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Uguali davanti alla vita
-------------------------------------------------------------------------------- Domenica 11 ottobre è stata promosso l’iniziativa “Una panchina per Giulio”, nel quartiere Quadraro di Roma. Sono intervenuti rappresentanti del Comune di Roma, Ascanio Celestini, Cgil, Articolo 21, Clara Santini di Khora spazio di resistenze, Mauro Caliste (presidente del Municipio Roma V), Maurizio Mattana (presidente della Commisione Cultura), Associazione Dottorandi e ricercatori in Italia e Comitato promotore “Una panchina gialla per Giulio Regeni al Quadraro vecchio”. Ad accompagnare la mattinata, le musiche di Daniele Mutino, Ziad Trabelsi, Pietro Barale, Pasquale Innarella e le letture di Ascanio Celestini e associazione QuadraCoro -------------------------------------------------------------------------------- Sono nato nel 1972. Enrico Berlinguer nel mese di marzo diventa segretario del Partito Comunista italiano. Due giorni dopo Gian Giacomo Feltrinelli esplode accanto a un traliccio dopo essere entrato in clandestinità. A Milano Giorgio Strehler è il direttore del Piccolo e rappresenta i suoi spettacoli in via Rovello, nel palazzo conosciuto come luogo di tortura fascista. In quei giorni viene ucciso il commissario Calabresi, ritenuto responsabile della morte dell’anarchico Pinelli. A Cannes trionfa “La classe operaia va in Paradiso” e “Il caso Mattei”. A Berlino “I racconti di Canterbury”, di Pasolini. De Sica vince il quarto Oscar con “Il Giardino dei Finzi-Contini”. Il boom è finito da un pezzo e anche il Sessantotto con l’autunno caldo. Il centrosinistra era nato quasi dieci anni prima e già aveva perso quella potenza riformatrice che aveva illuso il paese. Erano già stati organizzati due colpi di Stato e le strade stanno smantellando ogni speranza di radicare il cambiamento del paese. Sono nato nel 1972. Sono andato a scuola l’anno del sequestro Moro. Il corpo del presidente della Democrazia cristiana viene abbandonato in una Renault 4, nelle stesse ore in cui si ritrova in Sicilia quello di Peppino Impastato. Le grandi riforme, dallo Statuto dei lavoratori alle leggi sul divorzio e l’aborto, si chiudono con la Legge 180. La liberalizzazione dell’etere che aveva fatto nascere le radio libere sta dando forza alla televisione privata che con Berlusconi caratterizzerà tre splendidi decenni da Drive-in a Striscia la notizia. Karol Wojtyła viene eletto papa, Sandro Pertini presidente della Repubblica. Goldrake è trasmesso per la prima volta sulla Rete 2. Sono nato nel 1972. I feticci del Sessantotto e del Settantasette li ho vissuti di rimbalzo dieci anni dopo, quando in Europa cade il muro di Berlino e viene giustiziato Nicolai Ceaucescu. In Cina si massacrano gli studenti a piazza Tienanmen. In Giappone si vende il Game Boy. Gli americani eleggono George Bush. Va in onda la prima puntata dei Simpson. Sono nato nel 1972. La mia generazione si è mossa a casaccio nella corrente del riflusso, ha ereditato le conquiste di altri e si è trovata a difenderle con le armi di plastilina che fornivano gli anni Ottanta. Nel migliore dei casi la mia generazione ha abbozzato una lotta in trincea per non perdere libertà e diritti, per non farsi strappare valori e ideali, la difesa di qualcosa che già c’è e rischia di sparire. Ha preso il posto della lotta per un mondo possibile, futuro, evaporato in un’estate del 2001 tra gli scontri di Genova e l’attacco alle Torri Gemelle. Sono nato nel 1972 E penso che una generazione non può non ritagliarsi una propria utopia, anche se ridimensionata. Una generazione non può vivere solo delle utopie altrui. Così i sogni delle generazioni passate si sono adattati alla trasformazione del politico nel personale. Quei sogni sono usciti dal corpo sociale per entrare nei corpi di persone defunte, ma con un nome, cognome e testimoni che ne raccontano la storia, che li raccontano vivi. E nel raccontarli vivi riconoscono che nei loro corpi si è infilata l’ingiustizia che fino a qualche decennio fa combattevamo nelle strade contro un potere fatto di palazzi protetti da eserciti e leggi. La solitudine delle lotte politiche del nuovo millennio si ritrova nei corpi e nel dolore di quei corpi lasciati soli. In quei corpi vediamo, come dicono i genitori di Giulio Reggeni, tutto il male del mondo. Così, chiediamo verità per Giulio Reggeni e Mario Paciolla, andiamo in piazza, nei tribunali, per Stefano Cucchi e Federico Aldrovandi, prendiamo posizione contro quelli che liquidano la morte di Davide Bifolco e Ugo Russo, come un fatto di cronaca nella giungla di Napoli in mano alla camorra, contro quelli che derubricano la morte di Giuseppe Uva come uno che si era andato a cercare. Noi pensiamo che se non siamo uguali davanti alla legge possiamo almeno essere uguali davanti alla vita. -------------------------------------------------------------------------------- Testo preparato per l’iniziativa “Una panchina per Giulio”, promossa nel quartiere Quadraro di Roma l’11 ottobre. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Uguali davanti alla vita proviene da Comune-info.
October 12, 2026
Comune-info
Furundulla 340 – Sostenere l’insostenibile…
… dal nucleare all’Egitto ignaro delle sevizie a Regeni di Benigno Moi Assodato che le vignette non vanno spiegate… ma sono un sasso buttato come spunto di riflessione, per ogni vignetta almeno un link (forse)… sostenibiliamo il nucleare avvenire: nel ritorno dellitalia al nucleare ci sono poche certezze Campagne elettorali “Le cose da chiarire sul tentativo di attentato sul volo
Frutti fuori stagione
Le speranze sono frutti fuori stagione e i cieli si aprono con litri e litri di acqua, che cadono e allagano le case cemento e le famiglie, messe a regime, nuotano nei soccorsi e si adeguano ai cambiamenti climatici e alle guerre s-concertate dai ricchi signori papponi che curano sempre i loro affari di famiglia. Le speranze sono frutti fuori stagione che crescono rigogliosi nelle nazioni autoritarie e alcuni ebrei, felici e contenti di abitare le loro terre, sor-prendono le altre terre dei Palestinesi, benedette dal capo sionista che sferra colpi all’impazzata e non distingue più la morte naturale dal genocidio con tanti raggi d’azione ri-tenuti all’oscuro. Le speranze sono frutti fuori stagione e ci sono i grandi fratelli di sangue puro che trascinano le guerre con biglietti di sola andata di-pendenti dalle labbra di un presidente ringhioso, amico-protettore, attestato nella sua cattiva fede, e il papa Leone sogna e prega giorno e notte la madonna… a-morosa madre di Dio. Le speranze sono frutti fuori stagione e la verità per Regeni rimane… sequestrata, affiorata e ri-affondata nella mezza-notte della giustizia egiziana, mal-andata alla rovina dai suoi segreti di Stato e da un ministro italiano esterofilo che si trastulla e la sua discarica mentale orina parole su parole. Pino Dicevi
September 30, 2026
Pressenza
Ed ora è necessario interrompere i rapporti con l’Egitto
La pronuncia del Tribunale dice chiaramente che il sequestro e le torture di Giulio Regeni non sono stati l’opera di criminali comuni o di schegge impazzite, ma un crimine di Stato orchestrato dagli apparati di sicurezza interna (il National Security egiziano). Esso segna anche la indegnità. Da oggi è indifendibile la linea politica dei governi italiani secondo cui era possibile attendersi una “collaborazione spontanea” da parte delle autorità egiziane. È stato confermato l’ostruzionismo sistematico denunciato fin dall’inizio dai genitori di Giulio, Procura di Roma e dai legali della famiglia Regeni. L’ineffabile Tajani, che pure è Ministro degli Esteri, ha vergognosamente tentato di derubricare il significato della sentenza, come se avesse accettato solo le responsabilità dei “singoli soggetti”, nel puerile e servile tentativo di preservare i rapporti con l’Egitto. Ma la sentenza ha tolto ogni residuo velo di ipocrisia ed è ora insostenibile e vergognoso lasciar proseguire gli accordi commerciali, le forniture militari e la cooperazione sui flussi migratori con Il Cairo. Si sapeva già, ma ora non può esistere nemmeno l’ipocrisia: è accertato che gli imputati erano la catena di comando di una struttura statale. Ora il governo italiano si trova davanti a un obbligo anche formale: dare seguito a quanto richiesto dall’Avvocatura di Stato ed esigere ufficialmente dall’Egitto il risarcimento del danno. Il Governo italiano deve pretendere un confronto formale con il regime di al-Sisi, denunciando la politica di tutti questi anni imperniata sul “far finta di nulla”. Questo sì sarebbe normale e giusto patriottismo. Gregorio De Falco
September 29, 2026
Pressenza
Giulio Regeni: tre 007 egiziani condannati a dieci anni per il sequestro, ma non per l’omicidio
La Corte d’Assise di Roma ha condannato tre 007 egiziani per la morte di Giulio Regeni al Cairo nel 2016.Il quarto agente dei servizi segreti imputato è stato assolto. Dieci anni è la condanna inflitta ai 3 agenti dei servizi segreti egiziani: il maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif – per il quale la Procura aveva chiesto l’ergastolo – e i colonnelli Uhsam Helmi e Athar Kamel Mohamed. Il, quarto imputato, il generale Tariq Sabir, è invece stato assolto. I tre 007 egiziani sono stati condannati solo per il sequestro di Giulio Regeni. I giudici hanno infatti fatto cadere l’accusa di omicidio riconoscendo per i condannati l’accusa di sequestro di persona. La sentenza arriva a 3.890 giorni da quando Giulio Regeni venne trovato morto in Egitto, sul corpo evidenti segni di violenze e torture. Oggi su quella morte è arrivata la prima “verità” processuale con la sentenza della prima Corte d’Assise di Roma chiamata a decidere sulla richiesta avanzata dalla Procura nei confronti dei quattro imputati, tutti appartenenti ai servizi segreti del Cairo. “È evidente che bisognerà leggere le motivazioni, ma oggi sappiamo che la nostra fede nella giustizia è stata ben riposta” ha detto l’avvocata Alessandra Ballerini, legale dei familiari di Regeni. “Da oggi tutti i cittadini del mondo possono sentirsi più sicuri, da stasera tutti i regimi del mondo e i loro apparati, le loro divise, saranno costretti a ricordarsi che la dignità delle persone è inviolabile così come i loro corpi.” “Questo processo non consegna una verità intuitiva o emotiva” ha affermato in aula il rappresentante dell’accusa. “Consegna una verità processuale costruita attraverso prove documentali; prove dichiarative; prove tecnico-scientifiche; riscontri esterni; convergenze indipendenti; verifiche dibattimentali.” “Siamo qui oggi nonostante questo faticosissimo percorso ad ostacoli, in salita. Grazie a tutti, alla scorta mediatica e al popolo giallo. In pochi avrebbero scommesso che saremmo arrivati a un processo e poi a una sentenza. Questa è già una vittoria, ma non ci accontentiamo”, ha detto l’avvocata Alessandra Ballerini, legale della famiglia Regeni. “Tutto quello che il regime egiziano poteva mettere in campo per impedire questo processo lo ha fatto, però questa famiglia è resistente. I Regeni lo hanno fatto per noi e se oggi i nostri diritti valgono un po’ di più è merito loro”, ha aggiunto. “Non ci riguarda, perché la nostra è una democrazia: c’è la separazione dei poteri prevista dalla nostra Costituzione”, ha risposto Ballerini a chi le chiedeva un commento sulla recente visita del Ministro degli Esteri Antonio Tajani in Egitto e sull’incontro con il presidente Al Sisi.     Articolo 21
September 29, 2026
Pressenza
Una sentenza “diplomatica” sul caso di Giulio Regeni
La Corte d’assise di Roma ha condannato a dieci anni in primo grado – ma solo per sequestro di persona – tre funzionari degli apparati di sicurezza egiziani. Un quarto imputato è stato assolto. L’omicidio di Giulio Regeni rimane dunque senza condanne. Per un verso è un risultato importante, perché […] L'articolo Una sentenza “diplomatica” sul caso di Giulio Regeni su Contropiano.
September 29, 2026
Contropiano
Sentenza Regeni, arrivano le condanne: ora la palla passa al governo
Sono passati più di dieci anni dal ritrovamento del corpo di Giulio Regeni al Cairo; ieri, la Corte d’Assise di Roma ha pronunciato la prima sentenza sul caso del ricercatore italiano. La Corte ha condannato a dieci anni il maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif e i colonnelli Uhsam Helmi e Athar Kamel Mohamed; assolto, invece, il generale Tariq Sabir. Tutti erano accusati di sequestro pluriaggravato, mentre Sharif rispondeva anche di lesioni e omicidio aggravati, ma le condanne sono arrivate solo per il sequestro. Secondo i pm, Regeni sarebbe stato sequestrato e torturato perché erroneamente ritenuto coinvolto in attività di intelligence ostile. Gli imputati non erano presenti in aula a causa della mancata collaborazione delle autorità egiziane. Proprio la cooperazione con il Cairo è stata al centro delle richieste della famiglia di Regeni, che ha accolto con favore la sentenza, ma ha chiesto conto al governo dei rapporti italiani con l’Egitto, Paese che, afferma la legale dei genitori, «lungi dall’essere sicuro, tortura e uccide anche i cittadini degli Stati cosiddetti amici». Il caso Regeni è ancora ben lontano dall’essere chiuso, ma la sentenza di ieri, 28 settembre, fornisce una pietra angolare per lo sviluppo del procedimento giudiziario. In attesa delle motivazioni, si può affermare che, allo stato, la Corte non ha ancora trovato una soluzione sul fronte dell’omicidio, pur avendo stabilito la responsabilità degli imputati per il sequestro del ricercatore italiano. La Procura chiedeva l’ergastolo per Sharif e 17 anni e sei mesi per gli altri tre imputati. La sentenza della Corte non ha dunque accolto le richieste della Procura, ma è stata accolta positivamente dalla legale della famiglia: «È evidente che bisognerà leggere le motivazioni, ma oggi sappiamo che la nostra fede nella giustizia è stata ben riposta. Da oggi tutti i cittadini del mondo possono sentirsi più sicuri, da stasera tutti i regimi del mondo e i loro apparati, le loro divise, saranno costretti a ricordarsi che la dignità delle persone è inviolabile così come i loro corpi», ha dichiarato Ballerini. La sentenza assegna anche i risarcimenti per le parti civili. In totale, si tratta di oltre mezzo milione di euro, sotto forma di provvisionale: 200mila euro per ciascun genitore e 100mila per la sorella di Regeni; è stato inoltre stabilito un risarcimento per la Presidenza del Consiglio, pari a 150mila euro. Oltre a queste somme, gli 007 egiziani saranno chiamati a risarcire i danni patrimoniali e non patrimoniali in favore tanto della famiglia quanto della Presidenza del Consiglio, da quantificare in sede civile. Ora si attendono le motivazioni. La difesa ha affermato di volerle esaminare per valutare un eventuale appello: «Siamo moderatamente soddisfatti e attendiamo le motivazioni, fiduciosi di poter proporre appello», ha dichiarato il difensore Sarno. Il caso di Regeni, ricercatore italiano presso l’Università di Cambridge, risale al 2016, quando il suo corpo venne trovato senza vita con evidenti segni di tortura. Le indagini italiane ricostruirono il coinvolgimento degli apparati di sicurezza egiziani, ma le autorità del Cairo hanno sempre respinto le accuse, arrivando a ostacolare la cooperazione giudiziaria. Il rinvio a giudizio per i quattro agenti è arrivato nel 2020, mentre il processo si è aperto due anni fa, tra le difficoltà nell’inviare le notifiche e i continui depistaggi: nel corso dell’inchiesta, la difesa ha denunciato la difficoltà di trovare periti di lingua araba per timore di ritorsioni, nonché indagini segnate da false attribuzioni dell’omicidio. La mancata collaborazione delle autorità egiziane si è riverberata anche sul processo, tanto che gli imputati erano assenti in aula. Resta, insomma, aperto anche il nodo politico. Il caso Regeni è sin da subito diventato simbolo delle controverse relazioni che lo Stato italiano intrattiene con Paesi che ledono i diritti umani. Tanto le opposizioni quanto la legale della famiglia hanno chiesto al governo di rendere conto dei rapporti tra Roma e il Cairo, e in Parlamento è stata presentata anche un’interrogazione sulla questione. Tajani, tuttavia, ha preferito sottolineare la distinzione tra la responsabilità dello Stato e quella dei singoli imputati: «Non è stato condannato l’Egitto, sono state condannate tre persone», ha affermato, dimenticando che si tratta di tre militari appartenenti agli apparati di sicurezza egiziani. I rapporti tra Italia ed Egitto sono descritti dalla stessa pagina dedicata dell’esecutivo come «solidi e di lungo corso». A fine 2025, l’Italia si è imposta come secondo mercato di importazione di beni egiziani e nono fornitore del Paese. A inizio mese lo ha rimarcato anche lo stesso Tajani, in occasione della sua sesta missione nel Paese da ministro degli Esteri: «L’Italia è il primo partner commerciale europeo dell’Egitto» e «nel 2025 il nostro interscambio ha raggiunto 5,9 miliardi di euro, crescendo dell’11,7%». Al Cairo vi è una presenza diffusa di imprese attive in diversi settori, dall’energia all’agroindustria, dalla meccanica alle costruzioni. Eni opera in Egitto attraverso la sua controllata IEOC ed è, sostiene il gruppo stesso, «il principale produttore del Paese, con una produzione di idrocarburi pari a circa 242.000 barili di petrolio equivalente al giorno nella quota di sua competenza nel 2025». C’è, poi, lo scambio di armamenti: secondo i dati dell’Istituto per gli studi per la pace di Stoccolma (SIPRI), il più importante centro di ricerca sugli studi per la pace al mondo, nel periodo 2021-2025 l’Egitto è risultato il dodicesimo importatore di armi al mondo, con l’Italia che ha costituito il suo terzo fornitore su scala mondiale, con il 18% dei volumi di importazione. Nel solo 2025, invece, si legge nella relazione governativa sulle esportazioni, l’Italia ha autorizzato esportazioni di materiali d’armamento verso l’Egitto per 21,25 milioni di euro. Nel suo discorso al Cairo, Tajani ha rivendicato i rapporti commerciali con l’Egitto, rilanciando la collaborazione con il Paese. 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September 29, 2026
L'INDIPENDENTE
Peace Walk to Jerusalem, una testimonianza dal Veneto
Nel presidio per Gaza di Piazza Duomo, a Milano,  c’è una donna straordinaria, si chiama Grazia Fecchio: sui 440 giorni in piazza ne avrà fatti più di 400. È tra coloro che si caricano i cartelli da portare per chi non li ha, viaggia col suo carrellino e sale sul tram per tornare a casa. Non solo: ha organizzato la Global March che a suo tempo è andata da Milano a Lecco a piedi e diverse camminate in montagna con tanto di bandiere palestinesi sui sentieri lombardi. Da cinque giorni sta partecipando alla Peace Walk to Jerusalem insieme a Maria Elena e Luisa, tutte e tre del presidio di Piazza Duomo di Milano, per fare il tratto da Venezia a Trieste, passando tra l’altro da Fiumicello, il paese di Giulio Regeni. Ci hanno raccontato che la prima sera, con traduzione in diverse lingue, Grazia ha parlato del presidio di Milano con ovazione al seguito. Un dettaglio: Grazia ha 80 anni. Le chiedo di raccontarci come va il tratto di marcia che stanno facendo. A distanza di tre giorni mi manda due messaggi e decido di pubblicare integralmente le sue preziose parole. “Eccomi, Andrea, ieri giornata piena. Prima un tour per Venezia, dove il gruppo si è fermato in più punti per brevi presidi. Il taglio della marcia è “neutro” (semplicemente per la pace). Per fortuna gli eventi ci hanno portato in più occasioni a mettere in luce la “nostra Gaza”. In un presidio una signora palestinese ci ha raccontato la sua vita di 70 anni costellati dagli eventi tragici della Palestina, in arabo, tradotto poi in italiano e inglese; il gruppo è internazionale. Ieri sera a Treponti siamo stati ospitati in due strutture, belle, pulite, accoglienti. Dopo cena a Treponti incontro con la sindaca ed altri rappresentanti locali, poi uno spettacolo di musica nell’ambito del 5° Festival della canzone veneziana. Gaza è stata più volte ricordata e – occorre dirlo? – abbiamo concluso con Bella ciao. Ora partiamo per Jesolo.” Tre giorni dopo, in vista di Trieste: “Caro Andrea, non mi sono fatta sentire nei giorni scorsi perché non mi sembrava di avere cose importanti da raccontare. Anche se ciò che per me è ordinario, può essere straordinario per gli altri. La marcia continua e l’organizzazione tiene, nonostante siamo tanti e tante. La Palestina è sempre nei nostri cuori e nelle nostre parole nonostante il profilo “neutro” di cui ti parlavo. La lingua batte… Aggiungo che il percorso ci porta a osservare situazioni scandalose: queste città di mare, tutte uguali, con i loro grattacieli a pochi metri dalla riva – certamente non appartamenti popolari – kilometri di spiagge private contro centimetri di spiagge libere, scivoli e giochi di plastica per i bambini (poveri bambini), un mondo pieno (vuoto) di luci e colori e fiumi di gente che non si sa dove vada… E che ci azzecca questo con la pace? C’entra, c’entra perché non potremo mai arrivare alla pace in un sistema siffatto, con un mondo diviso in due, dove la vita comoda di alcuni ha un costo. E questo costo è ciò che togliamo agli altri. E mi chiedo se chi se ne sta seduto sulla panna arrivi a capire questi cavalieri erranti che vorrebbero “raddrizzare i torti”, difendere l’umanità dalle bombe, dalla fame, dalle ingiustizie. Chiedo scusa se non ho parlato di pace, di amore, di perdono; preferisco parlare di diritto, di diritti, di privilegi.” Tutto il presidio di Milano, ma proprio tutto, le vuole un bene dell’anima. Pare che i marciatori internazionali la vorrebbero con loro fino a Sarajevo, ma Grazia dice di voler tornare in piazza. Comunque deciderà saremo con lei.   Andrea De Lotto
August 31, 2026
Pressenza
Giuli silura alcuni collaboratori e mostra lo scontro interno al governo
Il Ministero della Cultura continua a essere nell’occhio del ciclone. Il ministro Alessandro Giuli ha deciso di usare il pugno di ferro, revocando con effetto immediato gli incarichi a due figure chiave del suo staff: Emanuele Merlino, responsabile della segreteria tecnica, ed Elena Proietti, a capo della segreteria personale. Il […] L'articolo Giuli silura alcuni collaboratori e mostra lo scontro interno al governo su Contropiano.
May 12, 2026
Contropiano