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L’1% più ricco ha già esaurito il budget di gas serra per il 2026
Disuguaglianza delle emissioni: dopo soli dieci giorni, l’1% più ricco della popolazione mondiale ha consumato la sua giusta quota del bilancio annuale di gas serra e da ora in poi saccheggia quella del resto della popolazione mondiale. Ogni anno Oxfam calcola il “Pollutocrat Day”, il giorno in cui l’1% più ricco del mondo ha già esaurito il suo budget annuale di gas serra, ovvero la quantità di CO2 che può essere emessa pro capite ogni anno per limitare il riscaldamento globale a un massimo di 1,5 gradi in media a lungo termine. Questo giorno è caduto il 10 gennaio 2026 e dimostra quanto i ricchi e i super-ricchi siano sproporzionatamente responsabili della crisi climatica. Solo con superyacht e jet privati, un europeo super ricco genera in circa una settimana tanto gas serra quanto una persona dell’1% più povero della popolazione mondiale in tutta la sua vita. Oltre alle emissioni che i super ricchi causano attraverso il loro stile di vita, sono anche responsabili delle emissioni delle industrie in cui investono la loro ricchezza. La ricerca di Oxfam mostra che ogni miliardario in media è responsabile di 1,9 milioni di tonnellate di CO2 all’anno attraverso le aziende nel suo portafoglio di investimenti, spingendo così il mondo verso il collasso climatico. CONSEGUENZE DELL’ECCESSIVA EMISSIONE DI CO2 Si stima che le emissioni dell’1% più ricco in un solo anno causeranno 1,3 milioni di morti legate al calore entro la fine del secolo. Inoltre, le emissioni estreme dei super-ricchi causano fino a 44 trilioni di dollari di danni economici nei paesi a basso e medio reddito entro il 2050. > “A partire dall’11 gennaio, i ricchi e i super-ricchi saccheggiano i bilanci > dei gas serra del resto della popolazione mondiale. I super-ricchi non solo > devono ridurre drasticamente le loro emissioni di gas serra, ma dovrebbero > anche essere ritenuti finanziariamente più responsabili per raggiungere gli > obiettivi climatici in tutto il mondo e proteggere i mezzi di sussistenza > dell’uomo.” – Jan Kowalzig, referente per i cambiamenti climatici e le > politiche climatiche presso Oxfam Le persone e le aziende più ricche hanno anche un potere e un’influenza sproporzionati sulla politica. Ad esempio, 1600 lobbisti di aziende del settore dell’energia fossile hanno partecipato alla recente Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici COP30 in Brasile. “Grazie al loro immenso potere e alla loro ricchezza, i super ricchi e le loro aziende hanno una grande influenza sulla politica e indeboliscono la politica climatica globale”, aggiunge Jan Kowalzig. Oxfam chiede ai governi di ridurre le emissioni dei super ricchi e di responsabilizzarli maggiormente per finanziare la mitigazione dei cambiamenti climatici e l’adattamento, ad esempio tassando gli alti patrimoni. C’è anche bisogno di una tassa sugli utili delle compagnie petrolifere, del gas e del carbone in tutto il mondo. Secondo le stime di Oxfam, potrebbe raccogliere fino a 400 miliardi di dollari all’anno, il che corrisponde al costo dei danni climatici nel Sud del mondo. Inoltre, i beni di lusso ad alta intensità di emissioni come superyacht e jet privati dovrebbero essere tassati più pesantemente. Nel complesso, secondo Oxfam, è necessario un sistema economico basato sulla sostenibilità e sull’equità, che metta al primo posto le persone e l’ambiente. -------------------------------------------------------------------------------- Note redazionali * Per il calcolo del 10 gennaio: secondo il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente, le emissioni globali devono essere ridotte a 24 miliardi di tonnellate di CO2 equivalente all’anno entro il 2030 (cfr. UNEP); se le quote dei vari gas serra rimangono costanti (cfr. World Resources Institute), per il 2030 si ottengono circa 17,8 miliardi di tonnellate di anidride carbonica (CO2). Per il 2030 si prevede una popolazione mondiale di circa 8,5 miliardi di persone (cfr. ONU). Ciò si traduce in un livello pro capite tollerabile di 2,1 tonnellate di CO2 all’anno nel 2030. I dati dello Stockholm Environment Institute mostrano che nel 2023 l’1% più ricco della popolazione mondiale era responsabile di emissioni pro capite di 75,1 tonnellate di CO2 all’anno o 0,206 tonnellate di CO2 al giorno (cfr. Oxfam). Ciò significa che la media di 2,1 tonnellate di CO2 pro capite all’anno per rispettare il limite di 1,5 gradi per l’1% più ricco viene raggiunta già dopo 10,2 giorni. * Secondo il rapporto Oxfam “Clima di disuguaglianza”(novembre 2023), le emissioni dell’1% più ricco nel 2019 sono state sufficienti a causare 1,3 milioni di morti a causa del caldo. * Il calcolo di Oxfam sui possibili ricavi di una tassa mondiale sugli utili delle società fossili (400 miliardi di dollari all’anno) è suddiviso così. * Il rapporto Oxfam “Carbon Inequality Kills” (ottobre 2024) e la relativa analisi tedesca giungono alla conclusione che le sole emissioni di consumo dell’1% più ricco della popolazione mondiale nell’arco di quattro decenni (1990–2030) causano enormi danni economici netti, che colpiscono maggiormente i paesi a basso e medio reddito. Tra il 1990 e il 2050, questi paesi registreranno danni economici per un totale di 44 trilioni di dollari. * La Corte internazionale di giustizia (CIG) ha confermato che i paesi sono legalmente obbligati a ridurre le loro emissioni al puntoda proteggere il diritto universale alla vita, al cibo, alla salute e a un ambiente pulito. -------------------------------------------------------------------------------- TRADUZIONE DAL TEDESCO FILOMENA SANTORO. REVISIONE DI THOMAS SCHMID. Pressenza Muenchen
February 4, 2026
Pressenza
La Groenlandia non è vuota: uno sguardo umanista su ghiaccio, potere e autodeterminazione
> Vista dall’esterno, la Groenlandia appare spesso come uno schermo di > proiezione: enorme, ricoperta di ghiaccio, apparentemente disabitata. Nei > dibattiti geopolitici, l’isola emerge come avamposto strategico, giacimento di > materie prime o fattore climatico. Ciò che viene regolarmente ignorato è una > semplice verità: la Groenlandia non è uno spazio vuoto. È una patria. Questa idea di “terra vuota” non è casuale, ma è una classica narrativa coloniale. Chi pensa che un territorio sia vuoto può rivendicarne più facilmente il possesso, amministrarlo e sfruttarlo. In Groenlandia questo modo di pensare persiste ancora oggi, in modo più sottile rispetto al passato, ma non per questo meno efficace. UN NOME CHE LA DICE LUNGA Già il nome “Groenlandia” porta tracce coloniali. Risale a Erik il Rosso, un vichingo nordico nato in Norvegia e cresciuto in Islanda. Dopo aver commesso un omicidio, fu bandito da un Thing islandese (antica assemblea di governo, N.d.T.) e, nel corso di questo esilio, giunse in Groenlandia intorno all’anno 982. Lì esplorò la costa sud-occidentale e in seguito dichiarò l’area zona di insediamento. Il nome Groenlandia (“terra verde”) non era una descrizione neutrale della realtà, ma una scelta pubblicitaria consapevole: Erik il Rosso voleva attirare altri coloni nordici. Il nome segna quindi l’inizio dell’egemonia interpretativa europea su una terra che era già abitata da millenni e che da quel momento in poi fu descritta e rivendicata sempre più da una prospettiva coloniale. I primi esseri umani vissero qui millenni prima dell’arrivo dei vichinghi. Gli attuali Kalaallit, parte dei popoli Inuit, discendono principalmente dalla cultura Thule, che si diffuse nelle regioni artiche a partire dal XIII secolo circa. La loro conoscenza del ghiaccio, del mare, degli animali e delle stagioni è il risultato di generazioni di convivenza con un ambiente estremo, non di lotta contro di esso. COLONIALISMO IN VESTE ARTICA Con la colonizzazione danese a partire dal XVIII secolo, la Groenlandia fu sistematicamente integrata nei sistemi di potere e di conoscenza europei. La evangelizzazione, l’amministrazione, la lingua e l’istruzione seguivano standard stranieri. Gli stili di vita indigeni erano considerati carenti, le forme di conoscenza tradizionali obsolete. Il colonialismo si manifestava qui meno attraverso la violenza aperta che attraverso il controllo paternalistico: “modernizzazione” significava adeguamento agli standard europei. Le conseguenze furono profonde, dal punto di vista culturale, sociale e psicologico. Fino a gran parte del XX secolo, le decisioni sulla Groenlandia venivano prese senza riconoscere ai Kalaallit lo status di soggetti politici con pari diritti. AUTONOMIA, MA CON RISERVA Sebbene oggi la Groenlandia goda di un’ampia autonomia amministrativa, la dipendenza dallo Stato danese persiste, dal punto di vista finanziario, giuridico e di politica estera. Il dibattito sulla completa indipendenza è quindi ambivalente: è espressione di un legittimo desiderio di autodeterminazione, ma è anche insito in nuove dipendenze. Infatti, mentre le vecchie strutture coloniali si sgretolano, entrano in scena nuovi attori. Gli interessi delle materie prime, le strategie militari e la competizione globale per il potere, in particolare nel contesto del cambiamento climatico, riportano la Groenlandia al centro delle brame straniere. Lo scioglimento dei ghiacci diventa un invito, non un avvertimento. IL CAMBIAMENTO CLIMATICO COME IMPOSIZIONE COLONIALE Per molte persone nel Nord del mondo, il cambiamento climatico è uno scenario futuro astratto. Per i Kalaallit è la realtà quotidiana. Il ghiaccio marino instabile, i cambiamenti nelle migrazioni degli animali e gli insediamenti minacciati interferiscono direttamente nel tessuto sociale e culturale. La caccia e gli stili di vita tradizionali diventano difficili o impossibili. Particolarmente problematica è la doppia ingiustizia: le cause del cambiamento climatico risiedono principalmente nei paesi industrializzati del Nord del mondo, mentre le sue conseguenze colpiscono in modo sproporzionato le comunità indigene. Allo stesso tempo, queste comunità – che sono le principali vittime di un cambiamento climatico causato dall’esterno – si trovano tra i fronti degli interessi geopolitici a causa delle nuove ambizioni relative alle rotte marittime, alle materie prime e alla presenza militare. Se oggi la Groenlandia viene discussa come “area di opportunità” per l’espansione economica e strategica, il pensiero coloniale continua sotto il segno dell’ecologia. NONVIOLENZA SIGNIFICA DARE SPAZIO AD ALTRE REALTÀ Una visione umanista della Groenlandia richiede più che semplici riforme politiche. Richiede un cambiamento radicale di prospettiva: dal controllo alle relazioni. In questo contesto, nonviolenza significa anche prendere sul serio il sapere indigeno, invece di folclorizzarlo o ignorarlo. I Kalaallit ricordano che la sopravvivenza non è garantita dal dominio, ma dall’adattamento, dal rispetto e dalla moderazione. In un’epoca di crisi globali, questo non è un romantico sguardo al passato, ma un insegnamento di grande attualità. La Groenlandia non è vuota. È un luogo vivo – culturalmente, storicamente e politicamente. Chi parla della Groenlandia dovrebbe prima ascoltare. -------------------------------------------------------------------------------- TRADUZIONE DAL TEDESCO DI THOMAS SCHMID CON L’AUSILIO DI TRADUTTORE AUTOMATICO. Reto Thumiger
January 25, 2026
Pressenza
14 novembre 2025, sciopero globale per il clima a Varese
14 novembre: sciopero globale per il clima per una transizione giusta nei territori, nelle scuole e alla COP30 torna a Varese. Sciopero promosso da Rete degli Studenti Medi – Unione degli Studenti Varese e Fridays For Future Varese. Varese torna a mobilitarsi per la giustizia climatica e la giustizia sociale. Venerdì 14 novembre, la Rete degli Studenti Medi – Unione degli Studenti Varese e Fridays For Future Varese scenderanno in piazza per una giornata di sciopero e manifestazioni nell’ambito dello sciopero globale per il clima e per i diritti studenteschi. La mobilitazione inizierà al mattino, con lo sciopero studentesco in Piazza Repubblica alle ore 9:00, e proseguirà nel pomeriggio con un corteo promosso da Fridays For Future, in partenza alle ore 17:30 sempre da Piazza Repubblica. In un Paese che non investe abbastanza su welfare, istruzione e per contrastare il cambiamento climatico è più che necessario scendere in piazza per pretendere che queste tematiche diventi centrali e prioritarie, sia per il governo sia per gli enti locali. Attiviste e attivisti richiameranno le istituzioni a intraprendere azioni concrete e urgenti per rispettare gli obiettivi dell’Accordo di Parigi. Nonostante alcuni progressi, nel corso dell’ultimo anno la temperatura media globale ha raggiunto +1.6°C rispetto ai livelli pre-industriali, oltre la soglia di +1.5°C considerata relativamente sicura. La comunità scientifica è chiara: superare i +2°C renderebbe alcune aree del pianeta invivibili e avrebbe conseguenze gravi anche in Italia. Le politiche attuali, tuttavia, ci stanno portando verso un aumento di 2.5-3°C entro fine secolo. La crisi climatica è già qui: il nostro Paese affronta periodi di siccità e alluvioni sempre più frequenti. Nel frattempo, scuole e università non sono strutturalmente adeguate e sostenibili, l’edilizia scolastica è spesso precaria e i trasporti pubblici risultano inefficienti e poco accessibili. I decreti ministeriali non fanno fronte alle reali necessità degli studenti, la loro voce non viene ascoltata e gli spazi di partecipazione attiva non vengono garantiti. Le scuole non sono un ambiente accogliente per tutte le soggettività e non mettono al centro il benessere e la crescita dei ragazzi. Il costo dei libri, del materiale scolastico e degli abbonamenti dei mezzi gravano su famiglie con redditi medio-bassi. A questo si aggiunge un contesto di ingiustizia sociale più ampio: scelte politiche orientate al riarmo anziché al benessere collettivo e al finanziamento della cultura, l’indifferenza verso crisi umanitarie e genocidi, la tolleranza verso violenza di genere, bullismo e discriminazioni che continuano a ferire comunità e territori. Le lotte per il clima e per i diritti sociali sono, e devono essere, parte della stessa battaglia. Per questo il tema della mobilitazione di quest’anno è: “La giustizia climatica è giustizia sociale.” Rete degli Studenti Medi – Unione degli Studenti Varese e Fridays For Future Varese invitano tutta la cittadinanza, le realtà sociali, associative e sindacali a unirsi alla giornata di mobilitazione. Perché una società più equa è una società migliore. Fridays For Future
November 10, 2025
Pressenza
Germaica oggi. Il vento che non si ferma
L’uragano Melissa travolge la Giamaica con venti fino a 300 chilometri orari. Tra devastazione, paura e solidarietà, il pianeta sembra gridare nella stessa lingua. Le immagini arrivano dalla Giamaica, oggi. Si sovrappongono, sembrano tutte uguali: case scoperchiate, alberi piegati dal vento, strade sommerse dal fango. Qualche volta facciamo confusione, non ricordiamo più né dove né quando. Oggi è la Giamaica in stato d’allerta, oggi è il suo turno. Indifferentemente potrebbe essere la Florida, New Orleans, le Filippine, la Libia, Rigopiano, Sarno. Oppure, addirittura, potrebbe essere il fiume che passa accanto alla nostra casa a ribellarsi. Un elenco che potrebbe essere infinito. Nessuno può ritenersi al sicuro. Il pianeta sembra ripetere lo stesso grido, in lingue diverse. La Giamaica è un’isola dei Caraibi grande poco più della Sicilia, distesa nel cuore del mare tra Cuba e Haiti. Tre milioni di abitanti, colline di foresta tropicale, piantagioni di canna da zucchero e caffè, coste che si affacciano su un mare di un azzurro quasi irreale. Nella memoria collettiva è Bob Marley, il ritmo del reggae, le spiagge, il turismo che rappresenta quasi un terzo dell’economia nazionale. Ma dietro quell’immagine luminosa ci sono comunità che vivono di pesca, agricoltura e lavori stagionali, spesso in condizioni precarie, in un Paese dove la povertà resta diffusa e la natura, un tempo madre generosa, è diventata sempre più imprevedibile. Ed è proprio questa isola, apparentemente sospesa tra sogno e mare, a essere ora travolta dalla furia dell’uragano Melissa. Un ciclone di categoria 5 che ha raggiunto venti fino a trecento chilometri orari, con onde alte oltre sei metri e piogge torrenziali destinate a proseguire per ore. Le autorità giamaicane hanno dichiarato lo stato d’emergenza e disposto evacuazioni di massa lungo le coste. Secondo i dati disponibili al momento della pubblicazione, si contano tre vittime accertate in Giamaica e almeno sette complessive in tutta l’area caraibica, includendo Haiti e la Repubblica Dominicana. Migliaia di persone sono state costrette ad abbandonare le proprie case. Le abitazioni di lamiera, comuni nelle periferie urbane e nei piccoli villaggi interni, sono state le prime a cedere sotto la forza del vento. In molte zone l’elettricità è interrotta, le comunicazioni difficili, i soccorsi lenti a raggiungere le aree più isolate. Eppure, anche in mezzo alla paura, la solidarietà non si ferma. Le famiglie si aiutano una vicenda, i centri comunitari si trasformano in rifugi, i volontari distribuiscono cibo e acqua potabile. Dalle radio locali si ascoltano voci calme che invitano a mantenere la speranza: “Ricostruiremo, lo facciamo sempre”, ricostruiremo, come sempre. Ogni tempesta come questa racconta una verità più grande: la crisi climatica non è un’ipotesi, è una realtà. Secondo il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico, la regione dei Caraibi sta sperimentando un aumento medio delle temperature oceaniche di oltre un grado rispetto ai livelli preindustriali, e questo incremento favorisce gli uragani sempre più violenti e imprevedibili. Dietro le statistiche ci sono persone, pescatori che perdono le barche, agricoltori che vedono i raccolti distruttivi, famiglie che ricominciano da zero ogni volta. Sono i nuovi profughi climatici, costretti a lasciare le proprie case non per scelta, ma per sopravvivere. In questo scenario, il lavoro degli attivisti ambientali acquista un significato ancora più profondo. Da anni ci avvertono, ci chiedono di fermarci un momento, di ascoltare. Greta Thunberg è solo un esempio, per la sua giovane età e la forza con cui ha saputo scuotere un’intera generazione. Ma dietro di lei, e accanto a lei, ci sono stati e ci saranno grandissimi guerrieri in questo campo: scienziati, giornalisti, educatori, contadini, uomini e donne che da decenni combattono contro l’indifferenza, spesso nel silenzio. A tutti loro dovremmo riconoscere rispetto e gratitudine, perché non cercano consenso ma coscienza. Ci ricordano che dietro ogni disastro c’è un segnale, e che non basta guardare le immagini: bisogna imparare a soffermarsi, ad ascoltare davvero ciò che vogliono comunicarci. Ogni volta che un uragano colpisce, si misura la distanza tra chi può permettersi di ricostruire e chi no, e si misura la fragilità di un sistema che ha dimenticato la propria interdipendenza. Ma soprattutto, bisognerebbe contare le vite umane spezzate senza avere nessuna colpa, perché è da lì che si comprende la reale entità di una catastrofe. Non nei numeri, ma nelle assenze che lascia dietro di sé. Mentre queste righe vengono scritte, Melissa continua la sua corsa sull’isola. Non sappiamo ancora quale sarà l’entità dei danni, ma sappiamo che, come sempre, saranno i più fragili a pagare il prezzo più alto. Eppure, anche in mezzo al disastro, restano mani, voci, gesti di aiuto che raccontano un’altra parte dell’umanità: quella che non si arrende, che resiste, che ricostruisce. Perché ogni volta che un uragano passa, il vero vento che dovrebbe restare è quello della consapevolezza. Lucia Montanaro
October 28, 2025
Pressenza
Dalla guerra alla giustizia climatica: una settimana di mobilitazione per un futuro comune
Un appuntamento internazionale che riunisce movimenti pacifisti, reti climatiche, associazioni, giovani e comunità locali. Un’iniziativa che nasce dalla consapevolezza che pace e clima non sono due lotte separate, ma due dimensioni inscindibili di una stessa sfida. Per il futuro stesso dell’Umanità. Sono questi i cardini della Settimana di azione globale per la Pace e la Giustizia Climatica attiva dal 15 al 21 settembre 2025 e rilanciata in Italia dalla Rete Italiana Pace e Disarmo. Il tema di quest’anno è racchiuso nello slogan “Disinvestire dalla guerra – Investire nella transizione giusta!”. Perché da un lato occorre agire per chiedere ai Governi di ridurre risorse e finanziamenti destinati a conflitti, abbandonare la folle crescita delle spese militari e dei favori finanziari all’industria bellica. Tutte cose che aggravano la crisi ambientale e sottraggono fondi a sanità, scuola e servizi. Dall’altro, e parallelamente, bisogna orientare energie e capitali collettivi verso un modello di società capace di affrontare il cambiamento climatico in atto – ormai vera e propria crisi – in modo equo, senza lasciare indietro comunità fragili, territori marginalizzati e lavoratori. La guerra non distrugge solo vite e diritti: consuma risorse, devasta ecosistemi, accelera l’emergenza climatica. Per questo la nostra Rete, insieme a tutti i partner globali della Settimana di azione, sottolinea come la pace sia il presupposto di ogni vera transizione ecologica e come la giustizia climatica non possa esistere senza un vero percorso di disarmo. In questa prospettiva, la Rete Italiana Pace e Disarmo lavora già da anni sul tema del “disarmo climatico”, per mettere in evidenza i legami tra militarizzazione e crisi ambientale. Con campagne, studi e iniziative pubbliche abbiamo cercato di aprire anche in Italia un dibattito che oggi trova nuova forza nella mobilitazione globale. In questi giorni sono previsti appuntamenti specifici di confronto e approfondimento legati alla Settimana a Modena, Trieste, Como… ma i temi e i contenuti rilanciati con questa iniziativa troveranno spazio in decine di eventi pacifisti in programma in tutta Italia nelle prossime settimane. L’obiettivo per il futuro è poi quello di coinvolgere le scuole e le università in percorsi di sensibilizzazione, le associazioni in azioni locali capaci di immaginare insieme alternative concrete. Non solo critica di un riarmo che fa male a Umanità e Pianeta, ma anche costruzione di nuove pratiche sociali ed economiche. La Settimana di azione globale rappresenta un’occasione per far sentire la voce di chi chiede politiche coraggiose e coerenti. Partecipare significa contribuire a un futuro in cui sicurezza non significhi accumulo di armi, ma protezione dei diritti, dell’ambiente e della vita delle persone. La Rete Italiana Pace e Disarmo invita perciò cittadini, istituzioni e organizzazioni a unirsi alla mobilitazione in programma in questi giorni come occasione per far partire percorsi quotidiani (con progetti, iniziative, campagne) contrari alla logica distruttiva della guerra per aprire invece la strada a una transizione giusta, fondata sulla pace e sulla cura del pianeta. Campagna internazionale https://climatemilitarism.org/weekofaction/ Rete Italiana Pace e Disarmo
September 17, 2025
Pressenza
Clima, Greenpeace Italia e Recommon: “Soddisfatti che Eni abbia cambiato idea, ora si entri subito nel merito della giusta causa”
“Siamo soddisfatti nel constatare che ENI, a seguito del recente pronunciamento delle Sezioni Unite della Cassazione in fatto di cause climatiche, abbia improvvisamente cambiato idea sulla Giusta Causa. Il ricorso in Cassazione, che fino a pochi giorni fa ENI bollava come ‘una scelta effettuata per perseguire una campagna di disinformazione’, ora viene accolto in maniera positiva dalla stessa azienda”. Così Greenpeace Italia e ReCommon commentano l’annuncio fatto da ENI di aver chiesto la riattivazione del giudizio nell’ambito del contenzioso climatico lanciato nei confronti dell’azienda dalle due organizzazioni e da 12 cittadine e cittadini nel maggio 2023. “Se l’azienda avesse voluto entrare davvero nel merito della causa fin da subito, avrebbe dovuto evitare di sollevare il ‘difetto assoluto di giurisdizione’, come invece ha fatto, costringendo Greenpeace Italia e ReCommon a chiedere un pronunciamento alla Corte suprema di Cassazione”, ricordano le due organizzazioni. A differenza di ENI, Greenpeace Italia e ReCommon auspicano da sempre e con convinzione che si apra un dibattito nel merito. Per le due organizzazioni la Giusta Causa è infatti un’occasione storica per portare alla luce le responsabilità del colosso italiano del gas e del petrolio nel riscaldamento del pianeta e ottenere finalmente giustizia climatica per tutte le persone.   Re: Common
July 31, 2025
Pressenza
Clima, le Sezioni Unite della Cassazione danno ragione a Greenpeace Italia, ReCommon e 12 cittadine e cittadini contro l’ENI
Con una fondamentale decisione pubblicata nel pomeriggio di ieri, le Sezioni Unite della Corte di Cassazione, riunitesi lo scorso 18 febbraio, hanno dato ragione a Greenpeace Italia, ReCommon e 12 cittadine e cittadini, che nei mesi scorsi avevano fatto ricorso alla Suprema Corte, chiedendo se in Italia fosse possibile o meno avere giustizia climatica. «Questa sentenza storica dice chiaramente che anche in Italia si può avere giustizia climatica», commentano Greenpeace Italia e ReCommon. «Nessuno, nemmeno un colosso come ENI, può più sottrarsi alle proprie responsabilità. I giudici potranno finalmente esaminare il merito della nostra causa: chi inquina e contribuisce alla crisi climatica deve rispondere delle proprie azioni». L’importantissimo verdetto avrà infatti impatto su tutte le cause climatiche in corso o future in Italia, rafforzando la protezione dei diritti umani legati alla crisi climatica, già riconosciuti dalla Corte Europea dei Diritti Umani (CEDU). Non solo potrà essere decisa nel merito la causa contro ENI, Cassa Depositi e Prestiti S.p.A. (CDP) e Ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF), avviata da Greenpeace Italia, ReCommon e 12 cittadine e cittadini davanti al Tribunale di Roma perché sia imposto alla società di rispettare l’Accordo di Parigi, ma la decisione indica la strada per tutte le future azioni giudiziarie nel nostro Paese. Questa pronuncia si inserisce nel quadro delle più importanti decisioni giudiziarie europee ed internazionali di climate change litigation. Nel maggio 2023, Greenpeace Italia, ReCommon e i 12 cittadine e cittadini italiani avevano presentato una causa civile nei confronti di ENI, di Cassa Depositi e Prestiti e del Ministero dell’Economia e delle Finanze – questi ultimi due enti in qualità di azionisti che esercitano un’influenza dominante su ENI – per i danni subiti e futuri, in sede patrimoniale e non, derivanti dai cambiamenti climatici a cui il colosso italiano del gas e del petrolio ha significativamente contribuito con la sua condotta negli ultimi decenni, pur essendone pienamente consapevole. ENI, CDP e MEF avevano eccepito “il difetto assoluto di giurisdizione del giudice ordinario adito”, ritenendo che nel nostro Paese una causa climatica non fosse procedibile. Greenpeace Italia, ReCommon e le cittadine e cittadini che hanno promosso la “Giusta Causa” hanno dunque fatto ricorso per regolamento di giurisdizione alla Suprema Corte, a cui hanno chiesto un pronunciamento in via definitiva. Il verdetto delle Sezioni Unite della Cassazione, pubblicato nel pomeriggio di ieri, ha infine dato ragione a cittadine, cittadini e organizzazioni. Il responso della Suprema Corte sancisce senza ombra di dubbio che i giudici italiani si possono pronunciare sui danni derivanti dal cambiamento climatico sulla scorta tanto della normativa nazionale, quanto delle normative sovranazionali e che, dunque, le cause climatiche nel nostro Paese sono lecite e ammissibili anche in termini di condanna delle aziende fossili a limitare i volumi delle emissioni climalteranti in atmosfera. La Cassazione ribadisce anche che un contenzioso climatico come quello intentato da Greenpeace Italia e ReCommon non è affatto un’invasione nelle competenze politiche del legislatore o delle aziende, quali Eni. La tutela dei diritti umani fondamentali di cittadine e cittadini minacciati dall’emergenza climatica è superiore a ogni altra prerogativa e da oggi sarà possibile avere giustizia climatica anche nei tribunali italiani. Inoltre le Sezioni Unite chiariscono che i giudici italiani sono competenti anche in relazione alle emissioni climalteranti emesse dalle società di ENI presenti in Stati esteri, sia perché i danni sono stati provocati in Italia, sia perché le decisioni strategiche sono state assunte dalla società capogruppo che ha sede in Italia. A questo punto il giudice a cui è stato assegnato il contenzioso climatico lanciato nel 2023 da Greenpeace Italia, ReCommon e 12 cittadine e cittadini italiani dovrà entrare nel merito dei danni che ENI ha contribuito ad arrecare agli attori ricorrenti, ma non c’è più alcun dubbio sul diritto ad agire per la tutela dei loro diritti di fronte a un giudice italiano quando gli effetti del cambiamento climatico si verifichino in Italia e quando le decisioni che hanno contribuito al cambiamento climatico siano state prese in Italia. Grazie alla presente azione e alla decisione della Suprema Corte a Sezioni Unite l’Italia si allinea agli altri Paesi più evoluti in cui il clima e i diritti umani trovano una tutela giurisdizionale. Greenpeace Italia e ReCommon attendono ora che il giudice ordinario a cui spetta tornare a decidere su “La Giusta Causa”  superi ogni altra eccezione preliminare ed entri finalmente nel merito, come già avvenuto nei tribunali dei più importanti Paesi europei. Le due organizzazioni e i 12 cittadine e cittadini chiedono che la giustizia faccia il suo corso, come già avviene nei più avanzati ordinamenti giuridici europei. Leggi la sentenza.   Re: Common
July 22, 2025
Pressenza
Dieci città in tutta Italia sfidano le autorità contro il decreto sicurezza con una nuova campagna
Da Ancona a Cagliari e Roma: in una sola giornata, oltre 7.000 adesioni al boicottaggio di massa per chiedere il taglio dell’IVA sui beni essenziali. Con la giornata di ieri si è chiuso un nuovo capitolo della mobilitazione promossa da Ultima Generazione, che ha visto lanciare con forza in tutta Italia la campagna Tagliamo l’IVA, attraverso azioni coordinate nei supermercati per chiedere al governo il taglio dell’IVA sui beni essenziali. Con l’approvazione del nuovo Decreto Sicurezza alla Camera, abbiamo risposto con un’azione capace di aggirare la repressione e rilanciare l’efficacia dell’azione collettiva: un boicottaggio della grande distribuzione organizzata — ovvero dei supermercati — per ottenere una misura concreta e immediata a tutela delle fasce più colpite dall’ingiustizia economica. L’obiettivo è chiaro: raccogliere almeno 100.000 adesioni entro l’11 ottobre, per dare il via a un boicottaggio vero e proprio e generare una pressione economica su larga scala. L’Aquila ha segnato l’apertura ufficiale della campagna, entrando nel vivo con una partecipazione attiva. Le città protagoniste della giornata sono state: Roma, Torino, Genova, Cagliari, Forlì, Rimini, L’Aquila, Bologna, Ancona e Milano. In ognuna di queste località, gruppi di persone comuni hanno dato vita ad azioni nonviolente, interrompendo pacificamente la routine della spesa nei supermercati, esponendo striscioni con scritto “Tagliamo l’IVA” e distribuendo volantini informativi per sensibilizzare clienti e lavoratori. Inoltre, Ultima Generazione ha partecipato al corteo di Roma contro il Decreto Sicurezza, ribadendo la propria opposizione a ogni forma di repressione del dissenso e portando in piazza la richiesta di giustizia climatica ed economica. Quella di oggi è stata una giornata densa, partecipata e determinata, che ha rilanciato con forza il messaggio centrale della campagna: costruire insieme un’azione collettiva ampia e incisiva per la giustizia sociale. PERCHÈ L’AZZERAMENTO DELL’IVA SUI BENI ESSENZIALI? In un Paese dove il potere d’acquisto reale è calato del 10%, azzerare l’IVA su pane, pasta, olio e altri beni di base — oggi tassati tra il 4% e il 10% — è il minimo indispensabile. Ultima Generazione sfida il governo sul suo stesso terreno: chiediamo l’attuazione di una promessa fatta da Fratelli d’Italia, poi rimasta lettera morta. Loro ne hanno fatto propaganda. Noi vogliamo realizzarla davvero. Tagliamo l’IVA! PERCHÉ IL BOICOTTAGGIO? La campagna lanciata oggi è semplice: se entro l’autunno raccoglieremo 100.000 adesioni, da ottobre partirà un boicottaggio organizzato contro i supermercati, per chiedere al governo il taglio dell’IVA sui beni essenziali, finanziato con un prelievo sugli extraprofitti delle grandi aziende responsabili della crisi climatica. Il boicottaggio è una tattica di pressione collettiva che può funzionare: in Croazia ha portato il governo a calmierare i prezzi. Colpendo economicamente e mediaticamente la GDO, possiamo spingerla a sostenere la nostra richiesta. Non toglie responsabilità alla grande distribuzione, che è uno dei settori più potenti e meno trasparenti del Paese: mentre milioni di famiglie e agricoltori subiscono l’inflazione climatica, i colossi del commercio aumentano profitti e potere, scaricando i costi su chi è più fragile. Il boicottaggio sarà complementare alle altre forme di disobbedienza civile già praticate da Ultima Generazione: non è una rinuncia, ma un passo in avanti verso una partecipazione di massa, accessibile, determinata ed efficace. E se smettessimo di fare la spesa tutti assieme?  Fallo anche tu: https://vai.ug/boicottaggio COSA CHIEDIAMO? PROTEGGIAMO I RACCOLTI DALLA CRISI CLIMATICA L’agricoltura è in crisi per colpa del collasso climatico: siccità, alluvioni e grandinate mettono a rischio i raccolti e, di conseguenza, la sopravvivenza delle piccole aziende agricole italiane. Proteggiamo i raccolti attraverso politiche che sostengano economicamente gli agricoltori e tutelino le risorse naturali, fermando il consumo di suolo e promuovendo pratiche climaticamente sostenibili. AGGIUSTIAMO I PREZZI TAGLIANDO L’IVA Il cibo costa troppo per chi lo compra e rende poco a chi lo produce. Chiediamo a Meloni il taglio immediato dell’IVA sui beni essenziali: basta tassare i bisogni vitali. Impegniamoci in almeno 100.000 a dire questo basta coi fatti: niente spesa nei supermercati da sabato 11 ottobre finchè non verrà tagliata l’IVA sui beni essenziali. Quando la rabbia collettiva si organizza, diventa forza vera. FACCIAMO PAGARE I RESPONSABILI Chi rompe paga: la transizione non può essere finanziata con le nostre tasse ma con le ricchezze e privilegi di chi ha speculato per decenni sul nostro benessere e sul nostro ambiente. È responsabilità del governo reperire le risorse dove già esistono: l’agrobusiness, la GDO, i grandi patrimoni, l’industria fossile e quella militare. PROSSIMI PROCESSI: * 3 giugno, ore 9.30: Roma, sentenza per azione alla fontana Barcaccia * 5 giugno, ore 9.00: Roma, udienza predibattimentale per blocco A91 Magliana del 18.12.21 * 5 giugno, ore 9.00: Roma, udienza predibattimentale per giorno 25 sciopero della fame Alessandro Berti a Montecitorio * 5 giugno, ore 11.00: Roma, sentenza per azione alla fontana di Trevi * 9 giugno, ore 12.30: Roma, udienza dibattimentale (esame testi dell’accusa e imputate, visione documenti prodotti) per interruzione Beach Volley * 10 giugno, ore 9: Roma, udienza predibattimentale per accusa di diffamazione da ENI contro professore di storia Michele Giuli * 10 giugno, ore 9.00: Roma, udienza predibattimentale per coloramente dei muri del Ministero della Transizione Ecologica  I NOSTRI CANALI: Aggiornamenti in tempo reale saranno disponibili sui nostri social e nel sito web: * Sito web:https://ultima-generazione.com * Facebook@ultimagenerazione.A22 * Instagram@ultima.generazione * Twitter@UltimaGenerazi1 * Telegram@ultimagenerazione Ultima Generazione è una coalizione di cittadini ed è membro del network A22. Ultima Generazione
June 1, 2025
Pressenza
Lo striscione di Extinction Rebellion al Colosseo: “Disarmare la Terra”
Nel giorno dei funerali di Papa Francesco, Extinction Rebellion ha srotolato uno striscione dalle arcate del Colosseo con scritto “Disarmare la Terra”, riprendendo una citazione del pontefice. La frase era contenuta nella lettera  inviata al Corriere della Sera lo scorso marzo. Il gesto vuole denunciare la deriva autoritaria e bellica del governo italiano e dei governi mondiali, i cui esponenti in questi giorni stanno celebrando il messaggio di Bergoglio, dopo averlo ignorato o ostacolato fin quando lui era in vita. La sicurezza è intervenuta per rimuovere lo striscione. Nonostante tutte e sei le persone abbiamo fornito i documenti e non abbiano opposto resistenza di alcun tipo né causato alcun danno, sono state trasferite senza motivo presso il Commissariato Celio. “Srotoliamo questo striscione in un luogo che per secoli è stato simbolo del potere imperiale, per denunciare l’ipocrisia di capi di Stato, ministri ed esponenti di partito che in questi giorni stanno celebrando il messaggio di Bergoglio, messaggio che hanno ignorato se non ostacolato finché lui era in vita” dichiara Alba di Extinction Rebellion.“Un messaggio che parlava di pace e giustizia climatica. Esattamente l’opposto delle politiche italiane e americane, che stanno aumentando drammaticamente le spese militari e ostacolando la transizione ecologica ”. Proprio negli scorsi giorni, infatti, il ministro della difesa Guido Crosetto ha confermato l’aumento al 2% del PIL della spesa militare, un impegno in linea con quanto promesso da Giorgia Meloni a Donald Trump durante il suo recente viaggio negli Stati Uniti. Secondo Crosetto solo un punto di partenza verso il 5%, un triplicare gli stanziamenti per soldati e armi, passando da 32 a oltre 100 miliardi di euro, sottraendo quei fondi a quelli destinati allo sviluppo, al welfare e alla mitigazione degli impatti della crisi climatica. “Disarmare la Terra oggi è un imperativo morale. L’Italia è il paese europeo più colpito dagli eventi climatici estremi, con il più alto numero di morti e danni causati da alluvioni, tempeste e ondate di siccità” commenta ancora Alba. L’Italia in 30 anni ha subito danni climatici per 60 miliardi di euro e 38.000 decessi. Nell’ultimo anno, tuttavia, il governo italiano ha annunciato ingenti investimenti volti a rendere l’Italia un hub del gas fossile e contrastato ogni decisione volta a ridurre le emissioni e lo sfruttamento degli ecosistemi. Tristi record che si aggiungono a quelli climatici: quello appena passato è stato il marzo più caldo mai registrato in Europa, dopo un anno, il 2024, che ha superato per la prima volta la soglia invalicabile dell’aumento di 1,5°C di riscaldamento globale. “Fate chiasso, aveva detto Papa Francesco a chi lottava per la difesa della Terra. E allora sì, oggi facciamo chiasso. Perché la coerenza vale più della sobrietà, e il futuro ha bisogno di rumore.” conclude Extinction Rebellion. Drive con Foto e Video: 04.26 – Google Drive Contatti Ufficio Stampa: +39 3296369686 – stampa@extinctionrebellion.it   Extinction Rebellion
April 26, 2025
Pressenza