L’algoritmo che decide l’università: proteste in Francia, in Italia è già tutto pronto
Da settembre i liceali francesi sono in piazza, e tra i bersagli della protesta
c’è Parcoursup, la piattaforma che regola l’accesso all’università smistando gli
studenti con algoritmi opachi. Dietro la promessa del merito, Parcoursup
amministra la scarsità di posti e risorse e riproduce la selezione di classe. E
in Italia? Un Parcoursup non c’è, ma gli ingredienti per costruirlo sì, a
partire dal tracciamento standardizzato di tutti gli studenti, ovviamente in
nome di un orientamento più “efficace” e più “equo”.
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Da settembre i liceali francesi sono in piazza, e nel giro di poco si sono
uniti a loro anche gli studenti universitari. La protesta è partita dalle
periferie, ha raggiunto rapidamente la banlieue parigina e in pochi giorni si è
estesa a tutto il Paese: oltre 1900 istituti bloccati e cortei studenteschi che
hanno progressivamente intrecciato le proprie rivendicazioni con quelle di altre
categorie, con il sostegno delle organizzazioni sindacali. Accanto agli studenti
si sono mobilitati medici e infermieri, pompieri, agricoltori, lavoratori dei
trasporti e collettivi ambientalisti, fino ai Gilet Jaunes, protagonisti della
lunga stagione di lotte che ha segnato i primi anni della presidenza Macron. Il
17 ottobre quasi un milione di persone ha manifestato in ogni angolo della
Francia. Una mobilitazione massiccia a cui il governo ha risposto con la
“dottrina dell’ordine” e non con la politica, destinata a riorganizzarsi nelle
prossime settimane, ma che ha già riportato con forza al centro del dibattito lo
stato sociale, le risorse pubbliche e la dignità delle condizioni di vita. Il
tutto sullo sfondo di un’opposizione concreta alle grandi questioni
internazionali, a partire dall’impegno militare della Francia in Europa.
LE RIVENDICAZIONI DEGLI STUDENTI E L’ALGORITMO PARCOURSUP
Le rivendicazioni degli studenti nascono dalla vita di tutti i giorni in classe
e parlano di dignità e di uguaglianza. Gli edifici sono inadeguati e insalubri,
gelidi d’inverno e roventi d’estate. Gli insegnanti mancano, le classi sono
sovraffollate e gli orari insostenibili. È una situazione peggiorata nell’ultimo
decennio, sotto le politiche neoliberali della presidenza Macron (in particolare
con la cosiddetta riforma Blanquer del baccalaureat “a la carte” e lo “choc des
savoirs” e relativi gruppi di livello di Attal) portate avanti in nome del
merito e del rigore, che nei fatti hanno significato ulteriore privatizzazione
dei percorsi, più selezione e polarizzazione sociale.
Il simbolo di questa stagione di politiche ha un nome: Parcoursup. Lo abbiamo
visto circolare nelle interviste, letto sui cartelli disegnati con i pennarelli
dai liceali in corteo: “Nos rêves ne rentrent pas dans une case Parcoursup” (“i
nostri sogni non entrano in una casella di Parcoursup”)
Parcoursup è la piattaforma nazionale che governa l’accesso al primo anno di
università. In estrema sintesi, possiamo dire che se prima erano gli studenti a
fornire una lista ordinata delle loro preferenze, e un algoritmo nazionale li
assegnava ai corsi universitari, con Parcoursup è sostanzialmente il contrario:
sono i corsi a mettere in fila gli studenti, ciascun con il proprio “algoritmo
locale” e criteri spesso non trasparenti, sulla base dei voti degli insegnanti e
del dossier degli ultimi due anni di scuola. La Corte dei conti francese ha
chiesto di rendere pubblici questi criteri, e ha segnalato che tra i parametri
usati c’era anche il liceo di provenienza.
Parcoursup è stato definito un “oracolo digitale” che si esprime attraverso una
“piattaforma online per cercare di regolare l’accesso agli istituti universitari
più ambiti secondo criteri meritocratici, ponderando decine di fattori, tra i
quali media dei voti, attività extra-scolastiche, volontariato, cultura generale
etc”.
“Un gigantesco super-io meccanico” che inghiotte informazioni e voti degli
studenti e restituisce un verdetto incomprensibile, afferma il sociologo
Christian Laval.
Una “piattaforma ingiusta e disfunzionale” – che solo nel 2026 ha lasciato il
18% dei candidati senza alcuna proposta di ammissione, ovviamente in numero
maggiore tra gli studenti dei licei professionali – basata su una
classificazione algoritmica opaca, che genera competizione e ansia tra gli
studenti mentre drena risorse e tempo di lavoro degli insegnanti. Il collettivo
Nos services publics ha stimato il tempo che gli insegnanti dedicano ogni anno
per accompagnare gli studenti su Parcoursup pari a circa 2,6 milioni di ore di
lavoro. Una cifra che vale una spesa dell’ordine di 100 milioni di euro, senza
contare i costi della piattaforma e delle varie commissioni impegnate nelle
università.
La sociologa Agnes Van Zanten (SciencePo) considera le piattaforme digitali di
gestione degli studenti come strumenti che “perpetuano la stratificazione
dell’istruzione superiore francese e il suo ruolo nella riproduzione delle
disuguaglianze, introducendo al contempo nuove dimensioni più orientate al
mercato [..] Parcoursup incoraggia esplicitamente i diplomati delle scuole
superiori a comportarsi come partecipanti al mercato dell’istruzione e le
università ad adottare programmi di reclutamento sempre più selettivi”.
Proviamo ad aggiungere due elementi di giudizio per inquadrare Parcoursup.
DUE CHIAVI DI LETTURA
La prima è economica. Thomas Piketty, prima in un post su X del 5 ottobre e poi
in un articolo su Le Monde la riassume efficacemente: tra il 2017 e il 2026 la
spesa per studente nell’istruzione superiore e nella ricerca è calata del 20%, e
la scarsità di posti viene gestita da un algoritmo opaco, Parcoursup. In Italia
il quadro è simile. Tra il 2014 e il 2025 il finanziamento reale dell’università
statale è calato di circa il 20%, in un Paese che destina all’istruzione
terziaria appena lo 0,6% del PIL, contro l’1,1% della media europea e l’1,3% di
quella OCSE [si veda qui].
La seconda è politica, e discende dalla prima: se i mezzi mancano, la scarsità
va amministrata. Parcoursup è la soluzione tecnocratica perfetta, una macchina
che stabilisce “nel buio dei suoi calcoli” chi merita il corso desiderato,
tenendo insieme due ideologie. Quella del merito: ogni studente va dove
“merita”, in funzione del suo “talento”. E quella digitale-contabile: a
deciderlo sono dati e modelli statistici, quindi all’apparenza in modo preciso,
neutrale, addirittura “equo”. Ma ideologia del merito e funzionalità algoritmica
insieme disegnano un progetto di società antidemocratico che avremmo ormai
dovuto imparare a decodificare (qui e qui per un ripasso). Lo stesso della
scuola neoliberale: socializzare i giovani fin da subito al principio di
concorrenza e alla “vendita di sé stessi” attraverso curriculum e portfolio
digitali, e affidare a tecnologie presentate come neutre decisioni politiche su
cui si perde il controllo.
Per questo il problema non è la qualità dello strumento, e non basta renderlo
più etico, trasparente o inclusivo. Parcoursup fa esattamente quello che deve
fare: trasformare la mancanza strutturale di posti e di risorse in una questione
di merito individuale, radicando nel senso comune l’idea che in tempi di
scarsità l’università di massa sia un lusso che non possiamo più permetterci. In
questo modo rinforza l’esclusione degli strati sociali più deboli dall’accesso a
determinate carriere. Il discorso su merito, talento, orientamento, insieme alle
tecnologie digitali, costruiscono un perfetto meccanismo di selezione e
segregazione sociale presentato come modernizzazione.
E IN ITALIA?
In Italia ci sentiamo più fortunati, da noi non c’è Parcoursup. Abbiamo però
qualcosa che la Francia e l’Europa intera non hanno: un sistema di tracciamento
standardizzato di tutti gli studenti (circa 8 milioni di test INVALSI all’anno –
2 milioni e mezzo di questionari personali), presentato come neutro (il famoso
termometro) e più “equo” rispetto ai giudizi soggettivi dei docenti. È la
materia prima ideale per un algoritmo di selezione.
E se nei cortei francesi gli studenti dei licei professionali scrivevano sui
cartelli «On n’est pas censés choisir notre avenir à 15 ans» (“Non dovremmo
scegliere il nostro futuro a 15 anni”), da noi la selezione comincia addirittura
prima: in terza media, a 13 anni, quando si sceglie tra liceo, tecnico e
professionale: “uno snodo cruciale nella differenziazione sociale della
popolazione studentesca”.
Non stupisce allora che l’orientamento e la corrispondenza tra domanda e offerta
di competenze (il mismatch) diventino un tema politico sempre più pressante, e
sempre più precoce.
In quest’ottica possiamo inquadrare la lettera del ministro alle famiglie prima
delle iscrizioni alla scuola secondaria, la politica dei docenti tutor per
l’orientamento alle medie, la filiera 4+2, il liceo del Made in Italy, fino agli
istituti tecnici e professionali diventati nominalmente licei con l’ultimo
decreto scuola. La direzione è una sola: scegliere prima e scegliere “bene”,
restringere l’orizzonte dei futuri possibili.
L’obiettivo è una corrispondenza sempre più precoce e sempre più precisa tra
profilo dello studente e filiera scolastica, fino all’ideale di un abbinamento
uno a uno tra “risorse umane” e percorsi di studio e lavoro. Il disegno
complessivo, come abbiamo già ricostruito, risale almeno al 2008 e lo si trova
esplicitato in un documento firmato da Daniele Checchi, Andrea Ichino e Giorgio
Vittadini per l’allora ministra Maria Stella Gelmini. Per raggiungere
l’obiettivo servono due ingredienti. Il primo è un racconto da ripetere nel
dibattito pubblico. Il secondo è un’architettura tecnologica che raccolga,
elabori e incroci dati, e che quel racconto lo renda quantificabile e
“oggettivo”, quindi non contestabile. Il racconto circola già. L’architettura,
come vedremo, è in gran parte già costruita.
Cosa abbiamo oggi a disposizione nella scuola italiana? Mettiamo insieme i
pezzi.
1. Tracciamento individuale e longitudinale. Le prove INVALSI riguardano tutti
gli studenti. Dal 2026 gli esiti dei test entrano nel Curriculum dello
studente.
2. Infrastruttura digitale scuola università convergente. Allo stato attuale
esiste già un’architettura istituzionale e tecnica che consente, in linea di
principio, di collegare e rendere interoperabili i dati amministrativi degli
studenti nel passaggio dalla scuola all’università. I risultati INVALSI
possono raggiungere l’università attraverso la recente introduzione del
Curriculum digitale dello studente. Peraltro, i dati INVALSI e quelli
dell’Anagrafe nazionale degli studenti universitari comunicano già, per fini
di ricerca.
3. Un portfolio digitale unico. La Piattaforma Unica del ministero, attiva dal
2023, è il punto di accesso unico a orientamento e iscrizioni. Al suo
interno l’E-Portfolio raccoglie “capolavoro”, attività extrascolastiche e
Curriculum, compresi i punteggi INVALSI. Unica, E-Portfolio e Curriculum
digitale sono oggi un’unica interfaccia già funzionante.
4. Proposte ricorrenti di usare i punteggi per l’accesso. L’uso dei dati
dell’istituto per regolare l’accesso all’istruzione universitaria è ben
noto. Dalle origini dell’architettura INVALSI fino a quelle più recenti, tra
cui la proposta del governo Draghi nel 2022. Anche nel passaggio dalle medie
al secondo grado l’uso del test ha una lunga storia. Per circa un decennio
la prova nazionale INVALSI ha fatto parte dell’esame di terza media e ne ha
influenzato il voto finale. Con il D.Lgs. 62/2017, attuativo della Buona
Scuola, svolgere le prove è diventato requisito di ammissione agli esami di
entrambi i cicli.
5. Uso del test nel dibattito pubblico. Nella ricerca e nel dibattito pubblico
il test viene sempre più usato come misura oggettiva dell’apprendimento (e
del merito dello studente), rispetto al giudizio distorto dei docenti. Da
qui a considerarlo un correttivo neutro della valutazione soggettiva o
sostanzialmente errata del docente il passo è breve, e qualcuno lo sta già
sperimentando (vedi più avanti, Track Advising).
A questi elementi aggiungiamo:
6. Indicatori probabilistici. Dal 2022 INVALSI invia alle scuole un “indicatore
di fragilità” individuale, calcolato sulla base degli esiti dei test degli
anni precedenti, riconducibile ai nomi degli alunni. Lo stesso presidente
dell’istituto lo ha descritto come uno strumento che individua i fragili in
modo probabilistico Associazioni di genitori e insegnanti hanno presentato
reclamo al Garante della privacy: i criteri che separano “fragili” e “non
fragili” non sono pubblici né trasparenti.
7. Valore predittivo dei test. Diverse ricerche incrociano già i dati INVALSI
con le carriere universitarie per verificare la predittività dei punteggi
dei test. Altre, condotte insieme a INVALSI, puntano a prevedere
l’insuccesso scolastico dalle traiettorie dei punteggi. L’INVALSI ha avviato
ricerche che collegano i punteggi in uscita dal II ciclo alle carriere
universitarie degli studenti, per stimarne la capacità predittiva: qui un
recente studio basato sull’uso di modelli di machine learning su una coorte
nazionale di oltre 170 mila immatricolati.
Infine, Il progetto Track advising.
La Fondazione Bruno Kessler di Trento conduce un progetto, guidato
dall’economista Andrea Ichino (proprio quello del documento del 2008!) e in
corso fino al 2027, che fornisce ai docenti di terza media previsioni degli
esiti scolastici costruite con algoritmi di machine learning, da usare per il
consiglio orientativo. Le previsioni si basano sui dati INVALSI. Lo scopo
dichiarato è ridurre i pregiudizi dei docenti verso gli studenti di famiglie
meno istruite. Torna lo schema della “valutazione standardizzata
compassionevole”: finalità sociali e morali usate per giustificare una
schedatura di massa dagli effetti tutt’altro che compassionevoli. Basterà
pensare al possibile uso dei test INVALSI per segregare in classi apposite
studenti poco performanti, per esempio quelli stranieri con difficoltà
linguistiche.
IN CONCLUSIONE
Nessuno ha ancora deciso di costruire un Parcoursup italiano. Ma i pezzi per
farlo ci sono già: il tracciamento individuale degli studenti, gli indicatori
probabilistici, i collegamenti tra banche dati scolastiche e universitarie, una
piattaforma unica, e chi propone da anni di usare i punteggi per selezionare. Se
in Francia la selezione degli studenti amministrata da Parcoursup oggi è ben
evidente, scritta nel nome del liceo e nel tipo di diploma, in Italia potrebbe
presentarsi diversamente, magari sotto forma di un innocuo termometro e in nome
di un orientamento “più efficace”, o addirittura “più giusto”.
Piketty ci ricorda che si tratta di una scelta politica precisa: gestire la
scarsità di risorse con algoritmi opachi. In Italia le condizioni ci sono tutte:
i tagli reali al finanziamento da un lato, gli strumenti per smistare gli
studenti in modo automatico dall’altro. Ma affidare alla tecnologia
l’amministrazione della scarsità non rende più giusta la selezione di classe. La
rende solo meno visibile. I liceali francesi l’hanno capito benissimo, ed è per
questo che sono in piazza.