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La lotta di classe a 40 gradi!
Premetto che mi baso completamente su studi scientifici. Ognuno è libero di interpretarli come vuole (ovviamente), tuttavia ci sono dei dati che sono incontrovertibili, ad esempio le temperature. Non so se ci avete fatto caso, ma sono aumentate. Ovunque e in modo persistente. Quindi prevengo le obiezioni: mio nonno diceva […] L'articolo La lotta di classe a 40 gradi! su Contropiano.
July 20, 2026
Contropiano
Ondate di calore, politiche dell’energia, ingiustizie climatiche. Il caso di Torino.
All’Università di Torino è stato organizzato un incontro pubblico, definito assemblea scientifica-popolare, per affrontare il tema del cambiamento climatico, dell’innalzamento delle temperature repentino e delle isole di calore che propone una lettura di classe della geografia cittadina. I punti del dibattito organizzato da docenti quali Dario Padovan, Angelo Tartaglia e Maria Cristina Caimotto, sono molteplici: il ruolo dei gestori delle infrastrutture elettriche cittadine, le isole di calore e i blackout, il consumo di suolo e il nuovo piano regolatore e una riflessione attorno alle scelte politiche dell’amministrazione comunale e alle possibili strategie energetiche realmente sostenibili. Sono stati invitati a partecipare per l’occasione comitati e realtà del territorio che si occupano di difesa del verde cittadino e di questioni energetiche. Dario Padovan, docente di sociologia a Unito, ai nostri microfoni ne fa una presentazione approfondita:
Razzi per Cina e Stati Uniti, tappi di bottiglia per l’Europa
Un’analisi scientifica, fredda e totalmente politica della follia europea (nel frattempo riunita, solo in parte, a Parigi per dare, come “gruppo dei volenterosi”, per incrementare spese e partecipazione alla guerra in Ucraina). Arriva dalla Cina, direttamente dall’ufficialissimo Global Times. E suona come una sentenza. Il resto del mondo, o almeno la […] L'articolo Razzi per Cina e Stati Uniti, tappi di bottiglia per l’Europa su Contropiano.
July 15, 2026
Contropiano
Sopravvivere con 40 gradi al campus di Parigi Nanterre
Giovedì notte, all’una, nel campus del CROUS di Nanterre ci sono 31 gradi. Gli studenti passeggiano lentamente, tanti si siedono sull’erba, alcuni hanno dei cuscini, si preparano a dormire fuori. Alle 18, nelle stanze, ne facevano 42. Attorno all’edificio A c’è un piccolo orto a gestione comune. Alcuni studenti sono seduti a fianco della recinzione, esausti. Giovedì 25 giugno Nanterre aveva toccato i 41 gradi. Dopo il tramonto, alle 22, il campus si rianima lentamente, ma senza i rumori dell’entusiasmo universitario – c’è un silenzio che sa di logoramento. Il cemento dei parcheggi che circondano gli edifici ha smesso di riflettere la luce, non il calore. Il campus del CROUS di Nanterre, l’agenzia francese per il diritto allo studio, si compone di quattro complessi costruiti a partire dagli anni Sessanta. Otto edifici popolari, per un totale di 1.132 alloggi, uno dei più grandi di Francia. Chantaline viene dalle Antille. Sta seduta su un telo, la settimana è quella dei rattrapage – gli esami di recupero, sessione estiva, l’ultima chance prima della ripetizione dell’anno. Le chiedo come sta. «Peggio che a casa», dice. «Lì almeno si sa che fa caldo. Qui è diverso. Le stanze non sono pensate per questo». Ventilatori? «Non siamo riuscite a comprarlo, c’era troppo affollamento». Parla dei rimedi che circolano tra gli studenti: docce durante la notte, indossare una maglia bagnata, materasso a terra e finestra aperta. «Il CROUS aveva inviato un’email, consigliavano di rimanere in camera al fresco», ride, e indica il palazzo dietro di sé. «In camera mia facevano 41 gradi». Le dispiace che dovrà buttare alcune creme e prodotti cosmetici, «ormai si sono sciolti». Foto di Linda Dalmonte I bâtiment di Nanterre, i fabbricati, furono costruiti in tempi record a partire dagli anni Sessanta, come gran parte delle 779 residenze studentesche del CROUS su tutto il territorio nazionale. I primi lotti apparvero in soli otto mesi, si trattava di pannelli modulari, prefabbricati in cui calcestruzzo armato venne gettato in opera attraverso piastre riscaldanti per accelerarne l’asciugatura; lotti concepiti unicamente secondo i principi del funzionalismo, con l’urgenza di tamponare il boom universitario del dopoguerra: i Trente Glorieuses, la scolarizzazione di massa, i figli dei lavoratori per la prima volta all’università. Le strutture sono ancora perfettamente efficienti d’inverno; furono progettate in funzione di quello, in un’epoca in cui si poneva il problema della conservazione del calore e non quello della dissipazione. > Le loro facciate sono orientati al sole, le stanze – 9 metri quadrati per le > singole, la metratura minima legale – assorbono il calore del mattino e non lo > rilasciano. I piani alti sono i più esposti. Il cemento, ad alta inerzia > termica e privo di isolamento – assente nelle norme francesi precedenti al > 1974 –, funziona come un accumulatore passivo: durante il giorno trasferisce > il calore all’interno; di notte lo restituisce per irraggiamento, rendendo le > stanze delle fornaci. In quel pomeriggio un termometro segnala 42,3 gradi nella stanza di una ragazza. All’una di notte, 36. Non scende, si accumula e il giorno dopo sarà peggio. Nessuna delle camere singole è climatizzata, così come gli ambienti comuni. Nemmeno il foyer, la sala studio generale. Gli studenti si portano i propri ventilatori – chi riesce a comprarseli. 30 euro – l’equivalente di 30 pasti a tariffa agevolata alle mense universitarie – rappresenta una barriera economica reale per coloro che sono stati ammessi alle residenze CROUS, ammessi non per merito ma per reddito, uno su quattro tra chi ne avrebbe diritto su carta. E non è solo un problema di soldi. «Mercoledì mattina le scorte erano esaurite. Né al Lidl, né all’Auchan. C’era la ressa prima dell’apertura, un mio amico ha fatto dei video», dice Chantaline, me li mostra. Entro il perimetro del campus non esistono fontanelle esterne. «In questi giorni è tutto deserto» – gli uffici universitari sono chiusi o in smart working, la Biblioteca Universitaria ha ridotto drasticamente gli orari perché non climatizzata, l’unica mensa disponibile e il bar Millenium anticipano gli orari di chiusura. La settimana coincide con quella che Météo-France ha già definito «di severità almeno equivalente» alla canicola del 2003, la stessa che uccise più di 14.000 persone. Il 24 giugno 2026, la temperatura media nazionale ha superato ogni record dal 1900: 29,9°C nell’arco del giorno, con 41,5°C a Vannes, 41,4°C a Poitiers e 39,6°C alla stazione Paris-Montsouris nel pomeriggio. > Nonostante ciò, gli esami di recupero continuano a svolgersi. I sindacati > universitari stanno valutando come agire rispetto alla decisione della > presidenza.Non esistono aule climatizzate, i referenti della didattica cercano > di trasferire le prove al piano terra, in ambienti senza vetrate esposte al > sole. La mattina stessa vengono annunciati i cambi d’aula, gli studenti sono > disorientati, alcuni arrivano in ritardo, trafelati. In diverse sale le prove > si svolgono a trenta gradi. La rappresentante del comitato sindacale della residenza (CSR) afferma che in cinque giorni ci sono stati più di una ventina di ricoveri per malore, la maggior parte trasferiti in ospedale. L’infermeria del campus era chiusa, aveva ristretto gli orari alla sola mattina per via del caldo.  A Parigi, nelle 24 ore di mercoledì 24, il SAMU, il servizio di emergenza medica. ha registrato 25 arresti cardiaci – contro una media abituale inferiore a 10. I pronto soccorso dell’AP-HP hanno contato più di 2.700 passaggi nelle ultime 24 ore della settimana, con un aumento del 51% dei dossier rispetto alla settimana precedente. Il prefetto di polizia ha parlato di «saturazione» degli ospedali della capitale. È il livello 3 del piano Orsan, il massimo previsto dal protocollo di risposta coordinata. Il conto, su scala nazionale, si è chiarito nei giorni successivi: quasi mille decessi in eccesso rispetto alla norma sono stati registrati in tutto il paese dopo l’ondata di calore. Foto di Linda Dalmonte Il problema non è nuovo, né isolato. Uno studio Oxfam del 2026 documenta che la mortalità legata all’indata di caldo stata, nell’estate 2025, del 31% più alta nei dieci dipartimenti più poveri di Francia rispetto ai dieci più ricchi. Nanterre è una città di prima cintura, costruita a partire dagli anni Cinquanta con quella densità di asfalto e cemento che i meteorologi chiamano îlot de chaleur. I materiali accumulano l’irraggiamento solare durante il giorno e lo restituiscono di notte, creando un circolo vizioso. Secondo i modelli del CNRS, l’agglomerato parigino può essere fino a dieci gradi più caldo delle campagne circostanti in una notte “tropicale”. Nel 2021, studenti della stessa cité universitaire avevano denunciato pubblicamente l’assenza di isolamento termico e acustico, umidità e muffe. Mélanie, allora presidente dell’UNEF, era stata netta: «I CROUS sono un servizio pubblico. Il problema è la strategia del governo, che ha sottofinanziato i CROUS per anni e anni». Da allora i finanziamenti non sono aumentati in misura significativa. Gli edifici sono rimasti gli stessi. Durante gli esami ci hanno portato delle bottigliette d’acqua, è tutto qui?». Il CSR afferma che da luglio sarà installato un condizionatore nella sala studio comune. Gira la voce di una terza canicola, peggiore di quella che stanno attraversando. Météo-France non esclude che l’anticiclone nordafricano possa tornare a metà luglio – la terza ondata, nell’arco di sole sei settimane. Il piano Orsan resta al massimo livello di allerta per precauzione. Sono quasi le tre di notte. I palazzi sono luminosi, le finestre e le persiane sono tutte aperte. L’aria che c’è fuori, a 29 gradi, è già meglio di quella che troveranno dentro. Immagine di copertina di Wikicommons Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Sopravvivere con 40 gradi al campus di Parigi Nanterre proviene da DINAMOpress.
July 6, 2026
DINAMOpress
Trump riscopre l’anticomunismo, ma a fini interni
Tutte le contraddizioni dell’America trumpiana in una giornata sola, quella del 250° anniversario della Dichiarazione di Indipendenza dall’Inghilterra. Si potrebbe facilmente ironizzare sull’idiozia di chi nega il cambiamento climatico ed è costretto a rinviare più volte e infine a «stringere» il lungo discorso che aveva annunciato perché diversi temporali di […] L'articolo Trump riscopre l’anticomunismo, ma a fini interni su Contropiano.
July 5, 2026
Contropiano
Salpiamo e Insorgiamo, oltre l’ondata di calore
Per parlare di crisi climatica, pur essendone immersi fino al punto da faticare a riflettere e, talvolta, persino a respirare, è bene partire da alcuni dati. Almeno, per non essere tacciati di “ideologia green”. Record assoluto di temperatura in 135 stazioni in Francia. Ormai 50 mila morti all’anno in Europa per il caldo, 18 mila solo in Italia. Secondo l’OMS, 1.300 solo nell’ultima settimana di giugno. Anomalie di temperatura a terra fino a 12 gradi rispetto alle medie del periodo: l’Europa è il continente che in proporzione si scalderà di più per le ondate di calore, perché è il più urbanizzato e le sue città non sono pensate per disperdere calore né mitigare il microclima. Anche in mare ci sono record. Nel bacino occidentale del Mediterraneo, mare chiuso, predisposto al surriscaldamento, il Copernicus Marine Service ha registrato in questi giorni anomalie fino ad oltre 8 gradi – drammatiche per il ricambio verticale delle masse d’acqua e il circolo dei nutrienti marini, con gravissime conseguenze sulla biodiversità e la pesca. Essendo anomalie marine, sono più lente ad essere riassorbite. Condizioneranno il seguito dell’estate. Il Green Deal è stato una narrazione momentanea a cavallo della pandemia di COVID-19 che oggi non esiste più nemmeno nel dibattito istituzionale, salvo per i servi in uniforme. Gli utili idioti del grande capitale – alla Le Pen, Vannacci e Meloni, per intenderci – mentre fingono di litigare tra loro (a volte riuscendoci!) parlano di “ideologia green”. Ma solo loro sanno cosa sia e gli opinionisti con cui ballettano nei notiziari la prendono per buona. Nel frattempo, il loro gruppo di ideologi negazionisti continua a gettare fumo negli occhi con operazioni di revisionismo scientifico sui dati climatici. La linea comunicativa è “d’estate ha sempre fatto caldo”, una verità persino banale, che però non dice che il numero delle giornate di caldo estremo in Italia è praticamente raddoppiato in 15 anni e che negli ultimi anni si sono contate in media 58 notti tropicali, un evento raro fino agli anni ’80. La soglia limite dei +1,5 °C, stabilita dall’accordo di Parigi, possiamo ormai considerarla superata. In Europa assistiamo ad un aumento di 0,56° ogni decennio e siamo ad un riscaldamento incrementato di 2,4° rispetto all’epoca pre-industriale . > La crisi climatica segue il suo corso: non un percorso di “lento > miglioramento” ma di incrementale peggioramento. Il surriscaldamento globale > ha provocato danni per oltre 162 miliardi di euro dal 2021 al 2023. Nel 2025, > gli eventi meteorologici estremi collegati ai cambiamenti climatici hanno > rappresentato l’88% dei danni globali. Le catastrofi naturali nel primo semestre 2025 hanno provocato danni pari a 11,9 miliardi di euro e le stime dicono che i cambiamenti climatici causeranno danni sempre maggiori. Un clima ormai fuori controllo, le cui responsabilità vengono scaricate sui cittadini e le comunità locali da un combinato disposto di politicanti urlanti e media collusi, con tanto green-washing da parte di speculatori e grandi multinazionali. La colpa delle emissioni crescenti, che nemmeno il blocco di Hormuz ha significativamente interrotto, non è dei “paesi in via di sviluppo”, come sostengono i profeti dell’ideologia green a reti unificate: sono l’Europa e soprattutto gli Stati Uniti a dominare il trend, con richieste energetiche enormi soprattutto per i Data Centers che alimentano la cosiddetta Intelligenza Artificiale. Aumenta anche l’uso di fonti rinnovabili, ma questo non va a sostituire le fonti fossili, quanto a sommarsi, in una richiesta energetica complessiva che aumenta e sfonda sempre più velocemente i limiti ecologici planetari. LA GUERRA E IL CLIMA C’è poi un costo climatico che non viene conteggiato nelle stime ufficiali: quello delle guerre. Le loro emissioni non entrano nemmeno nei report annuali sul clima delle Nazioni Unite, per volere dei paesi NATO. Eppure, sappiamo che la sola guerra in Ucraina emette quanto un intero paese altamente industrializzato come il Belgio. La sola produzione dell’industria bellica pesa per il 5,5% sulle emissioni globali, un dato che però non tiene conto delle altre emissioni “indirette” come quelle provocate la distruzione e le ricostruzioni, tanto agognate dai palazzinari dello sterminio, da Trump in giù. Per non parlare dei necessari e caotici spostamenti e approvvigionamenti, laddove possibili per le popolazioni massacrate e stremate. > Dalla guerra e per la guerra, la crisi climatica è usata come strumento di > sterminio. A Gaza oggi sono accessibili solo 6 litri di acqua al giorno > (contro i 140 di utilizzo medio in Europa). Con il caldo torrido, tra le > discariche a cielo aperto e le reti fognarie distrutte proliferano insetti e > si intensifica la crisi sanitaria. E intanto, proliferano i progetti > infrastrutturali fossili, poco a largo delle sue coste. Gaza ha mobilitato milioni di persone perché condensa la violenza cieca di un capitalismo predatorio, coloniale, fossile, genocida, spietato, ma anche la strenua resistenza della vita a questa continua produzione di morte. Una produzione di morte apparentemente impersonale quanto un drone o un’alluvione su un campo profughi, ma moralmente diretta dalla Classe dirigente “Epstein”. E noi? In questo presente, asfissiati dalle ondate di calore, impegnati a contestarlo quando il meteo ci dà respiro, a criticarlo collettivamente o finemente… Che cosa facciamo? ABBIAMO UN PIANO “Abbiamo un piano” da tanto tempo quanto i pappagalli della Classe dirigente Epstein hanno contrapposto la transizione climatica all’economia. Ogni volta che abbiamo contestato una grande opera, l’allargamento di un aeroporto, una nuova autostrada, una fabbrica inquinante la controparte si schiera improvvisamente a difesa de“i posti di lavoro”. Oggi la guerra e il riscaldamento globale mettono a rischio la vita umana in maniera diretta, ed evidentemente anche interi settori economici. Per economia i vassalli occidentali ed i loro eleganti aguzzini che si riempiono la bocca di “ideologia green” intendono finanza, fossile e cemento. Noi, invece, intendiamo la capacità di produrre e riprodurre la vita e la società, fornendo benessere psicofisico ad ogni persona, in armonia con i sempre più delicati ecosistemi naturali. > Ce ne sarebbero tutte le possibilità e noi, movimento climatico, “abbiamo un > piano” che ci riconnette alla storia e all’attualità del movimento operaio e > contadino, abbiamo una via di fuga da questo presente mortifero. Un piano per la mobilità pubblica, per la messa in sicurezza del territorio, per la conversione delle industrie inquinanti, per una produzione alimentare ecologica, per un’energia rinnovabile, localizzata e irriducibile all’industria della morte e dell’individualismo che continuano a spacciarci come unica strada di progresso. Si tratta di decine di milioni di ”climate jobs”, lavori climatici, solo in Europa. Da domani, potenzialmente. Ma un piano è forte se alimenta un immaginario concreto e percepibile qui e ora. E dunque: che alternativa siamo in grado di proporre qui e ora a questo scenario di ristrutturazione bellica dell’economia e di successiva distruzione? Dove provare a giocare le nostre leve? Foto corteo GKN di Gianmarco Tavolieri Ancora una volta, la fabbrica socialmente integrata ci sembra il punto di ricaduta più concreto davanti ai nostri occhi, in Italia e forse in Europa. Il fatto che l’esperienza della ex-GKN – un progetto di reindustrializzazione davvero ecologica, una comunità che risponde al ricatto occupazionale lanciandosi su produzioni di pannelli fotovoltaici per comunità energetiche e cargo bike, alla guerra e alle alluvioni con la solidarietà – sia stata osteggiata da istituzioni di ogni grado e persino da finanza cooperativa e realtà politiche di ogni risma, è la fotografia di un intero sistema. Un sistema che anche nelle sue versioni ufficiali, tinte di rosso e verde, non vuole veder nascere alternative tangibili, autonome, rinnovabili, comunitarie, dal basso. Allora, anche noi siamo contro “l’ideologia green” quella tecnocratica e costruita da una narrazione mediatica elitista, costruita con e dalle aziende fossili, che si inventa un’opposizione tra “il popolo bue” ed i mulini a vento, o i pannelli solari. È curioso che in questi giorni lo stesso governo, dati Terna alla mano, accusi le regioni amministrate dal centro sinistra di essere troppo lente nell’installazione di fonti rinnovabili. Un ribaltamento di senso che però chiarisce che sul fronte energia i piani sono condivisi più trasversalmente di quanto si possa pensare. Siamo per energia rinnovabile prodotta e consumata collettivamente, decisa dalle comunità per le comunità. E soprattutto, siamo perché GW di rinnovabili sostituiscano l’incendio tossico fossile a cui hanno abituato le nostre società, fino a rendere normale ed ordinaria la morte di decine di migliaia di persone l’anno solo in Italia. > Nella lotta quotidiana scorgiamo la paura di lasciare spazio a un processo > partecipativo dal basso fuori dalle logiche del profitto, improntato sulle > esigenze sociali e di comunità su cui un intero territorio vuole svolgere un > ruolo attivo di autogoverno. Ma è ormai ora di salpare, con il piano e con tutto quello che abbiamo come comunità, come famiglia allargata che lotta testardamente per una società giusta e vivibile in tempi di catastrofi. Oggi si è chiuso l’azionariato popolare (ma potete ancora donare su Insorgiamo.org) e ci ritroviamo di nuovo l’11 luglio alla ex-Gkn, dopo 5 anni. Ancora, per decidere insieme. Ancora, insorgiamo e convergiamo. Ancora, “fino a che ce ne sarà”. La copertina è di Fatih Turan da Pexels Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Salpiamo e Insorgiamo, oltre l’ondata di calore proviene da DINAMOpress.
July 3, 2026
DINAMOpress
La diseguaglianza del clima nella città che brucia – di Francesco Demitry
La scuola non è un contenitore neutro: è una società di corpi, di aria, di suoni, di ritmi, di sedie, di finestre, di tempi, di desideri e di stanchezze. Quando l’aria diventa irrespirabile e il caldo blocca l’attenzione, non si assiste a un incidente esterno alla scuola; si scopre piuttosto che la scuola esiste [...]
June 28, 2026
Effimera
Il caldo non è democratico: le città dove la crisi climatica colpisce i più vulnerabili
Il nuovo rapporto di Greenpeace Italia mostra come il caldo estremo colpisca soprattutto anziani, bambini, persone senza dimora e famiglie vulnerabili. Napoli è uno dei simboli di una crisi che riguarda ormai tutto il Paese. Napoli brucia. Lo fa da anni, ma adesso i numeri lo dicono con una precisione che non lascia margini all’interpretazione. Il 96% dei residenti vive in quartieri dove la temperatura superficiale media supera i 40 gradi. L’isola di calore urbana supera gli 11 gradi di differenza rispetto alle campagne circostanti. Quasi 5 mila persone senza dimora dormono in strada. Sono dati del nuovo report di Greenpeace Italia, L’estate che scotta, pubblicato a giugno 2026 con il contributo dei ricercatori ISTAT Stefano Tersigni e Alessandro Cimbelli. Napoli non è un caso isolato. È, semmai, il riassunto più visibile di una condizione strutturale che riguarda le città italiane nella loro interezza. La quota di giornate estive con una temperatura percepita superiore ai 32 gradi è passata dal 39% degli anni Novanta al 62% del quinquennio 2021-2025. Non è un’eccezione climatica. È la norma nuova. È ciò che chiamiamo estate. Nel 2025, le regioni con più giornate oltre quella soglia sono state la Puglia, con il 79% delle giornate estive, seguita da Sicilia e Basilicata al 68%, Emilia-Romagna al 67% e Lombardia al 65%. Non è più una questione meridionale: è una questione italiana. L’indicatore utilizzato dal report per misurare lo stress termico percepito è l’UTCI, Universal Thermal Climate Index, un indice biometeorologico che non considera solo la temperatura dell’aria ma combina umidità, vento e radiazione solare. Oltre i 32 gradi di UTCI il corpo fatica a disperdere il calore accumulato, attiva meccanismi di difesa come la sudorazione eccessiva e l’aumento della circolazione sanguigna verso la pelle, con conseguente disidratazione, perdita di sali minerali e aumento della frequenza cardiaca. Se l’esposizione è prolungata o associata ad alta umidità e scarsa ventilazione, compaiono stanchezza, crampi, vertigini, difficoltà di concentrazione. Nei casi più gravi, il colpo di calore. Nelle città questo processo è amplificato da un fenomeno specifico che il report misura con precisione: le isole di calore urbane. La differenza di temperatura superficiale tra il tessuto urbano e le aree rurali circostanti può superare abbondantemente i 6 gradi considerati già critici dalla NASA. In Italia, nell’estate 2025, la stragrande maggioranza dei capoluoghi di regione ha registrato isole di calore ben più intense. Il caso più paradossale è quello di Torino: seconda in classifica per temperatura superficiale assoluta con 44,2 gradi di media massima estiva, è però prima per intensità dell’isola di calore, con oltre 15 gradi di differenza rispetto alle aree collinari e boschive che la circondano. Significa che una città già calda in termini assoluti accumula un surplus termico ulteriore prodotto dalla propria struttura urbana, dagli edifici, dall’asfalto, dai motori dei condizionatori sempre in funzione, dalla scarsità di verde. L’unica eccezione positiva è Bari, dove l’isola di calore è addirittura negativa: la città registra temperature leggermente inferiori rispetto alle campagne circostanti, per effetto della brezza marina e della morfologia del territorio. Non a caso è considerata la città con il miglior clima d’Italia secondo l’indice del Sole 24 Ore. C’è poi il problema delle notti. Nelle zone cementificate il caldo non si esaurisce al tramonto. Si parla sempre più spesso di notti tropicali, definite come le notti in cui la temperatura minima non scende sotto i 20 gradi. L’assenza di un’escursione termica significativa disturba il sonno, debilita il fisico e aumenta i rischi cardiovascolari. A Milano, secondo i dati di ARPA Lombardia, dal 2014 al 2021 la soglia di 60 notti tropicali all’anno — che era la media storica del trentennio 1981-2010 — è stata superata ogni anno, con picchi oltre le 80 notti. Il caldo, in queste condizioni, non è più una variabile stagionale ma una pressione continua sull’organismo, senza pause notturne di recupero. L’87% degli abitanti dei capoluoghi di regione — 8,2 milioni di persone — vive in quartieri dove la media delle temperature superficiali massime supera i 40 gradi. Tra loro ci sono 283 mila bambini sotto i cinque anni e 1,1 milioni di anziani sopra i 74. Torino ha il 98% della popolazione residente in aree con isole di calore intense o molto intense. Roma supera i 44 gradi di temperatura superficiale assoluta. I numeri non descrivono un’emergenza futura: descrivono la realtà urbana attuale. Il caldo, però, non colpisce tutti allo stesso modo. Chi può permettersi un condizionatore, un appartamento ben isolato, un quartiere con alberi, un lavoro al chiuso, attraversa l’estate con disagio ma senza rischi immediati. Chi non può, subisce conseguenze che vanno dalla perdita del sonno al colpo di calore, dall’aggravamento delle patologie croniche al rischio cardiovascolare acuto. Il report introduce il concetto di cooling poverty, elaborato dal Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici: le famiglie più povere spendono fino all’8% del proprio budget in elettricità per il raffrescamento, contro lo 0,2-2,5% delle famiglie ad alto reddito. Il caldo impoverisce ulteriormente chi è già in difficoltà, rendendo il raffrescamento una spesa necessaria e insostenibile nello stesso tempo. La cooling poverty non è solo l’impossibilità di acquistare un condizionatore: riguarda chi vive in case non isolate, in quartieri senza verde, in edifici con reti elettriche inefficienti, in contesti dove anche la soluzione tecnica più semplice è inaccessibile per ragioni economiche o strutturali. Le città italiane non si stanno surriscaldando per caso. L’asfalto, il cemento, la mancanza di verde, la scarsa ventilazione di quartieri costruiti senza alcuna previsione climatica sono il risultato di scelte urbanistiche decennali. Le stesse logiche che hanno espulso i più poveri verso le periferie cementificate, lontano dal mare o dai parchi, hanno costruito le condizioni dell’emergenza termica che oggi si misura quartiere per quartiere. Il report di Greenpeace permette proprio questo: incrociare i dati termici satellitari con il censimento ISTAT per sezione di censimento, individuando chi vive dove il calore è più intenso e chi sono le persone più vulnerabili in quelle zone. Il dottor Carlo Modonesi, del Comitato Scientifico di ISDE Italia, ricorda nel report che i rischi sanitari legati alle ondate di calore non sono semplici meccanismi di azione-reazione. Coinvolgono una cascata di eventi fisiopatologici: eventi cardiovascolari, insufficienza renale, colpi di calore, aggravamento di patologie croniche. Il carico termico netto che grava su chi è esposto dipende non solo dalla temperatura dell’aria ma dalla temperatura radiante media, dalla velocità del vento, dall’umidità assoluta, dal metabolismo individuale. Gli anziani sudano meno per effetto del normale invecchiamento fisiologico e sperimentano quindi una maggiore ipertermia a parità di stress termico. I bambini faticano a disperdere il calore. I senza dimora non hanno un luogo dove rifugiarsi. Nelle città europee la mortalità associata al calore è aumentata di 52 decessi per milione nell’arco di pochi decenni, e le allerte per caldo estremo nel periodo 2015-2024 sono aumentate del 316% in Europa meridionale rispetto al decennio 1991-2000. La dimensione globale del fenomeno è altrettanto allarmante. Uno studio pubblicato nel 2025 su Scientific Reports ha calcolato che nello scenario emissivo peggiore, entro fine secolo 217 delle 1.563 grandi città analizzate potrebbero superare una temperatura media annuale di 29 gradi, considerata oltre la soglia della nicchia climatica ideale per gli esseri umani. Sarebbero a rischio oltre 320 milioni di persone. I centri più esposti si trovano in Asia e Africa, dove le città partono già da temperature elevate e dispongono di risorse limitate per l’adattamento. Ma lo stesso studio segnala che in Europa le temperature cresceranno più rapidamente che nel resto del mondo, in tutti gli scenari emissivi: nello scenario peggiore si parla di una media di +4 gradi per le città europee entro il 2100. Napoli incorpora tutto questo con una coerenza brutale. Una città dove il 92% della popolazione è esposto a isole di calore intense, dove quasi 5 mila persone senza dimora abitano le strade più calde d’Italia, dove il patrimonio edilizio pubblico è spesso il meno isolato termicamente, il più vulnerabile, il più abbandonato dalla manutenzione ordinaria. Chi vive in un alloggio di edilizia residenziale pubblica senza impianto di climatizzazione, in un quartiere privo di alberature, non ha alternative praticabili. L’emergenza termica non è per queste persone un fastidio stagionale da gestire con qualche accorgimento: è una condizione strutturale che si aggrava ogni anno. Il Mediterraneo si sta scaldando più rapidamente della media globale. Davide Faranda, direttore di ricerca al CNRS di Parigi e autore IPCC citato nel report, è esplicito: le ondate di calore non sono più eventi eccezionali, sono la conseguenza diretta del riscaldamento causato dai combustibili fossili, rese più probabili e intense dal cambiamento climatico antropogenico. Greenpeace chiede al governo italiano una tassazione dei profitti delle aziende fossili e un piano per il phase-out del gas entro il 2035. Sono richieste necessarie. Ma accanto alla transizione energetica occorre affrontare anche ciò che la transizione da sola non risolve: la qualità del patrimonio abitativo pubblico, la rigenerazione urbana nei quartieri più cementificati, il diritto al raffrescamento come dimensione concreta del diritto all’abitare.   Fonti * https://www.greenpeace.org/italy/ * https://www.istat.it/ * https://www.isde.it/ * https://www.cmcc.it/ * https://www.nasa.gov/ * https://www.scientificreports.com/ * https://www.ipcc.ch/ * https://www.arpa.lombardia.it/ Francesco Russo
June 25, 2026
Pressenza
Il conto che il Nord non vuole pagare
Il Global Justice Report propone tasse sui ricchi, ore di lavoro dimezzate e un fondo globale per fermare il collasso climatico. Ma il piano è all’altezza del debito storico che pretende di saldare? Esiste un numero che rende tutto il resto secondario. È il 240% del PIL mondiale: la stima cumulata dei danni, economici, climatici e umani che l’Europa e il Nord America hanno inflitto al resto del pianeta tra il 1800 e il 2025. Dentro ci sono i salari mai pagati agli schiavi delle piantagioni americane, i tributi sistematicamente estorti dall’impero britannico all’India per finanziare le proprie guerre e la propria industrializzazione, la tassa di guerra che la Francia impose ad Haiti nel 1825 come prezzo del riconoscimento dell’indipendenza, un debito che l’isola finì di pagare solo nel 1947, e sessant’anni di emissioni di CO₂ che hanno riscaldato un pianeta le cui conseguenze peggiori ricadranno su chi non le ha prodotte. Lo dice il Global Justice Report, presentato il 4 giugno scorso dal World Inequality Lab della Paris School of Economics, coordinato tra gli altri da Thomas Piketty, Emmanuel Saez e Gabriel Zucman. Il documento ha avuto una discreta eco mediatica, concentrata sulle misure più spettacolari: tasse fino al 90% sui redditi più alti, settimana lavorativa dimezzata, un fondo globale venticinque volte più grande degli aiuti internazionali attuali. Ma il punto più interessante non è la proposta in sé. È il quadro analitico in cui viene collocata: per la prima volta un documento di questa autorevolezza mette su carta, con metodologie verificabili, quanto il Nord deve al Sud. E poi misura quanto il proprio piano offre in cambio. La risposta è: meno di un quarto del necessario. Come funziona il piano Il cuore della proposta è il Global Justice Fund, un nuovo organismo internazionale finanziato ogni anno con risorse pari al 10,3% del PIL mondiale fino al 2060. I soldi vengono da una tassa patrimoniale globale progressiva, dall’1% per i milionari al 20% annuo per i miliardari, e da un’imposta globale sul reddito con aliquote fino al 90% in cima alla piramide. Un’aliquota che suona estrema, ma era quella applicata negli Stati Uniti e nel Regno Unito nel secondo dopoguerra, quando vennero costruiti i sistemi di welfare più solidi del Novecento. I dividendi vengono poi distribuiti a tutti i Paesi del mondo in quote uguali per abitante, da investire in energia pulita, istruzione e sanità. Il meccanismo produce redistribuzione Nord-Sud senza doverla dichiarare come tale. I ricchi del mondo sono concentrati nel Nord: pagano più tasse. I Paesi poveri hanno più abitanti in proporzione alla loro ricchezza: ricevono più dividendi rispetto al PIL. Il risultato è un trasferimento netto pari allo 0,8% del PIL mondiale ogni anno. Non attraverso accordi bilaterali o negoziati politicamente fragili, ma per effetto automatico delle stesse regole applicate a tutti. I numeri concreti: i Paesi dell’Africa subsahariana riceverebbero dividendi pari all’8,8% del loro PIL; quelli europei il 2,5%. Il Nord America contribuirebbe al Fondo col 4,2% del suo PIL; l’Africa subsahariana con l’1,1%. Entro il 2100, l’89% dell’umanità vedrebbe raddoppiare il proprio reddito. Meno del 2% della popolazione mondiale, i più ricchi, subirebbe una perdita. Il trasferimento invisibile: chi finanzia chi Accanto al debito storico c’è un trasferimento che avviene oggi, in silenzio, ogni anno. I Paesi ricchi ottengono sui loro investimenti all’estero rendimenti sistematicamente più alti dei tassi che pagano sul debito estero. Il saldo netto è un flusso finanziario che va dai Paesi poveri ai Paesi ricchi: tra lo 0,6 e lo 0,8% del PIL mondiale ogni anno nel periodo 2000-2025. Per capire la proporzione: circa il doppio degli aiuti internazionali totali nello stesso periodo. Il Sud del mondo finanzia il Nord ogni anno, non per scelta ma per come è costruita l’architettura monetaria internazionale nata a Bretton Woods nel 1944. La risposta proposta dal Report è una Camera di compensazione internazionale, l’idea che John Maynard Keynes portò alla conferenza di Bretton Woods nel 1943 e che le delegazioni americane bloccarono per preservare il privilegio del dollaro. Il meccanismo penalizzerebbe i surplus e i deficit commerciali persistenti, incentivando il riequilibrio degli scambi globali. Non è una proposta nuova: la Bridgetown Initiative di Barbados nel 2022, le presidenze brasiliana e sudafricana del G20 e decenni di letteratura critica sul sistema monetario internazionale hanno battuto questa strada. Il Report la integra per la prima volta in un modello quantitativo con proiezioni fino al 2100. Il problema del clima non è tecnologico Il Report costruisce tre scenari climatici al 2100. Con la piattaforma di giustizia globale pienamente attuata: 1,8°C di riscaldamento. Con crescita globale senza redistribuzione: 3,3°C. Con le politiche attuali invariate: oltre 4,8°C. La differenza tra 1,8 e 4,8 gradi non si misura in termini lineari: è la distanza tra catastrofi frequenti ma gestibili e processi di retroazione che sfuggono al controllo. La geometria del danno è quella già nota: i Paesi che hanno contribuito meno alle emissioni storiche sono quelli che subiranno le conseguenze peggiori in tutti gli scenari. La tesi del Report è che non basteranno le rinnovabili e le auto elettriche: senza ridurre il peso economico e politico dell’ultra-ricchezza globale, senza redistribuire il lavoro e riequilibrare i redditi, la stabilità climatica rimane fuori portata. È su questo punto che il documento si distacca dal mainstream della letteratura sul clima: non nega l’importanza della transizione tecnologica, ma la dichiara insufficiente senza una parallela transizione distributiva. Il piano è all’altezza del debito? Qui il documento mostra la sua crepa più onesta. I trasferimenti netti generati dalla piattaforma, 0,8% del PIL mondiale annuo, sono «significativamente inferiori», scrivono gli stessi autori, a quanto servirebbe per compensare i danni storici quantificati. Per coprire il debito coloniale e climatico nel periodo 2026-2100 sarebbero necessari trasferimenti pari al 3,2% annuo: quattro volte di più. Il Report lo dichiara e ne trae la conseguenza che la piattaforma andrebbe scalata verso l’alto. Non è un’ammissione di sconfitta; è una misura dell’enormità del debito. C’è poi la questione della governance. Oggi l’Europa e il Nord America hanno al FMI una quota di voto quattro volte superiore alla loro quota di popolazione. Il Report propone un sistema di doppia maggioranza, 55% dei Paesi che rappresentino il 60% della popolazione, che spezzerebbe questo legame. Ma avverte che lasciare ai Paesi ricchi il controllo del Fondo nei suoi anni iniziali è un rischio concreto: storicamente, le riforme politiche vengono istituzionalizzate prima della redistribuzione economica, non dopo. Chi controlla le regole decide quanto redistribuire. Una proposta del Nord sul futuro del Sud Il Global Justice Report cita la Bridgetown Initiative di Barbados, le proposte del G20 brasiliano e sudafricano, i movimenti per la giustizia climatica in Africa e in India come cornice entro cui la proposta si inscrive. L’adesione intellettuale sembra genuina. Ma rimane una distanza tra il riconoscimento formale e la co-costruzione effettiva. Il documento è elaborato prevalentemente da ricercatori europei e americani. E c’è una tensione che il Report affronta senza scioglierla del tutto: il piano chiede ai Paesi del Sud di crescere, ma anche di adottare la «sufficienza», ridurre l’impronta materiale, trasformare i modelli di consumo, lavorare meno. Per i Paesi del Nord, che hanno già consumato molto più di quanto il pianeta possa sopportare, la sufficienza è una restrizione necessaria. Per i Paesi del Sud, che non hanno ancora raggiunto livelli adeguati di prosperità, rischia di suonare come un limite imposto dall’esterno: voi non potete fare quello che abbiamo fatto noi. Gli autori concludono che «ciò che ostacola il percorso non è un’impossibilità tecnica, ma la scelta politica». È la frase più onesta del documento. Significa che le risorse ci sono, i meccanismi sono stati progettati, i numeri tornano. Quello che manca non è la soluzione: è la volontà di chi dovrebbe rinunciare a qualcosa per renderla possibile. Non è una conclusione rassicurante. Ma almeno è precisa. Fonti Global Justice Report 2026 World Inequality Lab Paris School of Economics Bridgetown Initiative Callahan e Mankin, Nature Climate Change, 2022 Fanning e Hickel, 2023 World Historical Balance of Payment Database Francesco Russo
June 5, 2026
Pressenza
VENERDÌ 22 MAGGIO LA CAROVANA AMBIENTALISTA E SOCIALE FA TAPPA ANCHE A CESENA
È partita l’11 aprile da Piacenza la Carovana ambientalista e sociale che, attraversando tutti i capoluoghi di provincia dell’Emilia‑Romagna, si concluderà a Bologna il 13 e 14 giugno con un convegno regionale. La tappa cesenate è prevista per venerdì 22 maggio dalle 15 sino alle 17 a Villa Silvia di Lizzano. L’iniziativa è promossa da due reti ambientaliste regionali — la Rete Emergenza Climatica e Ambientale Emilia‑Romagna (RECA) e l’Assemblea dei Movimenti Ambientali e Sociali dell’Emilia‑Romagna (AMAS‑ER) — e coinvolge complessivamente circa un centinaio di realtà associative. La Carovana non è un corteo permanente, ma un calendario di tappe territoriali in cui associazioni, comitati e cittadini danno voce a vertenze locali e ne evidenziano le connessioni a livello regionale. Obiettivi e contenuti •  Ascolto dei territori: ogni tappa è dedicata alla raccolta di testimonianze sulle principali criticità locali. •  Tematiche centrali: consumo di suolo, inquinamento, gestione dell’acqua, energia, rifiuti, salute pubblica, mobilità, crisi climatica e partecipazione democratica. •  Rete e visibilità: l’obiettivo è mettere in relazione esperienze spesso isolate, rendere visibile il filo comune che lega le diverse mobilitazioni e costruire proposte condivise. EVENTO DI CESENA La Carovana farà tappa a Cesena venerdì 22 maggio a Villa Silvia di Lizzano dentro il BiodiversyFest (www.biodiversyFest.it) dalle 15:00 alle 17:00. Il programma prevede la presentazione della Carovana, interventi di realtà associative e comitati locali sulle problematiche del territorio. Tutti i cittadini sono invitati a partecipare. Per info contattare il WWF Forlì-Cesena che coordina la Carovana all’evento cesenate. Appuntamento finale e docufilm Il percorso si concluderà a Bologna il 13 e 14 giugno con un convegno regionale che raccoglierà i contributi emersi durante le tappe. L’incontro servirà a restituire una mappa delle criticità e delle possibili alternative, mettendo in dialogo esperti, movimenti e realtà territoriali. Durante la Carovana sarà inoltre realizzato un docufilm per documentare le lotte, le ragioni e le proposte raccolte lungo il viaggio; per la sua produzione è stata avviata una campagna di crowdfunding sulla piattaforma Produzioni dal Basso. Invito alla stampa La presenza dei giornalisti è gradita per dare massima visibilità agli eventi e alle istanze portate dalla Carovana. Redazione Romagna
May 21, 2026
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