Dall’Islanda / Figure del medioevo nordico
Datata tra la fine del XIII e l’inizio del XIV secolo, ma ambientata attorno al
IX o al X, quella di Grettir il Forte (Grettis saga Ásmundarsonar), è una delle
saghe più note della letteratura islandese, anche grazie alla popolarità
acquisita in seguito alla traduzione inglese di William Morris e Eiríkur
Magnússon a fine ’800. L’opera, prendendo a prestito miti dell’area germanica e
forse inglese antica (Beowulf), narra la vita di Grettir, una figura forse non
esclusivamente leggendaria di antieroe dalla forza erculea e dal carattere
pessimamente bellicoso e insofferente, che si manifesta già ai primordi della
sua adolescenza nei primi scontri con il padre Asmundr. Grettir è anche il tipo
da glossare le sue bravate con punchline ad effetto come: “Succede il probabile
ma anche l’improbabile”, “Un servo si vendica all’istante, un codardo mai”,
ecc., aggiungendo un particolare gustoso a una scrittura già succintamente
tagliente, dove raramente intercorrono più di due o tre righe tra due punti
fermi.
Bandito dalla sua comunità, in seguito a un omicidio preterintenzionale e
condannato alla condizione di fuorilegge a vita – status che autorizza in
pratica chiunque a uccidere il reo senza conseguenze – Grettir volgerà ben
presto la sua prua avventurosa tra i vichinghi norvegesi. Qui si farà apprezzare
in varie occasioni per il suo coraggio, sterminando una banda di feroci Berserk
o uccidendo un orso famelico che terrorizza le campagne, senza tuttavia mai
riuscire a sottrarsi alla malasorte che lo perseguita. La sua esistenza ci
appare però assai più che un semplice susseguirsi di duelli, faide, intrighi,
malefici, dove la presenza della magia e del soprannaturale si segnala anche per
l’irritualità in un’opera di carattere epico e realista. Il nucleo della
narrazione oppone infatti tragicamente Destino e Carattere del suo protagonista,
un outlaw solitario che percepiamo modernamente perseguitato dai numerosi
nemici, che spesso si sceglie, ma soprattutto dai traumi e dalle sue stesse
paure, come quella del buio.
La saga vera e propria è preceduta da un prologo con le imprese del bisnonno
Onund Gambadilegno, la genealogia e le origini norvegesi della famiglia fino
all’insediamento in Islanda. La parabola dell’Eroe si consuma invece in tre
atti: l’Ascesa di Grettir, l’apice narrativo, rappresentato dall’incontro con il
non-morto Glam, cui faranno seguito il Declino e la Caduta dell’Eroe con il
compimento della maledizione dello zombie. Infine la vendetta lampo dei
vichinghi in quel di Costantinopoli e l’espiazione peccata mundi in Vaticano
(l’Islanda del XIV secolo, malgrado la sopravvenienza di troll e altre leggende,
è infatti totalmente cristianizzata).
Nella traduzione di Cristiano Vecli, a cura di Fulvio Ferrari, edita ora da
Iperborea, le atmosfere della saga offrono una lettura sempre avvincente,
toccando toni di puro dark fantasy nelle vivide descrizioni dei mostri. A
distanza di secoli si rinnova l’incanto che non smette di suscitare la figura di
Grettir, un fuorilegge “sballottato dalle circostanze, ma poco modificato dalle
stesse.” come osservò a suo tempo Morris. «Sprezzante del mondo, eppure capace
di goderne, e determinato a trarne il massimo; non ingannato dalle ingannevoli
vie degli uomini, ma disdegnato di gridare perché le deve necessariamente
sopportare. Disprezzante degli uomini, eppure pronto ad aiutarli quando
richiesto e desideroso di fama: prudente in teoria e saggio nel prevedere
l’inevitabile sequenza degli eventi, ma temerario oltre ogni limite, persino per
l’epoca e per il popolo di quel tempo».
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