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Produrre energia dall’acqua e dalle onde marine: un nuovo orizzonte per le energie rinnovabili in Bangladesh
> Mentre aumenta l’impegno a livello globale al fine di combattere il > cambiamento climatico andando a caccia di alternative ai combustibili fossili, > in Bangladesh – una nazione dell’Asia meridionale ricca di risorse naturali – > spuntano notizie a proposito di nuove potenziali energie alternative e > tecnologie ecosostenibili. Il ricercatore e scienziato Md. Sharif ha svelato ricerche ininterrotte in due tecnologie innovative in grado di produrre combustibili liquidi ecosostenibili attraverso l’utilizzo di acqua e generando un ‘ampia quantità di elettricità sfruttando l’energia cinetica delle onde marine nel Golfo del Bengala. L’ALTERNATIVA AL COMBUSTIBILE LIQUIDO ATTRAVERSO L’ACQUA E PROCESSI CHIMICI SPECIALI Considerata l’impennata dei prezzi del petrolio a livello globale e la crescente richiesta di energia, lo scienziato Md. Sharif ha lavorato su un apposito processo chimico per un lungo periodo. Secondo la tecnologia sviluppata, un liquido specifico in grado di funzionare come un carburante può essere prodotto attraverso una reazione chimica unendo l’acqua con alcune componenti specifiche. Il combustibile liquido è stato sperimentato con fornelli da cucina, con fornelli di hotel commerciali, con caldaie industriali e infine con motori di motociclette. Il ricercatore dichiara che durante la combustione non emette nero di carbone o fumo nocivo e arde con una fiamma azzurra, rendendola relativamente ecosostenibile. Sono in corso progetti per perfezionarlo ulteriormente e renderlo una vera e propria alternativa al cherosene, al diesel e al GPL. Ha espresso ottimismo sul fatto che, se venissero realizzati impianti di produzione su larga scala, sarebbe possibile produrre circa 1.000 tonnellate metriche di combustibile liquido al giorno a un costo relativamente basso. Tuttavia, per confermare pienamente la sua composizione chimica, l’efficienza e l’impatto ambientale secondo gli standard scientifici internazionali, rimangono necessarie prove di laboratorio complete condotte da istituzioni nazionali e internazionali riconosciute. AFFERMAZIONI AMBIZIOSE SULLA PRODUZIONE DI ENERGIA ELETTRICA DALLE ONDE MARINE Oltre alla ricerca sui combustibili liquidi, il dottor Sharif sta lavorando anche a un sistema meccanico in grado di convertire direttamente l’energia cinetica delle onde oceaniche in energia elettrica. Ha sviluppato un meccanismo che non si avvale né dell’energia solare né dei combustibili convenzionali, ma sfrutta il movimento regolare delle onde del mare per generare potenzialmente energia ininterrottamente 24 ore al giorno. Dopo aver ottenuto risultati positivi con modelli sperimentali di dimensioni più ridotte, con potenze di 1 kW e 2 kW, sono attualmente in corso i lavori su un prototipo funzionante da 10 kW. Il prossimo obiettivo sarà incentrato sulla ricerca e lo sviluppo di un modello più grande da 100 kW. Secondo le stime preliminari del ricercatore Sharif, se l’immensa energia delle onde lungo i confini marittimi del Bangladesh venisse sfruttata in modo sistematico, si potrebbe ottenere una capacità potenziale fino a 150.000 MW alla massima scala. Se pienamente realizzata, tale infrastruttura potrebbe soddisfare una quota significativa dell’attuale fabbisogno energetico del Paese, contribuendo al contempo alla sicurezza energetica regionale. LE SFIDE E LA NECESSITÀ DI UNA VALUTAZIONE SCIENTIFICA Entrambe le tecnologie offrono possibilità rivoluzionarie per una nazione come il Bangladesh, impegnata in un percorso di transizione energetica e dipendente dalle importazioni energetiche. Tuttavia, l’attuazione di progetti così ambiziosi comporta notevoli sfide ingegneristiche e finanziarie. Fattori quali gli ambienti marini salini, la durata a lungo termine delle attrezzature, l’elevato investimento di capitale iniziale e una rigorosa analisi del bilancio energetico richiedono una valutazione approfondita. Il ricercatore Md. Sharif ha lanciato un appello agli esperti nazionali e internazionali, alle università, alle agenzie governative competenti e ai potenziali investitori affinché collaborino a questa ricerca. Se convalidate attraverso test scientifici riconosciuti e prove sul campo, queste innovazioni potrebbero segnare l’inizio di un nuovo capitolo nella tecnologia verde in tutta l’Asia meridionale. G M Forhadul Mozumder: Corrispondente di Pressenza da Dacca.   gmforhadh.mojumdar@gmail.com -------------------------------------------------------------------------------- TRADUZIONE DALL’INGLESE DI MARIA ROSARIA LEGGIERI Pressenza বাংলাদেশ
October 23, 2026
Pressenza
L’espulsione di Callune finisce in Parlamento
Il 12 ottobre scorso la deputata di AVS Elisabetta Piccolotti ha presentato al Ministro dell’Interno un’interrogazione a risposta scritta per sapere se sia a conoscenza dei fatti e quali iniziative di competenza intenda assumere in relazione al provvedimento di allontanamento dall’Italia, per motivi di ordine pubblico, di una cittadina francese, cioè di uno Stato aderente all’Unione europea, affinché si pervenga al superamento della suddetta misura. Le 24enne Callune è un’attivista francese di Ultima Generazione che vive e lavora in Toscana e a causa delle azioni nonviolente a cui ha partecipato nel 2022, il 21 agosto scorso ha ricevuto un decreto di allontanamento dall’Italia per motivi di ordine pubblico firmato dal Prefetto di Roma, con il divieto di rientrare nel Paese per cinque anni Ultima Generazione ha fatto ricorso al TAR e lancia una raccolta fondi per lo scudo legale di chi protesta. LA STORIA DI CALLUNE Artigiana tessile e bracciante agricola, Callune ha visto arrivare la polizia una prima volta il 19 agosto, di prima mattina, per un “controllo” di cui nessuno le ha spiegato il motivo. Due giorni dopo gli agenti sono tornati, sempre molto presto la mattina, per notificarle il decreto. Il provvedimento le dava 30 giorni per lasciare il territorio italiano. Se tornasse in Italia prima che siano passati cinque anni, rischierebbe fino a un anno di reclusione e un nuovo allontanamento con accompagnamento immediato alla frontiera. Tra le azioni contestate c’è quella del febbraio 2022, quando Callune ha partecipato al lancio di vernice sulla facciata del Ministero della Transizione Ecologica per protestare contro l’inazione dell’allora Governo Draghi di fronte al disastro climatico. Una protesta nonviolenta, arrivata dopo che ogni tentativo di aprire un dialogo con le istituzioni era caduto nel vuoto. Quattro anni e mezzo dopo, il decreto descrive Callune come “una minaccia concreta, effettiva e sufficientemente grave per la sicurezza pubblica” e afferma che la sua permanenza in Italia sarebbe “incompatibile con la civile e sicura convivenza”. Callune ha dichiarato: “Ho 24 anni, sono un’artigiana tessile e lavoro nei campi in Toscana. In quel foglio c’è scritto che sono una minaccia reale per la sicurezza pubblica, che il mio comportamento è incompatibile con la convivenza civile. Tremavo mentre mi dicevano che avevo trenta giorni per lasciare l’Italia, quando qui ci sono i miei amici, le persone a cui voglio bene, tutta la mia vita. Non sono mai stata condannata per le azioni fatte con Ultima Generazione: questa è una misura puramente politica per intimidirmi. Per questo ho deciso di fare ricorso e di non accettare una sanzione che mi è stata imposta in modo arbitrario.” UNA MISURA POLITICA Il decreto si fonda sul Decreto Legislativo 30/2007, la norma che recepisce la direttiva europea sulla libera circolazione dei cittadini dell’Unione. Proprio quella direttiva stabilisce che una misura di ordine pubblico deve basarsi su una minaccia attuale legata alla condotta personale, e che nemmeno una condanna penale basta da sola a giustificarla. Nel caso di Callune le condanne non ci sono, e i fatti risalgono a oltre quattro anni fa. Per questo Ultima Generazione ha presentato ricorso al Tribunale Amministrativo Regionale del Lazio. UNO SCUDO LEGALE PER CHI SI ESPONE Ultima Generazione continuerà a lottare per un mondo migliore, ma può farlo davvero solo se è in grado di difendere chi si espone più di tutti e tutte. Per sostenere le spese legali del ricorso di Callune e delle persone che verranno, Ultima Generazione lancia una raccolta fondi per il proprio scudo legale: [LINK DONAZIONE] Ultima Generazione
October 20, 2026
Pressenza
Perù: la società civile chiede un piano di emergenza per affrontare il fenomeno El Niño
Data l’imminente llegada del fenomeno El Niño —che, secondo tutte le previsioni, sarà di intensità “straordinaria” o “molto forte” nel Pacifico centrale— la società civile si sta mobilitando per mitigarne gli impatti. Tra questi figurano precipitazioni superiori alla media, temperature estreme (fino a 36°C), paradossi territoriali (come esondazioni di fiumi e smottamenti in alcune zone, contrapposti a carenza idrica o siccità in altre) e rischi significativi per le infrastrutture legate all’acqua potabile, all’agricoltura, ai trasporti, all’energia e alla salute pubblica. La Rete di Studi sullo Sviluppo (Redes) ha lanciato un appello, tramite il proprio profilo LinkedIn, alla futura amministrazione della regione di Loreto (situata nella foresta pluviale, nel nord-est del Paese), sollecitandola a predisporre un piano di emergenza per affrontare El Niño. La questione è particolarmente critica, poiché l’evento coinciderà con una transizione politica (l’insediamento del nuovo governo regionale è previsto per gennaio 2027). Il dato preoccupante è che questa situazione riguarda l’intero Paese… Siamo preparati? EL NIÑO NEL BEL MEZZO DI UN CAMBIO DI AMMINISTRAZIONE Per quanto riguarda la regione di Loreto, Redes sottolinea che “le precipitazioni coincideranno con il cambio di amministrazione: le nuove autorità regionali entreranno in carica il 1° gennaio 2027, proprio mentre è previsto il periodo critico per le inondazioni, tra gennaio e marzo dello stesso anno. L’amministrazione attuale deve garantire che i piani siano già ben avviati, affinché chi subentra non debba ricominciare da zero nel pieno di un’emergenza”, ha rimarcato l’organizzazione. La proposta è stata accompagnata da una valutazione dei rischi per Loreto, che individua 116.000 persone ad alto rischio, 29.000 abitazioni esposte a inondazioni, oltre a 123 strutture sanitarie e 1.502 istituti scolastici potenzialmente colpiti. Come affrontare, dunque, l’emergenza? Redes propone di «approvare piani di emergenza, definire azioni e risorse per le situazioni critiche e coordinare gli interventi tra le autorità regionali, locali e nazionali. È il governo regionale a dover attuare questo piano di emergenza», ha dichiarato Cynthia Sánchez, portavoce per le questioni economiche di Redes. L’appello di Redes apre un dibattito sulle misure preventive necessarie per affrontare il fenomeno El Niño, che negli anni passati ha causato danni in tutto il Paese. I primi effetti si stanno già manifestando, spingendo il governo peruviano a stanziare oltre 4 miliardi di sol per far fronte alle conseguenze del fenomeno. Inoltre, sono in corso operazioni di pulizia degli alvei fluviali e dei corsi d’acqua in punti critici del territorio nazionale, e vengono coordinate azioni preventive in collaborazione con il Programma Alimentare Mondiale delle Nazioni Unite. Redacción Perú
October 16, 2026
Pressenza
Cambiamento climatico e migrazioni, conferenza a Legnano (Milano)
Il cambiamento climatico e le migrazioni: due temi epocali sempre al centro del dibattito pubblico e politico. Questioni diverse, all’apparenza, ma in realtà profondamente legate. Sono ormai numerosi gli studi che dimostrano quanto pesino le conseguenze del “climate change” sulla necessità di spostarsi per avere qualche possibilità di sopravvivere. Desertificazione, inondazioni, carestie costringono milioni di persone del sud del mondo a cercare salvezza altrove, senza peraltro trovare diritto d’asilo. Il problema è al centro di) una conferenza promossa dal Gruppo 22 di Amnesty Italia per sabato 17 ottobre alle 17 a Palazzo Leone da Perego di Legnano (via Mons. Eugenio Gilardelli 10, nell’ambito delle “Giornate del sapere” organizzate dall’ufficio Cultura del Comune di Legnano in collaborazione con il liceo Galilei di Legnano. Amnesty International “considera la crisi climatica una grave violazione dei diritti umani, sostenendo che l’inazione dei governi minaccia diritti fondamentali come vita, salute, cibo, acqua, alloggio e mezzi di sussistenza. L’organizzazione denuncia che le popolazioni più colpite sono quelle meno responsabili di questa crisi: persone in Paesi in via di sviluppo e a basso reddito, comunità povere e marginalizzate, giovani e generazioni future. Sono loro che subiscono il maggior peso degli impatti ambientali. Milioni di individui stanno già subendo le conseguenze catastrofiche di questa crisi, che produrrà effetti irreparabili per la generazione presente e quelle future, aumentando ancora di più le diseguaglianze globali. Stiamo assistendo alla più grande violazione intra-generazionale dei diritti umani della storia”. Importanti i relatori: Eugenio Alfano è avvocato del Foro di Firenze. Specializzato in diritto dell’immigrazione, si occupa e svolge attività formative in materia di protezione internazionale, minori stranieri non accompagnati, vittime di tratta di esseri umani e grave sfruttamento, migrazioni ambientali e climatiche. Fa parte del Coordinamento rifugiati e migranti di Amnesty International Italia. È socio dell’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione. Marzio Marzorati è viaggiatore e divulgatore ambientale; presidente del Parco Nord Milano e attivo in Legambiente Lombardia dal 1990. Già vice presidente, direttore e responsabile Parchi e aree protette, coordinatore di Federparchi Lombardia, e del coordinamento Parchi lombardi che unisce per un comune lavoro di promozione e organizzazione le aree protette della regione. Francesco Vignarca è coordinatore delle campagne della Rete italiana pace e disarmo ed è tra i maggiori esperti italiani di disarmo, commercio di armi e spese militari. Da oltre vent’anni promuove politiche di pace, nonviolenza e sicurezza condivisa attraverso attività di ricerca, advocacy e divulgazione. È autore di numerosi libri e saggi, tra cui “Disarmo climatico. Perché non c’è pace senza giustizia climatica e non c’è clima vivibile senza disarmo”. Modera il professor Carlo Migliaccio del liceo Galilei di Legnano. Ingresso libero. I partecipanti potranno anche visitare la mostra fotografica curata dalla Società italiana di caccia fotografica, allestita nelle due sale al piano terra di Palazzo Leone da Perego, e “Semina rerum”, l’installazione sonora del sound designer Maurizio Misiano. La mostra è aperta sabato e domenica, dalle 10 alle 12.30 e dalle 15 alle 19 fino al 29 novembre.   Amnesty International
October 15, 2026
Pressenza
16 ottobre, sciopero per il clima in tutta Italia
Il 16 ottobre nelle piazze di molte città d’Italia e di centinaia città nel mondo si tornerà a marciare per il clima e la tutela del pianeta, Fridays for Future ha convocato infatti un altro Strike for Climate. Lo sciopero per il clima, che tradizionalmente veniva convocato in questi mesi, quest’anno ha luogo dopo un’estate insopportabile appena trascorsa, e in vista di altri eventi climatici estremi che si potrebbero verificare nell’autunno appena iniziato. In Italia tanti gruppi locali di Fridays for Future hanno risposto alla chiamata e hanno organizzato presidi, cortei, manifestazioni. Nel documento di convocazione si legge «Scendiamo in piazza perché non ci rassegniamo. Non ci rassegniamo a un governo che ci invita ad abituarci al clima caraibico mentre annuncia di aumentare le estrazioni di gas e petrolio in Italia. Non ci rassegniamo ai titoli di giornale che raccontano che non c’è più niente da fare, perché abbiamo superato la soglia degli 1.5°C. Non ci rassegniamo all’ecoansia, che ci fa sentire il peso del mondo sulle spalle mentre le compagnie fossili accumulano extra-profitti a ogni crisi geopolitica. Siamo stati lasciati ad affrontare questa Emergenza da sol3. Manifestiamo perché non siamo sol3. Il caldo e gli eventi estremi di quest’estate hanno reso ancora più evidente la gravissima situazione in cui ci troviamo. I governi pensano a fare guerre e profitti con armi e petrolio mentre in Europa si stimano più di 30mila morti dovute al caldo estivo». > A Roma, per la prima volta, si è deciso che il corteo non sarà mattutino e > studentesco ma pomeridiano, cercando pertanto di intercettare segmenti diversi > di popolazione e non solo la componente giovanile. Lo sciopero è stato > organizzato attraverso assemblee aperte a cui hanno partecipato varie realtà, > organizzazioni e collettivi, da quelli studenteschi ai presidi di tutela del > territorio, degli spazi pubblici e del verde. Il corteo romano partirà alle 17.00 da Piramide e nei contenuti intreccerà insieme istanze ecologiste e istanze sociali criticando in modo diretto tanto l’amministrazione comunale quanto il governo. Il percorso della manifestazione infatti percorrerà un tratto antistante i Mercati Generali di Ostiense, area che il Comune vuole cementificare e trasformare in studentato di lusso grazie all’intervento del fondo immobiliare Hines, cui partecipano cospicui capitali assicurativi israeliani. Il corteo, nonostante un primo parere negativo della questura, ha intenzione di dirigersi davanti al Ministero per l’Ambiente e la Sicurezza Energetica, simbolo della totale avversità di questo governo per qualunque politica ecologista visto quanto ogni scelta di questi quattro anni sia stata a favore delle fonti fossili e della loro lobby. In altre città come Torino e Bologna l’appuntamento è rimasto nelle ore mattutine, mentre altre ancora puntano su una doppia presenza, nella mattina e poi nel pomeriggio come a Pisa. Climate Strike del settembre 2022 Se la giornata di venerdì permetterà di dare il polso della capacità di mobilitazione lungo la penisola, nei giorni successivi sono state organizzate due assemblee nazionali – con caratteristiche leggermente diverse e complementari – per riannodare i fili del movimento ecologista. A Grassina, alle porte di Firenze, il 17 ottobre è stata convocata un’assemblea dal titolo “Questo Clima non è vita” promossa da Convergenza Ecosociale, la rete – nata sullo stimolo della vertenza per la GKN di Firenze – da due anni costruisce connessioni tra emergenza climatica e questioni sociali. Nell’appello per la partecipazione si legge «Perché la crisi eco-climatica non può essere l’ennesima vertenza in aggiunta al calendario autunnale del movimento. La giustizia climatica è condizione necessaria per sopravvivere, organizzarci, lottare. Dobbiamo mettere in condivisione saperi, esperienze, riflessioni e pratiche accumulati negli anni». L’assemblea infatti si propone di rafforzare reti e di porre la questione climatica al servizio delle altre lotte e come collante di altre battaglie in una visione ecosistemica di giustizia sociale. Si vuole pertanto uscire dallo schema classico dell’assemblea che lancia una data di mobilitazione nazionale, ma costruire invece uno spazio di convergenza in cui la questione climatica possa essere un filo rosso. Per queste ragioni il gruppo di preparazione ha scritto delle domande guida rivolte a chi parteciperà, per avere una traccia comune di discussione. A Roma invece il 24 ottobre la rete Fuori dal Fossile ha proposto una assemblea nazionale che vede al centro le lotte dei comitati ambientali di tutta la penisola che si oppongono ad ecocidi e devastazione del loro territorio, la lotta contro l’ipotesi di ritorno al nucleare e contro la proliferazione territoriale dei data centre. Nel documento di preparazione viene più volte indicata la connessione tra la lotta per difendere il pianeta e quella per difendersi dal sistema di militarizzazione e riarmo in corso: «La dipendenza mondiale dalle fonti fossili e il loro stretto legame con il sistema militare è il perno per garantirsi possesso, utilizzo e controllo dei flussi e soggiogare i popoli instaurando così uno stato di guerra permanente insieme al progressivo peggioramento della catastrofe ecologica. Le guerre fossili distruggono la vita delle persone, le economie delle comunità, la biodiversità, la speranza di contenere il riscaldamento globale, la disponibilità di aria respirabile e di acqua potabile». Viviamo in un momento particolarmente drammatico e paradossale, la consapevolezza della crisi climatica è ormai largamente diffusa, eppure l’attivazione sembra procedere a rilento o quanto meno non corre al passo di eventi drammatici quali quelli a cui assistiamo. Inoltre nel dibattito politico ufficiale il tema è praticamente assente, complice non solo un governo fieramente alleato del fossile ma pure un ruolo debolissimo dell’opposizione parlamentare. La chiave di volta per ritornare alle maree del 2018 e del 2019 non ce l’ha nessuno in tasca, tuttavia è importante provare ad attivare spazi di attivazione e di convergenza tra istanze che non possono più correre in autonomia, pena l’irrilevanza e la condanna al minoritarismo. Non ce lo possiamo più permettere. La copertina è di Lisa Capasso, Climate Strike, Roma Settembre 2022 Questo articolo è gratuito ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno. Clicca sul banner qui sotto e fai una donazione. Dona il tuo 5×1000 scrivi il codice fiscale 96405560580. L'articolo 16 ottobre, sciopero per il clima in tutta Italia proviene da DINAMOpress.
October 12, 2026
DINAMOpress
La scuola ricominci il 1° ottobre: non è nostalgia, ma buon senso
Per molti anni il 1° ottobre ha rappresentato l’inizio della scuola. Era il giorno in cui si tornava sui banchi, si incontravano nuovamente compagni e insegnanti e cominciava, con l’autunno ormai alle porte, un nuovo anno di studio. Poi il calendario è stato modificato e l’apertura delle scuole è stata anticipata intorno alla prima metà di settembre. Quella scelta fu presentata come un segno di modernizzazione, quasi che iniziare prima significasse automaticamente avere una scuola migliore. Oggi, però, di fronte a estati sempre più lunghe e torride, è legittimo domandarsi se quel cambiamento abbia ancora senso.   -------------------------------------------------------------------------------- Per molti anni il 1° ottobre ha rappresentato l’inizio della scuola. Era il giorno in cui si tornava sui banchi, si incontravano nuovamente compagni e insegnanti e cominciava, con l’autunno ormai alle porte, un nuovo anno di studio. Poi il calendario è stato modificato e l’apertura delle scuole è stata anticipata intorno alla prima metà di settembre. Quella scelta fu presentata come un segno di modernizzazione, quasi che iniziare prima significasse automaticamente avere una scuola migliore. Oggi, però, di fronte a estati sempre più lunghe e torride, è legittimo domandarsi se quel cambiamento abbia ancora senso. La svolta dell’anticipo delle lezioni ebbe anche una precisa cornice normativa: con la legge n. 517 del 1977 l’inizio delle lezioni venne collocato tra il 10 e il 20 settembre; negli anni successivi il nuovo assetto fu consolidato e il principio dei 200 giorni di lezione divenne un riferimento stabile. Resta il fatto che ogni calendario produce conseguenze territoriali ed economiche: anticipare settembre riduce la parte finale della stagione balneare, soprattutto nel Mezzogiorno, mentre rende più agevole distribuire pause e vacanze nel corso dell’inverno. Il punto, dunque, non è costruire retrospettivamente un colpevole, ma domandarsi se un modello nato in un’altra fase climatica, sociale ed economica debba essere considerato ancora oggi intoccabile. Io credo che sia arrivato il momento di riportare l’inizio delle lezioni al 1° ottobre. Non per nostalgia e neppure per riesumare nostalgicamente un’abitudine del passato, ma perché la realtà climatica, sociale e scolastica del nostro Paese è profondamente cambiata. Continuare a rispettare un calendario concepito in condizioni ormai superate, non è modernità: è inerzia. Negli ultimi anni settembre ha conservato, soprattutto nelle regioni meridionali, tutte le caratteristiche di un mese pienamente estivo. Le temperature raggiungono frequentemente livelli elevatissimi e, anche quando all’esterno cominciano lentamente a diminuire, all’interno degli edifici il calore accumulato continua a rendere le aule soffocanti. Molte scuole italiane, specialmente nel Mezzogiorno, sono ospitate in strutture vecchie, prive di climatizzazione, con insufficiente isolamento termico, finestre inadeguate e classi sovraffollate. In simili condizioni non si può fingere che l’attività didattica si svolga normalmente. Una scuola non può limitarsi ad aprire materialmente i cancelli e a collocare studenti e docenti dentro un’aula. Deve creare le condizioni necessarie affinché si possa fare lezione, apprendere, ascoltare e ragionare. Quando la temperatura supera certi livelli, la capacità di concentrazione diminuisce, l’affaticamento aumenta e persino le operazioni mentali più semplici richiedono uno sforzo maggiore. Bambini e ragazzi diventano stanchi, nervosi e poco ricettivi; gli insegnanti sono chiamati a svolgere il loro lavoro in ambienti nei quali qualsiasi attività didattica diventa più faticosa e frustrante. Quelle ore trascorse in classe possono allora risultare formalmente conteggiate, ma essere sostanzialmente perdute. Il problema è particolarmente grave per gli studenti più piccoli, per quelli con fragilità o disabilità e per chi soffre di patologie rese più difficili dal caldo. Non è accettabile che il diritto allo studio venga interpretato come l’obbligo di restare per cinque o sei ore in locali surriscaldati. Anche il diritto alla salute deve entrare nella discussione sul calendario scolastico. Pretendere che alunni e docenti sopportino temperature incompatibili con un’attività intellettuale efficace, non dimostra rigore: dimostra l’inettitudine delle istituzioni a prendere atto della realtà, ricercando soluzioni adeguate. Si risponde spesso che bisognerebbe installare impianti di climatizzazione in tutte le scuole. Sarebbe certamente necessario migliorare gli edifici scolastici, ma sappiamo bene che un intervento di questa portata richiederebbe enormi investimenti, tempi lunghi, manutenzione costante e un considerevole consumo di energia. Inoltre, la climatizzazione non risolverebbe immediatamente i problemi di migliaia di strutture. In attesa di una riqualificazione seria del patrimonio scolastico, spostare l’inizio delle lezioni al 1° ottobre rappresenterebbe una misura semplice, concreta e quasi priva di costi. A questo punto va affrontata seriamente l’obiezione dei 200 giorni. Oggi quel numero non è soltanto una consuetudine: la normativa scolastica prevede almeno 200 giorni di lezione. Ma proprio per questo il problema non può essere liquidato da chi dice “200 e basta”. Se il clima e l’organizzazione sociale sono cambiati, occorre discutere l’intera architettura dell’anno scolastico. La domanda corretta non è quanti giorni possiamo cancellare, ma quale combinazione di giorni, ore e condizioni di lavoro produca il massimo apprendimento reale. Io appartengo alla generazione che iniziava la scuola il 1° ottobre e non credo che quelle generazioni siano state per questo meno istruite; tuttavia il ritorno al 1° ottobre, oggi, dovrebbe essere accompagnato da una riforma coerente della parte finale dell’anno e non da una semplice sottrazione aritmetica di giorni. Che cosa significherebbe, concretamente, gestire la fine dell’anno? Una possibilità sarebbe spostare in avanti, con criteri differenziati per territorio e grado scolastico, una parte delle attività di giugno e concentrare scrutini, esami, recuperi e adempimenti conclusivi tra la seconda metà di giugno e luglio. Quando la scuola iniziava il 1° ottobre, gli esami di maturità potevano protrarsi per buona parte di luglio; e ancora oggi la normativa ammette la loro conclusione nel mese di luglio. Non si tratterebbe, quindi, di inventare una soluzione inedita, ma di recuperare una diversa distribuzione del tempo scolastico. Naturalmente non avrebbe senso risolvere il caldo di settembre trasferendo semplicemente centinaia di classi nelle aule roventi di luglio. La parte finale dovrebbe essere organizzata in modo diverso: lezioni ordinarie soltanto fin dove le condizioni climatiche lo consentano, mentre esami, recuperi, orientamento e attività con gruppi ridotti potrebbero svolgersi in un numero più limitato di ambienti, molto più facile ed economico da climatizzare. Dove il caldo di fine giugno rende impraticabile anche questa soluzione, il calendario regionale dovrebbe poter compensare con una diversa distribuzione delle pause durante l’anno. Il principio, in altre parole, non è spostare rigidamente il calendario di quindici giorni, ma renderlo più flessibile e più aderente alla realtà climatica dei territori. Ultima osservazione, siamo sicuri che 200 giorni di scuola siano un numero non negoziabile? E chi lo ha stabilito? La politica, i burocrati, gli psicologici, o chi altri? È necessario distinguere il tempo trascorso a scuola dal tempo realmente dedicato all’apprendimento. Quindici giorni di lezioni svolte in condizioni proibitive non valgono necessariamente quindici giorni di buona didattica. La qualità dell’insegnamento non si misura sommando meccanicamente le ore, come se gli studenti fossero macchine capaci di funzionare nello stesso modo con qualsiasi temperatura. Un calendario razionale dovrebbe essere costruito intorno alle esigenze dell’educazione, non intorno al culto burocratico delle date. Il ritorno al 1° ottobre avrebbe anche un’importante conseguenza organizzativa. Ogni settembre molte scuole riaprono senza avere completato le nomine dei docenti, senza personale amministrativo e ausiliario sufficiente, con orari provvisori e servizi ancora incompleti. Non è raro che le lezioni comincino mentre una parte delle cattedre è scoperta e che la piena regolarità venga raggiunta soltanto settimane dopo. In questo modo si celebra un inizio puramente nominale, mentre l’anno scolastico effettivo parte più tardi. Avere alcune settimane aggiuntive consentirebbe di concludere le nomine, organizzare le classi, predisporre l’orario, verificare la sicurezza degli edifici e garantire che mense, trasporti e assistenza agli studenti con disabilità siano operativi fin dal primo giorno. Il 1° ottobre potrebbe così diventare l’inizio di una scuola realmente pronta, non di un cantiere amministrativo ancora in movimento. Esiste poi una questione territoriale che non può essere ignorata. L’Italia non presenta ovunque le stesse condizioni climatiche. Applicare sostanzialmente lo stesso modello scolastico a Bolzano, Bari, Taranto e Palermo significa trattare come uguali realtà profondamente diverse. Sono soprattutto le regioni meridionali a subire le conseguenze delle temperature elevate di settembre, con edifici spesso meno attrezzati per affrontarle. Un calendario apparentemente uniforme, con margini di manovra attribuiti alle Regioni e alle singole scuole davvero insignificanti, producono comunque effetti diseguali. È proprio qui che emerge un limite più generale del modo in cui, negli ultimi decenni, vengono spesso costruite le politiche scolastiche. Si confrontano Paesi, si contano giorni e ore, si producono classifiche, indicatori e statistiche. Tutti strumenti che possono essere utili, ma che diventano fuorvianti quando il dato viene separato dal contesto: duecento giorni di scuola a Bolzano e duecento giorni a Palermo non sono necessariamente la stessa cosa, così come lo stesso numero di ore non produce automaticamente la stessa qualità dell’apprendimento. Il rischio di una gestione troppo “globalizzata” e “datificata” della scuola è proprio questo: trasformare uno strumento di confronto in una regola uniforme, come se l’obiettivo fosse assomigliare statisticamente agli altri sistemi scolastici invece di costruire il calendario migliore per i nostri studenti. I confronti internazionali servono, ma non possono sostituire il giudizio politico e pedagogico. Il calendario dovrebbe tenere conto del clima, delle infrastrutture, delle differenze economiche e sociali e persino delle diverse stagionalità del Paese. L’uniformità formale, quando le condizioni reali sono diverse, rischia di produrre disuguaglianza sostanziale. Qualcuno potrebbe obiettare che una vacanza estiva più lunga aggraverebbe le difficoltà delle famiglie e favorirebbe gli studenti economicamente più avvantaggiati. È una preoccupazione seria, che non deve essere liquidata. Ma la risposta non può consistere nel rinchiudere tutti gli alunni, come bestiame, in aule roventi. Nel mese di settembre potrebbero essere organizzati, su base volontaria, servizi educativi comunali, attività sportive, laboratori artistici, corsi di recupero, biblioteche aperte e iniziative rivolte alle famiglie che ne hanno bisogno. Sarebbe anche possibile prevedere una riapertura anticipata degli edifici per l’accoglienza e le attività non curricolari, lasciando al 1° ottobre l’avvio delle lezioni vere e proprie. C’è un altro aspetto che i geni del “settembre a scuola” ripetono spesso: ma le famiglie hanno genitori che a settembre riprendono il lavoro, dove lasciano i figli? Niente di più irritante, perché la scuola e gli insegnanti non sono i baby sitter per conto dei genitori e di famiglie plurimpegnate. In questo modo settembre potrebbe diventare un mese di preparazione e inclusione, non una semplice estensione passiva delle vacanze. Gli studenti con maggiori difficoltà potrebbero partecipare a programmi di recupero; le scuole potrebbero accogliere gradualmente i nuovi iscritti; i docenti avrebbero il tempo necessario per programmare seriamente il lavoro; le famiglie prive di alternative riceverebbero un sostegno concreto. La crisi climatica ci obbliga a riconsiderare abitudini, orari di lavoro, modelli produttivi e organizzazione delle città. Sarebbe incomprensibile lasciare fuori da questa riflessione proprio la scuola. Adattarsi al clima che cambia non significa arrendersi, ma usare l’intelligenza per proteggere le persone e rendere più efficaci le istituzioni. Se settembre è diventato, nei fatti, un mese estivo, il calendario scolastico deve prenderne atto. Riportare l’inizio delle lezioni al 1° ottobre non risolverebbe tutti i problemi della scuola italiana. Non eliminerebbe le classi sovraffollate, non ristrutturerebbe gli edifici e non cancellerebbe la carenza di docenti e personale. Sarebbe però un primo segnale di razionalità: la dimostrazione che il calendario non è un dogma immutabile e che l’organizzazione scolastica può essere adattata alle condizioni reali del Paese. Per questo la proposta del 1° ottobre non va intesa come una battaglia per una singola data, ma come l’occasione per ridiscutere l’intero calendario: quando iniziare, quando terminare, quali attività riservare a settembre e a luglio, quanto spazio lasciare alle Regioni e quali indicatori usare per valutare davvero l’efficacia della scuola. Solo così il passaggio da 200 a un numero eventualmente inferiore di giorni cesserebbe di apparire una scorciatoia e diventerebbe parte di un progetto educativo complessivo. Non si tratta, dunque, di tornare indietro, ma di avere il coraggio di andare avanti.. Conservare ostinatamente l’obiettivo dei 200 giorni, mentre intorno tutto cambia, non significa difendere la scuola: significa sacrificare la realtà a un’abitudine burocratica. La scuola non comincia davvero quando un calendario ordina di suonare la campanella. Comincia quando un ragazzo può ascoltare senza sentirsi soffocare dal caldo, quando un insegnante può svolgere pienamente il proprio lavoro e quando ogni aula torna a essere un luogo di conoscenza, non una prova di resistenza. E se oggi il buon senso ci indica il 1° ottobre, allora bisogna avere il coraggio di ascoltarlo. A volte, per costruire il futuro, occorre riconoscere che il passato aveva visto più lontano di noi.
October 2, 2026
ROARS
Il cambiamento climatico ci sta sciupando Neil Diamond
Il tipo di musica che ascoltiamo cambia a seconda dell’ora del giorno o della stagione dell’anno? Qualsiasi idiota, senza pensarci troppo, risponderebbe: «Ovviamente sì». Caldo o freddo, giorno e notte, sole o pioggia, Natale o Ferragosto, ci cambiano l’umore, l’appetito e il guardaroba. Interferiscono con i nostri comportamenti e con la nostra vita quotidiana e, quindi, anche con le nostre scelte musicali. Ma il metodo scientifico non si basa sul non pensarci troppo. Ed è tale proprio perché non dà niente per scontato. Al contrario, i più grandi passi avanti della scienza sono avvenuti proprio perché qualche studioso visionario, da Galileo a Newton, passando per il tizio che ha inventato il velcro, ha avuto il coraggio di mettere in discussione quello che per tutti era un fatto ovvio: la Terra non è al centro dell’universo, i pianeti orbitano attorno al Sole ed esiste un modo diverso di allacciarsi le scarpe. È stato quindi con lo spirito dei grandi pionieri che, nel 2019, due ricercatori della Cornell University hanno preso i dati di 765 milioni di ascolti fatti su Spotify da 1 milione di persone in 51 Paesi e li hanno analizzati. Obiettivo? Determinare se le scelte delle canzoni siano davvero influenzate dalle diverse stagioni dell’anno. Dal clima, dalla temperatura esterna e dalle ore di sole a disposizione durante una giornata. Alla fine la risposta è stata: «Ovviamente sì». Ogni stagione, quindi, ha i suoi canoni ben definiti, almeno se si considerano i grandi numeri. L’estate è Walking on Sunshine, Surfin’ U.S.A., la Macarena, I Watussi che ballano sotto il sole di Riccione, in un’euforia collettiva che non risparmia nessuno. La primavera è Here Comes the Sun e un luccichio di suoni che invitano, se non a uscire di casa, almeno ad aprire la finestra. L’inverno è Last Christmas, White Christmas, qualsiasi Christmas. Musica ovattata e coccolante da ascoltare in vestaglia per non pensare alla morte. L’autunno, invece, musicalmente parlando, ha un’interpretazione più sfumata. In linea con i suoi colori. Fino a qualche secolo fa, l’autunno era, prima di tutto, la stagione dell’abbondanza. Granai pieni, cantine ricolme e feste di paese dove celebrare il raccolto prima che l’inverno arrivasse a fare la conta. Nel 1725, per Vivaldi, l’autunno era la vendemmia: i contadini festeggiavano la stagione ballando e cantando. Poi si ubriacavano fino a collassare: «Del liquor di Bacco accesi tanti / finiscon col sonno il loro goder». Infine, all’alba, andavano a caccia. Insomma, per Vivaldi l’autunno era un grande doposbronza armato. Nell’Ottocento, tuttavia, avviene uno stravolgimento epocale nell’animo europeo: si smette di bere per fare baldoria e si inizia a bere per soffrire. È iniziato il Romanticismo. «I lunghi singhiozzi dei violini d’autunno, che feriscono il cuore con un languore monotono», scrive il poeta maledetto Paul Verlaine, marinando la sua anima nell’assenzio. Charles Trenet ci fa subito una canzone. Arriviamo così al Novecento, quando la musica popolare trasforma l’autunno nella stagione dei ricordi. È il tema di Autumn Leaves, resa celebre dalla voce di Nat King Cole. Le foglie cadono, la luce si abbassa, l’inverno si avvicina e, soprattutto, qualcuno continua a pensare a un amore ormai lontano. Non è ancora tristezza piena. È settembre: quel momento particolare dell’anno in cui l’estate non è più presente, ma noi non abbiamo ancora avuto il tempo di convincerci che, in realtà, è davvero finita. E forse è proprio questo il fascino musicale di settembre: quel breve intervallo in cui ci si volta indietro. Nel canzoniere occidentale, settembre non è un mese. È un’età. Si indossa un cappotto leggero, le giornate si accorciano e, all’improvviso, qualcuno chiede: «Ti ricordi?» Neil Diamond, per esempio, si ricordava di un vecchio amore. Di due persone che si ritrovano dopo anni e rivivono una notte passata insieme, a ballare fino all’alba, un mattino di settembre. La canzone è September Morn, scritta da Diamond insieme a Gilbert Bécaud, chansonnier francese che, a giudicare dal suo repertorio, aveva una certa familiarità con le melodie che guardano fuori dalla finestra. Bécaud aveva già scritto il brano e lo teneva da qualche tempo nel cassetto. Diamond lo recupera, lo riscrive in parte e gli costruisce attorno quella che diventerà una delle sue ballate più riconoscibili. Il pianoforte entra in punta di piedi, quasi avesse paura di disturbare il ricordo. Poi la melodia cresce, si allarga, fino a quel ritornello che arriva con la discrezione di un’orchestra di archi: cioè nessuna. È il 1979. È un mattino di settembre. Fuori non è più estate. Fa freddo e piove. E Neil Diamond ha qualcosa da ricordare. Ed eccoci al 2026. Quella appena trascorsa è stata tra le estati più calde mai registrate. Anche nelle prime settimane di settembre, le temperature sono state stabilmente di 6-8 gradi superiori alla media stagionale. È ufficialmente iniziato l’autunno ma, a guardare dalla finestra, non sembrerebbe. È il momento in cui Neil Diamond e gli studiosi della Cornell University sono chiamati a fare i conti con il cambiamento climatico. 25 gradi, cielo azzurro, sole che splende. Non le giornate migliori per guardare fuori dalla finestra ascoltando September Morn. È un brano che ha bisogno di una luce e di un’atmosfera precisa. Non sta bene mentre si cerca parcheggio all’ombra, grattandosi il braccio dopo essere stati punti da una zanzara. Nel 2026, a settembre, il sole sorge e tramonta agli stessi orari del 1979. Eppure fuori è luglio. Il calendario dice Neil Diamond, il termometro urla La Macarena. Forse ci siamo. Le previsioni catastrofiche sul surriscaldamento globale si stanno già verificando sotto i nostri occhi e mietono vittime. Prima Neil Diamond, poi tutti gli altri. Forse siamo davvero a un passo da un’apocalisse termonucleare al termine della quale, sulla Terra, resteranno in vita solo le criptovalute, alcuni scarafaggi e la Juventus. O forse sarà tutto meno spettacolare e, possibilmente, meno drammatico. Il futuro è fatto di abitudini che si modificano e che ci colgono impreparati. Di emozioni che non sono più sincronizzate con quello che vediamo fuori dalla finestra. Le stagioni cambiano e noi dobbiamo cambiare il modo in cui le ascoltiamo. L’importante è precisare una cosa: questa rubrica si guarda bene dal sostenere la tesi che un settembre scuro e piovoso sia meglio di un altro mese d’estate. Peccato solo per quelle mattine senza Neil Diamond. Questa è Ipertraccia. Rubrica domenicale che parla di musica. Se vi piace consigliatela ai vostri amici. Se non vi piace consigliatela ai vostri nemici. Se volete scriverci fatelo a musica@lindipendente.online The post Il cambiamento climatico ci sta sciupando Neil Diamond  appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 27, 2026
L'INDIPENDENTE
Sette dei nove limiti che determinano la salute della Terra sono stati superati
Acidificazione degli oceani, cambiamenti climatici, perdita di biodiversità, degrado delle foreste, alterazione delle proprietà del suolo, sfruttamento eccessivo delle risorse idriche, inquinamento chimico: la maggior parte dei criteri che definiscono un buono stato di salute del pianeta Terra hanno superato i livelli critici di deterioramento, accelerando la compromissione degli ecosistemi che ci circondano e nei quali viviamo. Il dato è stato diffuso dall’Istituto di Potsdam per la ricerca sull’impatto climatico (PIK) e traccia le conseguenze dell’inquinamento e della progressiva distruzione degli habitat. Dei nove indicatori chiave monitorati, solamente due rimangono entro limiti accettabili, registrando un lieve miglioramento nell’ultimo decennio: l’impoverimento dell’ozono stratosferico e la concentrazione di aerosol nell’atmosfera. E anche su quest’ultimo i ricercatori invitano a non essere troppo ottimisti, dal momento che in alcune regioni le concentrazioni atmosferiche superano i livelli critici. Il concetto di “limiti planetari” è stato introdotto per la prima volta nel 2009 da un gruppo di 28 scienziati internazionali, tuttavia questi sono stati valutati in modo completo solamente nel 2023. Dal 2024, l’Istituto di Potsdam, centro di ricerca senza scopo di lucro fondato nel 1992 al fine di condurre studi interdisciplinari sull’impatto climatico, utilizza i nove limiti per effettuare il Planetary Health Check, il controllo sullo “stato di salute” del pianeta. Tutti gli ambiti analizzati funzionano in maniera profondamente interconnessa: l’alterazione di uno solamente di essi può avere conseguenze notevoli sugli altri e, di conseguenza, sul fiorire della vita sul pianeta. L’ultimo a superare il limite di sicurezza, riporta il PIK, è stato il livello di acidificazione degli oceani, che ha superato i valori critici lo scorso anno. Questo dipende dal crescente assorbimento di anidride carbonica, meccanismo che da un lato rallenta il cambiamento climatico, ma mette anche a rischio gli ecosistemi marini se avviene oltre le soglie considerate sicure – come successo attualmente. A superare pericolosamente i valori sicuri sono poi l’inquinamento chimico (ovvero il rilascio nell’ambiente di sostanze create dall’uomo, come microplastiche e OGM, effettuato sopra ai livelli di sicurezza e senza previ test) e l’integrità della biosfera (ovvero la perdita di biodiversità, che si trova sotto pressione per via delle attività umane e dello sfruttamento eccessivo del suolo e delle risorse naturali). I limiti dei nove pilastri planetari: sette su nove superano i livelli critici. Fonte: Potsdam Institute for Climate Impact Research Inquinamento ed uso eccessivo di fertilizzanti causano accumulazione in eccesso di azoto e fosforo nel suolo, compromettendo la salute degli ecosistemi acquatici e i normali cicli dei nutrienti che regolano la fertilità della terra e alterando così i flussi biogeochimici. Le attività umane hanno inoltre un pesante impatto sull’alterazione delle risorse di acqua dolce, creando condizioni anomale di siccità o umidità nei corsi d’acqua e nell’umidità del suolo su porzioni sempre più grandi di aree terrestri – attualmente, una superficie doppia rispetto ai livelli preindustriali. Le conseguenze più gravi ricadono su ecosistemi terrestri e acquatici e sulla disponibilità idrica per gli usi umani, oltre che sul bilancio del carbonio terrestre. La trasformazione delle foreste, delle praterie e di altre aree naturali per via del consumo di suolo impatta direttamente la stabilizzazione del clima terrestre, in particolare quando legate all’agricoltura o al disboscamento illegale – cui è collegata, per esempio, buona parte della deforestazione dell’Amazzonia. Le attività umane, infine, impattano sul cambiamento climatico in una maniera che, secondo lo Stockholm Resilience Centre, «minaccia le fondamenta del benessere umano». Il principale autore del rapporto, Boris Sakschewski, ha dichiarato che i risultati mostrano come la pressione sui limiti planetari stia peggiorando, superando di molto le soglie sicure. Questo, spiega, comporta cambiamenti su larga scala, «persistenti e potenzialmente irreversibili». Al contempo, afferma Sakschewski, «il nostro margine di errore per affrontare questi problemi si sta riducendo». Nei 12 mesi passati, sottolinea l’Istituto, fenomeni climatici causati dalle condizioni estreme del clima si sono verificati in varie parti del mondo, con conseguenze più gravi sulle zone segnate da forte vulnerabilità sociale. L’impatto è stato notevole anche quando invisibile all’occhio umano: solamente tra il gennaio 2023 e il settembre 2025, lo stress termico è stato tale da portare al più grande evento di sbiancamento dei coralli mai osservato, con oltre l’84% delle barriere coralline globali coinvolte. Le temperature registrate nel periodo giugno-luglio di quest’anno hanno causato siccità diffusa e incendi in molte regioni dell’Europa e non solo, riducendo la capacità di assorbimento del carbonio della vegetazione. Per tutti questi motivi, i ricercatori invitano a non considerare ogni evento estremo come a sè stante, ma come l’anello di un’emergenza globale. The post Sette dei nove limiti che determinano la salute della Terra sono stati superati appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 22, 2026
L'INDIPENDENTE
Clima e migranti: politiche da reinventare
Il collasso climatico del pianeta non riguarda più solo il futuro, bensì il nostro presente. Alcune  sue manifestazioni sono già irreversibili: ghiacci, ghiacciai e suoli ghiacciati del pianeta si sciolgono e non si riformeranno più per millenni, continuando a far salire il livello dei mari, sommergendo pianure e città costiere, alterando il regime dei fiumi e le precipitazioni, alternando siccità e alluvioni, mentre il metano rilasciato dal permafrost accelererà il riscaldamento atmosferico: avremo estati e inverni sempre più caldi e incendi boschivi sempre più ampi, senza acqua per spegnerli. I suoli inariditi da arsura e chimica produrranno sempre meno. La vita sarà più difficile e meno gradevole per un numero crescente di abitanti della Terra. Si sa da anni, ma Governi, imprese, media e associazioni hanno risposto con irresponsabile inerzia. Perché? Contano gli interessi di imprese e Stati che estraggono o vivono di combustibili fossili: l’intero tessuto produttivo del pianeta; contano l’ignoranza promossa e diffusa sia tra il pubblico che tra Governi, partiti e media e la riluttanza a cambiare abitudini o a rinunciare a veri o presunti confort; ma conta soprattutto il senso di impotenza che nasce dalla dismisura tra le proprie forze, singole o associate, e quelle dei grandi interessi decisi a mandare avanti i propri business costi quel che costi. Così si è per lo più ripiegato su mezze misure tanto inefficaci quanto impopolari nel tentativo di conciliare lotta al cambiamento climatico e stili di vita incompatibili con la salvaguardia del pianeta e la giustizia sociale. L’intellighenzia ha concentrato le sue attenzioni su altro relegando il clima in un angolo. Ora il caldo insopportabile e la notizia che sarà sempre peggio fanno prendere un po’ a tutti coscienza della gravità della situazione, ma nessuno osa ancora parlare della necessità di un cambiamento radicale. Manca una “visione”, una prospettiva di lotta e di trasformazione della vita quotidiana che affascini ma che al tempo stesso si imponga come realistica e praticabile: non per raggiungere quel “sol dell’avvenire” che ha sedotto milioni di lavoratori e lavoratrici per quasi due secoli; ma per affrontare in maniera condivisa le difficoltà e gli eventi estremi con cui ogni aggregato umano si troverà a fare i conti d’ora in poi. Di fronte a una prospettiva completamente nuova come questa bisogna aprire un capitolo anch’esso completamente nuovo: partendo dalla regola di pensare globalmente e agire localmente. Pensare globalmente, a tutto il vivente, a partire da Gaia, la  Terra, come ha cercato di insegnarci papa Francesco con l’enciclica Laudato sì. Non basta pensare solo a coloro che si battono o non si battono ancora per la salvezza comune; va preso in considerazione anche e soprattutto il contributo che la resilienza di tutte le forme di vita può offrire al risanamento del pianeta. Agire localmente: la nostra azione può raggiungere dei risultati concreti solo se si agisce in forme condivise, fondate sul reciproco riconoscimento, sul mutuo sostegno e su contatti il più possibile personali basati sulla fiducia, riducendo il peso della comunicazione da remoto, sempre più in mano a pochi signori del danaro, dell’informazione e delle vite di tutti. Occorre aggregare forze attenti alla replicabilità di ciò che si fa perché funziona bene solo ciò che è praticabile ovunque, adattandolo ovviamente al  differente contesto. Le occasioni di farlo non mancheranno; anzi, si moltiplicheranno con la moltiplicazione degli eventi estremi che ci costringeranno a interrompere la routine della vita quotidiana per prestarci reciprocamente aiuto, specie dove il soccorso delle istituzioni sarà carente o assente. E lo sarà sempre di più perché difficilmente le istituzioni resteranno indenni dagli effetti degli shock ambientali, sociali, politici e geopolitici che ci attendono. Così, la presenza fisica e la capacità di proporre e perseguire soluzioni praticabili diventeranno il terreno di di confronto e di scontro principale tra le forze sociali e soprattutto gli  orientamenti politici contrapposti. È su questo terreno che si potranno formare nuove comunità: addensamenti di relazioni fondate sul mutuo sostegno che, poi, a volte si sciolgono dopo l’emergenza, ma a volte permangono, disponibili ai nuovi interventi che si renderanno sempre più necessari e frequenti, formando comunità e reti di comunità: una sistema sempre più esteso di mutuo sostegno per supplire all’inerzia degli Stati e delle istituzioni, in un processo può rivelarsi l’embrione di una nuova e diversa formazione sociale. Ciò che ha disarmato maggiormente i pochi tentativi di varare politiche all’altezza della gravità, dell’urgenza e delle dimensioni della crisi climatica in corso è il fatto che tutte le forze fautrici di regimi autoritari e di misure repressive e antidemocratiche combinano un pervicace negazionismo climatico con politiche che additano la fonte principale se non esclusiva dell’insicurezza della vita sempre più precaria di oggi nei profughi e nei migranti: “genti in cammino” contro cui prospettano soluzioni tanto   “semplici” quanto ciniche e spietate: respingimenti e “remigrazione”. È questo il “vento in poppa” che spinge le destre verso il controllo sia dei governi che del “sentire comune” di una componente sempre più ampia dell’opinione pubblica. La comprovata inefficacia di quelle politiche e i loro costi stratosferici sono obliterati da una sistematica disumanizzazione non solo dei cosiddetti “clandestini” ma di tutti gli immigrati indigenti sia di prima che seconda generazione, offerti come bersaglio all’ostilità, in gran parte indotta, dei cittadini “autoctoni” o supposti tali. Quelle politiche hanno un riscontro preciso nella disumanizzazione del popolo palestinese ad opera del Governo di Israele e di gran parte dei suoi cittadini. L’apartheid instaurato da Israele in terra di Palestina con il sostegno di tutta la cosiddetta “comunità internazionale” e finalizzato allo sterminio e alla cacciata di un intero popolo dalla sua terra anticipa la soluzione finale che l’Occidente, ma anche molti altri paesi del mondo, sviluppato e non, stanno apprestando per far fronte alle migrazioni di massa quando la crisi climatica ne moltiplicherà in misura esponenziale le dimensioni. Con il procedere del collasso, infatti, una porzione crescente del pianeta diventerà inabitabile e le relative popolazioni dovranno cercare di aprirsi la strada verso regioni e paesi diversi. Lo aveva già previsto, una ventina di anni fa, il Pentagono: i paesi che non si attrezzeranno militarmente per respingere quei flussi sono condannati a soccombere. Dunque, le politiche antimigratorie di oggi non fanno che prepararci alle guerre di sterminio di domani. Che sono però destinate ad avere inevitabili ripercussioni anche all’interno dei nostri paesi: militarizzazione, repressione del dissenso,  istituzionalizzazione del razzismo. Un’opposizione vera a quel trend non esiste. Le forze che se la intestano oscillano tra la sottovalutazione del problema (“altre sono le priorità!”) e una concorrenza con le soluzioni della destra (“non siete stati nemmeno capaci di fermarli!”), a volte addirittura sopravanzandole nella gara a sbarazzarsene. Un’alternativa non esiste ma va costruita. “Dal basso”: lasciare in mano agli Stati la politica migratoria blocca lo sviluppo di soluzioni di una convivenza costruttiva in tutte le comunità esistenti o in fieri aperte al contributo di forze, culture ed esperienze nuove; ma blocca anche ogni possibilità di fare dei nuovi arrivati il vettore di una cooperazione con le loro comunità di origine. Il risanamento di ciò che del nostro pianeta resterà emendabile – territori e comunità, a Nord come a Sud del pianeta – ha bisogno di attori e di presìdi: che non possono nascere che da collaborazioni di base transnazionali tra comunità e che hanno nei migranti i vettori indispensabili. Guido Viale
September 9, 2026
Pressenza
Il disastro hymalayano: un prodotto dei criminali del “tutto va bene così”
Lui si chiama Michael E. Mann. Compare spesso su questa pagina insieme ad altri nomi come Hansen, Rockstrom, Kate Marvel ma come anche Pasini, Mercalli e tanti altri. Quello che segue infatti, non lo dico io ometto del terzo piano, ma uno dei climatologi più autorevoli al mondo. Mann infatti, […] L'articolo Il disastro hymalayano: un prodotto dei criminali del “tutto va bene così” su Contropiano.
September 5, 2026
Contropiano