Le soft skills a scuola, i “fragili” e i metal detectorLa legge sulle competenze non cognitive e l’avvio della relativa sperimentazione
triennale aprono una nuova fase per la scuola italiana. Il decreto attuativo
introduce criteri di selezione delle scuole che vedono ancora una volta il ruolo
centrale dei dati INVALSI, in particolare per l’individuazione dei contesti
educativi più disagiati. Il nesso soft skills-fragilità INVALSI, che il decreto
istituisce, introduce una visione problematica del rapporto tra “fragilità”,
apprendimento e intervento educativo. Oltre all’ulteriore peso attribuito ai
dati opachi e non controllabili dei test, solleva questioni rilevanti sull’uso
di quei dati, sulla normalizzazione del “profilo di fragilità” e sulle
traiettorie che tali classificazioni possono generare. A quale futuro ci stiamo
rassegnando per le scuole dei territori “fragili”? Soft skills e metal detector?
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Dopo un iter piuttosto lungo e privo di conflitti politici, introdurre le
competenze non cognitive a scuola, le cosiddette soft skills, è diventato legge
(Legge n. 22 del 19 Febbraio 2025). E il 15 gennaio scorso è stato pubblicato il
decreto che disciplinerà l’avvio della “sperimentazione triennale” che inserirà
le competenze socio-emotive nelle attività educative e didattiche delle nostre
scuole. Il fine è ovviamente nobilissimo: “favorire lo sviluppo armonico e
integrale della persona, delle sue potenzialità e talenti” e “prevenire povertà
educativa e dispersione scolastica”. Le scuole sono chiamate a presentare
“proposte progettuali” sulle competenze non cognitive che intendono sviluppare,
con quali attività e obiettivi, quali partenariati intendono attivare, come si
intende valutare queste competenze e rendicontare i risultati. Le proposte
verranno selezionate, sulla base di criteri definiti nel decreto, per poi essere
valutate da una “Commissione tecnica” (composta da chi?). Come tutte le
sperimentazioni nell’ambito dell’autonomia scolastica [1], la conclusione sarà
affidata a un “Comitato tecnico scientifico” dopo “opportuno monitoraggio”, cui
seguiranno le canoniche “Linee Guida” che rappresenteranno la cornice per
l’insegnamento di queste nuove competenze. In quanto al monitoraggio, il
Presidente del Consiglio Nazionale della Pubblica Istruzione, in un recente
confronto pubblico proprio sul tema delle soft skills, affermava che oggi al
Ministero dell’istruzione “si contano oltre 900 sperimentazioni in atto, senza
alcuna rendicontazione”[2]. Forse, anche solo ragionando statisticamente,
possiamo ritenere plausibile che tutto procederà per inerzia.
TRA I CRITERI DI SELEZIONE: LA FRAGILITÀ INVALSI
Nonostante lo strumento della “sperimentazione” sia quindi così inflazionato e
privo di significato (non esistono sperimentazioni non sottoposte a scrutinio e
verifica nella comunità di riferimento), c’è un aspetto interessante che vale la
pena sottolineare in questo caso. E riguarda i criteri di selezione delle
proposte delle scuole candidate.
L’articolo 7 del decreto, sulla “Selezione delle proposte progettuali”,
specifica che la Commissione giudicatrice valuterà in base ai seguenti
parametri:
Oltre agli ovvi criteri di coerenza, adeguatezza e esperienza pregressa, è
sull’ultimo criterio che dobbiamo focalizzarci: quello meno discrezionale e più
“oggettivo”.
Il Ministero considera requisito per partecipare alla sperimentazione sulle
soft skills,
> “operare in un contesto socio-demografico complesso, caratterizzato da
> evidenti tassi di dispersione implicita ed esplicita, profili di studenti a
> rischio di insuccesso formativo e fragilità nei livelli di apprendimento“
Cosa significa?
Stiamo dicendo che un criterio per sperimentare l’insegnamento delle soft skills
è quello di essere una “scuola fragile”, una scuola che, per contesto e
collocazione geografica e socio-demografica, per tipologia o vocazione, accoglie
profili di “studenti a rischio”, di studenti “fragili”.
Sottolineiamo il termine “profili” non a caso. E il decreto chiarisce dopo cosa
intende.
La Commissione giudicatrice, leggiamo, non considererà la documentazione fornita
dalla scuola in merito a questo punto:
> “La commissione attribuirà il punteggio in base alle informazioni fornite
> dall’INVALSI, senza necessità di alcuna documentazione in merito“
Il decreto ci dice quindi che al Ministero non interessano i papielli che
docenti e dirigenti sono soliti scrivere dopo lunghe riunioni collegiali su
questo o quell’alunno, su questo o quell’aspetto, legati alla cosiddetta
“fragilità”. Anni e anni di esperienza (e di retorica) sull’autovalutazione (i
RAV!) e sulla meta-riflessione, a quanto pare non serviranno a nulla. Alla
commissione le informazioni le darà direttamente l’INVALSI.
Ecco perché si parla di ”profili”.
I dati INVALSI sui profili di rischio presunti degli studenti parleranno quindi
al posto delle scuole in maniera automatizzata.
LE SOFT SKILLS, I “FRAGILI” E I METAL DETECTOR
Dunque tra i criteri di selezione delle proposte c’è quello di essere una scuola
con “studenti a rischio” secondo l’INVALSI, con “dispersione implicita” elevata,
sempre misurata dall’INVALSI. E’ un passaggio assai significativo. E si farebbe
bene a non sottovalutarlo. Almeno per tre ragioni.
La prima, scontata: i giudizi degli insegnanti scompaiono dinanzi agli esiti dei
test
Al di là del solito racconto sull’uso dei dati INVALSI che “affiancherebbero”
senza mai sostituire le valutazioni degli insegnanti, il decreto mette ben in
luce cosa succede ad “affiancare” anno dopo anno le valutazioni umane e
provvisorie di chi insegna con quelle standardizzate e opache dei test. Succede
che gli esiti dei test divorano i giudizi dei docenti. E che a furia di
normalizzare e validare nei testi, nei dibattiti e nelle prassi le valutazioni
individuali standardizzate, sembrerà assolutamente normale valutare il percorso
degli studenti con i test, sempre più test; mentre i docenti saranno impegnati a
formarsi e progettare griglie e moduli con cui rendicontare le osservazioni di
tutte le competenze imposte dalle riforme, sempre di più, comprese le soft
skills.
La seconda, più delicata: il nesso soft skills-fragilità come nuova forma di
segregazione
Istituire, come fa il decreto, il nesso soft skills-fragilità, disagio sociale e
culturale significa istituire un indirizzo di pensiero: e cioè quello tra scuole
difficili, educazione di tipo socio-comportamentale e disciplinamento
caratteriale.
Il Ministro Valditara nel suo recente intervento sui metal detector a scuola a
seguito dei fatti di La Spezia ha detto:
> “Dobbiamo intervenire sul fenomeno, perché nessuna società democratica può
> tollerare che un giovane vada in giro armato. Dopodiché, dobbiamo motivare le
> giovani generazioni: uno studente che trova una scuola capace di valorizzare i
> suoi talenti, di appassionarlo, sarà meno incline a forme di devianza. [..] Io
> vorrei che il decreto sicurezza includesse anche il coinvolgimento dei
> genitori nel percorso formativo. In special modo nei contesti più fragili”
Un’interpretazione possibile, che proponiamo ai lettori e che si sposa bene con
l’idea di “buonsenso” del Ministro, consisterebbe nell’accettare sostanzialmente
di arrendersi allo stato delle cose, cercando “soluzioni” tecniche ma efficaci
(questo il buonsenso). Cioè, accettare come dati immutabili i fenomeni di
segregazione territoriale e residenziale, etnica e culturale, la separazione
spaziale e materiale tra studenti “fragili” e “adeguati”: tutti fenomeni ben
noti, che anno dopo anno si rafforzano.
(Per farli scomparire basterà chiamarli “libera scelta delle famiglie in
funzione dell’offerta formativa”)
Sarà quindi sempre buonsenso, nelle zone ad alta concentrazione di “fragilità” –
chiamiamole pure “scuole ghetto” – considerare l’insegnamento come un’attività
di contenimento sociale, progetti sull’empatia, resilienza, lo sviluppo dei
tratti del “carattere” più funzionali all’integrazione. Laddove i dati e le
“evidenze” (o la cronaca, infine) ci dicono che c’è, o potrebbero esserci
fattori di rischio, anziché intervenire a monte sulle cause che promuovono
quegli effetti, offriamo soft skills e metal detector. La scuola della
“personalizzazione”, ritagliata su ciascuno così com’è, è anche quella della
segregazione e della sicurezza. La direttiva Valditara-Piantedosi appena
pubblicata parla chiaro: la scuola è il luogo dove si insegna “la cultura del
rispetto”. Qualsiasi prevenzione deve trovare sostegno “nella certezza delle
regole e nella capacità delle istituzioni di intervenire con prontezza”. La
Competenza-Rispetto si svilupperà, per esempio, accettando di buon grado
controlli a campione con rilevatori mobili, che “saranno svolti esclusivamente
da operatori di pubblica sicurezza”. Bisognerà prima accettarli e poi imparare a
convincersi che rispetto=sicurezza: “a Ponticelli”, dice il Ministro,
“sperimentazioni [sui controlli] sono giudicate positivamente proprio dagli
studenti”.
La terza: i dati sono ciò che fanno.
E’ da tempo che scriviamo che i dati INVALSI hanno assunto il valore di una
misura attuariale, ovvero di “indice di rischio” individuale per tutti gli
studenti. E questo non a causa del fato né del Ministro di turno. Si tratta di
una lunga egemonia culturale, di cui bisognerà che qualcuno si assuma
politicamente le responsabilità, prima o poi. Ecco perché nel dibattito pubblico
sulla scuola questo tema non interessa: si resta focalizzati sull’inadeguatezza
degli insegnanti.
Nel frattempo, come è facile immaginare, è cresciuto il peso delle valutazioni
standardizzate come indicatori di policy, è cresciuto il valore delle
certificazioni individuali INVALSI, che entrano nel curriculum personale, in
barba al più basilare dei diritti degli studenti: poter conoscere come e perché
si è valutati in quel modo; cresce l’infrastruttura tecnica e di analisi dei
dati raccolti, si normalizzano nuovi costrutti (fragilità, dispersione
implicita, previsione dell’abbandono) e si prefigurano nuove misurazioni sulle
soft skills.
Ma a che scopo raccogliere dati su tutta la popolazione studentesca dai 7 ai 18
anni? Perché misurare ogni anno per 2 milioni e mezzo di ragazzi: abilità
cognitive espresse in termini di fragilità/adeguatezza/eccellenza, lingua
parlata in casa, provenienza (paesi UE o extra UE), l’essere maschio/femmina,
l’occupazione/disoccupazione e titolo di studio dei genitori, condizioni
materiali familiari, ansia, aspettative future, tempi di risposta su
piattaforma durante lo svolgimento dei test…?
Costruire archivi digitali sempre più estesi e capillari da cui estrarre
informazioni, incrociarle e manipolarle con l’Intelligenza Artificiale per poi
costruire profili individuali dell’intera popolazione sembra davvero una buona
idea? Non assomiglia piuttosto a uno scenario distopico? Nemmeno l’attualità
lugubre in cui siamo immersi serve a capire che è tempo di cambiare rotta? O ci
crediamo immuni da ciò che vediamo accadere?
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[1] Ex articolo 11 del DPR 275 1999
https://www.notiziedellascuola.it/legislazione-e-dottrina/indice-cronologico/1999/marzo/DPR_19990308_275/tit1-cap3-art11
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[2] Intervento al Festival dell’innovazione del 5 Settembre 2025, 1h19’ circa:
https://www.valdotv.com/2025/09/08/festival-dellinnovazione-scolastica-le-competenze-non-cognitive-al-centro-del-dibattito/