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L’occupazione di Pozzo Sella: una lotta nonviolenta
Il 5 novembre del 2000 Giampiero Pinna, approfittando di una situazione favorevole, occupò la miniera dismessa di Monteponi, nei pressi di Iglesias, per chiedere l’istituzione del Parco Geominerario Storico e Ambientale della Sardegna. La sua protesta, forte, civile e nonviolenta, insieme a quella della comunità che gli si strinse intorno, durò un intero anno. Un anno sottoterra è il titolo del libro curato da Andrea Mattei e Daniela Palumbo (edito da LOW nel 2024), che ripercorre la storia di quella lotta, attraverso le testimonianze dirette di coloro che la realizzarono. Giampiero Pinna, morto nel novembre del 2022, viene ricordato come chi si è battuto per la realizzazione del Parco Geominerario e come padre del cammino minerario di Santa Barbara. Ma è giusto tenere a mente che per raggiungere queste conquiste sociali c’è voluta una forte spinta popolare, cui quest’uomo è riuscito a dare voce, con le sue competenze ingegneristiche e politiche e con una forza d’animo considerevole. Quella stessa che lo ha spinto, davanti ad una situazione insostenibile, a mettere il proprio corpo in gioco in un’azione nonviolenta, inizialmente individuale, ma destinata a crescere e a coinvolgere la popolazione. La storia Andando alle radici di tutto questo, troviamo l’estrazione mineraria in Sardegna, che si concentra in particolare nella zona sud-ovest, nel Sulcis-Iglesiente, fin dalla seconda metà del diciannovesimo secolo, con estrazioni soprattutto di piombo e zinco. Le condizioni in cui lavoravano i minatori erano terribili e disumane, eppure la loro assoluta sottomissione durò a lungo, sino almeno al primo fiorire delle organizzazioni dei lavoratori. “Dentro la Galleria Henry di Pranu Sartu – un budello scavato nella roccia per raggiungere i meandri più remoti della scogliera, un’opera straordinaria, impresa ciclopica del 1865, un dedalo di vie dentro la falesia – si consumava l’esistenza di un esercito di schiavi.” Così Giampiero raccontava il passato, mutuato dalle memorie paterne, con un misto di rabbia e d’orgoglio. Nel settembre del 1904, a Buggerru, durante uno sciopero dei minatori, l’esercito sparò sui manifestanti, uccidendone tre e ferendone altri. Da lì il conflitto sociale si inasprì, anche se presto interrotto dallo scoppio della prima guerra mondiale. Si ripropose poi, ma venne nuovamente bloccato dall’avvento del fascismo. Voluta proprio da Mussolini, attorno alla miniera di carbone di Serbariu, nacque la città di Carbonia. Dopo la liberazione le miniere continuarono ad essere produttive, fino alla crisi degli anni Settanta-Ottanta del secolo scorso, quando cominciarono i ridimensionamenti, i licenziamenti, la cassa integrazione, le chiusure. Giampiero nasce nel 1950, vive l’infanzia nel mondo delle miniere, dove anche i bambini hanno le loro mansioni e le loro fatiche. Gli uomini sotto in galleria, le donne a far le cernitrici, ovvero separare il minerale utile dagli scarti ed i bambini ad aiutarle, o a correre a fare commissioni. Si laurea in geologia e, grazie alle sue capacità, diventa in poco tempo responsabile del Servizio Geologico. Ma nel frattempo i tempi erano cambiati e non c’erano più prospettive produttive: “mi resi conto che questa storia era finita, che la miniera nel suo buio aveva inghiottito il mondo antico (…) Se fossi andato avanti con il mio incarico, avrei dovuto fare il manager con il solo obiettivo di continuare a garantire questo andazzo, mantenere in vita artificiosamente un mondo che si sgretolava a vista d’occhio e una categoria che si rifiutava di prenderne atto, arroccata sui propri diritti acquisiti. Per me era solo sofferenza. Mi licenziai.” Era il 1986, ma il geologo non restò a lungo senza lavoro, perché pochi anni dopo venne nominato amministratore delegato della Progemisa, la società di ricerca mineraria della Regione sarda. Dieci anni dopo, grazie all’apporto e alla spinta di personalità ormai parte della storia della Sardegna, come l’archeologo Giovanni Lilliu, o la maestra di memorie Iride Peis, nacque l’idea di dar vita ad un parco geominerario sardo, che attraverso la valorizzazione della memoria storica ed umana, potesse anche diventare importante per la valorizzazione turistica del territorio, dando occupazione a tanti ex minatori ancora in età lavorativa. Si prendeva anche spunto da esperienze già attuate in altri paesi europei sull’archeologia industriale e la memoria collettiva, come volani per un turismo curioso, rispettoso e intelligente. In soli due anni di tempo il Parco Geominerario Storico e Ambientale della Sardegna venne approvato dall’amministrazione regionale e perfino riconosciuto nel 1998 dall’UNESCO. Ma mancava ancora l’approvazione della legge istitutiva del parco, da parte del governo italiano. Nel 1999 Pinna venne eletto consigliere regionale, ma intanto l’approvazione della legge istitutiva veniva continuamente rinviata negli ordini del giorno del parlamento italiano e, di conseguenza, il progetto restava lettera morta. “Era quasi un dolore fisico quello che provavo”, racconta Giampiero, “amplificato dall’impotenza di non riuscire più a incidere sul corso delle cose. Fu proprio questa sensazione di impotenza, però, che mi fece risvegliare da quello stato di prostrazione, mi diede la spinta a una reazione, fece rinascere in me una grande voglia di rivolta.” In quei mesi tribolati, nacque pian piano l’idea di un’azione eclatante, simbolica, forte, che servisse a scuotere l’opinione pubblica ed a sbloccare il progetto del parco. “C’era da tornare all’antico, ripescare nella memoria le vecchie forme di lotta, fare quello che avevano fatto i nostri padre, i nostri nonni, gli avi, sempre. Occupare la miniera, scendere nel pozzo e lì fermarsi, presidiare le grotte e non uscirne finché la battaglia non sarebbe stata vinta.” Giampiero è certo, o almeno spera, che la sua azione nonviolenta individuale, si trasformerà in lotta collettiva. Ma deve mantenere la segretezza, per garantire la riuscita del gesto iniziale. Così ne parla solo alla moglie e ai due figli adolescenti, che l’appoggiano e s’impegnano ad aiutarlo. Così, il 5 novembre del 2000, in occasione di una cerimonia ufficiale per il terzo anniversario del riconoscimento dell’UNESCO, gli invitati entrarono nella dismessa miniera di Monteponi, fino a scendere alla Sala Argani di Pozzo Sella. Fu lì, nel profondo della terra, che lui fermò l’attenzione di tutti i presenti per dichiarare: “oggi ho deciso di avviare una difficile azione di protesta civile, con l’occupazione della miniera di Monteponi (…) con questa azione di protesta voglio chiedere che le istituzioni e gli organismi competenti diano seguito agli impegni assunti per ridare fiducia e speranza per il loro futuro ai tanti lavoratori precari, alle migliaia di giovani disoccupati costretti al dramma dell’emigrazione e alle loro famiglie.” Da quel giorno, Giampiero occuperà la miniera per un anno, fino alla realizzazione dell’obiettivo. Ma in questo lungo anno, sarà soprattutto la società sarda a mobilitarsi. Pinna non verrà mai lasciato solo: a turno molte altre persone gli faranno compagnia nelle profondità della miniera, ci saranno dei presidi permanenti di ex minatori all’esterno, manifestazioni studentesche, marce di solidarietà. La lotta, nata grazie all’impegno e al sacrificio individuale, diventa da subito collettiva e, man mano che va avanti, si arricchirà anche della solidarietà non solo dei sardi, ma anche di personalità dell’arte e della cultura, a livello internazionale. Lo scultore Pinuccio Sciola, artista di fama mondiale, volle portare personalmente il presepe in pietra presentato l’anno precedente in Vaticano. Ma gli occupanti di Pozzo Sella (si alternavano spesso più persone, per dare manforte a Giampiero Pinna) ricevettero la visita dell’allora vescovo di Iglesias Tarcisio Pillolla, quella di Rita Borsellino, sorella del magistrato ucciso dalla mafia e di altre personalità importanti, che volevano mostrare la propria solidarietà. All’inizio del 2021 arrivò anche Alberto Granado, l’amico argentino del Che Guevara, noto per il libro “I diari della motocicletta”, quindi fu la volta degli Inti Illimani, che improvvisarono un concerto in miniera. Fu Teresa Piras, storica attivista nonviolenta di Iglesias, a recapitare nella Sala Argani il messaggio audio di Alex Zanotelli: “mi viene spontaneo dare la mia totale solidarietà a questo gesto. So che non è stato facile, so che qualcuno lo potrebbe tacciare di gesto violento, ma non lo è. E’ un tipico gesto di resistenza nonviolenta attiva… ed è per questo che do la mia totale solidarietà a Pinna e a tutti voi che lo state sostenendo (…) non desistete, finché davvero s’avveri il vostro sogno.” Ma la visita per Giampiero più importante fu forse quella più umile. “Senza far torto a nessuno, la testimonianza più importante in quei mesi di battaglia venne da una piccola grande donna di quasi novant’anni. Rosina Carta era la regina delle miniere, la storica cernitrice di Monteponi, che aveva iniziato a lavorare sottoterra da bambina aiutando il papà a piazzare la dinamite in galleria e poi fece per una vita il lavoro di cernitrice.” I tanti sacrifici e sforzi, portarono all’allargamento della visibilità e del consenso, fino all’ottenimento dell’obiettivo. Il 23 ottobre del 2021, la Corte dei Conti approva finalmente il decreto istitutivo del Parco geominerario storico ambientale della Sardegna. Dopo un anno sottoterra, la lotta collettiva nonviolenta era risultata vincente.   Un’azione nonviolenta Potrebbe già bastare il riconoscimento dato da padre Zanotelli, per definire a pieno titolo l’occupazione di Pozzo Sella un’azione diretta nonviolenta. Proviamo tuttavia a ragionarci sopra. L’azione diretta nonviolenta viene definita da Enrico Euli, docente all’università di Cagliari e filosofo nonviolento, come “un’azione agita attraverso il corpo e/o le parole, in forma immediata e creativa, non delegata ad altri, ma assunta responsabilmente in prima persona. E’ importante che esprima insieme, simbolicamente sia la protesta che la proposta di cui si fa portatrice.”[1] Prolungata nel tempo e tale da assumere i connotati di una lotta collettiva e insieme di una campagna di sensibilizzazione, quella dell’occupazione è stata senz’altro un’azione simbolica e creativa, assunta responsabilmente in piena coscienza, da ciascuna persona che vi ha partecipato. Ha espresso perfettamente i chiaroscuri della lotta, in cui nella protesta c’era già la proposta disattesa. Gene Sharp, filosofo e politologo statunitense, morto nel 2018, ha compiuto molti studi e ricerche sulla nonviolenza come metodo politico e sulla disobbedienza civile. Egli sostiene che un’azione diretta nonviolenta debba innanzi tutto superare l’ostacolo della paura: “se fra coloro che sono sottoposti regna una grande paura, anche le piccole sanzioni possono produrre un grande conformismo, mentre di fronte a un elevato livello di coraggio, sanzioni anche aspre possono non garantire la sicurezza del regime. Questa differenza è essenziale per mettere in pratica dei mezzi di lotta nonviolenti di fronte ad una repressione violenta.”*[2] La violenza infatti si elimina, non cedendo ad essa, ma rimanendo saldi di fronte ad essa, come diceva già Gandhi. Infatti, come ci ricorda ancora Euli, “la strategia di trasformazione nonviolenta del conflitto passa attraverso la costruzione di azioni dirette nonviolente, che fondano la loro efficacia ed incisività proprio sulla capacità di comunicare a più persone le ragioni della propria iniziativa politica. Esse agiscono tanto sull’avversario, del quale si cerca il cambiamento, quanto su coloro che si considerano neutrali (inconsapevoli del proprio essere i servitori involontari del sistema) dei quali si cerca la simpatia, il consenso ed infine l’alleanza.”[3] L’occupazione di Pozzo Sella si identifica alla perfezione in queste parole: senza alcun uso della violenza, neppure verbale, ha contribuito a mettere il sistema alle strette e, insieme, ha tessuto un ordito di solidarietà, di simpatie e alleanze. Resta tuttavia un punto almeno apparentemente critico, quello relativo alla segretezza che precede l’azione stessa dell’occupazione. Gene Sharp esamina con attenzione il problema, nel capitolo “Azione aperta e segreto nella lotta nonviolenta.” “Segretezza, artifici e cospirazione sotterranea pongono problemi di non facile soluzione per un movimento che faccia uso dell’azione nonviolenta.”[4] Mentre più avanti specifica che “l’agire in maniera aperta, cioè l’essere sinceri nelle proprie affermazioni, franchi con l’avversario e con l’opinione pubblica sulle intenzioni e i piani del gruppo, appare come un corollario dei precedenti requisiti di libertà dalla paura e di disciplina nonviolenta. La mancanza di segretezza del movimento e addirittura la sua temerarietà nell’osar dichiarare pubblicamente le sue intenzioni, può avere un impatto molto significativo sullo stesso gruppo nonviolento, sull’avversario e su eventuali terze parti. Al contrario, il ricorso alla segretezza, alla finzione e alla cospirazione sotterranea avrà probabilmente un impatto negativo su tutti e tre i gruppi.”[5] Tuttavia, nonostante queste dichiarazioni di principio, lo stesso Sharp ammette che in determinate circostanze e per un tempo limitato, si possa celare qualcosa sulle intenzioni dell’azione, allo scopo di renderla concretamente praticabile. D’altra parte, basterebbe ricordare il boicottaggio degli autobus a Montgomery (USA) nel 1955, o i successivi ingressi non autorizzati di persone di colore nei bar riservati ai bianchi, che sconvolsero un’opinione pubblica divisa fra razzisti, antirazzisti e indecisi. Ebbene, per quanto i movimenti antirazzisti avessero annunciato la protesta, ne avevano taciuto importanti dettagli. I dettagli che, se resi pubblici, avrebbero ostacolato sul nascere lo svolgersi dell’azione stessa. Quindi la nonviolenza, che ha per principio la verità, piuttosto che il sotterfugio, ammette che si possano in certe circostanze tenere temporaneamente segreti i tempi e i modi dell’azione nonviolenta. Volendo fare un salto verso alcune azioni dirette nonviolente agite attualmente, troviamo quelle dei gruppi giovanili, come Ultima Generazione, che per mettere in atto le loro performance dimostrative hanno bisogno dell’elemento sorpresa. La segretezza appare ancor più giustificata, in tutti quei casi in cui l’azione diretta nonviolenta si svolge in un contesto dominato da un regime dittatoriale e poliziesco, o in una situazione di fatto militarizzata. D’altra parte, Jean Marie Muller, filosofo francese della nonviolenza, scriveva nel 1975: “Se l’azione nonviolenta deve svolgersi alla luce del giorno, la sua preparazione dovrà invece, il più delle volte, essere tenuta segreta. Se l’atteggiamento dei resistenti nei confronti dei Servizi d’Informazione deve essere improntato alla massima cortesia, sarebbe invece spingere quest’ultima ai limiti dell’assurdo se si permettesse loro di conoscere in anticipo tutti i preparativi di un’azione. Ciò non potrebbe che compromettere gravemente la sua efficacia e la sua riuscita. Perciò, nella fase preparatoria della campagna di Birmingham, Martin Luther King mantenne segreto il piano della sua azione e spiegò come fosse inopportuno rivelare all’avversario la data o i particolari di un futuro attacco.”[6] Da quanto esposto sembra evidente che l’azione intrapresa nel 2000 in quel sito minerario sardo, possa essere legittimata come nonviolenta, anche e malgrado il livello di segretezza che l’ha preparata. Risulta inoltre particolarmente interessante constatare che lo stesso Pinna non prenda la decisione di mantenere celata fino all’ultimo la sua azione a cuor leggero, ma ci giunga solo attraverso un tormento interiore. Si pone il problema di come l’avrebbero presa gli amici e compagni più vicini, chiede alla moglie Mimma se la sua sia una scelta giusta. Lei gli risponde che si fida che per lui sia l’unica scelta possibile. “La cosa più importante, in quella fase, era mantenere la decisione assolutamente riservata, non far trapelare la notizia della prossima occupazione di Pozzo Sella in alcun modo, perché c’era il rischio concreto di compromettere tutto.” L’occupazione, insieme alla disobbedienza civile, allo sciopero, alla marcia, al boicottaggio, alla non collaborazione, viene annoverata fra le azioni nonviolente. Quel che conta non è solo il rifiuto di utilizzare la violenza, ma anche la necessità che il progetto costruttivo sia da subito evidente, allo scopo di mostrare il perché dell’azione in senso positivo ed allargare il consenso intorno ad essa. Operazione effettuata con efficacia, per quanto riguarda la lotta di Pozzo Sella.   Tra presente e futuro L’insegnamento che può e dovrebbe restarci di questa lotta nonviolenta è quello dell’importanza delle forti azioni simboliche, se attuate in un contesto di solidarietà e partecipazione. Ma è necessario tornare al presente, per verificare se i cambiamenti auspicati siano stati effettivamente realizzati, almeno in parte. Il Parco geominerario della Sardegna esiste ed è attivo in numerosi siti, ma non ancora completato. Il cammino di Santa Barbara, che lo affianca, viene percorso da migliaia di camminatori e di pellegrini, provenienti da varie parti del mondo e sembra ben destinato. Un parziale successo, che tuttavia non basta a creare un’economia sostenibile nel Sulcis-Iglesiente. La RWM, figlia della multinazionale tedesca Rheinmetal, con i suoi impianti in parte illegali situati proprio in quest’area, ci dice purtroppo che ne siamo ancora lontani. L’economia planetaria sembra disposta a produrre soprattutto strumenti per distruggere, uccidere, o controllare. Strumenti sterili, il cui futuro è l’autodistruzione. Strumenti fatti per l’infelicità. Ma il tessuto sociale, ancora una volta non si è fatto trovare impreparato. Partita proprio da Iglesias, ma poi estesasi anche in altre zone della Sardegna, è nata da alcuni anni la Rete War Free – Liberos de sa gherra, una rete di piccole aziende che si consorziano sui principi etici e politici del no agli armamenti, allo sfruttamento sul lavoro, all’ecocidio della Madre Terra. Ricordando che dal 2010 (con uno storico anteprima nel 2001), sono stati i comitati, le associazioni, i movimenti, i sindacati di base, a promuovere manifestazioni, marce e ricorsi alla magistratura, in una lotta di lunga durata contro questa fabbrica che dà combustibile alle guerre. Le azioni nonviolente, come quella che ventisei anni fa illuminò la Sala Argani, nella miniera di Monteponi, per loro stessa natura, possono sempre rinascere. [1] Enrico Euli, Marco Forlani, Guida all’azione diretta nonviolenta – pag. 78 [2] Gene Sharp, Politica dell’azione nonviolenta – 3 la dinamica- Ed. Gruppo Abele 1998 – pag. 16 [3] Enrico Euli, op. cit. – pag. 71 [4] Gene Sharp, op. cit. – pag. 40 [5]   ‘’         ‘’    op. cit. – pag. 43 [6] Jean Marie Muller, “Strategia della nonviolenza” –Marsilio 1975, pag. 137 foto di Maria Perra Carlo Bellisai
June 6, 2026
Pressenza
24 marzo 2026: Mothers Call – Un Cammino d’Incontri per la Pace
Martedì 24 marzo, intorno alle 18, qualche centinaia di donne, vestite di color chiaro, si sono incontrate in piazza Garibaldi, in risposta alla chiamata, girata nei social, di “Mothers Call”. Incontro gli sguardi di Claudia e Luisa, che hanno dato vita all’incontro a Cagliari e chiedo loro come sono entrate in contatto con il movimento…   Claudia: Io, Luisa e altre amiche sentivamo da tempo il desiderio di riprendere a fare attivismo. Abbiamo seguito con profonda ammirazione la “Walk for Peace”: un pellegrinaggio iniziato a ottobre 2025 da un gruppo di monaci buddisti, partiti dal Texas per raggiungere Washington, a cui moltissime persone si sono unite. Un gesto semplice, di una potenza straordinaria, che ci ha spinto a volerci rimettere in cammino. Proprio in quel periodo abbiamo scoperto il movimento Mothers Call e ci siamo attivate immediatamente.   Parlatemi del movimento.   C.: Mothers Call nasce nel 2021 dall’incontro di “Women of the sun”, associazione di donne palestinesi, con “Woman wage peace”, associazione di donne israeliane. Reem palestinese e Yael israeliana si sono unite nell’intento di attivare percorsi di mediazione, risoluzione nonviolenta dei conflitti e rivendicare un ruolo attivo come donne e come madri al fine di rompere il silenzio della diplomazia e coinvolgere le istituzioni. Reem e Yael affermano insieme: I piedi saranno nudi «Perché non possiamo indossare le scarpe sulle strade di un mondo intriso dal sangue dei nostri figli. Cammineremo scalze ma cammineremo. Mai come ora è tempo di cominciare il lungo percorso verso la pace».   Come siete entrate in contatto con il gruppo di Roma?   C.: Il gruppo Mothers Call è molto presente sui social. Ci hanno risposto subito, ed è iniziato un dialogo costante per coordinare la nostra iniziativa alla loro, a Roma. La visione di Mothers Call riflette esattamente la nostra: camminare senza polarizzazioni, scegliendo di esserci come cittadine per cercare strade alternative all’ondata di odio e violenza. Come può cessare tutto questo? Come si può ristabilire un dialogo? La soluzione non può che risiedere nella mediazione e nella risoluzione nonviolenta dei conflitti.   Il gruppo di Cagliari, appena nato, si propone di sostenere e diffondere con varie iniziative la richiesta di Mothers Call: una presenza costante di donne, da lungo tempo impegnate nei movimenti pacifisti, ai tavoli negoziali per trovare soluzioni diplomatiche, per portare un messaggio di Pace Universale. https://mothers-call.org/ https://www.instagram.com/stories/themotherscall/3861216970359715911?utm_source=ig_story_item_share&igsh=dXNsYjV4cjlvNWg3   Grazie Claudia e Luisa! E ritornando a martedì 24 … Le donne convenute in piazza Garibaldi, mezz’ora dopo le 18, hanno iniziato un corteo silenzioso, in fila indiana, unite simbolicamente da un filo bianco di lana, attraversando Piazza Costituzione e confluendo in piazza Yenne al 145’ giorno del Presidio Stabile per la Palestina. Incontro Ben e gli chiedo di parlarci del Presidio…   Ben: il nostro Presidio, che coinvolge uomini e donne, nasce più di 4 mesi fa… Nasce dietro l’impulso di altre Piazze dell’Indignazione presenti in varie città in Italia, in particolare a Milano, dove l’esempio della resistenza nonviolenta, contro la guerra, e dell’indignazione del genocidio che stà avvenendo tutt’oggi Gaza, ci ha coinvolti direttamente. Quà a Cagliari la prima e principale attivista che ci ha coinvolti è Vania, e ci siamo ritrovati tutte le sere a partecipare a questo Presidio nonviolento, sempre pacifico. Crediamo nell’autodeterminazione del popolo palestinese, degli uomini e delle donne palestinesi, le quali con i loro bambini soffrono tantissimo, e sono vittime di carestia (come denunciato dall’Onu e da tantissimi osservatori internazionali che si curano dei bambini). Crediamo che Cagliari debba rivendicare la propria posizione di città pacifica, che è stata vittima di un grandissimo bombardamento durante la seconda guerra mondiale, ed ha ancora delle tracce nelle sensibilità dei cagliaritani. Non vogliamo che in Sardegna il ricatto del lavoro favorisca l’industria del riarmo che si stà svolgendo in Europa.   Grazie Ben. E a proposito del dissenso al riarmo e ad un sentire solidale comune, parlaci dell’incontro in piazza con altri movimenti e col movimento delle Madri per la Pace…   B.: “La Piazza dell’Indignazione”, lo stare in piazza, rendere in qualche modo presente il dramma palestinese, è stata ed è tutt’ora il centro di svariate domande di politica. Non di politica da palazzo, ma di politica vissuta dalla gente, di politica sociale. Molte manifestazioni son confluite qui da noi: di studenti, di organizzazioni palestinesi, e altre ancora, come quella delle madri giorni fa. Noi pensiamo che il dissenso non debba essere criminalizzato. Noi siamo degli Utopisti: vorremo che il Tribunale Internazionale si facesse carico del dramma delle vittime e fossero condannati i colpevoli. (Io ho conosciuto martedì 24 marzo il movimento delle madri). Qualunque tipo di contributo in risonanza con lo spirito del Presidio della Piazza dell’Indignazione è ben accetto. Quello che auspichiamo è che il dibattito prosegua, e per chi vuole noi ci siamo tutti i giorni in piazza Yenne, dalle 18.30 alle 20!   Grazie Ben. Dopo aver salutato il Presidio Stabile per la Palestina, il corteo silenzioso della Madri per la Pace prosegue verso il palazzo della RAS in Via Roma dove celebra con un grande cerchio l’unione tra tutte le donne, e gli uomini accorsi, in segno di Pace tra i popoli. Le marce per la Pace sono come “assemblee in cammino”, diceva Aldo Capitini, fondatore del Movimento Nonviolento in Italia e promotore della prima Marcia per la Pace Perugia-Assisi nel 1961. Tra le tante donne accorse incontro Giulia e Shardi…   Giulia: Ho saputo da un’amica che mi ha condiviso l’evento. Io e Shardi proveniamo dallo stesso territorio…   Shardi: …partivo con molte esitazioni: la distanza da Tortolì, le difficoltà negli spostamenti (anche economiche), gl’impegni lavorativi e una certa resistenza verso le manifestazioni. Ciò che mi ha fatto cambiare prospettiva è stato il significato profondo dell’iniziativa: camminare scalza, vestita di bianco, in silenzio, come gesto di ascolto e presenza in un momento storico che spesso sembra irreale. Anche grazie al supporto concreto di Giulia, ho scelto di dedicarmi questo tempo come un atto di rispetto quasi sacro: uscire dall’ordinario, rallentare e camminare in silenzio, per esserci davvero.   “In aggiunta” (citando Capitini) che sogni e speranze augurate ragazze?   G.: In aggiunta, io spero che quest’unione di donne, che possono organizzare “Calls of Mothers”, con l’atto di dire “Io la penso così”, di “mettere in piedi la fisicità delle azioni”, possa essere di esempio, possa entrare sempre più in profondo. Quando la grande macchina della guerra si avvicina, …quando è il momento di agire e di dire no? Questo No è mettersi, interrompere le azioni che stiamo facendo nella nostra piccola carriera, interagire con questa realtà, con coraggio.   S.: “Si. Bisogna accompagnarci, come donne, nella consapevolezza di uscire dalla quotidianità, ed entrare in uno spazio molto più profondo, dentro di sé, nel silenzio, nella presenza viva, nel camminare insieme.” “Se stiamo nella superficie, niente cambia. Se uno va in fondo a sé stesso, può solo smuovere, fuori.”   Grazie ragazze!   Claudia: Penso sia importante iniziare ad immaginare uno scenario diverso da quello che stiamo vivendo. Ogni cambiamento inizia da ciò che iniziamo a pensare.   E sull’onda di questi pensieri e speranze, inizio ad immaginare un dare sempre più corpo e voce alla Pace dentro e fuori dai nostri cuori, fino a farci cantare e danzare posando i piedi su Madre Terra.   Grazie! Grazie a Claudia e Luisa (Mothers Call), Grazie a Ben (Presidio Stabile per la Palestina), Grazie a Giulia e Shardi, (giovani donne partecipanti). Articolo partecipato. PressABellu Redazione Pressenza Sardigna Redazione Sardigna
March 31, 2026
Pressenza