Salpiamo e Insorgiamo, oltre l’ondata di calorePer parlare di crisi climatica, pur essendone immersi fino al punto da faticare
a riflettere e, talvolta, persino a respirare, è bene partire da alcuni dati.
Almeno, per non essere tacciati di “ideologia green”.
Record assoluto di temperatura in 135 stazioni in Francia.
Ormai 50 mila morti all’anno in Europa per il caldo, 18 mila solo in Italia.
Secondo l’OMS, 1.300 solo nell’ultima settimana di giugno.
Anomalie di temperatura a terra fino a 12 gradi rispetto alle medie del periodo:
l’Europa è il continente che in proporzione si scalderà di più per le ondate di
calore, perché è il più urbanizzato e le sue città non sono pensate per
disperdere calore né mitigare il microclima.
Anche in mare ci sono record. Nel bacino occidentale del Mediterraneo, mare
chiuso, predisposto al surriscaldamento, il Copernicus Marine Service ha
registrato in questi giorni anomalie fino ad oltre 8 gradi – drammatiche per il
ricambio verticale delle masse d’acqua e il circolo dei nutrienti marini, con
gravissime conseguenze sulla biodiversità e la pesca. Essendo anomalie marine,
sono più lente ad essere riassorbite. Condizioneranno il seguito dell’estate.
Il Green Deal è stato una narrazione momentanea a cavallo della pandemia di
COVID-19 che oggi non esiste più nemmeno nel dibattito istituzionale, salvo per
i servi in uniforme. Gli utili idioti del grande capitale – alla Le Pen,
Vannacci e Meloni, per intenderci – mentre fingono di litigare tra loro (a volte
riuscendoci!) parlano di “ideologia green”. Ma solo loro sanno cosa sia e gli
opinionisti con cui ballettano nei notiziari la prendono per buona.
Nel frattempo, il loro gruppo di ideologi negazionisti continua a gettare fumo
negli occhi con operazioni di revisionismo scientifico sui dati climatici. La
linea comunicativa è “d’estate ha sempre fatto caldo”, una verità persino
banale, che però non dice che il numero delle giornate di caldo estremo in
Italia è praticamente raddoppiato in 15 anni e che negli ultimi anni si sono
contate in media 58 notti tropicali, un evento raro fino agli anni ’80.
La soglia limite dei +1,5 °C, stabilita dall’accordo di Parigi, possiamo ormai
considerarla superata. In Europa assistiamo ad un aumento di 0,56° ogni decennio
e siamo ad un riscaldamento incrementato di 2,4° rispetto all’epoca
pre-industriale .
> La crisi climatica segue il suo corso: non un percorso di “lento
> miglioramento” ma di incrementale peggioramento. Il surriscaldamento globale
> ha provocato danni per oltre 162 miliardi di euro dal 2021 al 2023. Nel 2025,
> gli eventi meteorologici estremi collegati ai cambiamenti climatici hanno
> rappresentato l’88% dei danni globali.
Le catastrofi naturali nel primo semestre 2025 hanno provocato danni pari a 11,9
miliardi di euro e le stime dicono che i cambiamenti climatici causeranno danni
sempre maggiori. Un clima ormai fuori controllo, le cui responsabilità vengono
scaricate sui cittadini e le comunità locali da un combinato disposto di
politicanti urlanti e media collusi, con tanto green-washing da parte di
speculatori e grandi multinazionali. La colpa delle emissioni crescenti, che
nemmeno il blocco di Hormuz ha significativamente interrotto, non è dei “paesi
in via di sviluppo”, come sostengono i profeti dell’ideologia green a reti
unificate: sono l’Europa e soprattutto gli Stati Uniti a dominare il trend, con
richieste energetiche enormi soprattutto per i Data Centers che alimentano la
cosiddetta Intelligenza Artificiale. Aumenta anche l’uso di fonti rinnovabili,
ma questo non va a sostituire le fonti fossili, quanto a sommarsi, in una
richiesta energetica complessiva che aumenta e sfonda sempre più velocemente i
limiti ecologici planetari.
LA GUERRA E IL CLIMA
C’è poi un costo climatico che non viene conteggiato nelle stime ufficiali:
quello delle guerre. Le loro emissioni non entrano nemmeno nei report annuali
sul clima delle Nazioni Unite, per volere dei paesi NATO. Eppure, sappiamo che
la sola guerra in Ucraina emette quanto un intero paese altamente
industrializzato come il Belgio. La sola produzione dell’industria bellica pesa
per il 5,5% sulle emissioni globali, un dato che però non tiene conto delle
altre emissioni “indirette” come quelle provocate la distruzione e le
ricostruzioni, tanto agognate dai palazzinari dello sterminio, da Trump in giù.
Per non parlare dei necessari e caotici spostamenti e approvvigionamenti,
laddove possibili per le popolazioni massacrate e stremate.
> Dalla guerra e per la guerra, la crisi climatica è usata come strumento di
> sterminio. A Gaza oggi sono accessibili solo 6 litri di acqua al giorno
> (contro i 140 di utilizzo medio in Europa). Con il caldo torrido, tra le
> discariche a cielo aperto e le reti fognarie distrutte proliferano insetti e
> si intensifica la crisi sanitaria. E intanto, proliferano i progetti
> infrastrutturali fossili, poco a largo delle sue coste.
Gaza ha mobilitato milioni di persone perché condensa la violenza cieca di un
capitalismo predatorio, coloniale, fossile, genocida, spietato, ma anche la
strenua resistenza della vita a questa continua produzione di morte. Una
produzione di morte apparentemente impersonale quanto un drone o un’alluvione su
un campo profughi, ma moralmente diretta dalla Classe dirigente “Epstein”.
E noi? In questo presente, asfissiati dalle ondate di calore, impegnati a
contestarlo quando il meteo ci dà respiro, a criticarlo collettivamente o
finemente… Che cosa facciamo?
ABBIAMO UN PIANO
“Abbiamo un piano” da tanto tempo quanto i pappagalli della Classe dirigente
Epstein hanno contrapposto la transizione climatica all’economia. Ogni volta che
abbiamo contestato una grande opera, l’allargamento di un aeroporto, una nuova
autostrada, una fabbrica inquinante la controparte si schiera improvvisamente a
difesa de“i posti di lavoro”. Oggi la guerra e il riscaldamento globale mettono
a rischio la vita umana in maniera diretta, ed evidentemente anche interi
settori economici. Per economia i vassalli occidentali ed i loro eleganti
aguzzini che si riempiono la bocca di “ideologia green” intendono finanza,
fossile e cemento. Noi, invece, intendiamo la capacità di produrre e riprodurre
la vita e la società, fornendo benessere psicofisico ad ogni persona, in armonia
con i sempre più delicati ecosistemi naturali.
> Ce ne sarebbero tutte le possibilità e noi, movimento climatico, “abbiamo un
> piano” che ci riconnette alla storia e all’attualità del movimento operaio e
> contadino, abbiamo una via di fuga da questo presente mortifero.
Un piano per la mobilità pubblica, per la messa in sicurezza del territorio, per
la conversione delle industrie inquinanti, per una produzione alimentare
ecologica, per un’energia rinnovabile, localizzata e irriducibile all’industria
della morte e dell’individualismo che continuano a spacciarci come unica strada
di progresso. Si tratta di decine di milioni di ”climate jobs”, lavori
climatici, solo in Europa. Da domani, potenzialmente.
Ma un piano è forte se alimenta un immaginario concreto e percepibile qui e ora.
E dunque: che alternativa siamo in grado di proporre qui e ora a questo scenario
di ristrutturazione bellica dell’economia e di successiva distruzione? Dove
provare a giocare le nostre leve?
Foto corteo GKN di Gianmarco Tavolieri
Ancora una volta, la fabbrica socialmente integrata ci sembra il punto di
ricaduta più concreto davanti ai nostri occhi, in Italia e forse in Europa. Il
fatto che l’esperienza della ex-GKN – un progetto di reindustrializzazione
davvero ecologica, una comunità che risponde al ricatto occupazionale
lanciandosi su produzioni di pannelli fotovoltaici per comunità energetiche e
cargo bike, alla guerra e alle alluvioni con la solidarietà – sia stata
osteggiata da istituzioni di ogni grado e persino da finanza cooperativa e
realtà politiche di ogni risma, è la fotografia di un intero sistema. Un sistema
che anche nelle sue versioni ufficiali, tinte di rosso e verde, non vuole veder
nascere alternative tangibili, autonome, rinnovabili, comunitarie, dal basso.
Allora, anche noi siamo contro “l’ideologia green” quella tecnocratica e
costruita da una narrazione mediatica elitista, costruita con e dalle aziende
fossili, che si inventa un’opposizione tra “il popolo bue” ed i mulini a vento,
o i pannelli solari. È curioso che in questi giorni lo stesso governo, dati
Terna alla mano, accusi le regioni amministrate dal centro sinistra di essere
troppo lente nell’installazione di fonti rinnovabili. Un ribaltamento di senso
che però chiarisce che sul fronte energia i piani sono condivisi più
trasversalmente di quanto si possa pensare.
Siamo per energia rinnovabile prodotta e consumata collettivamente, decisa dalle
comunità per le comunità. E soprattutto, siamo perché GW di rinnovabili
sostituiscano l’incendio tossico fossile a cui hanno abituato le nostre società,
fino a rendere normale ed ordinaria la morte di decine di migliaia di persone
l’anno solo in Italia.
> Nella lotta quotidiana scorgiamo la paura di lasciare spazio a un processo
> partecipativo dal basso fuori dalle logiche del profitto, improntato sulle
> esigenze sociali e di comunità su cui un intero territorio vuole svolgere un
> ruolo attivo di autogoverno.
Ma è ormai ora di salpare, con il piano e con tutto quello che abbiamo come
comunità, come famiglia allargata che lotta testardamente per una società giusta
e vivibile in tempi di catastrofi.
Oggi si è chiuso l’azionariato popolare (ma potete ancora donare su
Insorgiamo.org) e ci ritroviamo di nuovo l’11 luglio alla ex-Gkn, dopo 5 anni.
Ancora, per decidere insieme. Ancora, insorgiamo e convergiamo. Ancora, “fino a
che ce ne sarà”.
La copertina è di Fatih Turan da Pexels
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