Secondo Toni Morrisondi FEDERICO RAHOLA.
Did you ever see a whale?
Sembra che nel gennaio del 1851, in prima pagina, il reazionario New York Herald
ricorresse a questa domanda e questa metafora per descrivere il clima esplosivo
che sconvolgeva le strade di New York. Un’atmosfera tanto sovversiva quanto
eversiva, agitata da mobilitazioni abolizioniste e sconvolta dagli assalti e i
linciaggi quotidiani di squadracce paramilitari suprematiste: come un incendio
che divampa, visto da lontano, “a fire from afar burning today’s ice”. Ma perché
utilizzare l’immagine di una balena? E quale balena?
Quel titolo di giornale è stato rievocato in una lecture del 1989 che Toni
Morrison ha dedicato a Melville e Moby Dick e deciso di intitolare “Unspeakable
things unspoken”, indicibili cose non dette. Le pagine centrali di
quell’intervento rileggono l’enigma della balena bianca nella filigrana del
colore, un colore invisibile per dire l’ossessione di una razza senza colore. E
lasciano intuire, ma è una congettura, che la metafora della balena sparata in
prima pagina da quel giornale non sia potuta sfuggire a Melville, cittadino di
NY che nel gennaio del 1851 stava per pubblicare un romanzo su una balena, per
giunta bianca. Secondo Morrison, infatti, il nodo centrale di Moby Dick ruota
tutto intorno alla bianchezza, la whiteness di una balena bianca che si carica
di un carattere ossessivo, fantasmatico, lo stesso che perseguita l’autore
(verosimilmente abolizionista e comunque antirazzista) e fa impazzire il
personaggio centrale del suo romanzo, Achab.
Perché, sempre secondo Morrison, l’attimo –verrebbe da dire fotostatico– in cui
una balena bianca appare e scompare, in cui letteralmente balena tra i flutti
dell’oceano, segnala (metaforicamente, come nel titolo del NY Herald) il
frangente storico in cui il terrore bianco di un’ideologia razziale balena e si
fissa cancellando e sopprimendo ogni altro colore (essendone in realtà la
somma), naturalizzandosi come unico, come la negazione di ogni colore.
Su questo presupposto Toni Morrison procede chiedendosi a quale prezzo sia stato
annientato e silenziato tutto quanto non è bianco dentro al mito della
whiteness, definendo quella presenza assente “a ghost in the machine”:
> “Le cose invisibili non sono necessariamente inesistenti, un vuoto può essere
> un vuoto ma non necessariamente un vacuum, il vuoto assoluto […] Quali imprese
> intellettuali hanno dovuto compiere per cancellarmi da uno società che ribolle
> della mia presenza, e quale effetto ha avuto tale impresa sull’opera?”
È la domanda che Morrison rivolge, come metodo, non tanto a Melville, che in
qualche modo risponde con la pazzia di Achab, ma all’intera letteratura (e forse
all’intera storia, all’intera società) americana: “dove si trova nel romanzo
americano l’ombra della presenza da cui il testo è fuggito?” La “fuga dal nero”,
la sua cancellazione più ancora della presenza di un soggetto (barrato) “nero”,
è il vero ghost in the machine, della macchina mitologica della whiteness:
perché il 1851 è anche l’anno della sentenza filoschiavista del giudice Shaw
(che era suocero di Melville) sul fugitive act, la legge che imponeva, nelle
libere città del nord, a chiunque si imbattesse in un presunto schiavo fuggiasco
di consegnarlo alle autorità e rispedirlo al mittente, al padrone, alla
piantagione. E di fronte alle mobilitazioni abolizioniste e alle rappresaglie e
i linciaggi delle pro-slavery mobs, ci si poteva chiedere, come faceva il NY
Herald, “avete mai visto una balena?” Ma, ancora, quale balena? Gli schiavi in
fuga, la diserzione di massa dalle catene delle piantagioni, il movimento
abolizionista, la reazione suprematista, il fugitive act, il terrore bianco?
Tutti sintomi di una “fine del mondo”, di una guerra civile.
La balena può affiorare in ognuno di questi singoli atti o fatti, ma può anche
rappresentarne la somma caotica, la loro totalità incandescente. Scriverne una
cronologia, dalla sua “nascita in uno stato naturale alla sua trasformazione in
merce” significa verosimilmente scrivere una cronologia del middle passage e
della blackness. Ma scrivere la storia di una balena bianca, che trascende tutte
le altre, implica uno sforzo diverso, confrontandosi con qualcosa che diventa
un’astrazione, “un’idea malvagia”, e che fa impazzire.
Per Melville, secondo Morrison, la nasty idea è quella mostruosa che intorno al
bianco e alla bianchezza costruisce un’ideologia suprema(tista) della razza.
Melville, sempre secondo Morrison, sarebbe “sopraffatto dalle incongruenze
filosofiche e metafisiche di un’idea straordinaria e senza precedenti che trovò
la sua massima manifestazione nel suo tempo e nel suo paese”, USA 1851:
“l’affermazione riuscita del bianco come ideologia razziale.” Ciò l’avrebbe
portato a scrivere: “Questo mondo visibile e colorato sembra formato dall’amore;
le sfere invisibili, bianche, sono state formate dalla paura, dal terrore”, per
dire che l’invenzione del bianco come (colore) invisibile è stata effettivamente
costruita sulla paura, intessuta di terrore (coloniale, imperiale, schiavista,
razzista). Il terrore bianco di una balena bianca.
La lettura di Moby Dick suggerita da Toni Morrison, di cui ho già parlato in un
articolo su dinamopress da cui riprendo molto, mi affascinava, senza dubbio. Ma
stentavo a convincermene del tutto. Mi sembrava “forzata”, come se scontasse
un’analoga trama ossessiva: la tendenza a vedere la stessa macchia, il colore e
la razza dappertutto, anche in una balena (davvero casualmente?) bianca, anche
nell’ossessione che guida la pazzia di Achab, la sua pulsione nichilista. A
maggior ragione se quella pulsione la si legge alla luce di un’ulteriore
variante del nichilismo, incarnata da un’altra dramatis persona concepita dalla
mente di Melville due anni dopo, e cioè Bartleby, the Scrivener: un altro modo
di raccontare lo sprofondo di una sparizione ma attraverso la negazione, dove la
prima diceva solo distruzione. Insomma, anche alla luce della continuità tra
queste due figure, di questa persistente struttura del sentire, qualcosa non mi
faceva aderire del tutto alle parole e la macchina di pensiero di Morrison, ed
era una sensazione inedita, perlomeno nei suoi confronti: lo scetticismo che si
può provare di fronte a un gesto reiterato, ripetuto e ripetitivo; il sospetto
che tutto venisse ricondotto a uno stesso tema, un unico nucleo ideologico, un
solo movente. Come fosse scontato, come una fissazione, eppure…
Eppure non è forse reiterato e ossessivo il gesto che rivendica, anche
inconsciamente (o a maggior ragione inconsciamente) la witheness come ideologia
razziale? E non è forse ripetuto il terrore che accompagna quel gesto? Non è
cioè ossessivo il ricorso reiterato a un fantasma bianco che paradossalmente fa
apparire ossessivo ogni tentativo di richiamarne la presenza e denunciarne il
terrore? Anche per questo mi è sempre più difficile leggere Moby Dick su altri
registri, lontani da quello di Morrison, soprattutto oggi.
Ci si potrebbe e forse dovrebbe chiedere se e cosa è cambiato da quel gennaio
del 1851, anno di Moby Dick e di linciaggi, squadracce suprematiste e marce
razziste, anno del fugitive act come della resistenza black, di quella
eterogenea mobilitazione e coalizione che ha dato vita alla Underground railroad
nelle città santuario del nord, tra cui Minneapolis. Lo si può e forse lo di
deve fare. Ma non è (tanto) guardando indietro, a caccia di analogie, ricorsi,
parallassi, che si vede una balena e se ne percepisce l’ossessione: l’haunting è
sempre proiettivo, una proiezione, un’ombra che incombe e da cui non si è mai al
riparo. Forse allora occorrerebbe anche guardare oltre il momento e dire per
esempio che il 1851 era già guerra civile. Come lo è già/ancora oggi, a
Minneapolis 2026. Vedere la stessa ossessione balenare, lo stesso terrore bianco
stagliarsi, verso dove? Do you see a whale? Can you feel the civil war?
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