Sicurezza pubblica contro libertà democratiche? La trappola del governo Meloni e il referendum sulla giustizia
Mentre il governo stringe al massimo i tempi per il referendum sulla giustizia,
sull’onda di recenti fatti di cronaca si aggiunge l’ennesimo ricorso alla
decretazione d’urgenza per un provvedimento sotto forma di decreto legge in
materia di sicurezza pubblica (di 25 articoli) al quale dovrebbe seguire, nella
stessa materia, un disegno di legge di portata ancora più vasta (40
articoli). Dopo che lo scorso anno, a giugno, era stato già approvato un decreto
legge sicurezza, la propaganda governativa sembra concentrata sugli scarsi
effetti che le nuove norme avrebbero avuto per responsabilità di una
magistratura, che sarebbe ancora troppo concentrata a difendere i propri
privilegi, piuttosto che assecondare l’opera del legislatore, e del governo che
attraverso i suoi decreti legge ne stabilisce, spesso in assenza di un qualsiasi
dibattito parlamentare, le linee di indirizzo.
Le misure previste, tutte di indubbia connotazione repressiva, vanno da una
stretta sulla criminalità minorile, con sanzioni più rigorose sulle armi da
taglio, all’inasprimento di pene per furti e scippi, dall’ulteriore
restringimento delle possibilità di ricongiungimento familiare alla
esternalizzazione dei controlli di frontiera nei paesi terzi “sicuri”, dalle
espulsioni più rapide di stranieri irregolari allo scudo penale per gli agenti
di polizia e per i cittadini che ricorrono alla legittima difesa o che agiscono
nell’adempimento di un dovere.
I contenuti del nuovo decreto legge, che potrebbe essere pubblicato entro la
fine di gennaio, sono evidentemente legati alla riforma della giustizia, perchè
mirano ad inserire paletti sempre più stretti all’attività dei giudici,
restringendo gli spazi della giurisdizione, ampliando invece i poteri degli
organi di polizia e dell’esecutivo. L’obiettivo primario di assoggettare la
magistratura alla politica è stato apertamente affermato dal ministro Carlo
Nordio («mi stupisce che una persona intelligente come Elly Schlein non capisca
che questa riforma gioverebbe anche a loro, nel momento in cui andassero al
governo», 3 novembre 2025), dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio
Alfredo Mantovano («c’è un’invasione di campo [dei magistrati] che deve essere
ricondotta», 4 novembre 2025) e persino dalla presidente del Consiglio Giorgia
Meloni nella conferenza stampa d’inizio anno («se vogliamo garantire sicurezza
occorre lavorare tutti nella stessa direzione: governo, forze di polizia e
magistratura»).
Emerge così come siano meramente strumentali i dibattiti sulla separazione delle
carriere, questione di principio, legata al modello accusatorio del processo
penale, che non può essere affrontata nei tempi attuali nei modi nei quali
veniva trattata ai tempi di Vassalli e Di Pietro, o di Tortora e Craxi, ma che
deve essere calata nel contesto che la circonda, per gli effetti che potrebbe
produrre sui futuri equilibri costituzionali. La separazione delle carriere in
realtà è stata già implementata in precedenti riforme, ed oggi la questione in
gioco è l’indipendenza della magistratura, a partire dai suoi organi di
autogoverno (il CSM che si vorrebbe sdoppiare) e di disciplina (la Corte di
disciplina), che in misura crescente incidono sulle carriere dei magistrati e ne
possono minare l’indipendenza. Una questione quindi democratica, che andrebbe
risolta nel rispetto del quadro costituzionale, senza stravolgere
quell’equilibrio tra i poteri dello Stato che i Costituenti vollero a garanzia
dei principi di uguaglianza e solidarietà su cui si basa la Costituzione
repubblicana del 1948. […]
Il nucleo centrale del nuovo decreto legge sicurezza riguarda la limitazione
della libertà di manifestazione, se non della libertà di circolazione. Non è
certo al momento cosa andrà nel decreto legge e cosa sarà soltanto nel disegno
di legge, tutto questo sarà oggetto di trattative tra i partiti di maggioranza,
con un rinnovato protagonismo della Lega, e potrebbe risentire della mediazione
informale con il Quirinale. Le “norme manifesto” degli intenti governativi sono
tuttavia già note.
Nel nuovo pacchetto sicurezza ci sono norme per chi non si ferma all’alt della
Polizia, che rischia fino a 5 anni di carcere. Si introduce una ammenda fino a
20mila euro per chi manifesta spontaneamente e senza preavviso. Si
prevede l’estensione delle cosiddette “zone rosse” tanto da rendere
“strutturale” (e non solo “eccezionale”) la possibilità per i prefetti di
individuare aree segnate da episodi ripetuti di illegalità, dove possa scattare
il divieto di permanenza e l’allontanamento per soggetti già segnalati
dall’Autorità giudiziaria per particolari reati (contro la persona, il
patrimonio o per stupefacenti o per il porto di armi), indipendentemente da una
pronuncia di condanna, o da altre misure cautelari disposte da un giudice, ma
solo sulla base di una segnalazione di polizia. Tutti casi nei quali i controlli
giurisdizionali appaiono particolarmente attenuati.
Si deve poi considerare l’impatto che sulla portata effettiva di queste nuove
limitazioni della libertà di manifestazione potrà avere una legge di contrasto
dell’antisemitismo, con diversi progetti tuttora oggetto di discussione in
Parlamento, che recepisca la definizione operativa dell’International Holocaust
Remembrance Alliance. Come osserva Francesca Albanese, Commissaria ONU per la
Palestina, sarebbe una “vergogna”. Un progetto di legge “Doppiamente ignominioso
perché sfrutta la memoria dell’antisemitismo del secolo scorso e garantisce
l’impunità per i crimini commessi oggi da Israele” che, in collegamento con le
misure previste dai progetti di decreti sicurezza, potrebbe avere pesanti
ricadute sulla libertà di associazione e sulla residua libertà di manifestazione
in favore del popolo palestinese. […]
Si dovrà impedire lo stravolgimento della Costituzione finalizzato a colpire
l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, minando l’equilibrio dei poteri
previsto dai Costituenti, in modo da svuotare i controlli di legalità, come è
già successo nel caso della Corte dei Conti. Ma si dovrà spiegare bene ai
cittadini che chiedono sicurezza, che questa sicurezza potrà arrivare non da un
inasprimento delle misure repressive, tentativo fallito a più riprese in
passato, ma con un ritorno agli obblighi di solidarietà, ai principi fondativi
dello Stato sociale, nel quadro di una rigorosa separazione dei poteri dello
Stato, ed ai doveri di partecipazione sanciti dalla Costituzione, con una
effettiva capacità di ascolto dei gruppi sociali più deboli e con la
riaffermazione dei principi di legalità e giustizia nella distribuzione delle
risorse.
La sicurezza non si può garantire senza la giustizia sociale. Questi principi
devono tradursi in scelte politiche ed in prassi applicate che devono imporre il
ripristino della coesione sociale in tutti i territori dello Stato, da nord a
sud, battendo il profitto speculativo, lo sfruttamento lavorativo e la logica
del conflitto permanente e del nemico interno, come si considerano ormai gli
stranieri. Si tratta di principi di convivenza che al contempo vanno tradotti
nel rifiuto assoluto della guerra come sistema di risoluzione delle controversie
internazionali tra Stati. Perchè la questione della effettività dei controlli di
legalità operati dalla giurisdizione domestica ed internazionale è unitaria,
come si è visto da tempo in materia di immigrazione ed asilo, e come è
confermato dal caso Almasri, e rimane ancora un cardine degli Stati democratici.
Fulvio Vassallo Paleologo