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Sicurezza pubblica contro libertà democratiche? La trappola del governo Meloni e il referendum sulla giustizia
Mentre il governo stringe al massimo i tempi per il referendum sulla giustizia, sull’onda di recenti fatti di cronaca si aggiunge l’ennesimo ricorso alla decretazione d’urgenza per un provvedimento sotto forma di decreto legge in materia di sicurezza pubblica (di 25 articoli) al quale dovrebbe seguire, nella stessa materia, un disegno di legge di portata ancora più vasta (40 articoli). Dopo che lo scorso anno, a giugno, era stato già approvato un decreto legge sicurezza, la propaganda governativa sembra concentrata sugli scarsi effetti che le nuove norme avrebbero avuto per responsabilità di una magistratura, che sarebbe ancora troppo concentrata a difendere i propri privilegi, piuttosto che assecondare l’opera del legislatore, e del governo che attraverso i suoi decreti legge ne stabilisce, spesso in assenza di un qualsiasi dibattito parlamentare, le linee di indirizzo. Le misure previste, tutte di indubbia connotazione repressiva, vanno da una stretta sulla criminalità minorile, con sanzioni più rigorose sulle armi da taglio, all’inasprimento di pene per furti e scippi, dall’ulteriore restringimento delle possibilità di ricongiungimento familiare alla esternalizzazione dei controlli di frontiera nei paesi terzi “sicuri”, dalle espulsioni più rapide di stranieri irregolari allo scudo penale per gli agenti di polizia e per i cittadini che ricorrono alla legittima difesa o che agiscono nell’adempimento di un dovere. I contenuti del nuovo decreto legge, che potrebbe essere pubblicato entro la fine di gennaio, sono evidentemente legati alla riforma della giustizia, perchè mirano ad inserire paletti sempre più stretti all’attività dei giudici, restringendo gli spazi della giurisdizione, ampliando invece i poteri degli organi di polizia e dell’esecutivo. L’obiettivo primario di assoggettare la magistratura alla politica è stato apertamente affermato dal ministro Carlo Nordio («mi stupisce che una persona intelligente come Elly Schlein non capisca che questa riforma gioverebbe anche a loro, nel momento in cui andassero al governo», 3 novembre 2025), dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano («c’è un’invasione di campo [dei magistrati] che deve essere ricondotta», 4 novembre 2025) e persino dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni nella conferenza stampa d’inizio anno («se vogliamo garantire sicurezza occorre lavorare tutti nella stessa direzione: governo, forze di polizia e magistratura»). Emerge così come siano meramente strumentali i dibattiti sulla separazione delle carriere, questione di principio, legata al modello accusatorio del processo penale, che non può essere affrontata nei tempi attuali nei modi nei quali veniva trattata ai tempi di Vassalli e Di Pietro, o di Tortora e Craxi, ma che deve essere calata nel contesto che la circonda, per gli effetti che potrebbe produrre sui futuri equilibri costituzionali. La separazione delle carriere in realtà è stata già implementata in precedenti riforme, ed oggi la questione in gioco è l’indipendenza della magistratura, a partire dai suoi organi di autogoverno (il CSM che si vorrebbe sdoppiare) e di disciplina (la Corte di disciplina), che in misura crescente incidono sulle carriere dei magistrati e ne possono minare l’indipendenza. Una questione quindi democratica, che andrebbe risolta nel rispetto del quadro costituzionale, senza stravolgere quell’equilibrio tra i poteri dello Stato che i Costituenti vollero a garanzia dei principi di uguaglianza e solidarietà su cui si basa la Costituzione repubblicana del 1948. […] Il nucleo centrale del nuovo decreto legge sicurezza riguarda la limitazione della libertà di manifestazione, se non della libertà di circolazione. Non è certo al momento cosa andrà nel decreto legge e cosa sarà soltanto nel disegno di legge, tutto questo sarà oggetto di trattative tra i partiti di maggioranza, con un rinnovato protagonismo della Lega, e potrebbe risentire della mediazione informale con il Quirinale. Le “norme manifesto” degli intenti governativi sono tuttavia già note. Nel nuovo pacchetto sicurezza ci sono norme per chi non si ferma all’alt della Polizia, che rischia fino a 5 anni di carcere. Si introduce una ammenda fino a 20mila euro per chi manifesta spontaneamente e senza preavviso. Si prevede l’estensione delle cosiddette “zone rosse” tanto da rendere “strutturale” (e non solo “eccezionale”) la possibilità per i prefetti di individuare aree segnate da episodi ripetuti di illegalità, dove possa scattare il divieto di permanenza e l’allontanamento per soggetti già segnalati dall’Autorità giudiziaria per particolari reati (contro la persona, il patrimonio o per stupefacenti o per il porto di armi), indipendentemente da una pronuncia di condanna, o da altre misure cautelari disposte da un giudice, ma solo sulla base di una segnalazione di polizia. Tutti casi nei quali i controlli giurisdizionali appaiono particolarmente attenuati. Si deve poi considerare l’impatto che sulla portata effettiva di queste nuove limitazioni della libertà di manifestazione potrà avere una legge di contrasto dell’antisemitismo, con diversi progetti tuttora oggetto di discussione in Parlamento, che recepisca la definizione operativa dell’International Holocaust Remembrance Alliance. Come osserva Francesca Albanese, Commissaria ONU per la Palestina, sarebbe una “vergogna”. Un progetto di legge “Doppiamente ignominioso perché sfrutta la memoria dell’antisemitismo del secolo scorso e garantisce l’impunità per i crimini commessi oggi da Israele” che, in collegamento con le misure previste dai progetti di decreti sicurezza, potrebbe avere pesanti ricadute sulla libertà di associazione e sulla residua libertà di manifestazione in favore del popolo palestinese. […] Si dovrà impedire lo stravolgimento della Costituzione finalizzato a colpire l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, minando l’equilibrio dei poteri previsto dai Costituenti, in modo da svuotare i controlli di legalità, come è già successo nel caso della Corte dei Conti. Ma si dovrà spiegare bene ai cittadini che chiedono sicurezza, che questa sicurezza potrà arrivare non da un inasprimento delle misure repressive, tentativo fallito a più riprese in passato, ma con un ritorno agli obblighi di solidarietà, ai principi fondativi dello Stato sociale, nel quadro di una rigorosa separazione dei poteri dello Stato, ed ai doveri di partecipazione sanciti dalla Costituzione, con una effettiva capacità di ascolto dei gruppi sociali più deboli e con la riaffermazione dei principi di legalità e giustizia nella distribuzione delle risorse. La sicurezza non si può garantire senza la giustizia sociale. Questi principi devono tradursi in scelte politiche ed in prassi applicate che devono imporre il ripristino della coesione sociale in tutti i territori dello Stato, da nord a sud, battendo il profitto speculativo, lo sfruttamento lavorativo e la logica del conflitto permanente e del nemico interno, come si considerano ormai gli stranieri. Si tratta di principi di convivenza che al contempo vanno tradotti nel rifiuto assoluto della guerra come sistema di risoluzione delle controversie internazionali tra Stati. Perchè la questione della effettività dei controlli di legalità operati dalla giurisdizione domestica ed internazionale è unitaria, come si è visto da tempo in materia di immigrazione ed asilo, e come è confermato dal caso Almasri, e rimane ancora un cardine degli Stati democratici. Fulvio Vassallo Paleologo
Spazio civico “ostruito” e diritti in caduta libera
Nei giorni scorsi presso la Sala Stampa della Camera dei Deputati è stato presentato il risultato del monitoraggio sullo stato dello spazio civico in Italia nel 2025, alla luce del recente declassamento dell’Italia a “spazio civico ostruito” del Civicus Monitor 2025 (https://monitor.civicus.org/globalfindings_2025/)  e per illustrare le iniziative avviate dalla società civile a tutela delle libertà democratiche. Il rating di Civicus colloca l’Italia allo stesso livello di Paesi come l’Ungheria di Viktor Orbán e conferma un deterioramento strutturale delle libertà di espressione, manifestazione e associazione, aggravato dall’approvazione del Decreto Sicurezza, dalla criminalizzazione del dissenso e dai casi di sorveglianza illegale ai danni di giornalisti e attivisti. “Tra il 2024 e il 2025, si legge nell’Introduzione del Civic Pace Report 2025 Italy (ultimo aggiornamento novembre 2025), redatto da Erasmo Palazzotto e Greta Veresani, l’Italia ha registrato una preoccupante escalation di eventi che segnalano una crescente restrizione dello spazio civico e una vera e propria regressione democratica. Attiviste e attivisti impegnati nella difesa dei diritti umani, dell’ambiente, dei diritti LGBTQIA+, del diritto alla casa o della giustizia climatica sono stati oggetto di criminalizzazione, misure preventive e procedimenti giudiziari, in un clima politico sempre più repressivo. Parallelamente, nuovi provvedimenti normativi – come il cosiddetto Decreto Sicurezza – hanno ampliato gli strumenti a disposizione delle autorità per limitare la libertà di manifestare e reprimere il dissenso. A ciò si aggiunge l’uso crescente di tecnologie invasive, attività di sorveglianza e infiltrazioni, che hanno colpito in particolare giornalisti, attivisti e organizzazioni della società civile, aggravando ulteriormente il quadro”: https://www.arci.it/app/uploads/2024/10/Rapporto-2024_2025-Spazio-Civico_dic25_compressed.pdf. Anche il Report 2024-2025 di Amnesty International segnala per il nostro Paese nuovi episodi di tortura per mano del personale penitenziario, la violenza contro le donne, che resta a un livello pericolosamente alto e le tante persone che hanno continuato a essere vittime di razzismo e discriminazione, anche a opera di ufficiali statali. Il Rapporto sottolinea come l’Italia abbia tentato di inviare in Albania richiedenti asilo salvati in mare, per far esaminare la loro richiesta fuori dal Paese e denuncia come in più occasioni la polizia abbia fatto ricorso a un uso eccessivo e non necessario della forza contro manifestanti e abbia limitato il diritto alla libertà di riunione pacifica. Amnesty sottolinea come circa il 10 % della popolazione viva in povertà assoluta e lancia l’allarme sui perduranti ostacoli all’aborto. Da ultimo, ricorda che a luglio, il cambiamento climatico indotto dalle attività umane ha causato un’ondata di calore estremo. Il Rapporto segnala, in particolare: le migliaia di detenuti che hanno sopportato condizioni di vita al di sotto degli standard in celle sovraffollate e fatiscenti e il crescente numero di suicidi tra i detenuti, che al 20 dicembre erano arrivati a 83 (ad aprile, alcune procuratrici hanno rivelato che 13 agenti penitenziari erano stati arrestati e otto sospesi per accuse di tortura e altre violazioni contro ragazzi trattenuti nel carcere minorile di Milano. Anche due ex direttrici del carcere sono state indagate per non aver impedito e denunciato gli abusi, che duravano da anni); le condizioni nei centri di rimpatrio per migranti che non hanno rispettato gli standard internazionali, con persone tenute in gabbie spoglie con mobili in cemento, strutture igieniche inadeguate e mancanza di attività significative; le novantacinque donne che sono state uccise in episodi di violenza domestica, 59 delle quali per mano di partner attuali o precedenti (a febbraio, il Comitato Cedaw ha espresso preoccupazione per l’“elevata diffusione della violenza di genere contro le donne” e la scarsa percentuale di denunce. Ha anche evidenziato il fatto che la definizione giuridica di stupro non fosse basata sul consenso); le circa 1.700 persone che sono morte in mare lungo la rotta del Mediterraneo centrale nel tentativo di raggiungere l’Europa. La maggior parte era partita dalla Libia e dalla Tunisia. “L’attuale panoramica delle misure e dei provvedimenti adottati dal governo Meloni, si legge nelle conclusioni del Rapporto, negli ambiti da noi monitorati, a tre anni dal suo insediamento, restituisce la fotografia di un governo che ha scelto la costante e progressiva adozione di leggi, politiche e misure tese a restringere lo spazio civico, erodere le libertà di espressione e associazione, prendere di mira organizzazioni solidali e identità marginalizzate. Un governo che ha polarizzato il dibattito pubblico sui temi relativi alla sicurezza pubblica, alla migrazione e alla crisi in Medio Oriente, che invece necessitano di spazi di dialogo e di confronto non solo con tutto lo spettro delle forze politiche rappresentate in Parlamento, ma anche con organizzazioni e associazioni della società civile. (… ) Nel campo delle misure in tema di pubblica sicurezza, con particolare riferimento al cosiddetto “decreto sicurezza”, il governo Meloni si è mostrato incurante dei rilievi presentati dall’Ufficio per le istituzioni democratiche e i diritti umani dell’Osce, dal Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa e dai diversi relatori speciali delle Nazioni Unite; ma anche delle mobilitazioni di massa nelle piazze e dell’opposizione in Parlamento, dove il dibattito è stato troncato con un anomalo ricorso alla decretazione d’urgenza. Con una manovra che non si può che definire autoritaria, sono state inasprite le pene per diversi reati e sono state introdotte quattordici nuove fattispecie di illeciti”. Qui il Report “Il governo Meloni al giro di boa: lo stato di salute dei diritti umani  in Italia a tre anni dall’inizio della XIX legislatura”: https://d21zrvtkxtd6ae.cloudfront.net/public/uploads/2025/12/Amnesty-International-Italia-Il-Governo-Meloni-al-giro-di-boa.pdf.       Giovanni Caprio
Tre anni di governo Meloni. Amnesty International Italia: “Diritti umani in caduta libera”
Nei tre anni trascorsi dall’inizio della XIX legislatura e dall’insediamento del governo diretto dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, in Italia c’è stato un profondo arretramento nella tutela dei diritti umani. È quanto emerso dall’analisi, presentata ieri a Roma dall’organizzazione per i diritti umani, intitolata “Il governo Meloni al giro di boa”. L’esecutivo ha polarizzato la narrazione e la legislazione principalmente su temi riguardanti la sicurezza pubblica e la migrazione, con l’intento di punire e dissuadere. Dall’adozione del “decreto-rave” nel primo Consiglio dei ministri dell’ottobre 2022 alla conversione in legge del “decreto sicurezza”, entrato in vigore dopo un anomalo ricorso alla decretazione d’urgenza, è stata data priorità alla costante e progressiva adozione di norme tese a restringere lo spazio civico, erodere le libertà di espressione e associazione e prendere di mira la solidarietà e i gruppi marginalizzati. “La normativa approvata in tema di “sicurezza” è il sintomo che l’autoritarismo si appresta a prendere piede anche nel nostro paese: come non definire autoritario un insieme di norme che ha inasprito le pene per diversi reati e ha introdotto ben quattordici nuove fattispecie di illeciti legati in buona misura a forme di manifestazione del dissenso. Allo stesso modo, non può essere usato un termine diverso per le modalità con cui, attraverso l’uso eccessivo e della forza e l’utilizzo dei fogli di via contro le persone attiviste, è stato gestito l’ordine pubblico durante le ricorrenti manifestazioni, soprattutto in solidarietà con la popolazione palestinese della Striscia di Gaza”, ha dichiarato Anneliese Baldaccini, responsabile delle relazioni con le istituzioni di Amnesty International Italia. “Il governo Meloni non ha esitato a impegnare enormi risorse pubbliche per un accordo con il governo di Tirana per la costruzione di centri in Albania destinati al trasferimento di persone migranti, tenendo in vita un protocollo illegale e costoso a dispetto delle numerose pronunce di illegittimità emesse da corti italiane ed europee con riferimento ai trattenimenti nei centri stessi”, ha proseguito Baldaccini. Soprattutto dopo l’emissione del mandato di cattura per il primo ministro israeliano Netanyahu, il governo italiano ha avviato un’opera di delegittimazione della giustizia internazionale, coerente con la posizione indulgente tenuta negli ultimi due anni verso il governo israeliano. “Ma la prova più evidente di tale delegittimazione è stata l’accompagnamento in Libia del ricercato Almasri: un clamoroso atto di disprezzo verso gli obblighi di cooperazione del nostro paese con la Corte penale internazionale, che aveva emesso un mandato di cattura nei confronti del potente miliziano libico”, ha sottolineato Baldaccini. Delle tante sollecitazioni e richieste che Amnesty International Italia ha presentato alle istituzioni dall’inizio dell’attuale legislatura, almeno una sembrava essere stata accolta. “Dopo un voto unanime alla Camera, il 25 novembre 2025 sembrava che il Senato potesse colmare 12 anni di ritardo rispetto agli obblighi internazionali assunti dall’Italia con la ratifica della Convenzione di Istanbul, modificando dunque la normativa interna in materia di stupro attraverso l’introduzione del principio del consenso. Sappiamo invece com’è andata: con uno stop al voto finale e un lungo rinvio. Quello che hanno già fatto 21 stati europei, 17 dei quali membri dell’Unione europea, l’Italia non riesce ancora a farlo” ha concluso Baldaccini. Amnesty International
Il movimento studentesco di fronte alle leggi Sicurezza – cosa rischia uno studente
Il movimento studentesco è sceso in piazza il 14 novembre in tutta Italia per scioperare e manifestare per la scuola, il clima e contro la guerra. A Torino i numerosi collettivi degli studenti medi e universitari si sono dati appuntamento per il corteo dietro ad un enorme striscione con la scritta “CONTRO IL GOVERNO DEL GENOCIDIO E DEL FOSSILE GLI STUDENTI BLOCCANO TUTTO” E ci provano a bloccare tutto: il corteo si divide in diversi rivoli con l’obiettivo di un blocco itinerante e diffuso per la città, uno spezzone corre verso le entrate di Porta Nuova, poi prova ad intrufolarsi nei binari dagli ingressi secondari, trovando sempre squadre antisommossa pronte a difendere ogni ingresso a colpi di vigorose manganellate. Non si registrano scontri, ma dopo ogni tentativo si notano studenti che proseguono lungo il percorso tenendosi il ghiaccio sulla testa. A fine mattinata il corteo si dirige verso un ultimo obiettivo: la sede della Città Metropolitana, davanti a cui urlano “vogliamo banchi e non bombe” (per i molti distratti, ma non per gli studenti, Città Metropolitana è sede di numerose competenze per l’attuazione del diritto all’istruzione). Vorrebbero entrare per manifestare le proprie rivendicazioni, con la scomposta energia con cui gli studenti medi affrontano le loro prime manifestazioni, qualcuno individua un’entrata dai parcheggi e molti studenti si buttano correndo sempre con megafoni e striscioni, il resto è notizia: numerosi video mostrano momenti di tafferugli, grida, lamenti, i primi ragazzi entrati vengono picchiati e catturati dalla polizia, da qui la degenerazione degli scontri con chi li vorrebbe liberare e portare in salvo. La manifestazione si conclude lì davanti, aspettando per quasi un’ora che i giovani intrappolati vengano identificati e rilasciati, uno di loro dovrà correre al pronto soccorso perché ha una seria ferita sulla testa. Domenica mattina la polizia si reca a casa di un giovane studente di 18 anni per notificargli l’arresto, ai domiciliari, e il processo per direttissima. Lunedi mattina si è tenuta l’udienza in cui è stato convalidato l’arresto, attraverso l’obbligo di recarsi a firmare quotidianamente in questura, e fissata l’udienza del processo per metà gennaio. Le accuse sarebbero lievi e tipiche di uno scontro di piazza: resistenza a pubblico ufficiale e lesioni lievi (7 giorni di prognosi) ma per effetto della legge 80/25 (conversione del Decreto Sicurezza) il giovane rischia, per le lesioni lievi a pubblico ufficiale, la reclusione da 2 a 5 anni. Effetto Sicurezza. Un giovane tra i tanti che è sceso in piazza per manifestare l’opposizione alle politiche di guerra e chiedere il diritto allo studio e la difesa del clima, che si trova coinvolto con molti altri e altre in un tafferuglio di pochi secondi da cui i ragazzi, loro sì senza scudi e caschi, ne escono seriamente feriti, rischia da 2 a 5 anni di carcere per effetto di una legge perversa che ha l’unico obiettivo di silenziare il dissenso e il conflitto sociale. E colpisce anche che ad esserne vittima è un unico ragazzo, identificato tra i tanti e le tante presenti: “Omar non è che uno studente, un compagno di scuola e di lotta, un coetaneo che la polizia ha deciso di individuare come soggetto su cui accanirsi violentemente per colpire ed intimidire tutti coloro che hanno preso parte allo sciopero del 14 novembre” scrive il collettivo del liceo Gioberti, e prosegue: “Alla città metropolitana c’eravamo tutte e rivendichiamo collettivamente ciò che invece la questura di Torino affilia a una sola persona… È un copione già scritto infatti, quello in cui le dimensioni di scontro collettive vengono depoliticizzate e ridotte a meri atti di violenza imputati a singole soggettività” Possiamo permettere che sia uno studente di 18 anni a pagare il prezzo carissimo di non aver saputo difendere la nostra democrazia? Accanto ad Omar, accanto a tutti gli studenti e le studentesse che scendono in piazza, alla Gen Z che si oppone con lucidità alla deriva bellicista e ai venti di guerra, dovremo esserci tutti e tutte per restituire loro la libertà di praticare il dissenso. Mamme in piazza per la libertà di dissenso
I giudici smontano il decreto sicurezza: la cannabis light torna ai produttori
La messa al bando della cannabis light da parte del decreto sicurezza continua a fallire nelle aule di tribunale. In seguito all’emanazione del provvedimento, le forze dell’ordine avevano sequestrato a Sassari e Brindisi centinaia di chili di infiorescenze e arbusti, tuttavia i tribunali del Riesame hanno ordinato la riconsegna del materiale sequestrato, giudicando lecito coltivare, detenere e commercializzare la canapa sativa. Mesi fa, una analoga situazione si era presentata in Liguria. Le infiorescenze di canapa sono state messe al bando dall’articolo 18 del Decreto Sicurezza, che vieta la coltivazione della canapa con basso contenuto di THC. La norma, in vigore dal 12 aprile, mette a rischio un settore che in Italia conta 3.000 aziende, 30.000 addetti, 500 milioni di fatturato e un export del 90%. In Sardegna, il 23 ottobre il Riesame ha restituito all’imprenditore Giuseppe Pireddu circa 10 chili di infiorescenze e 5053 piante di canapa. All’azienda florovivaistica di Antonella Vinci, invece, sono tornati indietro 257 chili di biomassa essiccata e 954 piante. I due erano stati colpiti dallo stesso provvedimento di sequestro. Gli agenti avevano fermato ad un posto di blocco il furgone che trasportava la merce dai magazzini dell’azienda agricola al rivenditore florovivaista. Analoga situazione in Puglia, dove il tribunale del Riesame di Brindisi ha disposto il dissequestro di oltre 800 piante di canapa sativa light appartenenti alla società agricola ‘Prk’ di Carovigno, restituendo anche i macchinari e i materiali di lavorazione che erano stati precedentemente confiscati agli imprenditori. A Sassari, i giudici hanno bocciato sequestro e convalida perché, secondo le ordinanze, manca qualunque indizio sull’illegalità della pianta. Anzi, per le toghe il sequestro ha colpito «aziende esercenti legittimamente la coltivazione di canapa», con «plurimi elementi indicativi della coltivazione legale». Nell’ordinanza si precisa che «la detenzione dei residui vegetali, anche se contenenti infiorescenze, non è vietata dalla normativa vigente e non costituisce reato». A Brindisi, le analisi tossicologiche hanno confermato valori di THC compresi tra 0,08 e 0,33%, livelli incapaci di produrre effetti psicoattivi. I magistrati hanno scritto che si tratta di valori «dunque non in grado di incidere in alcun modo sull’assetto neuropsichico di eventuali utilizzatori». Il clima di repressione cieca colpisce sempre più spesso agricoltori che coltivano la canapa legale, con interventi giudiziari che negano le richieste dell’accusa. Emblematico il caso di un imprenditore della provincia di Belluno, recentemente arrestato con l’accusa di detenzione finalizzata allo spaccio nonostante coltivi canapa industriale con THC nei limiti di legge da 8 anni. Gli agenti non hanno neppure eseguito i campionamenti prima del sequestro, poi annullato grazie all’intervento del suo legale. Episodi simili si sono verificati a Palermo e in Puglia, dove i giudici hanno disposto la scarcerazione immediata di agricoltori accusati ingiustamente di spaccio, ricordando che «non basta che si tratti di cannabis», ma occorre «valutare l’effettiva capacità drogante del prodotto» prima di configurare un reato. Nel frattempo, è terminata con un nulla di fatto la maxi-inchiesta sulla cannabis light iniziata due anni fa dalla Procura di Torino, che ha interessato 14 persone e diverse aziende, ove era stato disposto il sequestro di circa 2 tonnellate di infiorescenze, dal valore complessivo di 18 milioni di euro. L’esecutivo Meloni ha sin da subito adottato a livello nazionale una linea proibizionista sulla cannabis light, vietando nel 2023 i prodotti orali a base di CBD e classificandoli come stupefacenti. Il decreto ha immediatamente portato a sequestri nei punti vendita. L’associazione Imprenditori Canapa Italia (Ici) ha contestato il provvedimento, ottenendo in più occasioni dal TAR del Lazio la sospensione del divieto. A maggio dell’anno scorso, il governo ha rilanciato con un emendamento al Ddl Sicurezza che vieta la produzione e il commercio della cannabis light, colpendo un settore da 500 milioni annui e decine di migliaia di lavoratori. Federcanapa ha subito evidenziando come il divieto si sarebbe abbattuto sull’«intero comparto agroindustriale della canapa da estrazione, in particolare della produzione di derivati da CBD o da altri cannabinoidi non stupefacenti per impieghi in cosmesi, erboristeria o negli integratori alimentari», ricordando che «tali impieghi sono riconosciuti dalla normativa europea come impieghi legittimi di canapa industriale». L'Indipendente
I reati in calo contraddicono il Decreto Sicurezza
I reati in calo del 9% contraddicono il ricorso agli inasprimenti di pena e alla creazione di nuove tipologie di crimine. Il dossier sulla sicurezza che il Ministro dell’Interno anche quest’anno ha presentato a ferragosto ci offre un quadro per nulla allarmante: meno reati, meno arresti e meno criticità per l’ordine pubblico nei primi sette mesi dell’anno. Dati che smentiscono quell’artata narrazione che parla di un aumento esponenziale del crimine e che ha giustificato sostanzialmente il recente decreto sicurezza, il continuo ricorso agli inasprimenti di pena e alla creazione di nuovi reati. Infatti, nei primi sette mesi di quest’anno i reati sono calati del 9% in confronto allo stesso periodo del 2024: i furti sono calati del 7,7%, le rapine del 6,7% e le violenze sessuali del 17,3%. Restano invece sostanzialmente stabili gli omicidi, da 178 a 184, mentre le persone denunciate scendono a 461.495 (-8%), di cui 91.975 in stato di arresto. Aumentano, seppur di poco, gli omicidi commessi da partner o ex partner, che passano da 33 a 38 (+15,1%), mentre aumentano e di molto gli ammonimenti del questore: +70,6%, con punte dell’84,6% per stalking. Attualmente risultano attivi oltre 12mila braccialetti elettronici, di cui quasi 6mila antistalking. Diminuiscono le operazioni antidroga, che registrano un meno 8,9%, anche se le quantità sequestrate ammontano a 29,2 tonnellate, con un aumento del 12%. Gli arresti per estremismo aumentano del 53,8% e i casi che coinvolgono minorenni sono addirittura raddoppiati. Sul fronte informatico, invece, gli attacchi alle infrastrutture critiche diminuiscono del 21,7%, anche se risultano in aumento i casi legati all’antiterrorismo e alle frodi online. Anche le manifestazioni di piazza diminuiscono dell’11,1% (sono state 7.294) e a diminuire in modo significativo sono soprattutto quelle promosse dalle organizzazioni sindacali. Gli stessi feriti tra le forze di polizia sono diminuiti del 35,4%. Anche se le migrazioni sembrano del tutto scomparse dai mezzi d’informazione, dal 1° gennaio al 14 agosto 2025 sono arrivati nel nostro Paese 38.568 migranti, con un aumento del 2,1%. Le richieste d’asilo però risultano in calo del 22%, mentre c’è un aumento esponenziale dei dinieghi: +58%. Si tratta di dati che stridono alquanto con il cosiddetto “Decreto Sicurezza”, convertito di recente in legge, che ha introdotto numerose nuove tipologie di reato e aumentato le pene per altri reati. Un provvedimento che per dare “rassicurazione” alle tante inquietudini sociali punta sulla solita carta della paura con il rischio che a farne le spese siano le persone più deboli. É fuor di dubbio che la paura della violenza che attraversa la società sia alimentata da tante inquietudini ed emozioni. Ma la legittima domanda di sicurezza potrà trovare una valida risposta soltanto riconoscendo, come lucidamente affermato dal Presidente della Repubblica in un discorso di fine d’anno, che “sicurezza è anche lavoro, istruzione, più equa distribuzione delle opportunità per i giovani, attenzione per gli anziani, serenità per i pensionati dopo una vita di lavoro”: https://www.quirinale.it/elementi/19822. Qui il dossier del Viminale del 15 agosto 2025: https://www.interno.gov.it/sites/default/files/2025-08/dossier_viminale_ferragosto_2025.pdf.             Giovanni Caprio
Le carceri in Italia esplodono
Parlare di carcere è sempre più difficile. Due libri di Eris Edizioni provano a farlo in modo diverso: “Mai farsi arrestare di venerdì” di Tzarina Caterina Casiccia e “Aboliamo il carcere” di Giulia De Rocco, mentre la vita in carcere è sempre peggiore e il Decreto Sicurezza appena approvato rischia solo di peggiorare la situazione_ Trovami/Sono la poesia nascosta/ Come na scheggia di bellezza/Nella carne del dolore (LA POESIA NASCOSTA, TZARINA) Non parliamo mai abbastanza di carcere. E siamo circondati da discorsi sempre più repressivi, atti governativi che aumentano le pene e peggiorano la vita fuori e dentro le carceri. In carcere, infatti, si vive, per breve o lungo tempo, e si vive male: «Al 30 aprile 2025 i detenuti in Italia erano 62.445, a fronte di una capienza regolamentare di 51.280 posti. Ma considerando i posti non disponibili (oltre 4.000), il tasso reale di affollamento è del 133%, con circa 16.000 persone che non hanno un posto regolamentare. 58 carceri su 189 hanno un tasso di sovraffollamento superiore al 150%», leggiamo nell’ultimo report di Antigone. Bisogna, quindi, trovare le giuste parole per parlare della prigione. Ed è quello che sta provando a fare Eris Edizioni con due libri della collana Book Bloc Mai farsi arrestare di venerdì di Tzarina Caterina Casiccia e Aboliamo il carcere di Giulia De Rocco. Entrambi i libri sono uno sforzo di immaginazione e di creatività per raccontare una realtà di repressione, costrizione e violenza, cioè la vita in carcere. Entrambi i testi cercano di superare la classica saggista, il primo lo fa mischiando teoria, esperienza personale e poesia, il secondo utilizzando una narrazione dis/topica, una lettera dal futuro in cui il carcere è stato abolito, a suo modo anche molto poetica «È stata l’intimità a distruggere il carcere […], un’intimità creativa. Per poter far a meno della protezione dell’istituzione […] abbiamo dovuto inventare delle alternative» (p. 12). Una narrazione che nasce dall’«urgenza di alternative, di possibilità, di un altro mondo» (p. 7) come scrive l’autrice di Aboliamo il carcere. > «DELLE 189 CARCERI ITALIANE QUELLE NON SOVRAFFOLLATE SONO ORMAI SOLO 36, > MENTRE QUELLE CON UN TASSO DI AFFOLLAMENTO UGUALE O SUPERIORE AL 150% SONO > ORMAI 58. A FINE MARZO 2023 ERANO 39. A OGGI GLI ISTITUTI PIÙ AFFOLLATI SONO > MILANO SAN VITTORE (220%), FOGGIA (212%), LUCCA (205%), BRESCIA CANTON > MONBELLO (201%), VARESE (196%), POTENZA (193%), LODI (191%), TARANTO (190%), > MILANO SAN VITTORE FEMMINILE (189%), COMO (188%), BUSTO ARSIZIO (187%), ROMA > REGINA COELI (187%), TREVISO (187%)». Tzarina, poeta e artista della scena underground di Barcellona, viene arrestata nel corso di una manifestazione dopo il fermo di Pablo Hasel, un rapper accusato di apologia di terrorismo per una canzone contro il re di Spagna nel 2021. Tzarina viene inserita in un’inchiesta con gravissime accuse penali: «Il caso era esemplare […]. Poco importava che non fosse vero niente, avevano trovato il capro espiatorio perfetto» (p. 16). Leggendo, non si può non pensare all’ultimo processo ad Askatasuna in cui diversi attivisti e attiviste sono state accusate di associazione a delinquere, o al processo in corso contro Anan Kamal Afif a L’Aquila. O ai tanti processi ingiusti contro le azioni non violente del movimento ambientalista o in solidarietà alla Palestina che hanno il principale scopo di bloccare qualsiasi forma di resistenza. Il suo registro narrativo mescola storie delle detenute, poesie, l’esperienza personale della detenzione, e una riflessione teorica sul carcere. Giulia Rocco, ricercatrice, attivista abolizionista, da anni lavora con laboratori di scrittura autobiografica dentro le carceri e scrive da un futuro in cui il carcere è stato abolito, e in questo modo ne evidenzia il suo paradosso: «lo Stato intendeva rispondere a quello che viene considerato sbagliato, ingiusto, chiudendo le persone in gabbie sorvegliate da altre persone armate. E così fare giustizia. Rispondevano al male, ma non lo risolvevano. Anzi, lo perpetravano, ancora e ancora» (p. 21). E ci mostra un percorso immaginifico quanto possibile verso l’abolizione che comincia con un passo semplice: «nel tempo, sempre più fuori entrava e sempre più dentro usciva» (p. 21). > «L’EMERGENZA MORTI IN CARCERE NON DÀNNO SEGNI DI ARRESTO. ANZI, CONTINUA A > PEGGIORARE. NEL 2024 SONO STATI ALMENO 91 I CASI DI SUICIDI COMMESSI DA > PERSONE PRIVATE DELLA LIBERTÀ. TRA GENNAIO E MAGGIO 2025, ALMENO 33. IL 2024 > PASSA COSÌ ALLA STORIA COME L’ANNO CON PIÙ SUICIDI IN CARCERE DI SEMPRE […]. > IL 2024 PASSA ALLA STORIA ANCHE COME L’ANNO CON PIÙ DECESSI IN CARCERE IN > GENERALE. SONO STATE COMPLESSIVAMENTE 246 LE PERSONE CHE HANNO PERSO LA VITA > NEL CORSO DELLA LORO DETENZIONE». AUMENTANO ANCHE GLI ATTI DI AUTOLESIONISMO > NELLE CELLE. Il carcere è sottomissione del corpo, disciplinamento dei movimenti, con il supposto scopo della rieducazione: «È umiliante accettare la disciplina del corpo, sottomettersi alla sottrazione della libertà e della dignità, della privacy e dell’indipendenza. È umiliante e doloroso piegarsi, assumere l’impotenza, obbligarsi ad accettare il surrealismo dell’ingiustizia. È nauseante comportarsi bene e obbedire ed è spaventoso rendersi conto di avere paura» (p. 15). In carcere viene negata, prima di tutto, la possibilità di disporre del proprio tempo, del proprio spazio, e quindi del proprio corpo. A Tzarina è vietato avere una penna durante il periodo di isolamento, per paura che la possa utilizzare per farsi del male, ma continuamente le vengono offerti antidepressivi o metadone. Oggi in carcere il 44,25% delle persone detenute fa uso di sedativi o ipnotici, il 20,4% utilizza stabilizzanti dell’umore, antipsicotici e antidepressivi, e questo numero è in aumento anche negli istituti penitenziari per minori. Ad Alfredo Cospito detenuto in regime di 41 bis viene continuamente negata la possibilità di avere alcune cose come libri, cd, e spesso non gli viene consegnata la corrispondenza. Poter leggere, scrivere, ricevere la corrispondenza significa reclamare di essere una persona: «il carcere è, in primo luogo, il posto dove mantenere la propria identità è una vera lotta quotidiana» (p. 24) scrive Tzarina. Gli fa eco Goliarda Sapienza, citata nel numero di DWF, appena uscito sul carcere, anche questo tassello fondamentale per una riflessione femminista sul carcere: «Il carcere regredisce all’infanzia, lo fa a tutte o solo a me?». Le storie delle sue compagne di detenzione sono storie di povertà, marginalità, migrazione, violenza e maltrattamenti subiti. In carcere finiscono le persone più povere, marginalizzate, con problemi di dipendenze, e senza fissa dimora. Alla fine del 2024, 1.373 persone sono finite in carcere per pene di meno di un anno «Si tratta perlopiù di soggetti particolarmente fragili, spesso privi di difesa tecnica e plurirecidivi. Tossicodipendenti che commettono piccoli reati per i quali nessun’altro entrerebbe in carcere», leggiamo sempre nel report di Antigone. Così come chi non ha una residenza fissa non può godere delle misure alternative al carcere, soprattutto della custodia cautelare, e quindi arriva in carcere prima ed esce dopo. Il carcere «è utile per allontanare dallo sguardo l’evidenza degli effetti della povertà […] per ribadire le subalternità coloniali, per disciplinare corpi, esperienze e abitudini» (p. 24), ma come si può pensare una società senza carcere? E cosa facciamo con chi agisce violenza e provoca profonde sofferenze personali e sociali? De Rocco non ha paura di nominare i nodi spinosi del progetto abolizionista «certamente le emozioni di vendetta sono comprensibili ed è importante trovino spazio per essere dette: si parli di paura, di rabbia, del desiderio che chi ha commesso violenza stia male. Però le istituzioni, se devono esistere, hanno il compito di agire una mediazione rispetto a tali emozioni» (p. 27). Il carcere, infatti, ci garantisce semplicemente che la persona non commetta reati nella società mentre è dentro, ma non sappiamo se continuerà a usare violenza tra le mura del carcere o di nuovo quando uscirà. Ed è così anche per i reati connessi alla violenza di genere, il carcere reprime il comportamento individuale per un certo periodo, ma non risolve le radici dell’oppressione e non è una misura preventiva. Nelle carceri italiane quasi non esistono la mediazione culturale, gli e le educatrici sono pochissimi, i progetti lavorativi e sociali anche. Se chi è in carcere riuscirà a rifarsi una vita nel mondo «se trasformerà la sua visione del bene e del male, di ciò che è giusto e di ciò che non lo è, non dipenderà dall’operato del sistema carcerario o dal numero di anni della condanna inflitta, ma dalla forza che troverà dentro se stessa» (p. 76) leggiamo in Mai farsi arrestare di venerdì. > ABOLIRE IL CARCERE DEVE COMINCIARE ABOLENDO L’IDEA DELLA PUNIZIONE NELLA > SOCIETÀ TUTTA, A PARTIRE DALLE NOSTRE PRATICHE POLITICHE E LINGUAGGI > QUOTIDIANI. DOBBIAMO RIPENSARE LE PRATICHE EDUCATIVE, LA VALUTAZIONE, LE > RELAZIONI CON LE PERSONE PIÙ PICCOLE. PER IMMAGINARE UN FUTURO SENZA PRIGIONI > IL CONFLITTO DEVE TROVARE «SPAZIO COME MODELLO GENERATIVO, COME OCCASIONE PER > DIVERGERE E COMPRENDERE, PER ESPRIMERE E PER FAR AFFRONTARE TENSIONI LATENTI» > (P.40). De Rocco sottolinea come in alcune comunità politiche «esiste un atteggiamento moralizzante [verso] il conflitto che rende alcuni contesti (parlo anche delle comunità scelte, queer, riflessive) molto faticosi. Le indispensabili pratiche di autodifesa e di protezione degli spazi possono non avvalersi dell’esclusione, del call out, della stigmatizzazione» (p.41). Questo significa elaborare il conflitto, prendere del tempo, abbandonare la perfomance, accogliere le vulnerabilità e non abbandonarci alle nostre “attivazioni punitive”. Ciò di cui ci dobbiamo liberarci profondamente è l’idea che la giustizia abbia a che fare con la punizione. E aprirci a un’idea di giustizia che abbia a che fare con la trasformazione, con l’empatia, con la riparazione. Invece che con la gogna, la vergogna, la sofferenza e la prigionia. TUTTE LE ILLUSTRAZIONI SONO DI CYRIL DELACOUR “PRISON ET VIE CARCÉRALE À LA MAISON D’ARRÊT DE PRIVAS” VIA FLICKR TUTTI I DATI NELL’ARTICOLO SONO DEL REPORT XXI DI ANTIGONE “SENZA RESPIRO”   Redazione Italia
Agenti infiltrati: Potere al Popolo e organizzazioni giovanili rispondono agli attacchi
Cinque agenti sotto copertura hanno preso parte alla vita politica di collettivi universitari e movimenti legati a Potere al Popolo. Tra assemblee, presìdi ed elezioni, il racconto di chi ha scoperto di essere stato spiato per mesi: la testimonianza del portavoce del partito e degli attivisti di tre città — Roma, Napoli e Bologna — che oggi hanno manifestato sotto i rettorati delle proprie università. Sono passate più di quattro settimane da quando Fanpage.it, con un’inchiesta firmata da Antonio Musella, ha rivelato la presenza di un agente della Polizia di Stato infiltrato nelle attività di Potere al Popolo a Napoli. A quell’inchiesta ne è seguita un’altra, ancora più dettagliata, che ha confermato un’operazione estesa, articolata e coordinata dalla Direzione centrale della Polizia di prevenzione, l’antiterrorismo, che ha coinvolto almeno cinque agenti sotto copertura, attivi tra ottobre 2024 e maggio 2025 in diverse città: Napoli, Roma, Bologna, Milano. Nonostante la gravità della vicenda, si sta infatti parlando di infiltrazioni all’interno di un partito politico legalmente costituito, presente alle elezioni, e di movimenti studenteschi come Cambiare Rotta e CAU, il governo continua a non rispondere e a non fornire nessun chiarimento alle tre interrogazioni parlamentari presentate da Alleanza Verdi-Sinistra, Movimento 5 Stelle e Partito Democratico. Dal Ministero arriva solamente una vaga disponibilità a “riferire in Aula”, annunciata dal Ministro Piantedosi, tuttavia rimasta finora lettera morta. Nel frattempo, Il Fatto Quotidiano ha raccontato le frizioni interne al Viminale: la gestione della comunicazione da parte della Polizia di Stato, che inizialmente, con “fonti qualificate”, ha smentito qualsiasi coinvolgimento, ha generato “irritazione” tra i vertici ministeriali, ma anche su questo il Ministero ha cercato di chiudere ogni spiraglio, diffondendo una nota ufficiale in cui nega che vi siano mai state tensioni. Lo scorso venerdì, in una conferenza stampa al Senato, il portavoce di Potere al Popolo Giuliano Granato, assieme ad attivisti di CAU e Cambiare Rotta, ha parlato di allarme democratico, e con lui anche Don Mattia Ferrari di Mediterranea e il giornalista Ciro Pellegrino, coinvolti nel caso Paragon contemporaneo all’infiltrazione in Potere al Popolo, hanno chiesto che il governo riferisca sull’accaduto. Il portavoce di Potere al Popolo Giuliano Granato durante la conferenza stampa in Senato Secondo Giuliano Granato, l’argomentazione secondo cui l’infiltrazione sarebbe stata diretta esclusivamente verso i movimenti giovanili e solo incidentalmente verso Potere al Popolo non regge alla prova dei fatti: «L’infiltrazione è avvenuta ai danni di Potere al Popolo, e il fatto che un partito politico venga infiltrato da agenti dell’antiterrorismo è gravissimo; tanto più che inizialmente le stesse “fonti qualificate” avevano detto che non c’era alcuna autorizzazione della magistratura, né si trattava di agenti sotto copertura: avevano parlato addirittura di un singolo agente che si era avvicinato al partito per simpatia politica o perché si era innamorato di una militante». Granato sottolinea la gravità del fatto che un partito politico venga infiltrato da agenti dell’antiterrorismo e ricorda che, inizialmente, le stesse fonti di polizia avevano smentito tutto, negando il coinvolgimento della magistratura e parlando di un singolo agente mosso da motivazioni personali. Ora, invece, si scopre che gli agenti erano cinque, formati insieme, operativi nelle stesse realtà nello stesso periodo. All’ipotesi che si tratti di una coincidenza risponde: «Ci vogliano far credere che si sono tutti innamorati contemporaneamente di militanti di Potere al Popolo…». La questione va a toccare anche i diritti e le libertà degli studenti. Per questo motivo, Cambiare Rotta e CAU, insieme al partito, hanno promosso presidi in dodici università italiane, chiedendo alle istituzioni accademiche di prendere posizione contro le infiltrazioni. Le attiviste del CAU, in presidio sotto il rettorato della Federico II di Napoli, spiegano come l’azione repressiva abbia colpito il cuore stesso della vita universitaria: gli agenti infiltrati erano presenti nelle sedi accademiche, frequentavano regolarmente assemblee e attività, interferendo di fatto con l’autonomia del corpo studentesco: «Questa operazione, oltre a colpire Potere al Popolo, è stata un’azione vile di controllo anche sugli organi e sulle cariche elettive delle università. Per dieci mesi —  dice Irene, attivista del CAU Napoli —  sono stati spiati collettivi che esprimono rappresentanti nei dipartimenti e che avevano, in alcuni casi, senatori accademici: figure che non solo sono riconosciute dallo statuto universitario, ma vengono persino retribuite dagli atenei. È proprio per questo – proseguono – che l’università, intesa come istituzione, dovrebbe sentirsi direttamente colpita». Le nuove disposizioni previste dal Decreto Sicurezza, sottolineano, potrebbero inoltre obbligare gli atenei a fornire informazioni sugli studenti ritenuti “pericolosi” per la sicurezza nazionale, minacciando così la libertà di organizzazione politica anche all’interno degli spazi universitari: «Se l’università vuole davvero continuare a essere un avamposto democratico — affermano — ha il dovere di esporsi». A Bologna gli attivisti di Cambiare Rotta, come in altre città d’Italia, hanno organizzato un presidio sotto il Rettorato dell’università, a cui hanno partecipato moltissime organizzazioni studentesche e sindacali: «Di fronte a questo attacco repressivo —  dice Leili Hizam, membro del Consiglio degli Studenti — abbiamo risposto lanciando questi presidi davanti ai rettorati, innanzitutto chiedendo delucidazioni e risposte alla Ministra dell’Università e della Ricerca Bernini e a tutto il Governo Meloni. Vogliamo sapere chi è stato il mandante di quest’operazione e a questo proposito lanceremo una petizione da portare poi al ministero. Oggi anche a Bologna abbiamo chiesto che i nostri rettori si esprimessero in solidarietà ai propri studenti che sono stati colpiti da questo attacco repressivo messo in campo dal governo. I rettori delle università si sono dimostrati disponibili e hanno detto che ci riceveranno.» Emiliano Palpacelli
La Corte di Cassazione boccia il Decreto Sicurezza: viola la legalità con aggravanti ingiustificate
La Cassazione boccia il Decreto Sicurezza: manca urgenza, norme eterogenee, viola legalità e proporzionalità. Rischio carcere per marginalità e dissenso. E’ un duro colpo per il governo e la maggioranza: la Legge 9 giugno 2025, n. 80, che ha convertito il controverso Decreto Legge 11 aprile 2025, n. 48, il cosiddetto Decreto Sicurezza, è a rischio di incostituzionalità in più punti. La Corte di Cassazione, nella sua relazione 33/2025 sulle novità normative (documento non vincolante ma di altissima autorevolezza giuridica), ha espresso una bocciatura senza appello, raccogliendo e facendo proprie le criticità evidenziate da tutta la comunità giuridica: dall’accademia alla magistratura, fino all’avvocatura. Il risultato, secondo la Suprema Corte, sarà un aumento dei processi e del numero di persone in carcere. Le critiche della Cassazione si concentrano su due aspetti principali: il metodo di adozione del provvedimento e i suoi contenuti. La relazione sottolinea la mancanza dei requisiti di necessità e urgenza che, per Costituzione, sono imprescindibili per l’adozione di un decreto legge. Il provvedimento ha infatti inglobato un disegno di legge che era già da mesi all’esame del Parlamento e aveva già ottenuto l’approvazione della Camera. L’uso del decreto d’urgenza, motivato con l’esigenza di “evitare ulteriori dilazioni al Senato”, si scontra con la giurisprudenza consolidata della Corte Costituzionale, la quale ha più volte ribadito che il ricorso al decreto-legge non può fondarsi su una “apodittica enunciazione dell’esistenza delle ragioni di necessità e di urgenza” . Il decreto inoltre è eterogeneo. Si occupa, infatti, di una pluralità di materie vastissime e disparate che non sono tra loro connesse e omogenee: terrorismo, mafia, beni confiscati, sicurezza urbana, tutela delle forze dell’ordine, vittime dell’usura, ordinamento penitenziario, strutture per migranti e coltivazione della canapa. Questa eterogeneità è considerata un ulteriore vizio di legittimità costituzionale per i decreti legge. La relazione della Cassazione individua “profili problematici” anche nei contenuti di alcune norme: * aggravanti “di luogo”: vengono citate le aggravanti introdotte per i reati compiuti “dentro e fuori le stazioni ferroviarie e della metro”. La Cassazione sottolinea come non sia chiaro per tutte le condotte punibili il nesso con il principio di offensività(secondo cui un reato deve ledere o mettere in pericolo un bene giuridico). Inoltre, il riferimento alle “immediate adiacenze” delle stazioni può generare incertezze interpretative e disparità di trattamento, come già evidenziato dal CSM (Consiglio Superiore della Magistratura); * aggravanti “di luogo e di contesto” per il dissenso: dubbi vengono espressi anche sulle aggravanti che rischiano di colpire “l’area della manifestazione del dissenso”, come quelle applicabili nei cortei. Questo potrebbe portare a una criminalizzazione eccessiva di condotte legate alla protestae alla libera espressione; * carceri e Cpr: preoccupazioni analoghe riguardano le norme sui penitenziari e i Centri di Permanenza per il Rimpatrio (Cpr), dove si rischia di criminalizzare la disobbedienza e la resistenza passiva, aggravando ulteriormente situazioni già critiche; * “diritto penale d’autore” e detenute madri: la relazione riporta le preoccupazioni della dottrina sul cosiddetto “diritto penale d’autore” applicato alle ipotesi di carcere per le detenute madri. Questo concetto, che “guarda non a ciò che l’uomo fa, bensì a quel che l’uomo è” (ad esempio, il riferimento alle borseggiatrici Rom), rischia di colpire le persone non per la condotta illecita specifica, ma per il loro status sociale o l’appartenenza a determinate categorie, violando i principi di uguaglianza e non discriminazione; * materiale propedeutico al terrorismo: sulla detenzione di materiale propedeutico al terrorismo, la norma rischia di anticipare eccessivamente la soglia di punibilità, criminalizzando condotte preparatorie che potrebbero essere ancora troppo distanti dalla realizzazione di un effettivo reato; * non punibilità degli agenti segreti: la Cassazione chiede un’“approfondita riflessione” sulla controversa norma che estende la non punibilità degli agenti segreti alla direzione di organizzazioni terroristiche. Questa disposizione permette agli 007 di “creare gruppi eversivi da zero” a fini preventivi, sollevando forti preoccupazioni sulla mancanza di controllo democratico e sul rischio di devianze.   Articolo 21
Mao Valpiana: “Il decreto sicurezza diventa Legge: non ci interessa, non ci fa paura”
Il Movimento Nonviolento storicamente si ispira, nei valori e nella pratica, alla nonviolenza gandhiana, quindi alla vera disobbedienza civile, che è obbedienza alle leggi superiori. “Se vi illudete che questa nuova legge, che introduce reati e inasprisce le pene, fermi la disobbedienza civile, vi siete sbagliati di grosso”, ha dichiarato Mao Valpiana, presidente del Movimento Nonviolento. E prosegue: “Siamo stati obiettori di coscienza al servizio militare, affrontando processi e carcere per affermare un principio inalienabile di coscienza, riconosciuto poi dalla Legge che ha accolto le nostre ragioni morali, istituendo il servizio civile alternativo. – Abbiamo sostenuto denunce e processi per “istigazione” per aver promosso e attuato la Campagna di obiezione di coscienza alle spese militari, l’obiezione fiscale, per cui abbiamo subito pignoramenti e sanzioni amministrative. Ma non ci siamo fermati, fino ad ottenere il riconoscimento con Sentenze della Corte Costituzionale, perché abbiamo preferito “pagare per la pace, anziché per la guerra”. – Siamo stati arrestati e processati per aver fermato, con blocchi ferroviari, treni che trasportavano armi nei teatri di guerra. Poi abbiamo ottenuto assoluzioni piene per aver agito per alti valori morali. – Abbiamo praticato la disobbedienza civile per impedire l’installazione dei missili a Comiso, che poi sono stati ritirati. Abbiamo bloccato l’entrata nella basi militari dove erano depositate armi nucleari. Abbiamo manifestato pacificamente davanti a tribunali e carceri militari, anche quando era vietato, salvo poi veder riconosciuto il nostro diritto democratico a farlo. – Abbiamo marciato nei territori militarizzati, violando il divieto di entrare nelle servitù militari. – Abbiamo bloccato il traffico ferroviario e stradale per protestare contro l’installazione delle centrali nucleari, che poi un referendum popolare ha eliminato, dandoci ragione”. Nessuna vostra legge, per quanto repressiva, fermerà la forza della nonviolenza che, come diceva Gandhi, è la forza più potente a disposizione dell’umanità (più potente della bomba atomica, perché l’atomica ha una forza distruttiva, mentre la nonviolenza ha una forza creatrice). La legge sicurezza ha un carattere solo repressivo, aumentando le pene e introducendo nuovi reati: dimostra che chi l’ha concepita è mosso dalla paura. I regimi basati sulla paura, la violenza, lo stato di polizia, alla fine sono sempre crollati sotto la spinta dei popoli che si liberano. La storia di Gandhi e della nonviolenza lo sta a dimostrare. Sappiate che mai nessuna legge, mai nessun carcere, ha fermato la forza attiva e liberatrice della nonviolenza dei forti. La disobbedienza civile, la non collaborazione, l’azione diretta nonviolenta, lo sciopero, il boicottaggio, l’obiezione di coscienza, sono immensamente più forti e puri di questa Legge. Mao Valpiana presidente del Movimento Nonviolento Mao Valpiana