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Nessuna legittimità dall’Europa a chi massacra i diritti delle donne e delle bambine afghane
Le dichiarazioni di principio sono una cosa, gli interessi politici un’altra, anche per l’Unione Europea. Il Parlamento Europeo ha fin dall’inizio condannato i Talebani e le loro politiche fondamentaliste contro i diritti umani, negando sempre il riconoscimento del governo talebano de facto. In questo modo, l’Unione Europea si è presentata come paladina dei valori della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani, coerentemente con la propria storia e identità politica. Una crescente distanza tra principi e pratiche politiche Tuttavia, questa attenzione dichiarata alla difesa dei diritti delle donne e del popolo afghano appare sempre meno coerente con alcune scelte politiche concrete adottate in questa fase sia dagli Stati membri sia dalle istituzioni europee. Infatti, osservando provvedimenti, dichiarazioni e iniziative rivolte ai migranti afghani, emerge una direzione diversa: accanto alle prese di posizione ufficiali, si sono sviluppati contatti e colloqui con i rappresentanti del governo talebano finalizzati a facilitare i rimpatri degli afghani ritenuti “indesiderati”, anziché esercitare una reale pressione per l’allentamento delle loro politiche repressive. In questo quadro, la crescente pressione dell’opinione pubblica europea a favore di un contenimento dei flussi migratori ha contribuito a trasformare il rifiuto formale del riconoscimento del governo talebano in un dialogo sempre più pratico e operativo. Ne è un esempio la progressiva normalizzazione dei contatti tecnici, che hanno finito per sostituire il negato riconoscimento politico con relazioni di fatto con delegati talebani e con l’accettazione di ambasciatori designati da Kabul. Si arriva così all’annuncio dell’invito della Commissione Europea a rappresentanti talebani per un incontro “tecnico” a Bruxelles, previsto per giugno, volto a discutere la possibilità di espulsione di cittadini afghani presenti in Europa. Secondo il portavoce Markus Lammert, si tratterebbe di un “incontro di follow-up”, successivo ai colloqui già svolti in Afghanistan, nell’ambito del dialogo operativo sui rimpatri. Il rischio di legittimazione politica Un incontro, tuttavia, fortemente contestato. Il Relatore speciale sui diritti umani in Afghanistan per le Nazioni Unite, Bennett, ha espresso preoccupazione per il rischio che qualsiasi forma di rimpatrio possa violare il principio di non respingimento, alla luce delle diffuse violazioni dei diritti umani. Anche la diaspora afghana e numerose organizzazioni per i diritti umani hanno denunciato l’iniziativa come un tradimento dei diritti fondamentali. Sul piano politico, la maggior parte delle forze europee ha sottolineato come non esistano incontri realmente “tecnici”, poiché ogni contatto rischia di contribuire a una normalizzazione del regime talebano e a conferirgli una legittimità indiretta. Riconoscere anche solo indirettamente una qualche legittimità ad attori che violano sistematicamente i principi dell’Unione Europea finisce per indebolirne l’autorevolezza morale e la credibilità come garante dei diritti fondamentali. Anche Cecilia Strada – nel video che pubblichiamo – ha esortato a non fare alcun compromesso con i Talebani e invitato la Commissione a desistere dai colloqui. Una diplomazia silenziosa di avvicinamento di fatto Le contestazioni hanno portato il 21 maggio il Parlamento Europeo a esprimere una posizione contraria all’iniziativa, nell’ambito della delibera che condanna il Codice giuridico adottato dai Talebani e, più in generale, contro il riconoscimento del loro governo e per un impegno a riconoscere l’Apartheid di genere come crimine contro l’umanità. Tuttavia, l’invito non è stato ritirato. L’iniziativa si inserisce infatti in un processo di avvicinamento graduale, spesso definito “tecnico” o “pragmatico”, che si traduce in una diplomazia silenziosa fatta di piccoli passi e contatti informali. Dietro la definizione di “dialogo tecnico” si nasconde l’ambiguità della attuale fase politica europea: il difficile tentativo di mantenere l’equilibrio tra il rifiuto formale di legittimare i Talebani e la volontà di interagire con loro su questioni operative come i rimpatri.   CISDA - Coordinamento Italiano Sostegno Donne Afghane
May 31, 2026
Pressenza
In difesa della Corte Penale Internazionale: sciopero della fame a staffetta di 3˙400 cittadini europei
Si è svolta questa mattina una manifestazione davanti al quartier generale della Commissione europea per chiedere alla Presidente Ursula von der Leyen l’attivazione il cosiddetto blocking statute, lo scudo legale attivo contro le pressioni di Stati Uniti e Russia sulla Corte Penale Internazionale, mai come ora sotto attacco. Tra gli altri era presente anche l’Europarlamentare Cecilia Strada. Durante l’appuntamento organizzato da Eumans, il movimento di cittadini fondato da Marco Cappato, insieme a Non c’è pace senza giustizia, è stato avviato uno sciopero della fame a staffetta della durata di 63 giorni, sostenuto da oltre 3˙400 cittadini europei e con 117 partecipanti già pronti a prendere parte alla prima fase. La forma scelta per la protesta è quella del Satyagraha: una catena ininterrotta di digiuni in cui ogni partecipante assume l’impegno per un periodo limitato, cedendo poi il testimone al successivo. La mobilitazione nasce in risposta alle pressioni e alle sanzioni che Stati Uniti e Russia starebbero esercitando contro la Corte Penale Internazionale attraverso strumenti economici e giuridici di portata extraterritoriale. Secondo i promotori, tali misure rischiano di compromettere l’operatività stessa della Corte, minandone l’indipendenza. “In 36 persone oggi iniziamo questo digiuno di dialogo nei confronti di Ursula Von der Leyen per chiedere di difendere la Corte Penale Internazionale come è in suo potere – ha dichiarato a margine Marco Cappato, presidente di Eumans – Dopo che Orbán aveva fatto uscire l’Ungheria dalla Corte, Magyar ha preannunciato che vuole farla rientrare quindi non ci sono più scuse, è una questione di volontà politica, non serve un esercito europeo per difendere la Corte Penale Internazionale, si fa subito, si può fare subito, è quello che chiediamo a Von der Leyen e a tutti i capi di Stato e di Governo europei di supportare questa proposta come ha già chiesto il Parlamento Europeo”. “Da più di un anno chiediamo alla Commissione europea di attivare il regolamento di blocco per difendere la Corte Penale Internazionale e la Commissione non l’ha ancora fatto e questo è abbastanza vergognoso – ha ribadito l’Europarlamentare Cecila Strada presente all’evento -. Noi dobbiamo stare con la Corte Penale Internazionale perché stiamo con le vittime, lo dobbiamo a loro, ma lo dobbiamo anche a noi stessi, allo Stato di diritto, perché noi non ci arrendiamo alla legge del più forte che vuole piegare il diritto internazionale e la Corte Penale Internazionale. Noi chiediamo nella forza della legge, nella giustizia, per tutte e per tutti Su questo piano si articolano le richieste rivolte alla Commissione europea: * attivazione del Blocking Statute (Regolamento UE 2271/96), per proteggere la Corte dalle sanzioni extraterritoriali; * divieto esplicito di applicazione di sanzioni straniere in Europa nei confronti della Corte o dei suoi funzionari; * candidatura della Corte Penale Internazionale al Premio Nobel per la Pace 2026, come segnale politico forte a sostegno della sua indipendenza. DIFENDI LA CORTE PENALE INTERNAZIONALE – DIFENDI LO STATO DI DIRITTO INTERNAZIONALE Altre manifestazioni sono programmate in Belgio, Germania e Spagna e in Italia: martedì 14 aprile / h 19 – BOLOGNA – Piazza Maggiore giovedì 16 aprile / h 12:45 – MILANO – Parlamento Europeo, Corso Magenta (piazza di Santa Maria delle Grazie) venerdì 17 aprile / h 14 – ROMA – via di San Nicola de’ Cesarin sabato 18 aprile / h 12 – NAPOLI – Uffici dell’Unione Europea (Europe Direct), piazza Cavour 38 Di seguito, gli interventi di Marco Cappato e di Cecilia Strada alla manifestazione svolta il 14 aprile davanti alla sede della Commissione Europea. Maddalena Brunasti
April 14, 2026
Pressenza
CPR VIA CORELLI: INVIATA UNA DIFFIDA AL SINDACO SALA “AGISCA PER FARLO CHIUDERE”
Bollinato il disegno di legge immigrazione dalla Ragioneria generale dello Stato, include la delega per l’attuazione del Patto Ue su migrazione e asilo, varato dal Consiglio dei ministri l’11 febbraio. Il ddl introduce il blocco navale e interviene sul testo unico sull’immigrazione prevedendo, fra l’altro, che gli stranieri trattenuti nei Cpr possano usare solo telefoni senza fotocamera, in modo da non avere prove degli abusi quotidiani che avvengono in queste strutture. Resta però la possibilità di membri del governo e parlamentari di poter accedere nei CPR e proprio oggi a Milano c’è stata la visita dell’europarlamentare Cecilia Strada, PD, insieme a consiglieri regionali Onorio Rosati (Avs), Luca Paladini (Patto Civico), Paolo Romano (Pd), e Rahel Sereke, consigliera del Municipio 3. Al termine della visita hanno inviato una diffida al Sindaco di Milano, Beppe Sala, per agire con il ministero dell’interno e far chiudere questo centro. All’interno del centro hanno scoperto, tra le altre cose, che c’è in corso uno sciopero della fame da dieci giorni, ma non viene nemmeno segnato nel registro, come non vengono segnati gli atti di autolesionismo. “Dalla sua riapertura, al CPR di Milano – come del resto in tutti gli altri centri per il rimpatrio italiani – vengono irrimediabilmente violati i diritti fondamentali delle persone trattenute, tra cui il diritto alla salute, alla difesa, all’informazione, alla comunicazione e a condizioni di vita dignitose. Criticità strutturali e violenze reiterate, episodi ricorrenti di tensione, proteste, atti di autolesionismo e tentativi di suicidio sono di casa dentro le gabbie del CPR” si legge nella lettera firmata. “Le evidenze emerse nel tempo – dalle risultanze del Comitato europeo per la prevenzione della tortura, alle vicende giudiziarie che hanno coinvolto la gestione del centro, fino ai ripetuti allarmi lanciati da associazioni, avvocati, garanti e società civile – delineano un quadro incompatibile con i principi fondamentali che dovrebbero orientare l’azione delle istituzioni democratiche, la tutela dei diritti umani e i principi fondamentali della Costituzione”. Cecilia Strada ai nostri microfoni.Ascolta o scarica  
April 10, 2026
Radio Onda d`Urto