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Per il rilascio immediato e incondizionato degli attivisti GSLC detenuti in Libia orientale
Mercoledì 3 giugno la protesta al presidio davanti alla Farnesina dalle 10 di mattina. A una settimana dal fermo, arriva oggi l’informazione della continuazione della custodia cautelare fino alla prossima udienza dei dieci attivisti del Global Sumud Land Convoy, tra cui i cittadini italiani Domenico Centrone e Leonarda “Dina” Alberizia. Non basta la richiesta formale presentata dal Console Generale italiano a Bengasi per una visita consolare ai due cittadini italiani: non sono ancora arrivate informazioni ufficiali sulle loro condizioni, sulla garanzia di una tutela legale, sulle motivazioni del prolungamento della custodia cautelare e sui tempi di rilascio. Il Console Generale riferisce che la detenzione è prolungata fino alla prossima udienza, senza alcuna specifica su tempi e motivazioni. Ribadiamo il nostro categorico rifiuto di questa detenzione, priva di fondamento giuridico, e chiediamo il loro rilascio immediato e incondizionato. Sottolineiamo inoltre la necessità di garantire il pieno rispetto dei loro diritti umani e legali, in conformità con gli standard e le convenzioni internazionali. Mercoledì 3 giugno dalle ore 10.00 si terrà un presidio con punto stampa davanti alla Farnesina per chiedere un intervento diplomatico urgente e concreto per il rilascio immediato degli attivisti. Parteciperanno: * Tony La Piccirella, portavoce Global Sumud Italia e Steering Committee GSF * Sara Suriano, attivista Global Sumud Land Convoy * Luca Poggi, attivista Global Sumud Flotilla * Adriano Veneziani, attivista Global Sumud Flotilla e, in collegamento, * Maria Elena Delia, portavoce Global Sumud Italia e Steering Committee GSF * Legal Team Global Sumud Italia   In parallelo continua la pressione su Israele in merito alle torture e agli abusi denunciati dagli attivisti sequestrati in mare. La Global Sumud Flotilla ha chiesto la pubblicazione integrale dei filmati relativi alla detenzione dei partecipanti alla missione, contestando le versioni ufficiali diffuse dalle autorità israeliane. I nostri partecipanti civili sono stati presi di mira in acque internazionali, privati arbitrariamente della loro libertà e sottoposti a trattamenti che comprendono tortura e violenza sessuale ai sensi del diritto internazionale. Chiediamo alle autorità che possa essere fatta la dovuta interlocuzione diplomatica, affinché Israele renda pubbliche immediatamente le registrazioni di ogni singolo minuto delle telecamere di sorveglianza. Global Sumud Flotilla
June 2, 2026
Pressenza
Flotilla. Il  Re è nudo?
Fin dalla sua prima missione, la Flotilla ha suscitato reazioni contrastanti: ammirazione e sostegno da un lato, diffidenza, disprezzo e derisione, dall’altro. In quell’occasione, la nostra Presidente del Consiglio ha rilasciato dichiarazioni volte a delegittimarne lo scopo, dimostrando di non voler riconoscere la finalità che gli attivisti hanno sempre espresso con chiarezza: tenere gli occhi su Gaza, fermare il genocidio. A dispetto, infatti, delle polemiche sul termine, esso emerge dalle molteplici azioni compiute da Israele: dal contingentamento delle derrate alimentari ai veri e propri blocchi degli aiuti umanitari; dagli attacchi militari contro i civili fino alle dichiarazioni di esponenti governativi israeliani, come il ministro di ultradestra Amihai Eliyahu, che ha esplicitamente parlato di “cancellazione” di Gaza.  I detrattori della Flotilla hanno deriso la missione derubricandola a “crociera” o, come dichiarato dal Presidente del Senato, inutile, “propagandistica a scarso rischio e a molto ritorno mediatico”… Parole di un cinismo sconcertante.  Eppure, nonostante non sia riuscita a far arrivare gli aiuti alla popolazione della Striscia, la Flotilla ha centrato il proprio intento: spingere l’opinione pubblica a “tenere gli occhi su Gaza”. Anche chi fino a quel momento aveva scelto di distogliere lo sguardo si è ritrovato davanti alle immagini di Thiago e Saif in catene al tribunale israeliano; alle immagini di centinaia di attivisti umiliati e costretti dai soldati israeliani a mantenere la “stress position” – ripiegati su se stessi, con i polsi legati, strattonati e malmenati. Ha già dovuto ascoltare i primi racconti, tutti accomunati dalla stessa conclusione: ciò che hanno subito è nulla rispetto a quanto subiscono i Palestinesi, a cui il democratico Stato di Israele ha recentemente riservato un ulteriore “trattamento d’onore”: la pena di morte ad populum, corollario di conclamata apartheid.  Tra il pubblico scherno e l’ammirazione, questi uomini e queste donne, con mezzi pacifici e nonviolenti,  hanno messo i loro corpi al servizio di altri corpi: corpi offesi, stremati dalla fame, feriti, mutilati, maltrattati o ormai privi di vita. Hanno donato il proprio tempo per sensibilizzare il mondo su come scorra il tempo di un popolo sotto assedio: un tempo ritmato dal fragore delle esplosioni e degli spari, dalle corse affannose per sfuggire a droni e bombe o sottrarsi allo sguardo dei soldati; un tempo sospeso nell’attesa di qualcosa da mettere sotto i denti. Hanno prestato la propria voce a chi non ha più un luogo da cui far risuonare la propria: né una casa, né una scuola, né un’università, né un luogo di lavoro o di ritrovo. Tutto è stato raso al suolo: ciò che, un tempo, pur stretto tra muri invalicabili e un mare proibito, custodiva ancora la vita. E quella voce non può più neanche essere affidata ai giornalisti che, con coraggio e caparbietà, hanno raccontato al mondo la testimonianza di quell’orrore, prima di esserne travolti e uccisi. Questa “gratuita e irresponsabile iniziativa”, ha invece messo a nudo la “non responsabilità” (in termini etimologici) di chi poteva e non ha fatto nulla, rilevando, al contrario, la “responsabilità”, cioè la capacità di  “risposta”, da parte di civili di ogni parte del mondo: gente comune, giovani e meno giovani, determinati nell’esprimere la propria indignazione di fronte a un genocidio, nel portare la propria solidarietà, nel risvegliare le coscienze e nel fare pressione sui governi.  Di fronte a quelle immagini, qualche espressione di disappunto giunge ora da alcuni esponenti del nostro governo: vera conversione? Difficile a credersi, visto che la situazione a Gaza è vecchia di decenni ed è già esplosa da quasi tre anni. Sicuramente imbarazzo di fronte a un’opinione pubblica molto sensibile alla questione palestinese, in particolare i giovani. Sia ciò per motivi elettorali o altro, a distanza di 75.000 morti e migliaia di arrestati, si comincia, finalmente – e ancora con estrema timidezza – a parlare di interventi nei confronti di Israele.   Alcuni esponenti dell’area progressista invocano soltanto adesso l’interruzione degli accordi e degli scambi militari e commerciali; la destra compattamente non ne fa menzione. Il tutto in un contesto europeo che, salvo rarissime eccezioni, tra cui la Spagna, continua a rimanere silente o a limitarsi a discutere di sanzioni contro singole persone: Ben Gvir o i coloni, come se non fossero essi stessi il braccio operativo dell’ideologia di Stato. Gaza comincia ora ad essere ‘vista’ e, assieme ad essa, quel fazzoletto di terra scientemente separato nella geografia fisica dell’area, la Cisgiordania, dove orde di coloni continuano le loro violente spedizioni sulle terre e le case palestinesi, in barba ad ogni accordo internazionale.  È un vero punto di svolta? Forse no. È però un inizio — tardivo e insufficiente — da cui ripartire per costruire un reale cambio di rotta. Questo sarà possibile se la comunità internazionale troverà il coraggio di agire, ristabilendo il diritto e la pace e affrancandosi dal ricatto con cui Israele tiene in scacco il mondo (con gli USA). Lo si deve prima di tutto ai Palestinesi: quelli ancora in vita e quelli che non ci sono più. Lo si deve ai giovani, da entrambe le parti. Interrompere questo genocidio significa, infatti, spezzare il vortice di violenza e odio di cui anche gli stessi israeliani sono ostaggio. Giovani prestati alle azioni più ignobili, mimetizzati in quelle divise militari appesantite da armi che ne imprigionano i corpi. Senza volto, celati dietro le maschere; senza sguardo, se non quello ridotto a strumento per prendere la mira. Giovani sacrificati alla ragion di Stato, plasmati dall’ideologia e risucchiati in una spirale di crudeltà di cui non sappiamo quanto siano davvero consapevoli, fuorché apprendere di alcuni che, non sopportando il peso di tutto questo orrore, si suicidano.  Lo si deve a coloro che sperano oltre ogni speranza, a quegli israeliani e palestinesi che scommettono su una vita basata sulla conoscenza e il rispetto reciproco: gli uomini e le donne del villaggio di Wahat al Salam/Nevè Shalom; gli ex combattenti da entrambe le parti di Combatants for Peace; le donne israeliane di Women Wage Peace e le donne palestinesi di Women of the Sun che cercano di tessere la rete della solidarietà; i Rabbis for Human rights che aiutano i palestinesi dando loro protezione nelle terre oggetto delle incursioni dei coloni; tutti i disertori  di Mesarvot che, a costo della galera, si rifiutano di continuare ad uccidere; medici, infermieri, membri di ONG che a rischio della vita, sono sul territorio per cercare di dare aiuto e sollievo. Lo si deve a tutti noi.   Qualunque sarà l’esito di questa guerra a senso unico, il progetto scellerato di Netanyahu sta portando a ciò che Anna Foa chiama il “suicidio” morale, politico e strategico di Israele. Forse il punto di rottura è iniziato e una crepa sta iniziando a scalfire la granitica impunità di Israele, ma sicuramente la strada è lunga: anche a occupazione conclusa, intere generazioni, da una parte e dall’altra, dovranno infatti fare i conti con il dolore e l’odio e una grossa ferita dovrà essere rimarginata nel rapporto tra Israele e i popoli del mondo.  Occorre una rinascita della politica, ormai morta perché in mano a tecnocrati e ai diktat della grande finanza. Occorre la partecipazione attiva di cittadini e cittadine. Gli eventi hanno reso chiaro che nessuno può dire di non interessarsi alla politica, o che non è affar suo: il baratro in cui siamo piombati ha creato un movimento di massa che non va disperso: variegato, arcipelago dalle isole a volte non comunicanti, ha comunque indicato la volontà di pace e giustizia tra i popoli. La Flotilla è stata il NO al sopruso del potere e il SI’ alle popolazioni che, dovunque nel mondo, hanno diritto di vivere in pace e giustizia. Le mani alzate sono il NO alle armi. Tutto ciò non va disperso ma trasformato in azione politica.  Mentre si va verso un mondo multipolare, a ciascuno di noi è richiesto di non distogliere lo sguardo e di contribuire con ciò che può e sa fare. Non tutti abbiamo il coraggio dell’impresa, ma tutti possiamo spingere i governi e le istituzioni verso un cambio di paradigma che metta al centro una politica di pace e nonviolenza cui formarsi e formare. Il tempo ci potrà dire cosa siamo stati in grado di fare per noi e le future generazioni. Redazione Palermo
May 23, 2026
Pressenza
Esposto-denuncia per gli abbordaggi in acque internazionali
Oggi i legali della Global Sumud Flotilla Italia hanno formalmente depositato un esposto-denuncia per il reato di sequestro di persona (art. 605 c.p.) in relazione ai fatti avvenuti il 29 aprile, il 18 e il 19 maggio 2026. Al momento, 29 cittadini italiani e 3 residenti in Italia risultano sequestrati e trattenuti a bordo di una nave militare israeliana. Di loro – tra cui ci sono il deputato Dario Darotenuto, la ex consigliera del comune di Firenze Antonella Bundu e Dario Salvetti del collettivo di fabbrica della GKN – non si hanno ancora notizie né comunicazioni uffciali sulle condizioni di detenzione o sui tempi di rilascio. La missione umanitaria “Global SumudFlotilla”, composta da decine di imbarcazioni civili e disarmate, era salpata dai porti di Barcellona e Augusta con l’obiettivo di raggiungere la Striscia di Gaza per consegnare beni di prima necessità e prestare assistenza medica alla popolazione civile, stremata da una grave crisi umanitaria. A bordo viaggiavano attivisti, osservatori per i diritti umani, giornalisti e personale medico provenienti da oltre quaranta Paesi. Tra il 29 aprile e il 19 maggio, unità della Marina militare israeliana hanno intercettato e abbordato ripetutamente la ottiglia in acque internazionali (nelle zone SAR greca, cipriota ed egiziana), a centinaia di miglia nautiche dalla costa palestinese. Durante le operazioni, documentate anche da materiale audiovisivo in fase di deposito, gli equipaggi sono stati privati della libertà personale con l’uso della forza, trasferiti coattivamente sulla nave d’assalto INS Nahshon e detenuti per ore in condizioni precarie. Dopo il rilascio dei primi attivisti sequestrati e il loro trasferimento in Grecia il 1° maggio, la missione ha ripreso il mare dalla Turchia il 14 maggio, per essere nuovamente intercettata il 18 e il 19 maggio. L’iniziativa legale si pone in continuità rispetto ai precedenti esposti già depositati in relazione ai fatti avvenuti nel medesimo contesto spazio-temporale della missione. Le legali chiedono l’immediata attivazione delle autorità giudiziarie competenti per accertare le responsabilità penali, configurando il delitto di sequestro di persona aggravato dall’uso delle armi e dal concorso di più soggetti. L’azione è volta a tutelare i diritti fondamentali dei partecipanti alla missione e a garantire il rispetto del diritto internazionale del mare. Non possiamo accettare la privazione della libertà di cittadini italiani impegnati in una missione esclusivamente pacifica. Chiediamo alle istituzioni nazionali ed europee di attivarsi con urgenza per garantire l’incolumità dei nostri connazionali, la trasparenza sulle loro condizioni e il rispetto dello stato di diritto e l’immediato rilascio di tutti gli attivisti. Global Sumud Flotilla
May 19, 2026
Pressenza
“DisArmibus”: il contro-festival che debella le ipocrisie dei traffici ‘sporchi’
“Nei giorni del festival internazionale Deportibus abbiamo organizzato il controfestival DisArmibus“, spiegano i coordinatori dell’iniziativa. Il loro obiettivo è mostrare le realtà che adombrano la kermesse di eventi – incontri, talk, dimostrazioni e performance – dedicata ai porti e alle loro trasformazioni economiche, sociali e culturali e ribadire che “Ravenna non deve più essere snodo militare e commerciale verso Israele“: > Di fronte alle sistematiche e gravissime violazioni del diritto internazionale > e umanitario e di fronte all’ennesimo attacco in acque internazionali della > Flotilla ci mobilitiamo per costruire dal basso quello che le istituzioni non > intendono fare: un embargo popolare a Israele e alla partecipazione del nostro > paese in guerra. > > Al nostro territorio non serve una passerella fatta per nascondere l’impatto > del rigassificatore, la violazione sistematica della legge 185/1990, le reali > condizioni di lavoro nel porto e la repressione del dissenso. Invitiamo tutte > le realtà associative e sindacali del territorio che sono solidali col popolo > palestinese, che hanno a cuore l’Articolo 11 della Costituzione a partecipare > e contribuire ai lavori del controfestival DisArmibus e a boicottare il > Deportibus. > > Nella mattinata di venerdì 22 maggio alle 9 in via dell’Almagià 2 faremo un > presidio e conferenza stampa in cui presenteremo il Manifesto > dell’Osservatorio popolare sui traffici di armi, che nasce dall’esigenza di > costruire un controllo popolare reale sui traffici di armamenti movimentati al > porto, sulle funzioni strategiche del porto, sulle ricadute sociali e > ambientali. Solo se sanno cosa passa, i lavoratori possono fare una > responsabile obiezione di coscienza. Chiediamo chiarezza e trasparenza su > tutto quello che passa dal porto, visto che anche recentemente abbiamo > segnalato un carico di materiale dual use diretto ad acciaieria militare > israeliana. > > Nella serata di venerdì alle ore 20:30 in sala Ragazzini si svolgerà la > presentazione del dossier Made in Italy l’industria del Genocidio elaborato > dai Giovani Palestinesi d’Italia insieme a People’s Embargo for > Palestine, Palestine Youth Movement e Weapon Watch e con il contributo > dell’European Legal Support Center. Interverranno Raffaele Spiga di BDS > Embargo, l’avvocato Andrea Maestri, referenti dei Giovani Palestinesi, > dell’Osservatorio sui traffici di armi nel porto di Ravenna e del > Coordinamento popolare e lavoratori dei porti di Ravenna, Livorno, e Ancona. > > Sabato 23 maggio all’Arci Casa Volante alle 16 all’esposizione della rassegna > GAZA REMAINS THE STORY del Palestinian Museum partecipano Carlo Biasioli e > Ivan Modestino, rispettivamente skipper della Global Sumud Flotilla e > referente dei Sanitari per Gaza. A seguire cena solidale per le compagne > denunciate e infine… JAM SESSION! Al (contro)festival DISARMIBUS organizzato dal Coordinamento popolare contro i traffici di armi nel porto di Ravenna partecipano: * Global Sumud Italia * Giovani Palestinesi d’Italia * Sanitari per Gaza * Campagna Basta Complicità * BDS gruppo embargo * … (altri in arrivo)   Dall’inizio del genocidio in corso a Gaza nell’ottobre 2023, l’Italia ha mantenuto un flusso strategico e continuativo di equipaggiamenti militari e risorse energetiche verso Israele, favorendo direttamente l’infrastruttura tecnica dell’aggressione. Nonostante le ripetute rassicurazioni pubbliche del Ministro degli Affari Esteri Antonio Tajani e della Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, secondo cui l’Italia avrebbe limitato le esportazioni di armamenti verso Israele, questa ricerca rivela una realtà sostanzialmente diversa. Una fitta rete di aziende italiane, enti collegati allo Stato e infrastrutture logistiche ha consegnato a Israele almeno 416 spedizioni di carattere militare e oltre 224 chilotonnellate di carburante provenienti dall’Italia – quantitativi confermati attraverso registri di spedizione che rappresentano probabilmente solo una frazione della reale portata dei trasferimenti… – Made in Italy l’industria del Genocidio Una collezione di documenti, disegni e materiali audiovisivi su aspetti storici, economici, geografici, demografici e culturali della sua realtà, la rassegna esplora la vita a Gaza mostrandone i luoghi, la gente e le opere artistiche. Come è ‘inciso’ nel suo titolo, la raccolta, Gaza Remains the Story illustra e narra la storia di Gaza attraverso ciò che la città e il territorio sono stati in passato e rappresentano oggi e a futura memoria. Redazione Italia
May 19, 2026
Pressenza
La diffida esorta le autorità italiane a tutelare i propri cittadini sequestrati dall’esercito israeliano
I legali dei partecipanti italiani alla missione umanitaria della Global Sumud Flotilla hanno formalmente diffidato le Autorità italiane competenti affinché adottino con urgenza tutte le iniziative diplomatiche, consolari e istituzionali necessarie a tutela dei cittadini italiani coinvolti nei recenti eventi verificatisi nel Mediterraneo orientale. La diffida è stata trasmessa, tra gli altri, al Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, alle competenti Ambasciate e Rappresentanze diplomatiche, nonché alle ulteriori Autorità nazionali ed internazionali interessate. L’iniziativa si è resa necessaria alla luce della perdurante privazione della libertà personale di alcuni attivisti coinvolti nella missione civile e umanitaria diretta verso Gaza, nonché delle gravi criticità emerse in relazione all’abbordaggio delle imbarcazioni avvenuto in acque internazionali. Nella diffida si evidenzia come la situazione presenti profili di estrema urgenza sotto il profilo della tutela dei diritti fondamentali della persona, con particolare riferimento agli artt. 2, 3 e 5 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, nonché ai principi di diritto internazionale relativi alla libertà di navigazione e alla protezione dei civili impegnati in missioni umanitarie. I legali hanno richiesto alle Autorità italiane di: * attivarsi immediatamente per ottenere informazioni ufficiali sulle condizioni e sul luogo di trattenimento degli attivisti; * garantire pieno accesso all’assistenza consolare e legale; * adottare ogni iniziativa diplomatica utile a ottenere la cessazione della detenzione e il rientro in sicurezza dei cittadini coinvolti; * verificare la legittimità delle operazioni compiute nei confronti delle imbarcazioni battenti bandiera italiana o comunque riconducibili a cittadini italiani. L’urgenza dell’intervento è ulteriormente confermata dalle recenti modifiche legislative adottate in Israele in materia di trattenimento dei soggetti accusati di aver tentato di violare il blocco navale imposto su Gaza, circostanza che impone un’immediata verifica della legittimità della detenzione tuttora in corso. “La tutela dei diritti fondamentali delle persone coinvolte non può subire ritardi né zone d’ombra. Le Autorità italiane hanno il dovere di attivarsi con la massima tempestività per assicurare protezione ai propri cittadini e verificare il rispetto del diritto internazionale”, dichiarano i legali della missione. Global Sumud Flotilla
May 19, 2026
Pressenza
Gli equipaggi sequestrati dall’esercito israeliano, centinaia di persone, detenuti illegalmente
La Global Sumud Flotilla ha ricevuto conferma che le centinaia di persone facenti parte agli equipaggi civili rapiti illegalmente durante l’aggressione navale israeliana avvenuta in alto mare ieri (lunedì 18 maggio) stanno venendo trasferite con la forza dalle forze di occupazione israeliane verso un porto della Palestina occupata. L’imbarcazione militare che trasporta gli equipaggi sequestrati – tra cui medici, giornalisti e difensori dei diritti umani provenienti da oltre 40 Paesi – dovrebbe attraccare approssimativamente alle 16:30 ora locale. La Global Sumud Flotilla chiede l’immediato e incondizionato rilascio di tutti i propri equipaggi, insieme agli oltre 9.000 prigionieri politici palestinesi arbitrariamente detenuti e sottoposti a un regime istituzionalizzato di terrore di Stato. La GSF invita inoltre i leader mondiali a chiedere la liberazione degli equipaggi della Flotilla, dei prigionieri politici palestinesi e degli ostaggi, nonché la fine del genocidio e del blocco di Gaza. Alla luce delle testimonianze relative al rapimento illegale del 29 aprile di equipaggi della GSF in acque internazionali – che descrivono pratiche di tortura, gravi abusi fisici e violenze sessuali invasive perpetrate dalle forze di occupazione israeliane – la GSF nutre gravi e assillanti preoccupazioni per la sicurezza fisica e il benessere di tutte le persone detenute illegalmente. Global Sumud Flotilla
May 19, 2026
Pressenza
Ecorà al Festival dello Sviluppo Sostenibile con Santa Marta, Climate Justice Flotilla e Global Sumud Flotilla
Il 16 e 17 maggio Milano ospiterà l’agorà ambientalista Ecorà: “due giornate di confronto, partecipazione e costruzione collettiva dedicate alle grandi sfide ecologiche, sociali e democratiche del nostro tempo”. «Ecorà nasce per creare connessioni tra società civile, movimenti climatici, scienza, sindacato, arte e istituzioni, trasformando il dialogo in attivazione concreta – spiegano gli organizzatori – In un tempo segnato da crisi e frammentazioni, vogliamo costruire uno spazio capace di generare convergenze, ecosperanza e nuove possibilità di azione condivisa. Quest’anno Ecorà assume un significato ancora più importante  siamo felici di annunciare che Ecorà Atto IV è ufficialmente parte del Festival dello Sviluppo Sostenibile 2026, il principale appuntamento nazionale dedicato alla sostenibilità e alla transizione ecologica, sociale ed economica». Durante l’evento saranno affrontati gli argomenti: • scienza e comunicazione • transizione ecologica e comunità energetiche • consumo di suolo e territorio • salute e giustizia climatica • arte e immaginari del cambiamento • climate litigation e diritti ambientali Ci sarà inoltre uno sguardo internazionale con restituzioni dalla conferenza di Santa Marta sulla Transitioning Away from Fossil Fuels, dalla Climate Justice Flotilla e dalla Global Sumud Flotilla. PROGRAMMA: Programma Ecorà Atto IV ISCRIZIONI: Registrati a Ecorà Atto IV Pagina ufficiale nel Festival dello Sviluppo Sostenibile: Ecorà IV nel Festival dello Sviluppo Sostenibile   Redazione Italia
May 12, 2026
Pressenza
Senigallia: una grande e bella manifestazione regionale e alcune domande finali…
Dopo le grandi mobilitazioni autunnali nel capoluogo regionale che, tra settembre e ottobre, hanno avuto nei blocchi del porto il loro apice e che sono proseguite anche nei mesi successivi con iniziative a sostegno della prima missione della Flotilla, una moltitudine che ha attraversato le strade di tutto il mondo, ieri è stata un’altra grande giornata di manifestazioni un po’ ovunque, in solidarietà e a fianco degli attivisti e delle attiviste che, nelle ultime settimane, replicando la precedente esperienza, hanno cercato e stanno cercando di rompere il criminale assedio dello Stato israeliano nei confronti della popolazione palestinese. E nelle Marche questa volta Senigallia è stata l’epicentro dei tanti “equipaggi di terra”. La ragione è semplice: tra i tre marchigiani presenti, due sono senigalliesi, Vittorio Sergi, insegnante e attivista di lungo corso, e Maurizio Menghini; il terzo è l’anconetano Marco Montenovi, regista indipendente di Ancona. Da moltissimi anni, nella città di mare, non si vedeva una manifestazione così numerosa; chi ha buona memoria ha fatto riferimento alla mobilitazione studentesca contro il decreto Gelmini. Ieri, andando oltre le più rosee aspettative, un migliaio di persone di ogni età ha rotto il tranquillo “struscio” del sabato sera. Partito dal piazzale della stazione, il lungo serpentone con in testa lo striscione firmato Sumud Flotilla “Thiago e Saif liberi subito” e sotto “e tutti i prigionieri nelle carceri sioniste”, ha imboccato corso 2 Giugno, cuore del centro storico, e così i tanti seduti nei bar per l’aperitivo hanno ascoltato i numerosi interventi di denuncia della terribile situazione a Gaza anche dopo la presunta tregua. Sono stati ricordati i numeri della catastrofe umanitaria in atto a partire dal 7 ottobre, quando, dopo il massacro di Hamas, Israele ha scatenato una tempesta di bombe che ha raso al suolo Gaza, mettendo in atto un vero e proprio genocidio, successivamente allargatosi alla Cisgiordania con i crimini dei coloni e dell’Idf e che da settimane sta colpendo il Libano, nella “gazizzazione” del Paese. Tutto questo parallelamente alla guerra di aggressione israelo-statunitense nei confronti dell’Iran, ottenendo, per eterogenesi dei fini, non solo di scatenare una crisi energetica internazionale i cui costi, come sempre, stanno pagando coloro che hanno sempre subito le conseguenze delle politiche economiche antisociali, ma anche di ricompattare il consenso attorno alla dittatura teocratica degli ayatollah. Tornando alla bella giornata di ieri, a cui hanno aderito numerose associazioni e che si è avvalsa dell’organizzazione del “Coordinamento Marche Palestina” con il supporto del centro sociale senigalliese “Spazio Autogestito Arvultura”, da più di vent’anni fulcro di tutte le iniziative dei movimenti a Senigallia e non solo, il corteo è proseguito fino al porto, davanti a quel mare dove, a distanza di migliaia di chilometri, la Sumud Flotilla ha ripreso a navigare verso la Turchia, mentre è arrivata anche la bella notizia della liberazione di Thiago e Saif, anche se, come sempre in questi casi, dovranno subire l’espulsione. C’è stato anche un collegamento in diretta con Vittorio Sergi, seppure complicato da ascoltare per la cattiva ricezione. In ogni caso, la mattina di sabato sul Carlino locale era uscita una sua intervista in cui annunciava ancora “una navigazione di circa 36 ore e due attraversamenti brevi, di circa due ore l’uno, in acque internazionali tra la Grecia e la Turchia. Questi saranno per noi i punti più sensibili, poiché sono i luoghi dove più probabilmente la marina israeliana potrebbe tentare delle azioni contro la flottiglia, come hanno già annunciato i media israeliani, mentre Marco Rubio, nel suo viaggio in Italia, ha contattato anche le autorità turche”, prosegue Sergi, “per chiedere loro di non far partire la flottiglia, di non accoglierla”. Vittorio ha sottolineato come “stiamo navigando in formazione stretta: tutte le barche sono organizzate in gruppi «pod», cioè gruppi dove le barche navigano insieme per sostenersi in caso di problemi tecnici”. Infine, due considerazioni finali che ci sentiamo di fare: una specifica su ieri, l’altra di carattere più generale. Tra i tanti interventi ascoltati, ha decisamente stonato la parte finale del rappresentante palestinese del Coordinamento che, dopo aver denunciato giustamente i crimini dello Stato di Israele, ha auspicato una Palestina libera “dal fiume al mare”, aggiungendo però “dove tutti possano vivere in pace, cristiani e musulmani, mentre tutti i sionisti vanno cacciati, non li vogliamo”, insomma una specie di pulizia etnica al contrario. Crediamo che un conto sia l’antisionismo — seppure, come abbiamo già scritto in passato, la storia del sionismo, come molti nazionalismi, sia complessa — e un altro sostenere posizioni di questo tipo. Nel dibattito generale sulla situazione mediorientale, da tempo si è fatta strada la posizione di chi ritiene ipocrita e obsoleta la formula dei “due Stati” e viceversa prende come riferimento il “modello Rojava”, cioè una federazione territoriale, plurale, egualitaria, basata su principi libertari, femministi e anticapitalisti, dove tutte le culture possano convivere. L’altra questione, sicuramente delicata, riguarda il tipo di missione. Ferma restando l’incondizionata solidarietà con chi mette a repentaglio la propria vita per rilanciare l’attenzione sulla catastrofe in atto a Gaza e in Cisgiordania, ci sembra opportuna la riflessione uscita sui social e firmata dalla “Freedom Flotilla Italia”, dal significativo titolo: “Il popolo palestinese non ha bisogno di essere «salvato» da noi: ci indica, piuttosto, la strada di una liberazione collettiva”. Il testo, dopo aver sottolineato come “ciò che accade a Gaza e in Cisgiordania rende evidente quello che l’Occidente rappresenta e mette in atto: a Gaza nella sua forma più barbara e più scoperta, nell’intreccio di interessi, ricatti e complicità da cui siamo governati”, afferma che è proprio “tale intreccio che dovremmo fermare qui, sui nostri territori”. “Il popolo palestinese ha bisogno che ci impegniamo a fare la nostra parte, ovvero occuparci di far sì che l’Occidente smetta di sostenere il sistema politico, economico e militare che rende possibile la devastazione di Gaza e l’occupazione permanente della Palestina”. “Esiste una contraddizione che attraversa anche i movimenti di solidarietà: questo parlare continuamente al posto dei palestinesi. Questo prenderne il posto. Il modo stesso di rappresentarsi”… “decidere strategie e ipotizzare il loro futuro senza ascoltare chi in effetti vive sotto assedio”. E ancora: “trasformare una lotta di liberazione in uno spazio simbolico dove proiettare il nostro bisogno di sentirci giusti, eroici, indispensabili”. È una dinamica più profonda di quanto vogliamo ammettere e comprendere: una sopravvivenza culturale del colonialismo dentro le coscienze occidentali, l’idea che il dolore dei popoli oppressi diventi “credibile” solo quando viene tradotto, certificato e raccontato da voci europee o occidentali. Domande, crediamo, legittime; riflessioni che pongono un problema reale, anche perché mettere a rischio la propria vita e investire risorse economiche non indifferenti per una spedizione complessa ed estremamente pericolosa sono tutte energie che sarebbe forse più opportuno indirizzare contro chi, nei nostri Paesi, è complice del genocidio e delle guerre in atto e, nello stesso tempo, rivolgere direttamente lo sforzo economico verso il popolo palestinese. Il comunicato conclude ricordando come “molte e molti dalla Palestina iniziano a porci domande che non potremmo ignorare”.               Sergio Sinigaglia
May 10, 2026
Pressenza
Thiago e Saif liberi nelle prossime ore?
Oggi, l’agenzia di intelligence israeliana Shabak ha informato il team legale di Adalah che gli attivisti e leader della Global Sumud Flotilla (GSF), Thiago Ávila e Saif Abukeshek, saranno rilasciati oggi, sabato 9 maggio 2026, dalla detenzione in Israele. Saranno consegnati alle autorità israeliane per l’immigrazione nel corso della giornata e tenuti in custodia in attesa dell’espulsione. Adalah sta seguendo da vicino gli sviluppi per assicurarsi che il rilascio avvenga e che la loro espulsione da Israele avvenga nei prossimi giorni. Adalah ha sottolineato che Ávila e Abukeshek sono detenuti illegalmente da Israele da oltre una settimana, dopo essere stati arrestati nelle prime ore di giovedì 30 maggio 2026, quando sono stati rapiti dalla marina israeliana. Durante la detenzione, sono stati tenuti in totale isolamento e in condizioni punitive, nonostante la natura puramente civile della loro missione. Entrambi gli attivisti hanno iniziato uno sciopero della fame, che Abukeshek ha intensificato rifiutando anche l’acqua la sera del 5 maggio. Gli attivisti sono stati rapiti da una nave battente bandiera italiana, il che li pone sotto la giurisdizione italiana. L’operazione costituisce una chiara violazione del diritto internazionale. Il governo italiano ha già condannato l’azione di Israele definendola illegale. Redazione Italia
May 9, 2026
Pressenza
La solidarietà non si arrende
Global Sumoud Flotilla Le navi sono partite e attualmente sono in acque internazionali. “Non lasciamo i palestinesi da soli. Il mondo intero ha visto le atrocità compiute dai militari israeliani contro noi uomini e donne disarmat3 e impegnati in una missione umanitaria. Quello che fanno ai palestinesi è peggio”, ha detto un attivista da un porto greco prima di partire alla volta delle coste turche. Per seguire il viaggio umanitario: Il Tracker Appello congiunto di ARCI, ANPI, Pax Christi, ACLI e Libera per la liberazione dei due attivisti della Flotilla, rapiti dall’esercito israeliano in acque internazionali: “Tutte le Corti internazionali intervengano per condannare i reati commessi dalle forze armate israeliane. Governo italiano e UE operino per la liberazione dei rapiti dai militari”. Appello per la liberazione dei rapiti dall’esercito israeliano Presidio per la Flotilla a Roma, ieri. Attivisti consegnano una lettera alla Commissione Ue: “Liberi subito Avila e Abukeshek”. Il presidio è stata l’occasione anche per lanciare le prossime tappe della mobilitazione. Oltre alla manifestazione nazionale, che si terrà a Milano sabato 16 maggio, Guido Lutrario, dell’esecutivo nazionale Usb, ha annunciato lo sciopero generale a Roma per il prossimo 18 maggio. Giornalisti palestinesi In Belgio si terrà la cerimonia di consegna del Premio Shireen Abu Aqileh. L’11 maggio 2026 si terrà a Bruxelles la cerimonia di consegna del Premio Shireen Abu Aqileh 2026 “Per il coraggio e l’impegno delle giornaliste”. La Federazione Internazionale dei Giornalisti (IFJ) e l’Unione Internazionale della Stampa Francofona (UPF) invitano giornalisti e sostenitori della libertà di stampa a partecipare alla cerimonia. Leggi in francese sul sito del’IFJ. Cultura Biennale di Venezia nel caos, dopo le polemiche. 20 padiglioni chiusi per la protesta dei lavoratori. Sciopero dei lavoratori e delle lavoratrici della cultura contro la presenza israeliana alla mostra internazionale. La polizia ha attaccato il corteo pacifico. Non è garbato ai commissari del governo il cartello “No al padiglione del genocidio”. La mobilitazione è stata promossa dal collettivo Anga – Art Not Genocide Alliance. La manifestazione è stata convocata “contro il genocidio e la militarizzazione dell’economia, per i diritti di lavoratrici e lavoratori e in solidarietà con gli attivisti della Global Sumud Flotilla Thiago e Saif, detenuti ora in Israele”. La cultura non può essere neutrale di fronte alle atrocità della guerra. I due pesi e due misure non si addicono alle istituzioni culturali, ma il “civile occidente” è guercio. Due anni fa a Venezia è stata impedita la presenza della Russia per l’invasione dell’Ucraina. Non si è voluto escludere Israele malgrado il genocidio in corso a Gaza e l’Apartheid e pulizia etnica nei territori palestinesi occupati. La pensata “geniale” degli organizzatori, che non volevano cancellare la presenza di Israele, è stata quella di ammettere la Russia, anche se il contesto della guerra non è cambiato rispetto a due anni fa. Ipocrisia all’ennesima potenza, che ha scatenato litigi all’interno del governo e indotto l’UE a cancellare il finanziamento alla Biennale. Sciopero della fame a staffetta contro il genocidio Prosegue il digiuno a staffetta. Sono passati 11 mesi e 24 giorni dall’avvio della campagna di Digiuno x Gaza, l’iniziativa lanciata a maggio 2025 da Anbamed.   ANBAMED
May 9, 2026
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