione dell’universitàDownload -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Bergamo, lunedì 13 aprile: assemblea aperta contro la repressione nelle università
LUNEDÌ 13 APRILE ALLE ORE 14.30 UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI BERGAMO – AULA 10, VIA DEI CANIANA Dura legge quella che risponde ai dettami repressivi, secondo il precetto focaultiano del sorvegliare e punire. L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e dell’università sostiene le istanze di quel variegato mondo della conoscenza (studenti, ricercatori, docenti) che ha scelto di esprimere la propria solidarietà al popolo palestinese in occasione della presenza nell’Ateneo di Bergamo di un esponente della cosiddetta sinistra per Israele. Negli ultimi mesi l’università italiana ha svolto un ruolo importante, è tornata al centro di un discorso politico e giuridico che la riguarda non più nella veste di luogo ove si pratica la libertà della ricerca e dell’insegnamento ma come zona potenziale di rischio per l’ordine pubblico. E il nuovo decreto sicurezza (decreto 11 aprile 2025, n. 48), poi convertito in Legge (L. 80 del 9 giugno 2025) contiene disposizioni di carattere repressivo e di prevenzione verso tutti i luoghi di aggregazione sociale e culturale, quindi il mondo delle università è direttamente coinvolto da una mutazione genetica che la trasforma in laboratorio securitario. Negli ultimi mesi, con l’approvazione del decreto, abbiamo assistito a un salto di qualità nella strategia di controllo sociale e politico, gli spazi universitari da sedi di mobilitazione contro il genocidio sono divenuti luoghi attenzionati dalle forze dell’ordine e si prestano all’applicazione delle norme repressive che vanno a colpire le realtà studentesche oggi, un domani tutte le altre. Per la prima volta, un testo normativo inserisce tra le misure di ordine pubblico disposizioni che rinviano all’università che da realtà di critica e di libero pensiero diventa invece il brodo di cultura dell’estremismo politico e di ogni forma di devianza. Siamo davanti a processi involutivi della democrazia di inaudita gravità e per questo l’utilizzo sistematico dei codici di comportamento nei luoghi di lavoro e di tutto il sistema delle norme comportamentali dentro le università è oggetto di riscrittura in un’ottica repressiva. Per questo le realtà studentesche, al pari della libera ricerca, del dissenso, e delle forme di mobilitazione sono trattati alla stregua di un danno di immagine recato all’Ateneo, alle autorità universitarie, fino a divenire un problema di sicurezza nazionale. La logica emergenziale, la governance della sicurezza hanno partorito mostri nella storia italiana e continuano a mietere vittime, prima tra tutte la democrazia, la libertà del sapere e il diritto al dissenso ridotto a mera minaccia all’ordine pubblico. Nel momento in cui la Costituzione viene considerata un bene comune da preservare, l’Osservatorio invita a considerare anche l’università e il mondo della conoscenza allo stesso modo sottraendolo a logiche securitarie. Di seguito il comunicato di ADI Bergamo, CUB Bergamo e FLC CGIL Bergamo con cui si convoca un’assemblea aperta. UNIVERSITÀ BENE COMUNE Il 13 aprile si riunirà il Senato Accademico dell’Università degli studi di Bergamo: all’ordine del giorno sono stati inseriti provvedimenti disciplinari da votare per due studenti, che hanno partecipato a una contestazione avvenuta il 23 gennaio presso l’aula Magna dell’Università durante un convegno in cui era presente l’on. Giorgio Gori, ex sindaco di Bergamo, oggi europarlamentare. La presa di posizione degli studenti rispetto a recenti posizioni dell’on. Gori, posizioni ritenute eccessivamente filo-israeliane, ha portato a una escalation verbale dalla quale nasce, oggi, la richiesta di provvedimenti disciplinari. Prendiamo atto, inoltre, che in questa occasione si è potuta constatare la reiterata presenza, all’interno degli spazi universitari, di agenti della Digos, mai deliberata né concordata in nessuna sede istituzionale. Proprio per favorire un clima di discussione ed evitare il ripetersi di episodi di violenza (anche se solo verbale), riteniamo fondamentale instaurare un confronto costruttivo e non una repressione intimidatoria. Per questa ragione, alcuni tra docenti, dottorandi, studenti, personale tecnico dell’Università hanno deciso di prendere la parola inviando al Rettore e al Senato Accademico una lettera in cui si chiede il ritiro dei provvedimenti. Pensiamo che l’Università sia un luogo di confronto e anche di accesa dialettica, non un luogo di catechesi del pensiero ortodosso. Non riteniamo l’utilizzo dei provvedimenti disciplinari uno strumento per affermare le proprie idee e per confutare le tesi degli altri. Quanto sta accadendo in questi mesi porta a chiedersi, allora, se l’Università sia ancora uno spazio pubblico. Mentre alcuni Paesi in Europa decidono di investire su programmi pluriennali di ricerca e di reclutamento professionale per affrontare al meglio le crisi esistenti e quelle future, in Italia rimaniamo legati alle zavorre di mancanza di visione e di incapacità di agire su antichi problemi. Ogni comparto sopravvive in una situazione di difficoltà professionale e salariale e questo inasprisce il conflitto ed esaspera la tensione. A ciò si aggiunge una costante torsione antidemocratica da parte dell’attuale Governo, che cerca di controllare sempre più ogni spazio pubblico di dialogo e democrazia. Spiace notare, anche a partire dalla situazione sopra accennata, che rispetto a questi punti, il nostro Ateneo, purtroppo, non sembra muoversi in direzione differenti. Di fronte a questa situazione, ancora una volta ci sentiamo, tutte e tutti, chiamati a rispondere con forza, a organizzarci, a rivendicare un’università più giusta – in termini salariali – e migliore in termini di agibilità democratica degli spazi. Invitiamo la cittadinanza, gli organi di stampa e tutti coloro che sono interessati a un’assemblea aperta che si terrà il 13 aprile alle 14.30 presso l’aula 10 in via dei Caniana, in contemporanea con la votazione dei provvedimenti che chiediamo alle rappresentanze in Senato di tutte le componenti accademiche di non avallare. La comunità universitaria ha bisogno di maggiori spazi di incontro, confronto e discussione e non di provvedimenti e sanzioni disciplinari, peraltro gestiti in modo verticistico e senza alcun confronto preliminare con le componenti tutte che costituiscono lo spazio vivo del nostro Ateneo. ADI Bergamo, CUB Bergamo, FLC CGIL Bergamo -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente