Internalizzazione canili di Roma: una storia collettivaC’È UN MOMENTO IN CUI UNA VERTENZA SMETTE DI ESSERE SOLTANTO UNA BATTAGLIA
SINDACALE O AMMINISTRATIVA E DIVENTA QUALCOSA DI PIÙ GRANDE
È quello che sta accadendo oggi a Roma con la scelta dell’Amministrazione di
avviare il percorso di internalizzazione del servizio pubblico dei canili
comunali.
Una notizia che fino a pochi mesi fa sembrava impossibile anche solo da
pronunciare apertamente. E invece oggi prende forma concreta l’idea che
Muratella e Ponte Marconi possano tornare davvero patrimonio pubblico, sottratti
alla logica dell’emergenza permanente, dei tagli, delle esternalizzazioni
infinite e della gestione costruita troppo spesso sul contenimento anziché sulla
cura.
Non è una vittoria nata nei palazzi. È una vittoria costruita nel tempo, dentro
i box, nelle assemblee, nelle mobilitazioni, nei tavoli istituzionali, nelle
denunce pubbliche, nei turni massacranti affrontati da lavoratrici e lavoratori
che in questi anni hanno continuato a mandare avanti il servizio nonostante
tutto.
Ed è impossibile separare questa svolta dal lavoro politico, sindacale e umano
portato avanti in questi anni da chi non ha mai accettato l’idea che i canili
dovessero essere considerati un servizio minore.
In questo percorso ha avuto un ruolo centrale la visione strategica dell’Unione
Sindacale di Base, che ha saputo tenere insieme tutela occupazionale, benessere
animale e difesa del servizio pubblico, senza separare mai questi elementi. Una
linea che non si è limitata alla denuncia delle criticità, ma che ha costruito
nel tempo proposte concrete, dati, analisi e una prospettiva alternativa alla
logica dell’esternalizzazione permanente. È anche grazie a questa capacità di
tenere insieme conflitto, competenza e proposta che oggi l’internalizzazione
smette di apparire un’utopia e diventa una possibilità reale.
Per troppo tempo in Italia i canili pubblici sono stati raccontati come luoghi
da esternalizzare, comprimere, nascondere. Strutture da gestire con la logica
del massimo ribasso, dove il lavoro educativo, sanitario e relazionale veniva
sacrificato in nome della riduzione dei costi.
A Roma, invece, negli ultimi anni è successo qualcosa di diverso.
Si è iniziato a parlare apertamente di benessere animale, di educatori cinofili,
di adozioni consapevoli, di qualità del lavoro, di rapporto tra operatori e
cani, di funzione pubblica del servizio. Si è iniziato a dire una cosa semplice
ma rivoluzionaria: i canili non sono parcheggi. Sono luoghi vivi, attraversati
da storie, fragilità, relazioni e possibilità.
E oggi questa idea inizia finalmente a trovare un riconoscimento politico.
L’internalizzazione non è una formula magica. Non basterà una delibera per
risolvere anni di criticità. Serviranno investimenti, assunzioni,
organizzazione, formazione, chiarezza nei ruoli e valorizzazione reale di tutte
le figure che ogni giorno tengono in piedi il sistema, comprese le reti di
volontariato.
Ma il punto fondamentale è un altro: per la prima volta dopo anni si torna a
discutere non di come ridurre il servizio, ma di come rafforzarlo.
Ed è questo il passaggio storico.
PERCHÉ SE QUESTO PERCORSO ANDRÀ AVANTI DAVVERO, ROMA POTREBBE DIVENTARE IL PRIMO
GRANDE CASO ITALIANO DI RITORNO PUBBLICO STRUTTURATO DELLA GESTIONE DEI CANILI
COMUNALI. UN PRECEDENTE CHE PUÒ PARLARE A TUTTO IL PAESE.
Dietro questa notizia ci sono gli occhi dei cani usciti dai box grazie a
percorsi costruiti con pazienza. Ci sono gli operatori che hanno resistito al
burnout e alla precarietà. Ci sono le educatrici e gli educatori che hanno
continuato a fare relazione dentro strutture sovraccariche. Ci sono i volontari
che hanno scelto di esserci senza sostituirsi al lavoro ma costruendo comunità.
E soprattutto c’è un’idea semplice e potentissima: i servizi pubblici essenziali
non devono essere abbandonati al mercato. Devono essere difesi, trasformati e
restituiti alla collettività.
Per questo oggi non festeggia soltanto chi lavora nei canili di Roma. Oggi
festeggia chiunque abbia continuato a credere che anche dentro uno dei luoghi
più invisibili della città fosse ancora possibile costruire un pezzo di futuro
diverso.
E forse è proprio questa la cosa più importante: aver dimostrato che anche una
lotta apparentemente piccola può aprire una crepa dentro un modello che sembrava
intoccabile.
Da quella crepa, oggi, entra finalmente un po’ di luce.