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La Cassazione smonta il teorema contro i palestinesi in carcere dal 27 dicembre
Niente prove, niente “fonti segrete”, niente scorciatoie: annullata con rinvio la conferma delle misure cautelari contro Mohammed Hannoun e gli altri attivisti. La Suprema Corte boccia l’utilizzo di fonti indeterminate e materiale privo di verifiche. Un colpo durissimo a un’inchiesta che appare sempre più come una montatura politico-giudiziaria commissionata da Israele andata a male. La Suprema Corte ha infatti annullato con rinvio le ordinanze con cui il Tribunale del Riesame di Genova aveva confermato le misure cautelari nei confronti di Mohammed Hannoun e degli altri indagati nell’inchiesta sui presunti finanziamenti ad Hamas attraverso associazioni impegnate nella solidarietà con il popolo palestinese. Non si tratta di un dettaglio tecnico. La Cassazione ha demolito uno dei pilastri fondamentali dell’impianto accusatorio: l’utilizzo di presunte “fonti aperte” mai identificate, mai sottoposte a verifica e prive di qualsiasi accertamento sulla loro attendibilità. Secondo la Corte, un giudice non può fondare una decisione sulla base di materiale di cui non siano chiaramente indicati origine, provenienza e affidabilità. Le cosiddette “fonti aperte” non sono automaticamente fatti notori e non possono essere utilizzate come prove semplicemente perché reperite online o richiamate dagli investigatori. Ancora più significativa è l’affermazione secondo cui risultano inutilizzabili anche materiali provenienti dai servizi israeliani se non accompagnati dalle necessarie garanzie di verificabilità e controllo processuale. È una censura pesantissima. Per mesi l’inchiesta è stata presentata all’opinione pubblica come la scoperta di una rete di finanziamento del terrorismo operante in Italia. Titoli, dichiarazioni e ricostruzioni mediatiche hanno contribuito a costruire l’immagine di una presunta infrastruttura clandestina legata ad Hamas. Oggi la Cassazione afferma che una parte decisiva di quel castello accusatorio poggia su elementi che non possono essere utilizzati in un processo. Parallelamente, la Suprema Corte ha respinto il ricorso della Procura che tentava di difendere l’impianto investigativo. Nelle motivazioni si legge una critica netta al tentativo dell’accusa di ottenere una rivalutazione delle prove incompatibile con il giudizio di legittimità e priva dei necessari riscontri documentali. Tradotto in termini politici e giudiziari: la Procura non è riuscita a dimostrare in maniera adeguata nemmeno il percorso attraverso il quale le risorse raccolte dalle associazioni sarebbero effettivamente arrivate a organizzazioni terroristiche. Adesso il Tribunale del Riesame dovrà riesaminare l’intera vicenda praticamente dalle fondamenta. Dovrà verificare l’attendibilità delle fonti utilizzate dagli investigatori. Dovrà stabilire se esistano elementi autonomi sufficienti a sostenere l’accusa. Dovrà chiarire la natura delle organizzazioni coinvolte. Dovrà accertare se gli indagati fossero realmente consapevoli di eventuali finalità terroristiche dei fondi raccolti. In altre parole, dovrà fare ciò che in uno Stato di diritto dovrebbe essere fatto fin dall’inizio: basare le decisioni su prove verificabili e non su presunzioni. La vicenda assume un significato ancora più ampio se inserita nel contesto degli ultimi mesi. Dall’arresto di Anan Yaeesh all’inchiesta contro Hannoun, fino alla condanna di Ahmad Salem per il cosiddetto “terrorismo della parola”, emerge un quadro nel quale l’attivismo palestinese e la solidarietà con la Palestina sembrano essere diventati oggetto di una particolare attenzione repressiva. Naturalmente ogni indagine deve seguire il proprio corso e ogni eventuale responsabilità va accertata nelle sedi competenti. Ma proprio per questo è fondamentale che le garanzie processuali valgano per tutti, anche per i palestinesi. Le motivazioni della Cassazione ricordano un principio elementare che troppo spesso sembra essere stato dimenticato nel dibattito pubblico: non si possono costruire accuse sulla base di suggestioni, dossier opachi, informazioni non verificabili o materiale proveniente da apparati di intelligence stranieri senza adeguati controlli. Perché quando si accetta che le garanzie vengano ridotte per una categoria di persone considerate “sospette” per definizione, il problema non riguarda più soltanto quelle persone. Riguarda la tenuta stessa dello Stato di diritto. L’impressione è che l’operazione che aveva portato agli arresti di dicembre stia mostrando crepe sempre più profonde. E che dietro la retorica della lotta al terrorismo stia emergendo una realtà molto diversa: quella di un’inchiesta costruita su fondamenta assai più fragili di quanto fosse stato raccontato. Sarà ora il Tribunale del Riesame a dover verificare se, una volta eliminate le scorciatoie investigative censurate dalla Cassazione, resti davvero qualcosa in grado di sostenere l’accusa. Osservatorio Repressione
May 29, 2026
Pressenza
L’eloquente significato della 1246ª ora in silenzio per la pace a Genova
Il gruppo che a Genova dal 1983 pratica un’ora di silenzio per la pace ogni mercoledì pomeriggio, il 15 aprile scorso dalle 18 alle 19 ha svolto l’iniziativa ricordando Paola De Ferrari, una fondatrice dell’Associazione per un Archivio dei Movimenti, mancata pochi giorni prima, l’8 aprile. All’iniziativa ha partecipato anche Mauro Armanino. Con i cartelli esposti nell’occasione gli attivisti genovesi hanno richiamato l’attenzione su alcune questioni, in particolare sulla legge che impone ai tribunali israeliani di condannare i palestinesi alla pena di morte, e con questo messaggio hanno precisato: > … e adesso libertà per Mohammad Hannoun e i suoi fratelli.  > Dal mercoledì successivo all’arresto del nostro compagno di strada Mohammad > Hannoun non c’è stata una sola ora in cui non abbiamo esposto il cartello che > ne rivendica la liberazione. > Siamo sempre stati convinti della sua innocenza e del fatto che le accuse > contro di lui fossero pretestuose. Chi di noi ha esperienza di intervento > civile e umanitario in luoghi di guerra sa perfettamente che non è possibile > operare senza avere contatti con le autorità del luogo. E se queste vengono > considerate nemiche o con classificazioni peggiori questo può creare problemi > con l’apparato giudiziario ed esporre a campagne diffamatorie su giornali, > televisioni e reti sociali, come quella che è stata orchestrata per mesi nei > confronti di Mohammad Hannoun. > Chi abbia operato nel settore nell’intervento civile e umanitario in Iraq ha > dovuto entrare in rapporto con il governo del partito Baath quando questo > veniva considerato dittatura nemica da parte del governo italiano e dai mezzi > di (dis)informazione. > Durante le guerre nei Balcani su 8 camion di aiuti che partivano dall’Italia > ne venivano lasciati consegnare al massimo un paio, in certe occasioni sono > stati presi tutti dalle formazioni in guerra che controllavano il territorio. > Se i beni di prima necessità non venivano scambiati con armi alimentavano la > speculazione venendo immessi sul “mercato nero”. Il dilemma era se accettare > quella “legge” così barbara o lasciare le popolazioni assediate a se stesse > nella totale miseria e soprattutto nella sensazione di isolamento che la rende > ancora più insopportabile. > E’ importante che la Suprema Corte di Cassazione abbia stabilito che dei > documenti di uno stato estero, presentati in forma non ufficiale, al di fuori > di ogni procedura che abbia un valore giuridico, non possano essere utilizzati > per togliere la libertà a una persona. Tuttavia i magistrati non hanno ancora > messo in discussione l’impostazione dell’accusa. > Questo processo è un modello di gestione dei conflitti, soprattutto fra > cittadini e istituzioni, e del dissenso nei confronti dei governi, che va > oltre la dimensione del piccolo stato ebraico. Un altro colpo inflitto al > diritto internazionale da parte dello stato di Israele che non ha mai definito > ufficialmente i propri confini ma che pretende di estenderli dal Nilo > all’Eufrate, dal Mare Mediterraneo al Mar Rosso… > > Apprendiamo la notizia della sospensione della procedura di rinnovo automatico > dell’accordo di cooperazione fra Italia e Israele. Ma abbiamo bisogno di > capire meglio se questo è un trucco per rinnovarlo di fatto rinviando la > discussione parlamentare fra 5 anni o per sospenderlo concretamente. In ogni > caso vigileremo sui fatti. Siamo troppo abituati ad annunci di sospensione di > forniture che di fatto non si sono mai interrotte, come hanno constatato le e > i lavoratori dei porti e del settore dei che abbiamo sempre sostenuto nelle > loro lotte. Ci aspettiamo adesso che anche l’Unione Europea decida di > sospendere realmente il suo accordo di cooperazione e per questo invitiamo a > sottoscrivere l’iniziativa delle e dei cittadini europei al sito > https://www.justiceforpalestine.eu/ > > Ricordiamo Paola De Ferrari, fondatrice e animatrice dell’Archivio dei > Movimenti, che ha sempre avuto attenzione nei nostri confronti e ha inserito > la nostra iniziativa nel libro No war. > > https://www.facebook.com/events/972775805086508 No War. Storie e documenti del movimento pacifista – Dalla prima marcia Perugia-Assisi al G8 di Genova, dalla protesta contro la Mostra navale bellica ai progetti di riconversione industriale al boicottaggio dei portuali genovesi contro le navi delle armi, dai missili di Comiso alle Donne in Nero, dall’obiezione di coscienza agli interventi umanitari nei territori in guerra. A partire dai documenti d’archivio, attraverso le analisi storiche e, soprattutto, le testimonianze degli attivisti, questo libro ripercorre oltre sessant’anni di lotte pacifiste e nonviolente. Ne emerge il ritratto di un movimento, complesso e variegato nelle sue diverse anime – cristiana, laica e radicale, femminista, comunista – che nonostante sempre nuove difficoltà non ha mai smarrito la strada del suo impegno. Saggi, testimonianze e contributi di Gianni Alioti, Franco Barchi, Norma Bertullacelli, Antonio Bruno, Andrea Chiappori (Comunità di Sant’Egidio), Peppino Coscione, Francesca Dagnino, Paola De Ferrari, Riccardo Degl’Innocenti, Bruno Gabrielli (Chiesa valdese), Greenpeace Genova, Monica Lanfranco, Pietro Lazagna, Fabrizio Lertora (Laborpace Caritas), Riccardo Marconcini, Cirilla-Augusta Mazza (Caschi Bianchi), Silvia Neonato, Vittorio Pallotti (Centro di Documentazione del Manifesto Pacifista Internazionale), Alfredo Remedi, Carla Sanguineti, Piero Tubino, Mao Valpiana. [Centro di Documentazione del Manifesto Pacifista Internazionale APS / 1 aprile 2021] Maddalena Brunasti
April 16, 2026
Pressenza
Palestina: lotta, solidarietà e conoscenza
Articoli di Futura D’Aprile, Rossana De Simone, Peacelink, Giulia Della Michelina, Nicola Lamri, Lavinia Marchetti (con Eva de Adamo). Aggiornamenti e appuntamenti.   IL SOMMARIO: aggiornamenti da Anbamed Roma per Gaza: è in corso la raccolta di alimenti per la Global Sumud Flottilla in corso di preparazione continuano gli appuntamenti di lotta e citiamo un evento forse ancora in corso che
La Cassazione annulla gli arresti di Hannoun e di altri tre palestinesi
La Corte di Cassazione ha annullato con rinvio le ordinanze del Riesame che confermavano gli arresti del gip del Tribunale di Genova nei confronti del presidente dei palestinesi in Italia Mohammad Hannoun, Ra’ed Dawoud, Yaser Elasaly e Ryad Albunstanji, in carcere dal 27 dicembre per aver fatto delle opere di bene a favore di famiglie disagiate palestinesi. A Roma è stato tenuto un presidio sotto la Corte di Cassazione, in attesa della decisione dei giudici. La Suprema Corte ha inoltre respinto come inammissibili i due ricorsi della Procura di Genova contro la scarcerazione di Raed Al Salahat, decisa dal tribunale del Riesame. Per quanto riguarda l’annullamento delle ordinanze di arresto, il Riesame avrà adesso dieci giorni per riesaminare il caso. Approfondimento.     ANBAMED
April 9, 2026
Pressenza
Presidio al Tribunale di Roma in difesa dei palestinesi detenuti da dicembre
Nella mattinata di mercoledì 8 aprile si terrà l’udienza della Corte di Cassazione a cui hanno fatto ricorso gli avvocati di Mohammed Hannoun, Ra’ed Dawoud, Yaser Elasaly e Ryad Albunstanji. Al presidio di solidarietà con loro, che si svolgerà davanti al “Palazzaccio” di piazza Cavour a cominciare dalle 9:30, che è stato indetto dal comitato che ne chiede la liberazione, hanno già aderito numerose associazioni. La notizia diffusa il 4 aprile scorso dall’ANSA riferisce che i sostituti procuratori generali Lucia Odello e Paolo Sansonetti condividono l’impostazione del tribunale del Riesame di Genova, che ha dichiarato inutilizzabili i documenti trasmessi dallo Stato di Israele nell’ambito dell’inchiesta sul coinvolgimento dell’associazione di beneficienza fondata da Mohammad Hannouni in presunti finanziamenti ad Hamas. Inoltre che dopo il ricorso dei pm genovesi contro la scarcerazione disposta dal riesame del caso di uni di loro, Raed el Salahat, in una memoria depositata in vista dell’udienza davanti alla Suprema Corte i pg affermano che su di lui ci siano comunque solidi indizi, perciò chiedono l’annullamento con rinvio del provvedimento che lo ha scarcerato, ma dichiarano che non siano valide, anzi hanno valutato che siano inutilizzabili, le cosiddette battlefield evidences – prove che l’Idf aveva preso “sul campo di battaglia” in Israele ma senza redigere verbali di sequestro e quindi, senza garanzie, sulle modalità e le circostanze di acquisizione dei documenti – su cui si basano le accuse e che ne hanno motivato l’arresto. E, osservando che tutti gli atti sono stati trasmessi alle autorità italiane da Israele tramite fonte anonima (un funzionario dello Shin Bet identificato solo con la sigla Avi), ritengono che non possano essere usati come indizi.   Maddalena Brunasti
April 7, 2026
Pressenza