Guerra o pace? La lezione (dimenticata) di Tiziano Terzani
11 settembre 2001: quando tutto è iniziato! Quando è iniziata la grande
crociata! Guerra ai terroristi. Guerra! A 25 anni di distanza, molti media hanno
rilanciato la disputa Tiziano Terzani-Oriana Fallaci, in particolare Il Corriere
della Sera sulle cui pagine furono pubblicati i lunghi e abissalmente
distanti articoli dei due grandi giornalisti (16, 29 settembre e 8 ottobre
2001). Ma l’operazione del Corriere è stata costruita in maniera scorretta,
omettendo la prima esortazione alla riflessione e alla pace scritta da
Terzani, per mettere viceversa in gran risalto la posizione guerrafondaia della
Fallaci: l’invettiva contro l’Islam, privo di cultura, e l’incitamento alla
battaglia per difendere l’identità e “i valori” dell’Occidente. Oggi questa
posizione è ancor più diffusa e seguita, anzi come scrive Tommaso Montanari su
Il Fatto Quotidiano, «allora apparve come l’unica via giusta, ma era il suicidio
morale dell’Occidente nelle cui conseguenze siamo oggi immersi fino al collo».
La questione continua ad essere pericolosamente cruciale: riarmo e guerra come
ci incitano i governi europei e gli Stati Uniti, oppure pace? E quali sarebbero
i valori dell’Occidente, se ogni principio di giurisprudenza e di diritto
internazionale è stato calpestato?
E sopratutto cosa voleva dirci Tiziano Terzani quel 16 settembre e poi nel suo
Lettere contro la Guerra, scrivendo che l’11 settembre poteva essere “una buona
occasione”? Avendo dedicato 25 anni di studio e quattro libri al suo pensiero
costruito sulla base di un’eccezionale esperienza di vita, mi rifiuto di
liquidarlo – come ha fatto quasi tutta la stampa – come mera retorica buonista
e terzomondista.
Le torri del World Trade Center in fiamme dopo gli attacchi terroristici dell’11
settembre 2001
Per lui era chiaro che lo schiantarsi di due aerei civili sul World Trade Center
di New York non poteva essere letto come un attacco alla libertà occidentale
e racchiuso nella facile dicotomia di George Bush “o con noi o con i
terroristi”, ma era il simbolo eclatante che tutte le cose sono interconnesse.
Come scrive, citando tra gli altri lo studioso americano Chalmers Johnson su The
Nation: «Gli assassini suicidi dell’11 settembre non hanno attaccato l’America:
hanno attaccato la politica estera americana. Per lui si tratterebbe appunto di
un ennesimo “contraccolpo” al fatto che, nonostante la fine della Guerra Fredda
e lo sfasciarsi dell’Unione Sovietica, gli Stati Uniti hanno mantenuto intatta
la loro rete imperiale di circa 800 installazioni militari nel mondo. Johnson fa
l’elenco di tutti gli imbrogli, i complotti, i colpi di Stato, le persecuzioni,
gli assassinii e gli interventi a favore di regimi dittatoriali e corrotti nei
quali gli Stati Uniti sono stati apertamente o clandestinamente coinvolti in
America Latina, in Africa, in Asia e nel Medio Oriente dalla fine della Seconda
Guerra Mondiale a oggi». Il fine di questa politica – scriveva allora Terzani
con estrema lucidità – «è la ossessiva preoccupazione occidentale di far restare
nelle mani di regimi “amici”, qualunque essi siano, le riserve petrolifere della
regione». E ci esortava «Perché non rivediamo la nostra dipendenza economica dal
petrolio? Perché non studiamo davvero, come avremmo potuto già fare da una
ventina d’anni, tutte le possibili fonti alternative di energia?».
Terzani aveva dunque ben afferrato l’enorme problema del collasso ecologico
dovuto ai combustibili fossili e le guerre più o meno mascherate per il
controllo del petrolio (che è alla base della civiltà industriale);
guerre che oggi non sono più mascherate, bensì esibite tramite la legge del
più forte. Perché invece non abbiamo iniziato dagli anni ‘80 ad abbandonare
i combustibili fossili che sono la causa del riscaldamento globale? Il
celebre studio sistemico I limiti della crescita del 1972 redatto dal
Massachusetts Institute of Technology aveva già previsto quello che oggi stiamo
vivendo: lo scioglimento dei ghiacciai sull’Himalaya, delle Alpi, delle Ande, il
riscaldamento degli oceani, gli incendi, l’aumento delle temperature globali
oltre il limite di 1,5 gradi, che – come attestato dal rapporto delle Nazioni
Unite per il cambiamento climatico del 2 settembre 2026 – metteranno a grave
rischio la vita umana sulla terra. Terzani aveva ben presente Il Protocollo di
Kyoto sul clima firmato dalle nazioni sviluppate nel 1997 e poi totalmente
disatteso. L’uomo moderno sembra aver perso il senso della sua connessione
cosmica, il senso di quanto fragile e delicato sia l’ecosistema a cui
appartiene.
Per queste ragioni solide e anticipatrici, Terzani ci ammoniva: «L’occasione è
di capire una volta per tutte che il mondo è uno, che ogni parte ha il suo
senso, che è possibile rimpiazzare la logica della competitività con la logica
della coesistenza, che nessuno ha il monopolio di nulla, che l’idea di una
civiltà superiore a un’altra è solo frutto dell’ignoranza» E ancora più
chiaramente sosteneva che l’orrore dell’11 settembre poteva essere una buona
occasione «per ripensare tutto: i rapporti tra Stati, fra religioni, i rapporti
con la natura, i rapporti stessi tra uomo e uomo. Era una buona occasione per
fare un esame di coscienza, accettare le nostre responsabilità di uomini
occidentali e magari far finalmente un salto di qualità nella nostra concezione
della vita».
In foto: lo scrittore italiano Tiziano Terzani
Un salto di qualità nella concezione della vita? Esattamente così e anche qui le
ragioni sono più che profonde. Infatti il punto di svolta nella vita del
giornalista Terzani avviene nel 1991. Aveva già vissuto per 20 anni in Asia ed
aveva visto con i propri occhi l’impatto della modernità su queste millenarie
civiltà, sia secondo il modello del comunismo (in Vietnam, in Cambogia, in
Cina) sia secondo il modello del capitalismo in Giappone che, al tempo della
permanenza di Terzani (1985-1990), aveva il Pil più alto del mondo. Quando il
caso – che lui considerava la sua più grande guida – lo fa essere in Unione
Sovietica nel momento in cui Gorbaciov viene deposto, ha delle
intuizioni radicali che gli imporranno una rivoluzione della sua vita e del
suo pensiero. Come scrive in Buonanotte Signor Lenin, comprende che le due
grandi ideologie moderne – tanto il comunismo che il capitalismo – sono ambedue
basate sulla visione materialista nel mondo e sulla fede “scientifica” di poter
modificare la materia ( sia concreta che sociale) per migliorare la vita
dell’uomo. Tiziano comprende che questa concezione è sbagliata. La visione
dualista, cioè la separazione tra il mondo materiale e la mente, tra l’io e il
mondo, tra l’uomo e natura, sono astrazioni troppo razionali nate tra
Settecento e Ottocento (allora molto funzionali al dominio coloniale dell’Europa
sul resto del pianeta). Ma ormai la fisica quantistica ci insegna che il mondo
materiale non può essere separato dalla mente e dalla coscienza! Proprio la
scienza classica, quella di Cartesio e Newton che ci insegnano a
scuola, scendendo nel più piccolo e sempre più piccolo , «sta accettando che,
contrariamente a tutto ciò che ha pensato finora, non esiste una osservazione
oggettiva, in quanto persino gli oggetti più inanimati non restano indifferenti
all’essere scientificamente osservati: reagiscono! – annota Terzani. E il fisico
e inventore dei micro-chips Federico Faggin, sostiene oggi che la materia
deriva dalla coscienza!
Questa concezione della non separazione, della interconnessione tra mente e
materia, tra uomo e natura ha sempre sostenuto le visioni orientali ed
indigene del mondo, come già sostenne Fritjof Capra nel suo famosissimo Il Tao
della Fisica. Sono questi i reali motivi per cui il grande giornalista
internazionale decise di cambiare strada, scese dal treno della modernità e
dall’”autostrada del sapere scientifico” e per un anno – il 1993 – andò alla
scoperta di altre visioni della vita che ancora sentiva pulsare in Asia. Ci
regalerà un libro di struggente poesia: Un indovino mi disse che però è anche
un continuo sdegno per quello che la modernità ha distrutto per mezzo dei
«missionari del materialismo e del benessere economico». Piuttosto che
manifestazione di evoluzione, Terzani vedeva la globalizzazione come un
processo di avvelenamento, una forma estrema di violenza nei confronti di una
vita più semplice ma sicuramente più serena ed armoniosa. «Il mondo di oggi è
alla soglia di un nuovo Medioevo – annotava nei suoi diari. Bisogna che
l’umanità ripensi la direzione dello sviluppo. Così come uno nel bosco o in un
deserto si ferma e cambia direzione se si accorge che quella che ha preso è
sbagliata, così oggi deve fare l’uomo se si accorge che la direzione che hanno
preso la scienza e lo sviluppo lo sta portando a distruggere la natura e a
distruggere se stesso». Aveva capito la prigionia dei consumi, i bombardamenti
della pubblicità, la dittatura della televisione, e li considerava un
automatico meccanismo di infelicità imposto dalla civiltà industriale, per
vendere i propri prodotti.
Per questo nel 1996, quando aveva appena 58 anni, si dimise dal giornalismo,
questo mestiere che intrinsecamente esalta la modernità. Avrebbe voluto, al
contrario, essere un “perennialista”, per indagare ciò che c’è di costante e di
sacro nella vita e negli uomini. Lascia dunque il rapporto professionale con il
settimanale Der Spiegel e la collaborazione con Il Corriere.
La giornalista e scrittrice italiana Oriana Fallaci
Quando dunque pubblica il primo, lungo articolo pacifista post 11 settembre
2001, sono già cinque anni che ha abbandonato il giornalismo e la sua visione
barricadera della superiorità della civiltà industriale e scientifica
dell’occidente. Visto che ormai è appurata l’origine antropica ed industriale
del collasso climatico e attualmente è in corso una grande revisione storica dei
domini coloniali, forse sarebbe davvero il momento di pensare diversamente la
superiorità dell’Occidente, quanto meno non nella maniera rabbiosa e
superficiale in cui la immaginava la Fallaci.
Il ruolo dei media è veramente importante, allora come in questo momento. Serve
per indirizzare la comprensione e l’agire dei popoli e dei governi. E sulla
scia della Fallaci continuano a muoversi le destre ma anche le sinistre europee,
e un enorme numero di giornalisti che «continuano a fare quello che facevano
trent’anni fa». Non a caso Terzani era rimasto sbigottito dalla posizione della
Fallaci, quanto dal crollo delle Torri; riteneva che nelle sue parole e nelle
sue invettive morisse la parte migliore dell’umanità, la sua testa e il suo
cuore: la comprensione e la compassione.
Ciò di cui abbiamo bisogno è una grande rivoluzione di pensiero collettivo, per
proteggere la vita su questa piccola terra, per i nostri figli e i nostri
nipoti. Abbiamo bisogno di abbandonare la visione materialista che ha messo
l’economia al vertice delle nostre vite e ci rende schiavi e succubi dei una
perenne crescita economica che è oltretutto impossibile in un pianeta finito,
come il nostro.
Tiziano, prima di abbandonare il corpo, ci lasciò infatti un testamento: «Questa
secondo me sarà la grande battaglia del futuro: la battaglia contro l’economia
che domina le nostre vite, la battaglia per il ritorno a una forma di
spiritualità – che puoi chiamare anche religiosità – a cui la gente possa
ricorrere. Occorrono nuovi modelli di sviluppo, non solo crescita, ma
parsimonia».
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