Tag - diritto internazionale

Non entrare nel Board of Peace!
L’Italia non può e non deve entrare nel Board of Peace di Trump.  Lo ripetiamo ancora una volta (anche se il tempo e gli strumenti si stanno esaurendo)! I responsabili della politica italiana (tutti) devono agire con determinazione per fermare l’attacco in corso al sistema multilaterale democratico e difendere l’Onu, il diritto e la legalità internazionale. Il “Board of Peace” di Trump è un nuovo atto eversivo diretto a sostituire il diritto internazionale dei diritti umani con la legge del più forte. Un nuovo strumento per distruggere tutte le regole e dettare le proprie. Entrare nel “Board of Peace” di Trump costituirebbe una violazione dell’articolo 11 della Costituzione, che prevede di agire “in condizioni di parità con gli altri Stati” e sarebbe un atto di pura follia politica. Al contrario, l’Italia e l’Unione Europea devono fare quello che non hanno ancora voluto fare: mobilitare tutti i governi disponibili per difendere e rilanciare l’Onu, il diritto e la legalità internazionale. Il “Board of Peace” di Trump è una minaccia esistenziale all’Onu che è e resta l’unica autorità legale universale. La Risoluzione 2803/2025 del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, che attribuisce al “Board of Peace” il compito di mettere fine alla guerra di Gaza, è illegittima, viola gli articoli 1, 2, 24, 52, 54 della Carta delle Nazioni Unite e viola palesemente il diritto internazionale dei diritti umani, compreso il diritto di autodeterminazione dei popoli. Il fine del “Board of Peace” non è quello di promuovere la pace e la cooperazione internazionale bensì quello di difendere gli interessi del suo presidente, anche con la minaccia e l’uso della forza. La sua “carta costitutiva” non contiene alcun riferimento al diritto umanitario internazionale, al diritto internazionale dei diritti umani e al diritto penale internazionale, cioè a quel corpus organico di norme giuridiche che sono alla base della pace e della sicurezza. La sua struttura interna è autocratica, attribuisce il potere assoluto al suo presidente (che si è autonominato), compreso quello di ammettere o espellere i membri. Ricordiamo quello che abbiamo detto e scritto tantissime volte. La distruzione sistematica in corso dell’architettura internazionale e dei pilastri della convivenza, che dalla fine della seconda guerra mondiale ci hanno consentito di superare molte crisi difficili, è un crimine che deve essere fermato senza ulteriori indugi. Flavio Lotti, Presidente Fondazione PerugiAssisi per la Cultura della Pace Marco Mascia, Presidente Centro Diritti Umani “Antonio Papisca” – Università di Padova FIRMA L’APPELLO per la difesa della legalità e del diritto internazionale Redazione Italia
Il comandante Kirk contro Trump
Questo scoop è un’esclusiva mondiale – anzi intergalattica – della “bottega” grazie al fanta-archivista Fabrizio Melodia (*). Per chi non lo sapesse James Tiberius Kirk è il Capitano della USS Enterprise NCC-1701 (**). E stasera troverete un altro post (primo di una serie) di Giuliano Spagnul sul “centenario” della fantascienza. Un work in progress, fortemente polemico. # Io sono James
Diritti, responsabilità e autodeterminazione del popolo palestinese
Il 18 gennaio 2026, presso il Circolo ARCI di Porta al Prato a Firenze, si è tenuto l’incontro pubblico “Quale spazio per la solidarietà a Gaza?”, promosso da Ribelli in Cor e sostenuto da EducAid, ha offerto un momento di riflessione profonda sulla situazione nella Striscia di Gaza, sul ruolo della comunità internazionale e sui limiti – ma anche sulle possibilità – della solidarietà occidentale. A moderare il dibattito Ilaria Masieri, cooperante internazionale, che ha posto fin dall’inizio una domanda centrale: se e quanto le forme di solidarietà espresse dall’Occidente riescano davvero a rappresentare il popolo palestinese nella sua rivendicazione di autodeterminazione e libertà dall’oppressione: sopravvivere a Gaza dopo il “cessate il fuoco”. Yousef Hamdouna, palestinese di Gaza e Middle East Program Manager di EducAid, ha restituito un quadro netto e drammatico della situazione nella Striscia, a oltre cento giorni dal cosiddetto cessate il fuoco. Secondo Hamdouna, nulla di sostanziale è cambiato: “si bombarda di meno e se ne parla di meno”, ma la vita quotidiana resta segnata da macerie, sfollamento forzato e una densità abitativa insostenibile, con decine di migliaia di persone concentrate in pochi chilometri quadrati. L’ingresso degli aiuti umanitari continua a essere fortemente limitato. Meno di un terzo di quanto previsto dagli accordi entra effettivamente a Gaza, mentre cibo e beni essenziali vengono fatti passare prevalentemente attraverso canali commerciali controllati da Israele, con costi proibitivi per la popolazione. In questo contesto, ha sottolineato Hamdouna, la risposta umanitaria strutturata di fatto non esiste. Nonostante gli ostacoli crescenti – permessi negati, espulsioni di ONG, blocco dei finanziamenti istituzionali, compresi quelli del governo italiano – le organizzazioni continuano a operare grazie al sostegno diretto della società civile. Centrale, in questo lavoro, è il ruolo del personale palestinese: le organizzazioni internazionali possono funzionare sulla base del lavoro degli operatori palestinesi”, capaci di trovare soluzioni anche nelle condizioni più estreme. Educazione, resilienza e autodeterminazione Uno dei nodi più forti emersi riguarda l’educazione. Dopo la distruzione sistematica di scuole e università – definita da molti come “scolasticidio” – la maggioranza dei bambini di Gaza non frequenta alcuna forma di istruzione da oltre due anni. Hamdouna ha spiegato che oggi prevalgono interventi cosiddetti soft: educazione non formale e supporto psicosociale, fondamentali in una popolazione composta in larga parte da minori. Questi spazi educativi non nascono da direttive esterne, ma da iniziative comunitarie spontanee: genitori e insegnanti sfollati che organizzano attività sotto tende o strutture di fortuna. Qui, ha spiegato Hamdouna, l’educazione va oltre l’apprendimento: offre ai bambini la possibilità di esercitare, nel quotidiano, una prima forma di autodeterminazione, scegliendo un gioco, un colore, un’attività. Un gesto minimo, ma radicale, in un contesto in cui ogni aspetto della vita è controllato dall’occupazione. Tuttavia, decine di migliaia di bambini restano esclusi anche da queste esperienze. La resilienza della società palestinese, ha chiarito Hamdouna, non va idealizzata: è una necessità imposta dalla sopravvivenza, non una virtù romantica. Il silenzio mediatico e la responsabilità internazionale Secondo Hamdouna, ciò di cui meno si parla è la responsabilità diretta della comunità internazionale. Non solo delle vittime, ma di chi, pur avendo strumenti giuridici e politici, non li ha utilizzati. Ha denunciato una diffusa empatia selettiva e una rimozione sistematica delle sofferenze quotidiane: bambini che muoiono di freddo, persone che continuano a morire sotto le macerie, tra notizie sempre più marginalizzate. La delusione verso la comunità internazionale è profonda. Molti palestinesi, formati proprio dall’Europa ai valori dei diritti umani, vedono oggi quegli stessi principi traditi. Eppure, ha concluso Hamdouna, la speranza di liberazione non scompare, e il ruolo delle donne – protagoniste nei campi, nell’educazione e nella trasmissione di una visione futura – resta centrale. Il diritto internazionale sotto attacco Il contributo di Micaela Frulli, professoressa di Diritto Internazionale all’Università di Firenze, ha inquadrato il conflitto nel contesto dei meccanismi di giustizia internazionale. Frulli ha respinto l’idea che “il diritto non funzioni”: il problema non è il diritto in sé, ma la mancanza di volontà politica e la pressione insufficiente dell’opinione pubblica. Da decenni, ha osservato, la questione palestinese viene sistematicamente sottratta al linguaggio del diritto internazionale e ricondotta a quello dell’emergenza, della sicurezza o del terrorismo. Rimettere il diritto al centro è invece essenziale per contrastare i doppi standard e l’arbitrio dei più forti. Frulli ha illustrato il ruolo della Corte Penale Internazionale, che indaga sulle responsabilità individuali e ha emesso mandati di arresto contro leader israeliani e di Hamas, scatenando una durissima campagna di delegittimazione e sanzioni. Proprio questa reazione, ha sottolineato, dimostra quanto il diritto faccia paura. Ancora più decisivo, però, è il ruolo della Corte Internazionale di Giustizia. Nel caso Sudafrica contro Israele, la Corte ha riconosciuto l’esistenza di un rischio plausibile di genocidio, attivando l’obbligo di prevenzione per tutti gli Stati, compresa l’Italia (vedi articolo a riguardo). Un obbligo che implica misure concrete – diplomatiche ed economiche – finora largamente disattese. Di particolare rilievo è anche il parere del luglio 2024, con cui la Corte ha dichiarato illegale l’occupazione dei territori palestinesi, configurandola come annessione di fatto e negazione del diritto all’autodeterminazione. La conclusione è netta: l’occupazione deve finire, senza condizioni preliminari. Gaza e il futuro dell’ordine internazionale Il confronto con il cosiddetto piano Trump evidenzia uno scarto radicale: da un lato il diritto internazionale, dall’altro un cambio di paradigma che subordina i diritti a logiche politiche e di potere. Per Frulli, la questione palestinese è oggi il banco di prova dell’intero ordine internazionale costruito dopo la Seconda guerra mondiale. Difendere il diritto, anche quando appare impotente, non è solo una questione di solidarietà con la Palestina, ma una scelta che riguarda il futuro di tutte e tutti.   Yousef Hamdouna, Ilaria Masieri , Micaela Frulli Yousef Hamdouna, Ilaria Masieri , Micaela Frulli Yousef Hamdouna, Ilaria Masieri , Micaela Frulli Yousef Hamdouna Yousef Hamdouna Ilaria Masieri Micaela Frulli Ilaria Masieri Yousef Hamdouna Micaela Frulli Micaela Frulli Ilaria Masieri Foto Paolo Mazzinghi Paolo Mazzinghi
Il diritto negato. La questione saharawi nel nuovo scenario internazionale
Il diritto negato. La questione saharawi nel nuovo scenario internazionale  Nel nuovo scenario internazionale, segnato dal ritorno della guerra, dall’indebolimento del multilateralismo e dalla crisi del diritto internazionale, la questione saharawi continua a rappresentare uno dei casi più emblematici di diritto negato. A ribadirlo è stato il convegno “Il diritto negato. La questione saharawi nel nuovo scenario internazionale”, svoltosi il 16 gennaio nella Sala Pilade Biondi del Palazzo comunale di Sesto Fiorentino, città che da oltre quarant’anni mantiene un legame politico, istituzionale e umano con il popolo saharawi. Ad aprire l’incontro sono stati i saluti istituzionali della vicesindaca facente funzione Claudia Pecchioli, che ha ricordato come Sesto Fiorentino abbia scelto di avviare proprio da qui il progetto “Coltivare Salute”, finanziato dal Ministero della Cooperazione e rivolto ai campi profughi saharawi. Una scelta non casuale, ma radicata in una storia di solidarietà che affonda le sue radici nel gemellaggio con la wilaya di Mahbes, attivo dal 1984. Pecchioli ha sottolineato il ruolo che le amministrazioni locali possono ancora svolgere nel mantenere viva l’attenzione su una causa spesso marginalizzata, riaffermando la necessità di difendere il principio di autodeterminazione dei popoli in un contesto globale in cui il diritto internazionale viene sempre più spesso sacrificato alle logiche di potere e di convenienza geopolitica. Su questa linea si è inserito l’intervento di Irene Falchini, consigliera delegata alla cooperazione internazionale, che ha inquadrato il tema della serata come una vera e propria affermazione politica: parlare oggi di Sahara Occidentale significa confrontarsi con un mutamento profondo degli equilibri internazionali. A partire dal 2020, con gli accordi di Abramo, la causa saharawi è stata progressivamente compressa dentro dinamiche di scambio diplomatico che hanno ulteriormente indebolito il percorso verso il referendum di autodeterminazione previsto dalle Nazioni Unite. Falchini ha ricordato come, nonostante il passare di quasi cinquant’anni dalla proclamazione della Repubblica Araba Saharawi Democratica, quel diritto resti ancora inattuato, mentre la “legge del più forte” sembra dettare le regole delle relazioni internazionali. Richiamando le parole pronunciate nel 1984 dall’allora sindaco Ennio Marini, Falchini ha ribadito il valore di una cooperazione intesa come scambio, costruzione di cultura di pace e responsabilità condivisa tra comunità. Il tema della cooperazione come pratica politica e non solo tecnica è stato approfondito da Stefano Fusi, responsabile dei progetti di cooperazione sanitaria dell’ASL Toscana Centro. Fusi ha messo in guardia da una visione riduttiva della cooperazione, intesa come semplice realizzazione di progetti, sottolineando invece la necessità di relazioni paritarie, reciprocità e comprensione delle cause strutturali delle disuguaglianze. In questo quadro si inseriscono le esperienze di cooperazione sanitaria nei campi profughi, dai progetti sulla sicurezza alimentare e sul benessere animale fino alle più recenti iniziative di contrasto al diabete, una patologia particolarmente diffusa in un contesto segnato dalla dipendenza dagli aiuti alimentari internazionali. I risultati ottenuti, soprattutto nel miglioramento delle condizioni di salute di centinaia di persone, dimostrano l’efficacia di interventi che valorizzano il personale sanitario locale e rafforzano le istituzioni saharawi. Ma Fusi ha anche sottolineato come questi progetti non possano prescindere da una presa di posizione politica chiara da parte delle istituzioni europee, chiamate a non essere complici di una situazione di occupazione e negazione dei diritti. Lo sguardo storico è stato offerto da Valeria Galimi, docente di Storia contemporanea all’Università di Firenze, che ha definito il Sahara Occidentale come uno dei casi più evidenti di decolonizzazione incompiuta nello spazio mediterraneo. La fine del dominio coloniale spagnolo non ha prodotto l’autodeterminazione del popolo saharawi, ma ha congelato la questione dentro nuovi rapporti di forza, svuotando progressivamente di efficacia il diritto internazionale. Galimi ha evidenziato la contraddizione dell’Unione Europea, che continua a richiamarsi formalmente ai principi del diritto internazionale mentre, nella pratica, integra il Sahara Occidentale in accordi economici e strategici con il Marocco, senza affrontarne lo status giuridico. Particolare rilievo è stato dato alla svolta rappresentata dagli accordi di Abramo e al ruolo della Francia, che con il recente sostegno del presidente Macron al piano marocchino di autonomia ha contribuito ad allontanarsi ulteriormente dal lessico dell’autodeterminazione. In questo contesto, la mobilitazione dal basso e l’impegno delle amministrazioni locali emergono come uno dei pochi argini alla marginalizzazione della causa saharawi. Su questo terreno si è collocato l’intervento di Matilde Miniati, dottoranda all’Università di Bologna, che ha illustrato una ricerca dedicata alla storia dei movimenti di solidarietà internazionale con il Sahara Occidentale, in particolare in Italia e Spagna tra gli anni Ottanta e Novanta. Miniati ha evidenziato come, a fronte di una risposta politica spesso insufficiente, siano stati proprio i movimenti dal basso, le associazioni e i gemellaggi tra enti locali a costruire una rete di solidarietà efficace e duratura. Un’esperienza nata in modo frammentario, ma capace nel tempo di strutturarsi e di incidere concretamente sulla vita dei campi profughi, colmando anche un vuoto nella produzione accademica, ancora oggi sorprendentemente scarsa su questi temi.   Il cuore politico ed emotivo dell’incontro è stato l’intervento di Fatima Mafbud, rappresentante della RASD in Italia, che ha restituito il punto di vista saharawi su un diritto internazionale percepito come applicato in modo selettivo. Fatima Mafbud ha denunciato la frattura tra le sentenze delle corti internazionali, che riconoscono il diritto del popolo saharawi alla propria terra, e una politica internazionale che tende a rendere invisibile quel diritto, svuotandolo di speranza. In un mondo in cui le guerre si combattono anche cancellando la visibilità dei popoli, i saharawi continuano a rivendicare il ruolo del diritto internazionale e a partecipare ai negoziati, pur nella consapevolezza delle profonde asimmetrie di potere. Fondamentale, in questo quadro, resta il sostegno delle reti di solidarietà e delle istituzioni locali, capaci di mantenere vivo un legame umano e politico che contrasta l’isolamento. A chiudere i lavori è stato Sandro Volpe, presidente dell’Associazione Ban Slout Larbi, che ha restituito il senso profondo di un impegno costruito nel tempo attraverso scuole, associazioni, parrocchie e luoghi di socialità. Un impegno che non si limita alla solidarietà verso il popolo saharawi, ma interroga il significato stesso di umanità e responsabilità collettiva. Investire nella formazione, nella memoria e nella trasmissione di questi valori alle nuove generazioni è apparso come un modo per continuare a “muovere quel masso pesantissimo” rappresentato da cinquant’anni di ingiustizia. Il convegno di Sesto Fiorentino ha così ribadito che la questione saharawi non è una vicenda lontana o marginale, ma un banco di prova per la credibilità del diritto internazionale e per la coerenza delle democrazie europee. Un diritto negato non per mancanza di norme, ma per mancanza di volontà politica. Locandina Convegno Saharawi il diritto negato La sindaca Claudia Pecchioli e la consigliera Irene Falchini Intervento di Claudia Pecchioli Intervento di Claudia Pecchioli Intervento di Irene Falchini Intervento di Stefano Fusi Intervento di Valeria Galimi Intervento di Matilde Miniati Intervento di Fatima Mafbud Intervento di Fatima Mafbud Intervento di Sandro Volpe Intervento della sindaca Claudia Pecchioli e Intervento di Irene Falchini intervento di Matilde Miniati Intervento di Stefano Fusi Foto di Paolo Mazzinghi Paolo Mazzinghi
Pillole di bancarotta n. 6
Le pillole di oggi di Alessandro Volpi sono molto trumpiane. Spaziano dall’oro e dal petrolio venezuelano sui quali gli USA si apprestano a mettere le mani, alla speculazione sui titoli delle aziende belliche statunitensi, al riarmo USA, alla demolizione del diritto internazionale ad opera del tycoon, agli attacchi alla Fed. Il tutto ad uso e consumo dei grandi fondi finanziari,
Comprendere il Venezuela
Articoli di Stefano Agnoletto, Geraldina Colotti, Confederazione Sindacale Internazionale, redazione blog La Casualità del Moto, Mario Sommella, Gianni Tognoni e Laura Greco. La Bottega dedica un nuovo dossier a quanto sta accadendo il Venezuela. Come già accaduto finora, non sempre troverete pareri concordi sul governo bolivariano, sulla figura di Maduro e su tanti altri aspetti della crisi, ma, a differenza
Usa: stato canaglia
articoli di Chris Hedges, Alberto Bradanini e Francesco Valendino (con un disegno di Mr Fish)  America, uno Stato canaglia – Chris Hedges Scollata dall’universo fondato sui fatti, e accecata dall’idiozia, dall’avidità e dall’arroganza, la classe dirigente degli Stati Uniti ha sacrificato i meccanismi interni che impediscono la dittatura e i meccanismi esterni progettati per proteggere da un mondo senza legge, caratterizzato dal
Cagliari è col popolo venezuelano e tutti i popoli colonizzati
L’attacco degli Stati Uniti al Venezuela, con numerose decine di morti, fra cui anche civili, ed il sequestro del presidente Maduro, pur violando ampiamente il diritto internazionale, viene minimizzato dalla classe politica europea, come non si trattasse di un atto assolutamente arbitrario. Trump sembra tornare alla politica statunitense degli anni Settanta del secolo scorso, quando Nixon e Kissinger diedero il via al golpe di Pinochet in Cile. Solo che l’attuale situazione internazionale è cambiata e gli USA, in declino dal punto vista economico rispetto al continente asiatico, vogliono far prevalere il loro potere militare e marcare il proprio dominio sull’America latina e sul Caribe, il loro famigerato “cortile di casa”. Questo in una logica di riarmo globale, può solo portare ad altri massacri ed altre guerre, dalle conseguenze catastrofiche, tenendo conto del numero di missili a testata nucleare presenti negli arsenali di ben nove Stati. Sabato 10 gennaio a Cagliari, su invito dell’Unione Sindacale di Base e di Potere al Popolo, con l’adesione di numerosi altri movimenti ed organizzazioni, si è svolto un sit-in in piazza Costituzione, per mandare un segnale chiaro, in contemporanea con molte altre piazze nel mondo, al governo degli Stati Uniti, all’Europa, a tutti i governi del pianeta, in nome del rispetto del diritto internazionale e dell’autodeterminazione dei popoli. E’ stato ricordato il genocidio ancora in atto a Gaza e in Cisgiordania, di cui i media ufficiali si disinteressano, ma che continua a suscitare lo sdegno popolare in molte parti del mondo. E’ stato rimarcato negli interventi che oggi la bandiera palestinese è diventata il simbolo della lotta di tutti i popoli colonizzati e offesi. Il presidio si è poi trasformato in un breve corteo per le vie del centro, con slogan per la libertà e l’autodeterminazione dei popoli. Le bandiere palestinesi e quelle venezuelane hanno sventolato assieme, nell’aria fredda portata dal maestrale di questa sera di gennaio, fino ad arrivare in piazza Yenne, dove da quasi due mesi e mezzo persiste il presidio ogni sera dalle 18,30 alle 20 per testimoniare in favore della fine di questo crudele massacro da parte dello stato israeliano e dei suoi alleati statunitensi. Solo i popoli, le donne, la società civile, possono opporsi all’alta distruttività dell’imperialismo odierno, rivendicando con forza una nuova democrazia dal basso. Carlo Bellisai
In piazza per il Venezuela: contro l’imperialismo
Sabato 10 gennaio manifestazioni in molte città. Una nota redazionale, con il comunicato dell’Usb (Unione Sindacale di Base) e la mobilitazione di Osa (Opposizione Studentesca d’Alternativa). Nonostante in molte parti d’Italia sia previsto un gelo quasi polare, il 10 gennaio si torna in piazza contro la guerra permanente (e dilagante), contro l’aggressione Usa al Venezuela e per la Palestina. Qui
Il copione Usa somiglia ai suoi film hollywoodiani
Questa è una pagina de “La Stampa“. Non è di ieri, ma di Venerdì 5 Gennaio 1990. Potrebbe essere un divertente gioco de “La settimana enigmistica” con “Nota le differenze“. Panama, 20 dicembre 1989. George H. W. Bush annuncia l’invasione con una frase che unisce tutela di cittadini statunitensi, “democrazia” […] L'articolo Il copione Usa somiglia ai suoi film hollywoodiani su Contropiano.