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Il conto che il Nord non vuole pagare
Il Global Justice Report propone tasse sui ricchi, ore di lavoro dimezzate e un fondo globale per fermare il collasso climatico. Ma il piano è all’altezza del debito storico che pretende di saldare? Esiste un numero che rende tutto il resto secondario. È il 240% del PIL mondiale: la stima cumulata dei danni, economici, climatici e umani che l’Europa e il Nord America hanno inflitto al resto del pianeta tra il 1800 e il 2025. Dentro ci sono i salari mai pagati agli schiavi delle piantagioni americane, i tributi sistematicamente estorti dall’impero britannico all’India per finanziare le proprie guerre e la propria industrializzazione, la tassa di guerra che la Francia impose ad Haiti nel 1825 come prezzo del riconoscimento dell’indipendenza, un debito che l’isola finì di pagare solo nel 1947, e sessant’anni di emissioni di CO₂ che hanno riscaldato un pianeta le cui conseguenze peggiori ricadranno su chi non le ha prodotte. Lo dice il Global Justice Report, presentato il 4 giugno scorso dal World Inequality Lab della Paris School of Economics, coordinato tra gli altri da Thomas Piketty, Emmanuel Saez e Gabriel Zucman. Il documento ha avuto una discreta eco mediatica, concentrata sulle misure più spettacolari: tasse fino al 90% sui redditi più alti, settimana lavorativa dimezzata, un fondo globale venticinque volte più grande degli aiuti internazionali attuali. Ma il punto più interessante non è la proposta in sé. È il quadro analitico in cui viene collocata: per la prima volta un documento di questa autorevolezza mette su carta, con metodologie verificabili, quanto il Nord deve al Sud. E poi misura quanto il proprio piano offre in cambio. La risposta è: meno di un quarto del necessario. Come funziona il piano Il cuore della proposta è il Global Justice Fund, un nuovo organismo internazionale finanziato ogni anno con risorse pari al 10,3% del PIL mondiale fino al 2060. I soldi vengono da una tassa patrimoniale globale progressiva, dall’1% per i milionari al 20% annuo per i miliardari, e da un’imposta globale sul reddito con aliquote fino al 90% in cima alla piramide. Un’aliquota che suona estrema, ma era quella applicata negli Stati Uniti e nel Regno Unito nel secondo dopoguerra, quando vennero costruiti i sistemi di welfare più solidi del Novecento. I dividendi vengono poi distribuiti a tutti i Paesi del mondo in quote uguali per abitante, da investire in energia pulita, istruzione e sanità. Il meccanismo produce redistribuzione Nord-Sud senza doverla dichiarare come tale. I ricchi del mondo sono concentrati nel Nord: pagano più tasse. I Paesi poveri hanno più abitanti in proporzione alla loro ricchezza: ricevono più dividendi rispetto al PIL. Il risultato è un trasferimento netto pari allo 0,8% del PIL mondiale ogni anno. Non attraverso accordi bilaterali o negoziati politicamente fragili, ma per effetto automatico delle stesse regole applicate a tutti. I numeri concreti: i Paesi dell’Africa subsahariana riceverebbero dividendi pari all’8,8% del loro PIL; quelli europei il 2,5%. Il Nord America contribuirebbe al Fondo col 4,2% del suo PIL; l’Africa subsahariana con l’1,1%. Entro il 2100, l’89% dell’umanità vedrebbe raddoppiare il proprio reddito. Meno del 2% della popolazione mondiale, i più ricchi, subirebbe una perdita. Il trasferimento invisibile: chi finanzia chi Accanto al debito storico c’è un trasferimento che avviene oggi, in silenzio, ogni anno. I Paesi ricchi ottengono sui loro investimenti all’estero rendimenti sistematicamente più alti dei tassi che pagano sul debito estero. Il saldo netto è un flusso finanziario che va dai Paesi poveri ai Paesi ricchi: tra lo 0,6 e lo 0,8% del PIL mondiale ogni anno nel periodo 2000-2025. Per capire la proporzione: circa il doppio degli aiuti internazionali totali nello stesso periodo. Il Sud del mondo finanzia il Nord ogni anno, non per scelta ma per come è costruita l’architettura monetaria internazionale nata a Bretton Woods nel 1944. La risposta proposta dal Report è una Camera di compensazione internazionale, l’idea che John Maynard Keynes portò alla conferenza di Bretton Woods nel 1943 e che le delegazioni americane bloccarono per preservare il privilegio del dollaro. Il meccanismo penalizzerebbe i surplus e i deficit commerciali persistenti, incentivando il riequilibrio degli scambi globali. Non è una proposta nuova: la Bridgetown Initiative di Barbados nel 2022, le presidenze brasiliana e sudafricana del G20 e decenni di letteratura critica sul sistema monetario internazionale hanno battuto questa strada. Il Report la integra per la prima volta in un modello quantitativo con proiezioni fino al 2100. Il problema del clima non è tecnologico Il Report costruisce tre scenari climatici al 2100. Con la piattaforma di giustizia globale pienamente attuata: 1,8°C di riscaldamento. Con crescita globale senza redistribuzione: 3,3°C. Con le politiche attuali invariate: oltre 4,8°C. La differenza tra 1,8 e 4,8 gradi non si misura in termini lineari: è la distanza tra catastrofi frequenti ma gestibili e processi di retroazione che sfuggono al controllo. La geometria del danno è quella già nota: i Paesi che hanno contribuito meno alle emissioni storiche sono quelli che subiranno le conseguenze peggiori in tutti gli scenari. La tesi del Report è che non basteranno le rinnovabili e le auto elettriche: senza ridurre il peso economico e politico dell’ultra-ricchezza globale, senza redistribuire il lavoro e riequilibrare i redditi, la stabilità climatica rimane fuori portata. È su questo punto che il documento si distacca dal mainstream della letteratura sul clima: non nega l’importanza della transizione tecnologica, ma la dichiara insufficiente senza una parallela transizione distributiva. Il piano è all’altezza del debito? Qui il documento mostra la sua crepa più onesta. I trasferimenti netti generati dalla piattaforma, 0,8% del PIL mondiale annuo, sono «significativamente inferiori», scrivono gli stessi autori, a quanto servirebbe per compensare i danni storici quantificati. Per coprire il debito coloniale e climatico nel periodo 2026-2100 sarebbero necessari trasferimenti pari al 3,2% annuo: quattro volte di più. Il Report lo dichiara e ne trae la conseguenza che la piattaforma andrebbe scalata verso l’alto. Non è un’ammissione di sconfitta; è una misura dell’enormità del debito. C’è poi la questione della governance. Oggi l’Europa e il Nord America hanno al FMI una quota di voto quattro volte superiore alla loro quota di popolazione. Il Report propone un sistema di doppia maggioranza, 55% dei Paesi che rappresentino il 60% della popolazione, che spezzerebbe questo legame. Ma avverte che lasciare ai Paesi ricchi il controllo del Fondo nei suoi anni iniziali è un rischio concreto: storicamente, le riforme politiche vengono istituzionalizzate prima della redistribuzione economica, non dopo. Chi controlla le regole decide quanto redistribuire. Una proposta del Nord sul futuro del Sud Il Global Justice Report cita la Bridgetown Initiative di Barbados, le proposte del G20 brasiliano e sudafricano, i movimenti per la giustizia climatica in Africa e in India come cornice entro cui la proposta si inscrive. L’adesione intellettuale sembra genuina. Ma rimane una distanza tra il riconoscimento formale e la co-costruzione effettiva. Il documento è elaborato prevalentemente da ricercatori europei e americani. E c’è una tensione che il Report affronta senza scioglierla del tutto: il piano chiede ai Paesi del Sud di crescere, ma anche di adottare la «sufficienza», ridurre l’impronta materiale, trasformare i modelli di consumo, lavorare meno. Per i Paesi del Nord, che hanno già consumato molto più di quanto il pianeta possa sopportare, la sufficienza è una restrizione necessaria. Per i Paesi del Sud, che non hanno ancora raggiunto livelli adeguati di prosperità, rischia di suonare come un limite imposto dall’esterno: voi non potete fare quello che abbiamo fatto noi. Gli autori concludono che «ciò che ostacola il percorso non è un’impossibilità tecnica, ma la scelta politica». È la frase più onesta del documento. Significa che le risorse ci sono, i meccanismi sono stati progettati, i numeri tornano. Quello che manca non è la soluzione: è la volontà di chi dovrebbe rinunciare a qualcosa per renderla possibile. Non è una conclusione rassicurante. Ma almeno è precisa. Fonti Global Justice Report 2026 World Inequality Lab Paris School of Economics Bridgetown Initiative Callahan e Mankin, Nature Climate Change, 2022 Fanning e Hickel, 2023 World Historical Balance of Payment Database Francesco Russo
June 5, 2026
Pressenza
VENERDÌ 22 MAGGIO LA CAROVANA AMBIENTALISTA E SOCIALE FA TAPPA ANCHE A CESENA
È partita l’11 aprile da Piacenza la Carovana ambientalista e sociale che, attraversando tutti i capoluoghi di provincia dell’Emilia‑Romagna, si concluderà a Bologna il 13 e 14 giugno con un convegno regionale. La tappa cesenate è prevista per venerdì 22 maggio dalle 15 sino alle 17 a Villa Silvia di Lizzano. L’iniziativa è promossa da due reti ambientaliste regionali — la Rete Emergenza Climatica e Ambientale Emilia‑Romagna (RECA) e l’Assemblea dei Movimenti Ambientali e Sociali dell’Emilia‑Romagna (AMAS‑ER) — e coinvolge complessivamente circa un centinaio di realtà associative. La Carovana non è un corteo permanente, ma un calendario di tappe territoriali in cui associazioni, comitati e cittadini danno voce a vertenze locali e ne evidenziano le connessioni a livello regionale. Obiettivi e contenuti •  Ascolto dei territori: ogni tappa è dedicata alla raccolta di testimonianze sulle principali criticità locali. •  Tematiche centrali: consumo di suolo, inquinamento, gestione dell’acqua, energia, rifiuti, salute pubblica, mobilità, crisi climatica e partecipazione democratica. •  Rete e visibilità: l’obiettivo è mettere in relazione esperienze spesso isolate, rendere visibile il filo comune che lega le diverse mobilitazioni e costruire proposte condivise. EVENTO DI CESENA La Carovana farà tappa a Cesena venerdì 22 maggio a Villa Silvia di Lizzano dentro il BiodiversyFest (www.biodiversyFest.it) dalle 15:00 alle 17:00. Il programma prevede la presentazione della Carovana, interventi di realtà associative e comitati locali sulle problematiche del territorio. Tutti i cittadini sono invitati a partecipare. Per info contattare il WWF Forlì-Cesena che coordina la Carovana all’evento cesenate. Appuntamento finale e docufilm Il percorso si concluderà a Bologna il 13 e 14 giugno con un convegno regionale che raccoglierà i contributi emersi durante le tappe. L’incontro servirà a restituire una mappa delle criticità e delle possibili alternative, mettendo in dialogo esperti, movimenti e realtà territoriali. Durante la Carovana sarà inoltre realizzato un docufilm per documentare le lotte, le ragioni e le proposte raccolte lungo il viaggio; per la sua produzione è stata avviata una campagna di crowdfunding sulla piattaforma Produzioni dal Basso. Invito alla stampa La presenza dei giornalisti è gradita per dare massima visibilità agli eventi e alle istanze portate dalla Carovana. Redazione Romagna
May 21, 2026
Pressenza
Inizia martedi pomeriggio la tappa ravennate della carovana ecologista
Promossa da RECA (Rete Emergenza Climatica e Ambientale) ed AMAS-ER (Assemblea dei Movimenti Ambientali e Sociali dell’Emilia Romagna), che sta facendo tappa nei luoghi più significativi di criticità ecologica. Dopo gli appuntamenti dell’11 aprile a Piacenza, del 18 a Parma, del 9 maggio a Modena e del 10 a Reggio Emilia, del 15 maggio a Faenza e del 16 ad Imola, MARTEDI 19 MAGGIO alle ore 18, a Ravenna, in via D’Azeglio 42, presso la Galleria Dis-Ordine sarà inaugurata la mostra fotografica “Cattive acque/Dark waters”, che illustra in maniera comparativa le devastazioni che ENI e l’estrattivismo fossile hanno inferto a due aree del mondo lontane ma accomunate da un analogo destino. La mostra resterà aperta tutti i pomeriggi dal 19 al 23 in orario 17-19. Nel momento inaugurale, avremo la presenza della curatrice Giuditta Pellegrini, giornalista e ricercatrice, nonché la performance musicale del duo “Cessate il Fuoco”. LA MATTINA DI SABATO 23 MAGGIO, dalle 10, saremo presenti con un presidio a Punta Marina, di fronte alla skyline del rigassificatore (Viale Cristoforo Colombo, all’altezza di Via della Sirte), e a mezzogiorno a Casalborsetti, davanti alla Centrale turbogas, che come noto è anche il terminale dell’impianto di cattura e stoccaggio della CO2. La recente convenzione internazionale che si è svolta a Santa Marta, in Colombia, ha segnato un momento fondamentale di convergenza fra i movimenti e numerose realtà scientifiche, politiche, sindacali e anche statuali, sulla consapevolezza che, nell’estrema criticità climatico-ambientale in cui ci troviamo, non sia più sufficiente cercare di agire sulla gestione delle emissioni inquinanti e climalteranti, ma si debba con decisione, intraprendere la strada della loro progressiva eliminazione. Bisogna iniziare da subito il processo di fuoriuscita dal sistema imperniato sulle fonti fossili. Tutta la comunità scientifica da decenni va sostenendo (e letteralmente implorando ad una politica fino ad ora pressoché sorda) che l’uscita dal fossile è la conditio sine qua non per tentare di porre rimedio alla situazione, già disastrosa. Noi siamo in buona compagnia con gli studiosi più competenti, nella convinzione che ovunque, anche a Ravenna, si debba produrre più energia da rinnovabili, e contemporaneamente iniziare a ridurre con decisione il ricorso alle fonti fossili, cioè sostituire stabilmente il fossile con l’energia rinnovabile. Ad ogni Kilowatt in più. Prodotto da rinnovabili deve corrispondere un Kilowatt in meno di derivazione fossile. Invece, purtroppo, si continua ad affidare al mercato (cioè al profitto) la gestione dell’intero settore. Anche i poteri locali, fino ad ora, non hanno brillato per impegno nella transizione. Abbiamo anche scritto al Sindaco Barattoni, chiedendo che il Comune di Ravenna si aggreghi al movimento che si è creato a Santa Marta, e in questo senso sollecitiamo: 1. Che tutti gli edifici pubblici di Ravenna raggiungano rapidamente la completa autosufficienza energetica tramite fonti rinnovabili; 2. Che i trasporti pubblici e i mezzi di mobilità di proprietà del Comune siano definitivamente e completamente elettrificati; 3. Che si studi in tempi brevi un complessivo intervento di riconversione sostenibile del porto; 4. Che si tracci un percorso chiaro di abbandono dell’uso del fossile a Ravenna e della sua sostituzione, puntando sulla progressiva autosufficienza energetica di quartieri e frazioni, favorendo lo sviluppo delle comunità energetiche: 5. Che il Comune di Ravenna faccia pressione sulla Regione affinché in tempi rapidi vengano discusse e approvate le proposte di legge d’iniziativa popolare su questi temi, che giacciono da tre anni nei cassetti dell’Istituzione regionale; 6. Che assieme al mondo associativo e alla società civile si formulino le proposte più adeguate sulle le aree idonee ad ospitare gli impianti rinnovabili; 7. Che Eni e Snam cessino di essere interlocutori largamente privilegiati dell’Istituzione comunale, e divengano componenti della realtà sociale al pari di tutte le altre realtà imprenditoriali; 8. Che si dichiari la necessità che il settore dell’energia debba essere trasferito dall’ambito del profitto a quello dei beni comuni. Aspettiamo tutte e tutti, MARTEDI 19 pomeriggio alla mostra alle 18, e SABATO 23 mattina al presidio a Punta Marina. Coordinamento ravennate Per il Clima- Fuori dal Fossile Info: fuoridalfossile.coordravenna@gmail.com Ravenna, 18 maggio 2026 Redazione Romagna
May 18, 2026
Pressenza
QUANTO IMPATTA LA GUERRA SULLA VITA DELL3 GIOVANI?
I saperi maledetti continuano il lavoro di approfondimento sulla guerra, partendo da interviste all3 universitari3 negli atenei e durante i cortei del 25 aprile, ci siamo concentrate sugli effetti presenti e futuri che le guerre hanno ed avranno nelle traiettorie di vita dell3 giovani. Fra questi effetti abbiamo indagato, grazie al contributo del climatologo e giornalista Lorenzo Tecleme, le conseguenze devastanti che i conflitti hanno sul clima e come queste vengano utilizzate come strumento bellico. Riportando lo sguardo al presente, con la perizia dell’economista Andrea Fumagalli abbiamo cercato di comprendere l’impatto economico e finanziario che già grava sulle tasche dell3 giovani e come questo andrà ad acuirsi nei prossimi anni.  L3 universitari3 hanno inoltre manifestato un’indifferenza degli atenei nei confronti di questi temi sempre più attuali e dirimenti, confermando come l’università si pieghi alle narrative securitarie della politica parlamentare, concedendo sempre di più le proprie infrastrutture e il nostro sapere all’industria bellica.
Uno studio sull’Ecuador infonde speranza: le foreste pluviali possono rigenerarsi più rapidamente del previsto
> Buone notizie dall’Ecuador: le foreste pluviali possono riprendersi più > velocemente di quanto si pensasse. Uno studio dell’Università Tecnica di > Darmstadt mostra che la biodiversità sui terreni agricoli abbandonati in > Ecuador è tornata a oltre il 90% del suo livello originale in 30 anni. > Tuttavia, i ricercatori avvertono che questo recupero funziona solo se le > foreste primarie intatte sono vicine. Le foreste pluviali tropicali sono tra gli ecosistemi più ricchi di biodiversità sulla Terra ma i più minacciati. La deforestazione, l’agricoltura e il cambiamento climatico mettono in pericolo la biodiversità e l’equilibrio ecologico mondiale. Un gruppo di ricerca dell’Università Tecnica di Darmstadt ha studiato un’area della foresta pluviale nella regione di Chocó, nel nord-ovest dell’Ecuador, per oltre tre decenni, osservando come si sviluppa l’ex terreno agricolo una volta che non viene più utilizzato. Il risultato è la rigenerazione naturale dalla quale si può ottenere molto, ma non può sostituire la protezione attiva della foresta. GLI EX TERRENI AGRICOLI SI POSSONO RECUPERARE QUASI COMPLETAMENTE IN 30 ANNI I ricercatori hanno confrontato 62 siti, tra cui pascoli, piantagioni di cacao, le cosiddette foreste secondarie (che ricrescono naturalmente dopo la deforestazione o l’uso agricolo) e foreste primarie incontaminate. Alcune di queste aree sono protette dall’organizzazione ecuadoriana per la conservazione Jocotoco e fanno parte di una riserva più grande. Le foreste secondarie studiate si sono sviluppate dopo essere state utilizzate per decenni come pascoli o piantagioni di cacao. I ricercatori hanno analizzato 16 gruppi di organismi, tra cui animali, piante e batteri, coprendo oltre 8.500 specie e sequenze batteriche. I loro risultati mostrano che la biodiversità ha recuperato oltre il 90% del suo livello originale in 30 anni. In altre parole, i danni causati dalla deforestazione o dall’agricoltura intensiva possono, in larga misura, essere invertiti. Circa tre quarti delle specie tipiche delle foreste primarie sono tornate. Tuttavia, ciò non significa che l’ecosistema sia completamente ripristinato dopo tre decenni; alcuni gruppi di specie impiegano molto più tempo per riprendersi. GLI ANIMALI SVOLGONO UN RUOLO CHIAVE NELLA RIGENERAZIONE Gli animali con grandi areali — come uccelli, pipistrelli, scimmie e api — sono particolarmente importanti. Disperdono i semi, impollinano le piante e aiutano a ripristinare i terreni. Anche le popolazioni animali si sono riprese. Nel corso di circa 38 anni, sono stati in grado di ricolonizzare ex terreni agricoli o migrare dalle foreste vicine, sostenendo il ritorno di specie vegetali. Gli alberi, al contrario, spesso impiegano più tempo a riprendersi. Molti alberi tipici della foresta pluviale crescono lentamente, raggiungono la maturità riproduttiva tardi e sono relativamente rari. Le colonie batteriche, tuttavia, hanno mostrato uno scarso recupero. I ricercatori interpretano questo come un possibile effetto a lungo termine dell’agricoltura intensiva e delle condizioni ambientali alterate. L’USO DEL SUOLO E L’AMBIENTE CIRCOSTANTE SONO CRUCIALI Non tutte le aree sono state rigenerate alla stessa velocità. Le ex piantagioni di cacao si sono riprese più velocemente dei pascoli, probabilmente perché gli alberi, l’ombra e la lettiera delle foglie sono rimasti più intatti. Anche l’ambiente circostante si è rivelato determinante. Il rapido recupero della foresta pluviale era possibile solo perché le foreste intatte nelle vicinanze fungevano da serbatoi da cui le specie potevano tornare. Senza tali foreste, la rigenerazione sarebbe probabilmente molto più lenta — o potrebbe non verificarsi affatto. LO STUDIO EVIDENZIA L’IMPORTANZA DI PROTEGGERE LE FORESTE PRIMARIE Lo studio dimostra che la ripresa è possibile. Nelle regioni con agricoltura su piccola scala, la rigenerazione naturale può essere una strategia efficace ed economica. Allo stesso tempo, i ricercatori mettono in guardia contro il falso ottimismo. La protezione delle foreste secolari rimane essenziale: sono cruciali per il recupero di terreni già degradati. A livello mondiale, ogni anno si perdono da quattro a sei milioni di ettari di foresta tropicale, all’incirca le dimensioni della Svizzera o della Lituania. I risultati dell’Ecuador evidenziano sia il potenziale che i limiti della rigenerazione naturale. Le foreste pluviali possono tornare se la terra è protetta, ha abbastanza tempo ed è circondata da foreste intatte. -------------------------------------------------------------------------------- TRADUZIONE DALL’INGLESE DI FILOMENA SANTORO. REVISIONE DI THOMAS SCHMID. KONTRAST.at
May 8, 2026
Pressenza
TWAS porta a Trieste 37 climatologi del Sud globale
I ricercatori provenienti da Paesi in via di sviluppo partecipano a un workshop intensivo con gli esperti del Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico. L’Accademia mondiale delle scienze per il progresso scientifico nei Paesi in via di sviluppo (TWAS) accoglie oggi a Trieste climatologi nelle fasi iniziali e intermedie della carriera provenienti da tutto il Sud globale, per un workshop di formazione sul clima che durerà tre giorni, dal 5 al 7 maggio 2026. L’evento riunisce 37 scienziati provenienti da 27 Paesi in via di sviluppo e 8 esperti di primo piano, tra cui diversi scienziati affiliati al Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (IPCC), il principale organismo mondiale di valutazione del clima. Si tratta di un’opportunità preziosa per gli studiosi del clima di acquisire una formazione pratica e interagire direttamente con i leader del loro settore. Il workshop riflette due obiettivi condivisi dall’IPCC e dalla TWAS: rafforzare le capacità scientifiche nelle regioni più vulnerabili ai cambiamenti climatici e garantire che i contributi degli esperti di tali regioni siano meglio rappresentati nelle valutazioni climatiche globali. Laddove il mandato dell’IPCC è fornire ai governi valutazioni scientifiche autorevoli per orientare le politiche climatiche, la TWAS lavora per promuovere l’eccellenza scientifica nei Paesi in via di sviluppo. Questa collaborazione unisce le due missioni in un unico progetto concreto. Durante il workshop, gli esperti dell’IPCC terranno sessioni su scienza del clima, strategie di adattamento — in particolare nei contesti vulnerabili e con risorse limitate — coinvolgimento nelle politiche e rafforzamento del dialogo tra scienza e organi decisionali per sostenere un’azione climatica più efficace. Un obiettivo chiave è far familiarizzare i partecipanti con i processi operativi dell’IPCC: come vengono prodotte le valutazioni, come vi contribuiscono gli scienziati e come la loro partecipazione possa aiutare a valorizzare i contributi delle regioni sottorappresentate. Il workshop è realizzato grazie al generoso sostegno della David and Lucile Packard Foundation. “La nostra visione è costruire una comunità scientifica forte e interconnessa nel Sud globale che svolga un ruolo attivo nell’IPCC – ha dichiarato la presidente della TWAS Quarraisha Abdool Karim – Questo workshop offrirà ai partecipanti una chiara comprensione di come opera l’IPCC e di che cosa significhi, in pratica, contribuire al suo lavoro”. Il workshop si tiene presso il campus del Centro Internazionale di Fisica Teorica Abdus Salam (ICTP) a Trieste, dove ha sede la TWAS. Le sessioni si baseranno sugli ultimi risultati di valutazione dell’IPCC, con un focus sulle esigenze di ricerca regionali, sulle principali lacune di conoscenza nel Sud globale e sugli sviluppi scientifici emergenti. I partecipanti avranno modo di approfondire la conoscenza delle attuali iniziative dell’IPCC e il lavoro portato avanti dagli esperti. Al workshop partecipano anche 11 dottorandi sostenuti dalle borse di studio TWAS–Sida per la ricerca sul clima destinate a studenti provenienti dai Paesi meno sviluppati (Least Developed Countries o LDC) identificati dalle Nazioni Unite. Finanziato dall’Agenzia svedese per la cooperazione internazionale allo sviluppo (Sida), il programma mira ad ampliare la capacità di ricerca sul clima negli LDC e a far crescere una nuova generazione di “ambasciatori del clima”: scienziati in grado di interagire con i decisori politici, comunicare chiaramente le evidenze scientifiche e far sentire la voce delle loro comunità scientifiche sulla scena globale.   Redazione Italia
May 5, 2026
Pressenza
Milano: 117 mila euro chiesti dal Ministero della Cultura per l’azione di UG all’Arco della Pace
Montanari: “Monumenti e ambiente sono messi in pericolo non dagli atti di Ultima Generazione ma dal cambiamento climatico” 97 mila euro di danni patrimoniali e 20 mila di danni non patrimoniali per l’azione all’Arco della Pace compiuta il 15 novembre 2023. Nel corso dell’azione era stato lanciato del colorante delebile sull’Arco, una sostanza atossica e facilmente eliminabile con l’acqua, infatti l’opera non ha riportato danni. Queste le cifre chieste dal Ministero della Cultura, che si è dichiarato parte civile nel relativo processo, nell’udienza tenutasi lunedì 20 aprile. Questa cifra è stata chiesta nonostante durante il processo sia emerso che i lavori di ripulitura sono iniziati con mesi di ritardo, a giugno del 2024, permettendo quindi al colore di “fissarsi” sulla pietra; nonostante sia stato riconosciuto che il monumento – come pressoché tutti i monumenti esposti all’aria aperta, soffra fortemente gli effetti dannosi dell’inquinamento e dello smog e pertanto sia sottoposto periodicamente ad operazioni di restauro e pulitura. Questo ultimo aspetto era stato sollevato anche dal professor Tomaso Montanari, sentito come teste della difesa: “ “Gli atti di Ultima Generazione– ha ribadito il professore in una dichiarazione alla stampa dopo la l’udienza – non hanno il fine di danneggiare i monumenti, fanno di tutto per evitarlo, hanno il fine di denunciare il fatto che monumenti e ambiente sono messi in pericolo non dai loro atti ma dal cambiamento climatico”. Non solo. Montanari nella sua perizia ha riconosciuto come attraverso questa e azioni simili, le opere d’arte coinvolte subiscono un processo di risignificazione: le opere tornano a essere protagoniste dello sguardo delle persone, non più orpelli scenografici dati per scontati. Questo riguarda in particolar modo l’Arco della Pace, un’opera che viene sfregiata non dal colore lavabile, ma da chi la pace non la vuole perché non può guadagnarci sopra. L’azione fu compiuta nella fase iniziale del genocidio in Palestina – in cui l’Italia vestiva i panni, mai abbandonati di complice di Israele e si parlava di aumento delle spese militari, mentre i territori italiani erano – e sono – devastati dalla crisi climatica e le persone lasciate sole a contare i danni e in alcuni casi i morti. Mentre nel tribunale si discute del colore su un monumento i motivi che hanno spinto le persone all’azione sono, purtroppo ancora e sempre più attuali. L’azione venne condotta nell’ambito della campagna per l’istituzione del Fondo Riparazione necessario per proteggere i territori dagli effetti della crisi climatica e non lasciare sole le persone che in quei territori ci vivono. Se un fondo del genere fosse stato istituito forse gli abitanti della città di Niscemi non starebbero aspettando l’elemosina del governo. La sentenza doveva essere emanata proprio il 20 aprile, ma la giudice l’ha rinviata al 18 maggio. Per l’altra azione di cui si discute nello stesso processo – l’imbrattamento con la farina della BMW dipinta da Andy Warhol la pm ha chiesto l’assoluzione. PROCESSI IN CORSO * Milano 28 aprile ore 12.00 udienza preliminare per diverse azioni – imbrattamento alla Scale, imbrattamento statua di Vittorio Emanuele, imbrattamento alla sede del PD e violazioni di FVO – avvenute tra 2022 e 2023 * Roma 28 aprile ore 14.00, udienza dibattimentale con sentenza per il blocco sul GRA (complanare Bel Poggio) avvenuto il 16 dicembre 2021 Ultima Generazione
April 24, 2026
Pressenza
…l’antiscienza del clima…
di Stella Levantesi La crisi climatica è praticamente scomparsa dal dibattito pubblico globale, e non è un caso: è una precisa strategia della seconda amministrazione Trump. Se nel primo mandato era il negazionismo a farla da padrone, ora il manuale del nuovo ostruzionismo climatico si è fatto più subdolo, insidioso e spietato. Ne parla in questa puntata – per il
“Niente giochi su un pianeta morto”. Attivisti travestiti da ermellini invadono il centro di Milano
Esponenti di Extinction Rebellion e Rete Artivismo travestiti da ermellini hanno dato vita a una performance nella metropolitana e nelle vie del centro di Milano, per denunciare gli effetti del cambiamento climatico e la falsa soluzione dei Giochi Olimpici, incapaci di dare un futuro alla montagna italiana. Extinction Rebellion, insieme a Rete Artivismo, torna a far sentire la propria voce attraverso una performance che si è svolta sulla metropolitana e nelle vie centrali di Milano. Un gruppo di attiviste e attivisti, travestiti da ermellini, hanno incontrato la popolazione e i turisti presenti in città per i Giochi Olimpici, dando vita a brevi pièce teatrali che denunciano gli effetti del cambiamento climatico, le responsabilità del governo e la falsa soluzione delle Olimpiadi invernali, presentate, per bocca di Matteo Salvini, Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, come un’opportunità: “Sono reo confesso: grazie all’Olimpiade facciamo cose che non hanno a che fare solo con lo sport e che resteranno aiutando tutto il Paese”. “Non vogliamo negare il valore dello sport, ma smentire la narrazione ufficiale delle “Olimpiadi a impatto zero” dichiara Extinction Rebellion. “A fronte di spese ingenti (circa 3,4 miliardi secondi i dati ufficiali), i benefici per i territori montani sono limitati e anzi emergono molte criticità: disboscamento, consumo di suolo, opere realizzate in aree a rischio geologico e infrastrutture che resteranno probabilmente inutilizzate dopo i Giochi”. Secondo i dati scientifici più recenti l’altezza media stagionale del manto nevoso sulle Alpi è diminuita di oltre l’8% ogni dieci anni, mentre la durata della copertura nevosa si è ridotta di circa il 6%. Le proiezioni climatiche indicano che, nel corso del XXI secolo, la neve diventerà sempre più rara al di sotto dei 1.500–2.000 metri di quota, con conseguenze dirette sul turismo invernale, sulla gestione delle risorse idriche e sui servizi ecosistemici.  “Le Alpi si stanno riscaldando a velocità doppia rispetto alla media globale – denuncia Extinction Rebellion – e i territori alpini stanno subendo trasformazioni rapide e devastanti. Secondo le previsioni, tra pochi anni non ci sarà più neve sotto i 2mila metri. Le politiche attuali si sforzano di mantenere vivo il turismo legato allo sci grazie all’innevamento artificiale, una soluzione dispendiosa e ad alto impatto ambientale. Per questo ci chiediamo: stiamo celebrando una festa dello sport o il funerale della montagna?”. La crisi degli sport invernali è già evidente. Il monitoraggio annuale di Legambiente mostra una situazione paradossale:  in Lombardia, Veneto e Trentino sono stati censiti 78 impianti e edifici dismessi legati allo sci, mentre crescono gli investimenti nell’innevamento artificiale, spesso in territori sempre più poveri d’acqua. In alcuni casi si è arrivati a soluzioni estreme, come il trasporto della neve in elicottero. Un vero e proprio “accanimento terapeutico” su un settore strutturalmente compromesso, che continua a ricevere risorse pubbliche pur restando elitario e poco accessibile, se pensiamo che uno skipass giornaliero sulle Dolomiti costa circa 80 euro. La scelta dell’ermellino come specie simbolo non è casuale. Questo piccolo mammifero, scelto come mascotte dei Giochi, è noto per la sua capacità di cambiare colore durante i mesi invernali: dal marrone al bianco, per mimetizzarsi nel manto nevoso ed eludere così i predatori. Oggi, a causa della mancanza di neve, questa strategia di sopravvivenza è diventata controproducente: il pelo bianco rende infatti l’animale più visibile e facile preda di volpi e rapaci. “Con questa azione vogliamo rilanciare il dibattito sul futuro della montagna italiana, che non può dipendere dal turismo dello sci e dai grandi eventi come i Giochi invernali, che concentrano risorse e investimenti in modo poco trasparente. Riteniamo fondamentale coinvolgere le popolazioni e i soggetti della società civile nelle decisioni che riguardano i loro territori, come è anche previsto dalla Convenzione di Aarhus, sottoscritta dall’Italia”. FONTI Borgna I. (2025), «Da mascotte delle olimpiadi di Milano-Cortina a specie a rischio estinzione: ma gli organizzatori dei giochi invernali hanno però la possibilità di aiutare gli ermellini» https://www.ildolomiti.it/altra-montagna/ambiente/2025/da-mascotte-delle-olimpiadi-di-milano-cortina-a-specie-a-rischio-estinzione-gli-organizzatori-dei-giochi-invernali-hanno-pero-la-possibilita-di-aiutare-gli-ermellini Gobiet A. et al. (2014), «21st century climate change in the European Alps – A review», Science of The Total Environment, 493, 1138-1151, https://doi.org/10.1016/j.scitotenv.2013.07.050. Intergovernmental Panel on Climate Change (2021), Climate Change 2021: The Physical Science Basis, in www.ipcc.ch. Legambiente (2025), Nevediversa. Una montagna diversa è possibile? Il punto sul turismo invernale nell’era della crisi climatica, https://www.legambiente.it/attivita-scientifiche/nevediversa. Kotlarski S. et al. (2023) «21st Century alpine climate change», Climate Dynamics 60, 65–86, https://doi.org/10.1007/s00382-022-06303-3. Matiu M. et a. (2021), «Observed snow depth trends in the European Alps: 1971 to 2019», The Cryosphere 15, 1343-1382, https://doi.org/10.5194/tc-15-1343-2021. Michelini L. – Vacchiano G. (2024), «L’impatto simbolico ed ecologico del taglio del bosco di larici a Cortina per la pista di bob», Altreconomia, https://altreconomia.it/limpatto-simbolico-ed-ecologico-del-taglio-del-bosco-di-larici-a-cortina-per-la-pista-di-bob/. Portale delle opere per Milano-Cortina 2026: https://www.simico.it/piano-delle-opere/. UNCEM Unione Nazionale Comuni Comunità Enti Montani (2025), Rapporto Montagne Italia 2025: Istituzioni movimenti innovazioni. Le Green Community e le sfide dei territori, Rubbettino, Soveria Mannelli.   Extinction Rebellion
February 21, 2026
Pressenza