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Tra natura, cultura e cura: a Capri un convegno per restituire complessità al pensare la famiglia
Due giornate di confronto tra psicoanalisi, antropologia e istituzioni per ripensare i legami familiari e la condizione dell’adolescenza contemporanea Capri, 24-25 aprile 2026 — Centro Congressi, Sala Pollio In una fase storica in cui i legami familiari, le pratiche genitoriali e la condizione dell’adolescenza interrogano profondamente le scienze umane e le istituzioni della cura, il Dipartimento di Psicoanalisi applicata alla Coppia e Famiglia (DPACF) dell’Associazione Aristemi Connessioni promuove il convegno “La Famiglia. Tra Natura, Cultura e Cura”, in programma a Capri il 24 e 25 aprile 2026. Due giornate di lavoro presso il Centro Congressi della Sala Pollio, con il patrocinio della Città di Capri, che riuniscono alcune tra le voci più autorevoli del panorama italiano della psicoanalisi, dell’antropologia, della psichiatria, della psicologia clinica e giuridica. UN PROGRAMMA AL CROCEVIA TRA DISCIPLINE Il convegno si apre venerdì 24 aprile alle ore 15.00 con i saluti istituzionali di Giuseppe Esposito, presidente dell’Associazione Aristemi Connessioni, e di Gemma Trapanese, presidente del DPACF. A seguire, Roberto Beneduce e Simona Taliani, antropologi e psicoterapeuti dell’Università di Torino e fondatori del Centro Frantz Fanon, presentano l’intervento: “Le famiglie e i loro complessi. Politiche di riproduzione e culture del desiderio”, una riflessione sulle pratiche istituzionali rivolte alle famiglie nei contesti di migrazione e differenza culturale. Nel pomeriggio, Gemma Trapanese propone “La famiglia in scena”, una lettura del teatro di Emma Dante come dispositivo capace di restituire, attraverso il linguaggio scenico, la complessità dei legami familiari. La giornata si conclude con una sessione di discussione in sala, introdotta da Stefania De Giovanni, psicologa clinica e psicoterapeuta della coppia e della famiglia, membro del DPACF. LA SECONDA GIORNATA: ADOLESCENZA, DIRITTO E CURA Sabato 25 aprile i lavori si aprono alle ore 9.30 con i saluti delle autorità. Seguono gli interventi di: * Giuseppe Esposito e Antonio Pitoni: Legami e loro destini tra Famiglia e Società * Vincenzo Zara: Il Gruppo di Valutazione dei Procedimenti Giudiziari per Minori come spazio transizionale A metà mattina si tiene la tavola rotonda: “GLI ADOLESCENTI SENZA ACCOMPAGNAMENTO ALLA VITA” con Mario Colucci, Patrizia Imperato e Sarantis Thanopulos, presidente della Società Psicoanalitica Italiana. La discussione è affidata a Monica Conte. Nel pomeriggio: * Fulvia Grimaldi: Famiglia e Istituzioni: Quale Cura? * Massimiliano Scarpelli: La sfera e le tenebre. Un sogno oscuro del corpo (discute Gemma Trapanese) Segue il contributo del Gruppo di lavoro DAI di Città della Pieve su: Adolescenti e disturbi di alimentazione incontrollata nella relazione di cura: un’esperienza di supervisione di équipe (discute Giovanna Cocchiarella) Le conclusioni sono affidate a Giuseppe Esposito e Gemma Trapanese. UN CONVEGNO CHE ABITA LE DOMANDE Il convegno si configura come uno spazio di confronto interdisciplinare che attraversa quattro grandi assi: * le trasformazioni dei legami familiari * la condizione dell’adolescenza contemporanea * le pratiche istituzionali della tutela e della cura * il dialogo tra psicoanalisi, antropologia e clinica del soggetto Le tre parole del titolo — natura, cultura, cura — non vengono proposte come categorie chiuse, ma come campi di tensione. È nello spazio del “tra” — tra il legame e la norma, tra l’urgenza dell’intervento e la necessità della comprensione — che si gioca oggi la qualità del pensare e dell’operare con le famiglie. INFORMAZIONI Centro Congressi, Sala Pollio — Via Sella di Orta, Capri Venerdì 24 e sabato 25 aprile 2026 Ingresso libero fino a esaurimento posti Organizzazione: Associazione Aristemi Connessioni — Dipartimento di Psicoanalisi applicata alla Coppia e Famiglia (DPACF) Redazione Napoli
April 21, 2026
Pressenza
Il Paese che non si guarda allo specchio
Italia, anno 2025. Tra le magrissime misure di sostegno al lavoro di cura che fa girare il mondo e permette al capitale di continuare a fare profitti, la manovra di bilancio del governo Meloni rilancia un “bonus mamme”: una prestazione che mira a offrire qualche spicciolo alle lavoratrici – o piuttosto alle lavoratrici che hanno anche un lavoro remunerato fuori casa – con due o più figliɜ. Per un paradosso che è tale solo in apparenza – benvenutɜ nel capitalismo razziale e patriarcale! – sono escluse dalla misura le lavoratrici domestiche, alle quali peraltro non spetta quasi nessuna delle prestazioni e delle tutele legali connesse alla genitorialità. In larga parte migranti e razzializzate, le lavoratrici domestiche che si prendono cura delle famiglie altrui restano così escluse dalle poche forme di protezione e riconoscimento del lavoro di cura nei confronti dei propri affetti. Dentro lo stesso orizzonte normativo in cui la matrice razzista e eteronormativa del diritto si incontrano, le relazioni di cura e di affetto delle persone lgbtgia+ mancano crudelmente di riconoscimento non solo o non tanto simbolico ma anche e soprattutto materiale. Se la legge sulle unioni civili ha permesso a qualche persona gay e lesbica di accedere a un minimo di tutela di una delle loro relazioni di cura e affetto (pensiamo ad esempio ai congedi sul lavoro per assistere l* coniuge), restano privi di diritti gli altri rapporti che moltɜ di noi intrattengono con altrɜ adultɜ (amichɜ, amantɜ, “ex”, etc.) e bambinɜ. > Ma questa assenza di riconoscimento materiale e di protezione legale delle > relazioni di cura, affetto e solidarietà non riguarda soltanto le persone > lgbtgia+. Anche le costellazioni relazionali delle persone etero eccedono > ampiamente il modello della coppia coniugale e della famiglia nucleare. Al tempo stesso le oppressioni riproduttive vissute in Italia dalle persone – etero o no – razzializzate e/o sottoposte al sistema delle frontiere e dei documenti e alla negazione della cittadinanza sono enormi: l’esclusione delle lavoratrici domestiche dalla protezione della maternità non ne è che un esempio. Questo stato di cose è radicato non solo nel diritto di famiglia, ma anche in quello del lavoro, del welfare e dell’immigrazione. In questi ambiti viene assunto come norma un modello di famiglia nucleare, eterosessuale, bianca e cittadina, e l’intero impianto è costruito affinché onori e, soprattutto, oneri del lavoro di cura ricadano sui coniugi o su l* genitore (preferibilmente assegnatɜ donna), chiamatɜ a svolgerlo gratuitamente, senza protestare e/o delegandolo a lavoratrici sottopagate, a loro volta private di diritti relazionali e riproduttivi. Le norme su immigrazione e cittadinanza, inoltre, non garantiscono alle famiglie delle persone prive di cittadinanza italiana gli stessi diritti riconosciuti ad altre; e la cura o la solidarietà tra non parenti, quando coinvolgono persone che non hanno i “documenti giusti”, sono talvolta persino oggetto di criminalizzazione. Lo stesso vale per le sex worker, le cui relazioni di cura, affetto e solidarietà possono essere criminalizzate sulla base della legge Merlin. Un simile assetto va trasformato radicalmente, a partire da un’idea di giustizia relazionale e riproduttiva queer e antirazzista. Non soltanto perché produce discriminazioni, ma perché perpetua lo sfruttamento del lavoro delle donne – soprattutto razzializzate – dentro e fuori casa, alimentando isolamento sociale, esaurimento e impoverimento di genitori, figliɜ, amicɜ e amanti che si fanno carico della cura delle proprie persone care, con effetti che ricadono sull’intera società. È per agire su questo stato di cose che è nato il Tavolo dei Legami queer nell’ambito degli Stati GenDerali Lgbtqia+ & disabilità, una rete di collettivi, associazioni e singole nata dalle mobilitazioni sul ddl Zan (2021). Agire sul diritto può sembrare un’attività poco rivoluzionaria. Ma ciò che stiamo cercando di fare è una proposta di riforma totale, radicale e radicalmente queer del diritto di famiglia, del lavoro e del welfare. Siamo in grado di immaginare – anche giuridicamente – un mondo in cui il matrimonio è solo una delle forme possibili per stabilire parentele e organizzare il lavoro di cura? Un mondo in cui si possono avere più di due genitori, in cui ci si può assentare dal lavoro (remuneratɜ!) per occuparsi di una persona cara, chiunque essa sia, in cui si può invecchiare inventando nuove parentele? Un mondo in cui il sistema delle frontiere e della cittadinanza smettano di ostacolare gli affetti (oltre che le vite in generale) delle persone che non hanno i documenti giusti? Per iniziare a concepire questa trasformazione abbiamo cominciato a mappare tutto ciò che, nelle leggi e nelle politiche italiane, incentiva, privilegia o impone un’organizzazione materiale della cura e degli affetti centrata sulla famiglia nucleare e sulla coppia. Abbiamo poi provato a immaginare che cosa dovrebbe cambiare affinché possano prosperare altre forme di parentela e di condivisione della cura non fondate né sul sangue né sulla coppia – forme che, del resto, esistono già nelle nostre vite. Il risultato provvisorio di questo lavoro di ricerca e riflessione in fieri è riassunto in un opuscolo che mettiamo a disposizione di chiunque voglia informarsi o partecipare in modi da immaginare alla riflessione su questi temi (lo potete scaricare cliccando qui). Gran parte dei materiali raccolti è stata assemblata nel giugno 2024, durante un seminario di approfondimento organizzato a Milano presso la realtà autogestita S.M.S. (Spazio Mutuo Soccorso). > Le nostre vite queer ci fanno avvertire con forza l’urgenza di queste > rivendicazioni. Crediamo però che la lotta per ottenerle coinvolga anche > persone non queer, che – come noi – hanno bisogno di nuove forme giuridiche e > di nuove reti di solidarietà per sostenere relazioni di cura e affetto > plurali, sempre più lontane dall’unico modello oggi tutelato dalla > giurisprudenza italiana. Costruire una piattaforma ampia e intersezionale sui legami d’affetto, sul lavoro di cura e sulla riproduzione sociale apre infatti la strada a una lotta materialista, non identitaria, ma non per questo neutra. Non rivendichiamo il riconoscimento di questa o quella identità o modalità di relazione, né di una specifica forma di famiglia; rivendichiamo una trasformazione delle condizioni materiali del lavoro di cura: un lavoro storicamente devalorizzato e tuttavia indispensabile alla vita, che il capitale continua a mettere a profitto riducendolo a lavoro gratuito o sottopagato. Per informazioni sul lavoro del tavolo legamiqueer@bastardi.net La copertina è di Edoardo Felici (Pride Monterotondo 2025) SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Il Paese che non si guarda allo specchio proviene da DINAMOpress.
March 19, 2026
DINAMOpress
Tutta la merda 2026
L’oroscopo 2026 di Antonio Cabras                                           Di Antonio Cabras Instagram  facebook in Bottega abbiamo ripreso spesso, già dal 2022, alcuni suoi disegni, sempre puntuali. Ora ci piace “regalarci” questo suo oroscopo, che ci appare molto “organico” rispetto ai tempi.  
February 5, 2026
La Bottega del Barbieri
Storie di nuclei familiari nei centri di accoglienza in Italia: un report di UNICEF e Terre des Hommes
Solo nel 2025, sono arrivate via mare in Italia oltre 63.900 persone. Di queste, il 20% sono minorenni – circa 11.700 – di cui circa 1.000 arrivati insieme alle proprie famiglie. A questi si aggiungono le oltre 1.700 persone che hanno perso la vita nel Mediterraneo nel 2025, alcuni dei quali facevano parte di nuclei familiari che non sono mai riusciti a portare a fine il viaggio. Nei giorni scorsi UNICEF e Terre des Hommes hanno lanciato il report “Famiglie in viaggio – Storie di nuclei familiari nei centri di accoglienza in Italia”, un’indagine sull’accoglienza delle famiglie richiedenti asilo in Italia. Il documento nasce da una raccolta di testimonianze tra Sicilia e Calabria, nei Centri di prima accoglienza e accoglienza straordinaria (CAS), dove UNICEF e Terre des Hommes operano offrendo supporto psicosociale. Attraverso dati aggiornati e le testimonianze dirette di mamme, papà, bambini e bambine raccolte direttamente nei centri di accoglienza, il documento racconta le difficoltà vissute da queste famiglie, con bisogni complessi e vulnerabilità specifiche: la mancanza di alternative, aggravata dal bisogno di fuggire da guerre, violenze, persecuzioni o condizioni di povertà, cambiamenti climatici, sono fra le cause principali che spingono ogni anno molte famiglie a intraprendere viaggi pericolosi via terra e mare. Le famiglie rimangono spesso nei centri di accoglienza straordinaria (CAS) per lunghi periodi – talvolta diversi anni. Il possibile isolamento geografico, la presenza di personale specializzato e l’accesso ai servizi di base quali l’assistenza sanitaria e psicologica o servizi educativi e scolastici possono incidere sui percorsi delle famiglie. Soggiorni prolungati, con percorsi di inclusione sociale fragili, aumentano le difficoltà di accesso a condizioni di vita autonoma e riducono la libertà di scelta del proprio progetto di vita. Questo comporta rischi per la salute mentale, soprattutto per quelle persone che hanno già subito eventi potenzialmente traumatici, legati al percorso migratorio. Questa una delle testimonianze raccolte nel documento: << Le porte che non si chiudono, le stanze sporche e la promiscuità degli spazi non fanno dormire bene B. L’uomo, 59 anni, è originario del Kurdistan Iracheno. Aveva un lavoro, viveva sereno con la sua famiglia fino al giorno in cui un gruppo terroristico irrompe a casa sua uccidendo davanti ai suoi occhi la moglie e i figli. Quando anni dopo si risposa decide di lasciare il Paese. Si sposta con la moglie in Germania, dove i loro 4 figli nascono e crescono, fino a quando nel 2024 con la dichiarazione d’intenti tra Germania e Iraq, teme di poter essere rimpatriato e che la vita sua e della sua famiglia possa essere in pericolo. Così decide che dovevano spostarsi di nuovo. Arrivano in Italia, incontrano un connazionale che suggerisce di spostarsi al Centro di Accoglienza per Richiedenti Asilo (CARA), così continuano fino in Calabria. È proprio al CARA che li incontriamo. Vive in uno dei piccoli container con la moglie e i 5 figli, in uno spazio piccolo e con pochi arredi, dove però restano in attesa dei documenti che possono permettere loro una certa autonomia. Il senso di sicurezza resta un problema. Il figlio più piccolo ha 3 anni, la più grande 14, B. non li lascia mai soli. L’uomo ha un problema alla gamba, si muove con fatica, eppure ogni notte si alza anche solo per accompagnare la figlia al bagno “Non ci sono porte, gli spazi sono utilizzati da donne e uomini, non ci sentiamo al sicuro, non permetterò mai che succeda di nuovo qualcosa alla mia famiglia”. E così intanto restano in attesa, quando possono si spostano vicino al mare per una boccata d’aria, poi rientrano, sperando presto possa andare meglio. “È tutto molto difficile – ci dice – In Germania avevamo una vita normale, i bambini andavano a scuola. Il nostro Paese era, di fatto, la Germania. Ora dobbiamo ricostruire tutto daccapo. Dobbiamo ancora trovare una scuola per i bambini, uno spazio più adatto a loro”. S. parla con un sorriso della Germania, dei suoi amici, le manca tutto. Qui non ha avuto la possibilità di conoscere molte persone, soprattutto della sua età, spera di tornare presto a scuola, e magari ricominciare da lì. B. guarda i suoi figli, ci ripete spesso “Voglio vedere crescere i miei figli, ne ho già persi due, non voglio si ripeta. Vorrei dare loro un futuro” >>. “Le famiglie che giungono in Italia, spesso in fuga da conflitti, violenze o spinte dalla mancanza di cure essenziali per i propri figli e figlie, affrontano viaggi segnati da rischi estremi e gravi vulnerabilità. Non basta rispondere con interventi emergenziali: è necessaria una visione di lungo periodo, che consenta ai nuclei familiari di ricostruire la propria vita in condizioni di dignità e autonomia nell’interesse di quanti arrivano, soprattutto di bambine e bambini, e dell’intera comunità” sostiene Nicola Dell’Arciprete, Coordinatore della Risposta UNICEF in Italia a favore dei minorenni migranti e rifugiati e delle loro famiglie. E Federica Giannotta Responsabile Advocacy e Programmi Italia di Terre des Hommes aggiunge: “Dietro ogni numero c’è una storia, spesso dolorosa, fatta di bambini e genitori che cercano solo di ricominciare in dignità. Terre des Hommes da oltre 10 anni è presente nei luoghi di arrivo e di sbarco per dare il giusto supporto, soprattutto ai più piccoli, e con questo media brief vogliamo anche dare visibilità a quelle famiglie invisibili, perché possano accedere con facilità a tutti quei servizi essenziali per la loro salute e protezione, dopo un viaggio che li ha esposti a innumerevoli pericoli.” Qui il documento Giovanni Caprio
December 28, 2025
Pressenza
Le famiglie italiane e l’“economia della rinuncia”
Nel 2024 il 60% della popolazione ha sofferto di ansia e stress. E tra le cause troviamo la salute in famiglia (45,2%), le difficoltà economiche (34,7%) e i problemi lavorativi (32,2%). Il benessere personale, la gestione della casa e la salute sono le prime tre voci di spesa a cui le famiglie italiane hanno dovuto rinunciare. Intanto, le case sono sempre più digitali: il 58% dei nuclei con figli fa uso di ChatGPT quotidianamente. Sono alcuni dei dati del report annuale presentato nei giorni scorsi dal Centro Internazionale Studi Famiglia (https://cisf.famigliacristiana.it/canale/cisf/), dal titolo “Il fragile domani. La famiglia alla prova della contemporaneità”, realizzato in collaborazione con la società Eumetra su un campione di 1.600 famiglie italiane. Dal Report 2025 emerge come la maggior parte delle famiglie italiane si trovi nella categoria economica intermedia. Da qui l’indagine sulle “economie della rinuncia”, ossia le spese che le famiglie italiane non sono riuscite a sostenere nel corso del 2024: il 32,5% ha dovuto rinunciare alle spese dedicate al benessere personale e tempo libero; il 32,4% alle spese per la casa; mentre il 18,5% alle spese sanitarie. Dal punto di vista della salute, emerge una diffusa “vulnerabilità psicologica”: mentre oltre un terzo della popolazione (35,2%) segnala almeno un problema di salute, il 60% dichiara di soffrire di ansia e stress (24,9% “spesso”; 37,3% “a volte”). A causarli, per il 45% del campione sono i problemi di salute personali e familiari, per il 34,7% i problemi economici, per il 32,2% i problemi lavorativi. Infine, secondo l’indagine, il bisogno di migliorare il proprio benessere psichico è decisamente sentito: sempre nel corso del 2024, 4 persone su 10 hanno ricercato supporto o avrebbero voluto farlo, per ansia, depressione e stress. E il futuro non appare certamente roseo: in merito all’Italia e al mondo, il 57% degli italiani esprime un orientamento decisamente pessimista (“peggiorerà”), mentre sulla propria famiglia troviamo previsioni meno sbilanciate, con il 56,7% del campione che lo prevede stabile. Il rapporto evidenzia come i nostri giovani si muovano tra solitudine e difficoltà economiche. Dal punto di vista economico un dato da rilevare è come il 74,1% dei giovani-adulti ancora residenti nella famiglia d’origine si trovi in una condizione di basso o medio-basso status socioeconomico. Per coloro che invece sono riusciti a crearsi una propria indipendenza, uno dei principali fatti di sofferenza identificato è la solitudine (mangiare da soli, vivere da soli e sentirsi soli) intesa come assenza di reti sociali e un “dispositivo strutturale di vulnerabilità emotiva che condiziona profondamente il benessere personale”. C’è poi la difficoltà a costruire una famiglia, nucleo che si viene a formare in età più adulta quando, in contemporanea, la famiglia di origine avanza con l’età e i genitori (futuri nonni) richiedono a loro volta attenzioni e cura. Ecco la nascita della “generazione sandwich”, fortemente esposta a criticità e rischi: nel campione dell’indagine CISF 2025, quasi una famiglia con figli su due (il 42,6%) è interessata anche da compiti di caregiving nei confronti dei familiari non autosufficienti, di cui il 53% dichiara di sentirsi sopraffatta con più frequenza dalle responsabilità di caregiving rispetto ai compiti genitoriali. Se per il 58,7% del campione, il figlio unico sta lentamente diventando prevalente nella struttura familiare – anche monogenitoriale – l’animale domestico sta diventando parte integrante della famiglia: il 59,8% dichiara di avere almeno un animale domestico, dato che sale al 71% per coppie con figli e 74,9% per nuclei monogenitoriali. Una scelta vista come “domanda di legame”, frutto di un vero e proprio bisogno relazionale, ma anche la nascita di fenomeni come il “dog parenting”, in cui l’animale rischia di essere assimilato a un figlio. L’ultimo aspetto indagato dalla ricerca parte da una semplice domanda: quali sono gli ambiti della vita dei figli che generano timori nei genitori? Al secondo posto, dopo la gestione dei soldi (29,3%), troviamo l’uso delle tecnologie (21,7%). Da qui lo sviluppo dell’indagine: tra le famiglie con almeno un figlio minorenne, il conflitto causato dell’uso del cellulare diventa condizione presente per il 55,4% dei casi (d’altra parte non si tratta solo di un problema dei ragazzi: il conflitto si estende al coniuge per il 30,5% dei casi). E come si comportano i genitori? Il report ha fotografato degli stili educativi che vedono, sulla base della maggiore o minori permissività, un 36,7% di genitori “domatori”; 24,4% “disarmati”; 15,7% “accompagnatori”; 23,2% “liberi battitori”. Un dato molto rilevante, infine, è l’uso dell’intelligenza artificiale: in ambito domestico l’utilizzo di ChatGPT riguarda il 58,4% delle famiglie con almeno un minore, per attività informativa dei ragazzi ma anche scopi scolastici. Qui la sintesi della ricerca: https://newsletter.sanpaolodigital.it/cisf/novembre2025/SCHEDA_CISF-Family-Report-2025.pdf.  Giovanni Caprio
November 19, 2025
Pressenza
Individuo, società e svolte autoritarie.
Esistono condizioni psicologiche, familiari, sociali e tecnologiche favorevoli all’instaurarsi di una forma politica autoritaria e totalitaria? Esiste un potenziale fascista in ognuno di noi oppure il “fascismo potenziale” si dà solo in presenza di una determinata struttura di personalità, quella autoritaria studiata dalla scuola di Francoforte nella prima metà del secolo scorso? Un tipo di personalità, quest’ultima, caratterizzata da un insieme di atteggiamenti, credenze e comportamenti che riflettono una forte inclinazione verso l’autorità, la disciplina e il conformismo, insieme a una tendenza a disprezzare o discriminare chi viene percepito come diverso o inferiore. Continua a leggere→
August 13, 2025
Rizomatica
La Procura di Roma decide l’archiviazione del caso Mario Paciolla. Il comunicato della famiglia
Prendiamo atto con dolore e amarezza della decisione del tribunale di Roma di archiviare l’omicidio di nostro figlio Mario. Noi sappiamo non solo con le certezze del nostro cuore, ma con le evidenze della ragione frutto di anni di investigazioni e perizie, che Mario non si è tolto la vita, ma è stato ucciso perché aveva fatto troppo bene il suo lavoro umanitario in un contesto difficilissimo e pericoloso in cui evidentemente non bisognava fidarsi di nessuno. Sappiamo che questa è solo una tappa, per quanto ardua e oltraggiosa, del nostro percorso di verità e giustizia. Continueremo a lottare finché non otterremo una verità processuale e non sarà restituita dignità a nostro figlio. Utilizziamo con rammarico e sofferenza il verbo “lottare”: mai avremmo pensato di dover portare avanti una battaglia per avere una giustizia che dovrebbe spettarci di diritto. Sappiamo però che non siamo e non resteremo mai soli. Grazie a tutte le persone che staranno al nostro fianco fino a quando la battaglia non sarà vinta. Anna e Giuseppe Paciolla con le figlie Raffaella e Paola e con le avvocate Emanuela Motta e Alessandra Ballerini. Redazione Italia
July 1, 2025
Pressenza
Il silenzio che confonde
Dove c’è amore, non può esserci esclusione. Un appello alla Chiesa perché ritrovi il coraggio di riconoscere ciò che esiste già: l’amore vissuto, anche fuori dai canoni. “Anche noi siamo una famiglia?” È la domanda che Luca Trapanese, credente, padre, compagno, cittadino, ha rivolto a Papa Leone XIV attraverso una lettera aperta condivisa in un videomessaggio sulla sua pagina Facebook ufficiale. Un messaggio semplice, diretto, nato non dalla polemica ma dalla vita: una vita spesa nella cura, nella responsabilità, nell’amore. Luca non chiede approvazione né concessioni. Chiede semplicemente che la Chiesa guardi la sua realtà, come quella di tante altre, e riconosca ciò che essa incarna ogni giorno: l’amore. Nel recente discorso al Corpo Diplomatico, Papa Leone XIV ha riaffermato l’importanza della famiglia “fondata sull’unione stabile tra uomo e donna”. È una frase storicamente presente nel linguaggio della dottrina cattolica. Non nuova, non provocatoria. Eppure oggi, in un tempo in cui i legami d’amore si manifestano in molte forme, quella frase ci lascia un senso di disorientamento. Siamo confusi, ma non vogliamo travisare. Siamo inquieti, ma non vogliamo strumentalizzare. Siamo spaventati, perché sappiamo cosa significa quando l’amore non viene riconosciuto. Negare l’amore, in qualsiasi sua forma autentica, rispettosa e responsabile, equivale a negare la vita stessa. E la Chiesa, nei suoi fondamenti più profondi, non può che essere dalla parte della vita e dell’amore. Sempre. Papa Francesco ci aveva insegnato che “la realtà è più importante dell’idea”, e nel suo pontificato, pur senza modificare i capisaldi dottrinali, aveva aperto cammini di ascolto e accompagnamento. In Fiducia supplicans si è detto che anche le coppie in situazioni “irregolari” possono ricevere una benedizione, non un sacramento, purché non si generi confusione con il matrimonio. Una breccia fragile ma significativa, verso un’umanità imperfetta ma reale. “Chi si mette umilmente davanti a Dio per chiedere il suo aiuto” afferma il documento, “non dovrebbe dover passare attraverso un giudizio morale completo come se fosse un requisito per ricevere la benedizione.” È un invito a riconoscere che non è la perfezione, ma la fiducia, il primo passo verso l’amore e verso Dio. Oggi, con Papa Leone XIV, questa traiettoria sembra sospesa. Le sue parole non hanno chiuso alcuna porta, ma nemmeno ne hanno aperta una nuova. E questo silenzio, in un tempo così pieno di domande, può sembrare una risposta mancata. Anche all’interno della nostra stessa testata, ci si è interrogati su questo nodo profondo. In un articolo lucido e coraggioso, Lorenzo Poli si chiedeva se la Chiesa non stia esercitando una forma di ipocrisia, benedicendo cose e situazioni discutibili, ma negando una preghiera a chi vive nell’amore e nella cura reciproca. Scriveva: “È possibile benedire missili, cannoni e crociate, ma non due persone che si amano?”. Una domanda che si affianca a quella di Luca Trapanese e che amplifica la richiesta che oggi sale da tante coscienze. Non per sradicare la dottrina, ma per radicarla nuovamente nella realtà. Santità, cosa dobbiamo dire ai nostri figli quando ci chiedono: “Anche noi siamo una famiglia?” Come possiamo spiegare loro che la Chiesa, la casa dell’amore, non ha ancora trovato parole per benedirli? La risposta non può più essere rimandata. Perché dove c’è amore, lì c’è già la benedizione.   Riferimenti – Videomessaggio di Luca Trapanese sulla sua pagina ufficiale: facebook.com/Luca-Trapanese – Lorenzo Poli, “Coppie gay, la Congregazione per la Dottrina della Fede sancisce l’ipocrisia?”, Pressenza, 22 marzo 2021 https://www.pressenza.com/it/2021/03/coppie-gay-la-congregazione-per-la-dottrina-della-fede-sancisce-lipocrisia/   Lucia Montanaro
May 20, 2025
Pressenza