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MSF: in Sudan milioni di persone senza assistenza sanitaria
Nel giorno in cui si apre l’Assemblea generale delle Nazioni Unite, Medici Senza Frontiere (MSF) denuncia: i tagli generalizzati e senza precedenti ai finanziamenti internazionali per gli aiuti umanitari hanno fatto chiudere molte strutture sanitarie. MSF avverte che il ritiro del sostegno a una crisi già cronicamente sottofinanziata sta interrompendo l’accesso a cure salvavita e portando al limite le poche strutture sanitarie ancora operative mentre, nel contesto di una guerra brutale ancora in corso, la popolazione sudanese si trova a dover affrontare un accesso ridotto all’assistenza sanitaria. Mentre i leader mondiali si riuniscono all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, MSF chiede ai governi e ai donatori istituzionali di proteggere i finanziamenti destinati ai servizi sanitari essenziali in Sudan e di garantire finanziamenti flessibili e di transizione alle strutture a rischio di chiusura. “La guerra sta determinando i bisogni del Sudan; i tagli ai finanziamenti stanno riducendo la risposta – dichiara Muhammad Ibrahim, capomissione di MSF in Sudan – Il lavoro di MSF in Sudan è finanziato da fondi privati. Ma quando i finanziamenti vengono a mancare per altri servizi sanitari, le cliniche chiudono, i pazienti hanno meno posti dove rivolgersi e la pressione si sposta sulle strutture che rimangono aperte, comprese le nostre. I donatori devono proteggere i servizi sanitari essenziali e fornire finanziamenti sostenibili e flessibili alle organizzazioni che ne dipendono”. Con il ritiro delle organizzazioni umanitarie, le cliniche locali si ritrovano prive dei fondi e dei farmaci necessari per funzionare. Per i pazienti, ciò significa affrontare viaggi lunghi e pericolosi solo per ricevere cure. “Chiudere una clinica non elimina nemmeno un paziente. Lo manda semplicemente nella struttura successiva – afferma Sebastián Traficante, coordinatore delle emergenze di MSF in Darfur – Dopo un viaggio più lungo e costoso, i pazienti arrivano spesso in condizioni molto più gravi, e l’ospedale potrebbe essere già pieno. MSF può rafforzare alcuni servizi, ma non può assorbire le conseguenze di ogni chiusura”. Mentre cercano aiuto ovunque sia possibile, i pochi ospedali ancora operativi stanno assorbendo l’afflusso in eccesso: tra gennaio e aprile 2026, nelle strutture supportate da MSF a Zalingei e Rokero, nel Darfur centrale, i ricoveri sono aumentati del 22,5% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. La situazione si è ulteriormente aggravata poiché, solo nel mese di maggio, 45 centri sanitari di base nel Darfur centrale hanno smesso di ricevere supporto a causa della mancanza di fondi da parte dell’organizzazione che ne garantiva le risorse. Nel campo di Tanedba, nello stato di Gedaref, dove vivono 18.400 rifugiati, il ritiro improvviso di un’organizzazione umanitaria a giugno ha determinato la chiusura dei reparti di maternità e chirurgia. Le donne incinte che necessitano di un taglio cesareo devono ora affrontare un viaggio di 3 ore fino alla città più vicina. MSF è intervenuta per garantire il funzionamento del pronto soccorso fino alla fine del 2026. Nel 2021, circa 35 organizzazioni umanitarie operavano all’interno e nei dintorni del campo di Um Rakuba, nello Stato di Gedaref. Oggi ne sono rimaste meno di 10. Il campo ospita circa 17.000 rifugiati, soprattutto donne e bambini. “Il nostro ospedale a Um Rakuba è ormai l’unica ancora di salvezza rimasta sia per i rifugiati sia per la comunità sudanese locale – afferma Fabrizio Locuratolo, responsabile degli affari umanitari di MSF – Ma i tagli vanno ben oltre la sanità. Le razioni alimentari stanno diminuendo e i programmi di protezione vengono smantellati, eliminando le ultime reti di sicurezza e lasciando i rifugiati completamente esposti”. Nel campo per sfollati di Hamidiya, nel Darfur Centrale, un centro sanitario che in precedenza offriva assistenza materna, pediatrica e di salute mentale opera oggi con capacità fortemente ridotte dopo la fine del supporto  di un’organizzazione umanitaria. Gli accessi giornalieri sono passati da 200 a circa 40 e le vaccinazioni sono state interrotte. Il calo non era indice di un miglioramento delle condizioni di salute delle persone. Avevano semplicemente smesso di recarsi in una struttura che non era più in grado di curarle. Safa è arrivata ad Hamidiya, nel Darfur Centrale, dopo essere fuggita prima da El-Fasher e poi da Kabkabiya.Suo padre è morto a causa della guerra e la sua famiglia si è dispersa e non sa dove sia adesso. Prima del conflitto aveva cominciato gli studi per diventare infermiera e spera ancora di poterli riprendere. Oggi, però, la priorità è trovare da mangiare e riuscire ad accedere alle cure. Per un lavoratore in Darfur, che guadagna circa 1 dollaro al giorno, i 2 dollari necessari per raggiungere una clinica funzionante equivalgono a circa 2 giornate di salario, costringendo i residenti a scegliere tra l’assistenza sanitaria e il cibo. “Quei soldi potrebbero servire per comprare da mangiare – ha raccontato Safa a MSF – Se non c’è cibo, non può esserci salute”. Rahma  ha trascorso 18 giorni all’ospedale di Kas, nello Stato del Darfur meridionale, al fianco del suo bambino di 1 anno, ricoverato in condizioni critiche a causa di meningite, malaria e malnutrizione acuta grave. Dopo oltre due settimane di cure, il bambino ha iniziato a riprendersi. “Abbiamo viaggiato per ore per raggiungere questo ospedale – racconta – Il piccolo ospedale vicino al nostro villaggio ha chiuso e ora non c’è nessun posto nelle vicinanze dove poter ricevere cure. Anche se trovi un medico, non ci sono medicine. Senza medicine, cosa può fare un medico?”. Dopo l’annuncio della chiusura di USAID da parte del governo statunitense nel 2025, molti finanziamenti destinati alle organizzazioni attive in Sudan sono terminati nel giugno di quest’anno. Sebbene gli Stati Uniti restino il principale donatore per il Sudan e continuino a finanziare OCHA e altre organizzazioni, molti fornitori di servizi sanitari non sono riusciti a trovare finanziamenti alternativi, per cui numerose strutture hanno chiuso. Proprio mentre gli operatori sanitari si trovavano ad affrontare l’imminente revoca del sostegno da parte degli Stati Uniti, anche molti governi europei hanno ridotto i propri aiuti alla popolazione sudanese. Anche i bilanci destinati agli aiuti europei e multilaterali stanno subendo una contrazione a livello globale. I dati preliminari dell’OCSE indicano che nel 2025 gli aiuti erogati dalle istituzioni dell’UE sono diminuiti del 13,8%, mentre anche diversi importanti donatori europei hanno ridotto la propria spesa complessiva per gli aiuti. Questi dati non corrispondono a tagli equivalenti in Sudan, dove alcuni donatori europei hanno mantenuto o aumentato il proprio sostegno. Tuttavia, evidenziano un contesto di finanziamenti internazionali in forte contrazione. In Sudan, questa contrazione generale sta aggravando una crisi sanitaria già grave, poiché il ritiro di finanziamenti specifici e la chiusura di programmi riducono l’accesso all’assistenza sanitaria. A Tawila, nonostante la presenza di circa 50 ONG, rimangono gravi lacune nell’assistenza per una popolazione che arriva fino a 600.000 sfollati. MSF gestisce l’unico ospedale da 200 posti letto dell’area ed è l’unica organizzazione in grado di mettere in campo una risposta epidemica su larga scala. I casi di malaria e malnutrizione sono già in aumento, nonostante le precipitazioni siano ancora limitate, prima del picco della stagione delle piogge – e prevediamo che i numeri aumenteranno con l’intensificarsi delle piogge. Ad agosto, 191 bambini sotto i 5 anni con malnutrizione grave sono stati ricoverati nel centro nutrizionale di MSF e quasi il 22% di loro è risultato positivo anche alla malaria. Le chiusure avvengono nel pieno di una crisi umanitaria su larga scala e gravemente sottofinanziata. Secondo le Nazioni Unite, 825.000 bambini sotto i 5 anni rischiano di soffrire di malnutrizione acuta grave e, all’inizio dell’anno, 19,5 milioni di persone affrontavano livelli di insicurezza alimentare classificati come di crisi, il che significa che le famiglie o non hanno cibo a sufficienza per nutrirsi oppure riescono a soddisfare i bisogni alimentari di base solo ricorrendo a misure quali la vendita dei beni da cui dipendono per sopravvivere. Il piano di risposta delle Nazioni Unite da 2,87 miliardi di dollari è finanziato solo per circa il 41%, mentre il 37% delle strutture sanitarie del Sudan risulta completamente fuori servizio.   Testimonianza di Sedra, madre di una bambina sopravvissuta nel Darfur Centrale Quando Sedra ha visto per la prima volta la figlia appena nata, il suo stesso corpo era in crisi. La pressione sanguigna stava aumentando, la vista si era offuscata, sentiva un ronzio nelle orecchie e aveva cominciato a tremare. Riusciva a pensare a una sola domanda: “Crescerà e vivrà, oppure ci lascerà?” racconta Sedra. “Ho pianto tantissimo. Non pensavo che sarei sopravvissuta nemmeno io”. Un medico l’ha ricoverata nel reparto dell’ospedale universitario di Zalingei, nel Darfur Centrale. La neonata aveva bisogno di cure neonatali per una malnutrizione con complicanze. Oggi la bambina sta prendendo peso e Sedra, che è lei stessa assistente sanitaria, ne segue da vicino i progressi. Sedra è riuscita ad arrivare in tempo alle cure, per sé e per sua figlia. Ma per molte persone in Sudan questo è tutt’altro che scontato. Guerra, sfollamenti, attacchi alle strutture sanitarie, ostacoli agli spostamenti e distruzione dei servizi stanno facendo aumentare i bisogni sanitari. E, sebbene i tagli ai finanziamenti non abbiano creato questi bisogni, stanno indebolendo i servizi che dovrebbero prevenirli, individuarli e curarli. Sedra ora riesce a immaginare sua figlia crescere, magari per diventare ingegnera o medica. “È ancora qui” dice Sedra. In Sudan, “qui” significa che è viva. Quel futuro esiste perché un reparto era aperto, un medico era presente e le cure necessarie erano disponibili. In tutto il Sudan, sempre meno famiglie possono contare su tutte e tre queste cose.   Testimonianza di Mohammed Khamis, padre di un bambino ricoverato in un centro nutrizionale di MSF Mubashir, un bambino piccolo, ha trascorso 16 giorni nel centro nutrizionale terapeutico di MSF per pazienti ricoverati presso l’ospedale universitario di Zalingei. “Gli hanno dato latte e medicine” racconta suo padre, Mohammed Khamis. Anche se Mubashir si è ripreso, tornerà a casa dove il cibo continua a mancare. Sono rimaste meno organizzazioni a distribuirlo e lo stesso Mohammed mostra segni di malnutrizione. “Non c’è cibo per nutrire i miei figli” racconta. “Stiamo diventando deboli”. Redazione Italia
September 8, 2026
Pressenza
Sudan: dopo tre anni di guerra, i bambini continuano a pagare il prezzo più alto
Mentre il conflitto in Sudan raggiunge il suo terzo anno, tra gennaio e marzo 2026 almeno 160 bambini sono stati uccisi e 85 mutilati in tutto il Paese – un aumento del 50% rispetto allo stesso periodo del 2025. Il maggior numero di vittime è stato registrato negli Stati del Darfur e del Kordofan, dove la violenza in corso ha spinto le comunità al limite. Tre anni di conflitto incessante hanno causato lo sfollamento di oltre 5 milioni di bambini, spesso ripetutamente, con lo spostarsi delle linee del fronte e le diffuse violenze. “Da tre anni, in tutto il Sudan, i bambini vengono uccisi, feriti e sfollati in misura impressionante – ha dichiarato Catherine Russell, direttrice generale dell’UNICEF – Le loro case, le scuole e gli ospedali continuano a subire attacchi. Non c’è alcuna giustificazione per la violenza contro i bambini. Ciò riflette un fallimento collettivo delle parti in conflitto nel proteggere i diritti essenziali dei bambini”. Nelle zone più colpite, gli attacchi in corso continuano a distruggere case, scuole, mercati e ospedali. I nuovi strumenti di guerra sono sempre più letali: il 78% delle vittime minorenni segnalate è dovuto ad attacchi con droni. Dall’inizio della guerra, le Nazioni Unite hanno verificato più di 5.700 gravi violazioni contro i bambini * in tutto il Sudan, che hanno coinvolto almeno 5.100 bambini – oltre 4.300 dei quali sono stati uccisi o mutilati. Il Darfur e il Kordofan registrano ancora una volta il numero più alto di vittime tra i bambini. Il bilancio reale è di gran lunga più alto, ma l’insicurezza e l’accesso limitato alle zone colpite ostacolano un monitoraggio e una verifica continuativi. Le famiglie vivono in condizioni di sovraffollamento e precarietà, mentre i servizi di base sono al limite della capacità. Ampie zone del Sudan rimangono tagliate fuori dall’assistenza umanitaria a causa dell’insicurezza, delle infrastrutture danneggiate e dei vincoli amministrativi. Ledifficoltà di accesso sono particolarmente gravi nel Darfur, nel Kordofan e in alcune zone del Nilo Azzurro, lasciando molti dei bambini più vulnerabili senza alcuna assistenza. La fame, le malattie e il rischio di carestia si stanno diffondendo, alimentati dalla violenza, dai ripetuti sfollamenti e dai gravi ostacoli all’accesso umanitario. Con la fuga delle famiglie, i mezzi di sussistenza vengono interrotti, i mercati crollano e i servizi di base continuano a interrompersi. La carestia è già stata confermata ad Al Fasher e Kadugli, con un rischio crescente di diffusione a Um Baru e Kernoi. L’impatto allarmante si riflette nel numero di bambini colpiti da malnutrizione. In tutto il Sudan, si stima che nel 2026 circa 4,2 milioni di bambini soffriranno di malnutrizione acuta, di cui oltre 825.000 casi gravi, che possono essere letali se non trattati con urgenza. Le conseguenze della guerra sul diritto all’istruzione dei bambini sono preoccupanti. Più di un terzo delle scuole in Sudan è chiuso e un ulteriore 11% viene utilizzato come rifugio o, secondo quanto riferito, è occupato dalle parti in conflitto, il che significa che quasi la metà di tutti gli edifici scolastici non è più utilizzata come aule. Oggi, almeno 8 milioni di bambini in Sudan non frequentano la scuola. Nonostante l’insicurezza e le difficoltà di accesso, l’UNICEF continua a fornire servizi salvavita negli ambiti di salute, nutrizione, acqua, protezione dell’infanzia e istruzione in tutto il Sudan. Tuttavia, la risposta è sottoposta a una pressione crescente. Nel 2026, l’UNICEF necessita di 962,9 milioni di dollari per raggiungere 7,9 milioni di bambini con assistenza salvavita. A marzo, è stato ricevuto solo il 16% dei fondi necessari. «Per proteggere i bambini è necessario che tutte le parti in conflitto pongano immediatamente fine alle gravi violazioni nei loro confronti e rispettino il diritto internazionale, garantendo un accesso umanitario sicuro, rapido e senza ostacoli in tutto il Paese – ha affermato Russell – Siamo grati ai donatori che sostengono il nostro lavoro salvavita. Tuttavia, i bisogni umanitari continuano a superare di gran lunga i finanziamenti disponibili, e lanciamo un appello urgente alla comunità internazionale affinché rafforzi il proprio sostegno. Non possiamo chiudere gli occhi davanti alle sofferenze dei bambini in Sudan». *Le violazioni gravi nei confronti dei minori comprendono: l’uccisione e la mutilazione; il rapimento; il reclutamento e l’impiego in combattimento; lo stupro e altre forme di violenza sessuale; gli attacchi a scuole e ospedali; e l’impedimento dell’accesso agli aiuti umanitari. UNICEF
April 14, 2026
Pressenza
Sudan: “Le parti in guerra intensificano la brutale offensiva contro la popolazione civile”
A tre anni dall’inizio del conflitto in Sudan tra le Forze armate sudanesi (Fas) e le Forze di supporto rapido (Fsr) insieme ai rispettivi alleati la guerra continua ad aggravarsi e a causare conseguenze devastanti per la popolazione civile, ricorda Amnesty International oggi, alla vigilia dell’anniversario dello scoppio delle ostilità: ogni spostamento delle linee del fronte ha lasciato dietro di sé morte e distruzione, con attacchi diretti e indiscriminati contro la popolazione civile, saccheggi e distruzione di infrastrutture civili, violenza sessuale diffusa, ostacoli alla consegna degli aiuti umanitari e attacchi di rappresaglia. “Più volte, le parti in conflitto hanno preso di mira deliberatamente e indiscriminatamente la popolazione civile, in particolare durante e dopo la conquista di città e centri abitati in tutto il paese. Continuano inoltre a impedire che gli aiuti umanitari raggiungano chi ne ha disperato bisogno – ha dichiarato Agnès Callamard, segretaria generale di Amnesty International – Le risposte minime, deboli e prive di incisività da parte dell’Unione africana, del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e di altri attori internazionali e regionali hanno finito per incoraggiare i responsabili a proseguire questi attacchi. È urgente che la comunità internazionale dia priorità alla protezione della popolazione civile in Sudan”. Amnesty International chiede inoltre alla comunità internazionale, compresi Unione africana, Unione europea e Nazioni Unite, di dare priorità all’assunzione di responsabilità per i crimini di diritto internazionale in corso e per le altre gravi violazioni dei diritti umani commesse in Sudan. Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite deve estendere il deferimento della situazione del Darfur alla Corte penale internazionale, includendo anche le indagini e i procedimenti relativi ai crimini commessi nel resto del paese. La comunità internazionale deve inoltre garantire maggiori finanziamenti ed esercitare pressioni sulle parti in conflitto affinché assicurino un accesso umanitario senza ostacoli, così da permettere la fornitura di servizi sanitari salvavita alla popolazione civile, comprese le persone sopravvissute alla violenza sessuale. “Il conflitto in Sudan non è dimenticato: è deliberatamente ignorato e trascurato. Dietro questa indifferenza ci sono innumerevoli persone che affrontano sofferenze indicibili mentre il mondo distoglie lo sguardo. Questo deve finire”, ha aggiunto Agnès Callamard. Una guerra contro la popolazione civile Dall’inizio del conflitto armato, Amnesty International ha documentato attacchi sistematici contro la popolazione civile sia da parte delle Fsr sia delle Fas. Le violazioni includono uccisioni deliberate e illegali, stupri, stupri di gruppo, schiavitù sessuale e altre forme di violenza sessuale, torture, sparizioni forzate e saccheggi diffusi. Tutti questi atti costituiscono crimini di guerra e, in alcuni casi, possono configurarsi anche come crimini contro l’umanità. Durante e dopo un attacco su larga scala al campo di Zamzam nell’aprile 2025 — il più grande campo di sfollati interni nel Darfur settentrionale — le Fsr e le forze alleate hanno deliberatamente ucciso civili, saccheggiato e distrutto beni civili e preso ostaggi. I combattenti delle Fsr hanno inoltre incendiato abitazioni e attività commerciali, danneggiato infrastrutture civili essenziali e costretto oltre 400.000 persone a fuggire. Amnesty International ha anche documentato gravi atrocità commesse dalle Fsr a El Fasher dopo la presa della città nell’ottobre scorso, al termine di un assedio durato 18 mesi. Le Fas hanno effettuato attacchi aerei contro aree civili, tra cui un mercato affollato nella città di Kabkabiya, nel Darfur settentrionale, uccidendo decine di civili. Le Fas e le forze alleate hanno inoltre compiuto attacchi di rappresaglia contro civili e difensori dei diritti umani accusati di collaborare con le Fsr. Membri della rete sudanese di base Emergency Response Rooms, attivisti e attiviste, giornalisti e giornaliste, personale sanitario e umanitario, difensori e difensore dei diritti umani, civili contrari alla guerra e persone percepite come vicine a una delle parti sono stati oggetto di attacchi, molestie, detenzione arbitraria e uccisioni. I combattimenti in corso nella regione del Kordofan tra Fas e Fsr stanno inoltre causando un grave impatto sulla popolazione civile. El Obeid, nel Kordofan settentrionale, è attualmente sotto assedio delle Fsr. “La possibilità di evitare che quanto accaduto a El Fasher si ripeta a El Obeid e in altre parti del Kordofan si sta rapidamente riducendo. Senza una pressione diplomatica rapida e coordinata su entrambe le parti, il ripetersi di atrocità di massa è inevitabile. Dall’inizio del conflitto, la popolazione civile non ha mai avuto tregua: è intrappolata in un ciclo continuo di morte, sfollamento e fame”, ha dichiarato Agnès Callamard. Il conflitto rischia inoltre di estendersi ad altre aree, tra cui lo Stato del Nilo Bianco. Embargo sulle armi Amnesty International ha già documentato il trasferimento in Sudan e nelle aree limitrofe di armi di recente produzione, in palese violazione dell’embargo sulle armi in vigore per il Darfur e applicabile a tutte le parti in conflitto. L’organizzazione ha fornito prove di un ampio sostegno militare da parte degli Emirati Arabi Uniti alle Fsr, in violazione del diritto internazionale. Amnesty International ha inoltre rivelato l’uso sul campo di sistemi d’arma di fabbricazione francese, insieme ad armi provenienti da Cina, Russia e Turchia. Amnesty International rinnova il proprio appello agli Emirati Arabi Uniti affinché interrompano immediatamente il trasferimento di armi alle Fsr. Fino a quando ciò non avverrà, anche tutti i trasferimenti internazionali di armi verso gli Emirati Arabi Uniti devono essere sospesi. L’organizzazione esorta inoltre il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite a estendere l’attuale embargo sulle armi dal Darfur al resto del Sudan. “Senza fermare il flusso e la fornitura di armi verso il Sudan, la popolazione civile continuerà a subire bombardamenti quotidiani. È tempo che il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite estenda l’embargo sulle armi a tutto il Sudan e chiami a rispondere tutti i paesi e gli attori che lo hanno violato”, ha concluso Agnès Callamard.   Amnesty International Italia, insieme a diverse organizzazioni della società civile e alla comunità sudanese, promuove un presidio a Roma, mercoledì 15 aprile alle ore 17 a Largo di Torre Argentina (Via San Nicola de’ Cesarini), per chiedere l’immediata cessazione delle ostilità e mantenere alta l’attenzione sui diritti umani. Qui per maggiori dettagli: Keep Eyes on Sudan Amnesty International
April 14, 2026
Pressenza
AMSI–UMEM: Sudan al collasso sanitario
Il Sudan entra nel terzo anno di guerra civile con un quadro sanitario sempre più drammatico e diffuso. I combattimenti tra esercito regolare e milizie nelle regioni del Darfur e del Kordofan continuano a produrre effetti devastanti sulla popolazione civile, mentre la capitale Khartoum e le aree circostanti registrano il collasso dei servizi essenziali, tra cui acqua, energia e assistenza sanitaria. Secondo stime aggiornate e rielaborate su base AMSI e UMEM, oltre 33 milioni di persone risultano coinvolte nella crisi, con più di 9 milioni di sfollati interni e oltre 4 milioni di rifugiati nei Paesi confinanti. Particolarmente allarmante il dato sanitario: circa l’80% delle strutture risulta inattivo o non pienamente operativo. A questo scenario già critico si aggiunge un ulteriore elemento di instabilità globale: l’escalation del conflitto in Iran, che rischia di compromettere le rotte di approvvigionamento di farmaci, dispositivi sanitari e carburante, con aumenti già stimati fino al +30% sui costi delle forniture mediche e oltre il +70% sulla logistica, aggravando ulteriormente le condizioni sul campo e rallentando gli interventi umanitari. Le associazioni AMSI (Associazione Medici di Origine Straniera in Italia), UMEM (Unione Medica Euromediterranea), AISCNEWS (Agenzia Mondiale Senza Confini), La Comunità  del  Mondo Arabo in Italia (Co-mai) e il Movimento Internazionale Uniti per Unire riflettono e analizzano con forte preoccupazione l’evoluzione della crisi, evidenziando come il legame tra conflitti regionali e impatti sanitari globali sia ormai strutturale e sempre più pericoloso. CRISI SANITARIA E INFANZIA: I NUMERI DELL’EMERGENZA Secondo l’analisi delle associazioni, oltre 5 milioni di bambini sono stati costretti a fuggire, mentre almeno il 60% dei minori presenta patologie gravi spesso prevenibili. Si stima inoltre che un bambino su tre non abbia accesso alle vaccinazioni di base. La diffusione di malattie infettive, tra cui colera e gastroenteriti, è in aumento, mentre il sistema sanitario locale non è in grado di reggere l’impatto. MALNUTRIZIONE E COLLASSO DEL SISTEMA ALIMENTARE La crisi alimentare ha raggiunto livelli estremi: circa 19 milioni di persone soffrono di malnutrizione, tra cui oltre 4 milioni di bambini. In alcune aree del Darfur, i tassi di malnutrizione grave superano il 60-70%, con popolazioni costrette a ricorrere a fonti alimentari di emergenza. Una situazione che, secondo AMSI e UMEM, rischia di trasformarsi in carestia diffusa senza interventi immediati. IL FATTORE IRAN E IL RISCHIO BLOCCO DELLE FORNITURE Le associazioni sottolineano come la crisi geopolitica legata all’Iran e le tensioni nello Stretto di Hormuz possano incidere direttamente sulla disponibilità di farmaci e carburante. I costi logistici e assicurativi risultano già in aumento, con impatti concreti sulle missioni sanitarie e sulla continuità delle cure nei contesti di guerra. Le associazioni sottolineano inoltre la necessità di un approccio sanitario globale e coordinato, indicando nella salute un elemento centrale delle politiche internazionali, su cui interviene il Prof. Foad Aodi. L’ANALISI DI AODI: “SERVE UNA RISPOSTA SANITARIA GLOBALE” Il Prof. Foad Aodi, medico-fisiatra, giornalista, divulgatore scientifico internazionale ed esperto in salute globale, docente dell’Università di Tor Vergata e membro del Registro Esperti FNOMCEO, interviene a nome della rete associativa: “Ci troviamo davanti a una crisi multilivello in cui guerra, povertà sanitaria e instabilità geopolitica si alimentano a vicenda. Il Sudan è oggi uno dei punti più critici al mondo, ma il rischio è che venga oscurato da altri conflitti mediaticamente più esposti. L’escalation in Iran non è un elemento separato: incide direttamente sull’accesso alle cure, sui costi e sulla logistica degli aiuti.” “Quando l’80% delle strutture sanitarie è fuori uso, non parliamo più di emergenza ma di collasso sistemico. In queste condizioni, anche malattie banali diventano mortali. I dati su bambini senza vaccinazioni e malnutrizione grave indicano un’intera generazione a rischio.” PROPOSTE AMSI–UMEM: INTERVENTO IMMEDIATO E CORRIDOI SANITARI. AODI: “LA NOSTRA SOLIDARIETA’ E IL NOSTRO IMPEGNO NEL CONCRETO PER IL POPOLO SUDANESE” “Serve un piano internazionale coordinato – prosegue Aodi – con corridoi sanitari garantiti, protezione delle strutture mediche e sostegno diretto al personale sanitario locale. È necessario inoltre investire nella prevenzione, nelle campagne vaccinali e nella telemedicina per raggiungere le aree isolate.” “Non possiamo permettere che le crisi si sommino senza una strategia globale. La salute deve tornare al centro delle politiche internazionali, altrimenti continueremo a rincorrere emergenze sempre più gravi.” Le associazioni e i movimenti ribadiscono infine la necessità di mantenere alta l’attenzione internazionale sul Sudan e di attivare strumenti concreti per garantire assistenza sanitaria, sicurezza alimentare e continuità degli aiuti in uno dei contesti più fragili del pianeta. Senza un intervento immediato e coordinato, il rischio è quello di una destabilizzazione sanitaria globale con effetti diretti anche sui sistemi europei. “Esprimiamo con forza la nostra solidarietà e la nostra vicinanza al popolo sudanese, in particolare donne, bambini e civili, che stanno pagando sulla propria pelle l’orrore di una guerra dimenticata. Siamo vicini come non mai al popolo sudanese, e raccogliamo e condividiamo i recenti dati di Onu e Organizzazione Mondiale della Sanità sull’orrore in Sudan e siamo pronti a offrire il nostro aiuto, con le nostre associazioni e i nostri movimenti, e a fare da tramite per sollecitare le istituzioni a intervenire prima possibile con corridoi sanitari e aiuti concreti”,  conclude Aodi. Redazione Italia
April 7, 2026
Pressenza