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Israele autorizza i libri di preghiera ebraici ad Al-Aqsa: perché può aggravare le tensioni
Domenica 16 agosto, alcuni fedeli ebrei sono entrati nel complesso della Moschea di Al-Aqsa portando con sé i siddurim, i libri della liturgia ebraica, e hanno celebrato il rito collettivamente. È la prima volta che le autorità consentono apertamente l’introduzione dei testi sacri nella Spianata, chiamata dagli ebrei Monte del Tempio. Il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir ha confermato l’episodio al Jerusalem Post, senza fornire ulteriori spiegazioni. La polizia si è limitata ad affermare di agire secondo «le direttive del livello politico» e le valutazioni operative. Non si tratta soltanto di una preghiera sussurrata sotto la protezione della polizia. L’allentamento delle regole segna una svolta ben più profonda: incrina gli equilibri religiosi di Gerusalemme e riporta al centro le attese messianiche legate alla ricostruzione del Terzo Tempio. Il giornalista di destra Arnon Segal, che ha condiviso la fotografia dei fedeli intenti a pregare domenica scorsa, ha parlato di un «esperimento iniziale», precisando che non esiste ancora un’autorizzazione generale. Il 19 agosto, Segal ha pubblicato una seconda fotografia su X in cui si vedono altre 15 persone autorizzate pregare sulla spianata del Tempio. Ciò che fino a pochi anni fa comportava l’allontanamento o l’arresto viene ormai tollerato e mostrato come un fatto compiuto. In base allo status quo definito dopo la Guerra dei Sei Giorni del 1967, soltanto i musulmani possono celebrare il culto nel complesso, mentre ebrei e cristiani pregano presso il Muro Occidentale. Israele, tuttavia, controlla gli accessi attraverso la polizia. Con l’arrivo di Ben-Gvir, il divieto formale è stato progressivamente svuotato: il ministro ha guidato riti pubblici e gli agenti hanno iniziato a consentire fogli liturgici, canti e prostrazioni. Il Waqf, la fondazione islamica legata alla Giordania che amministra Al-Aqsa, denuncia uno «smantellamento sistematico» diretto a trasformare la Spianata in un luogo di culto condiviso, modificandone l’identità musulmana. La seconda foto pubblicata su X dal giornalista di destra Arnon Segal il 19 agosto, in cui si vedono altre 15 persone autorizzate pregare nel complesso della Moschea di Al-Aqsa. Gerusalemme ha già mostrato quanto possa essere esplosivo un gesto compiuto sulla Spianata. Il 28 settembre 2000 Ariel Sharon, allora leader dell’opposizione, vi entrò scortato da centinaia di agenti. Quella “passeggiata” divenne il detonatore della Seconda Intifada. Da allora, le incursioni di attivisti e coloni si sono moltiplicate, fino alla svolta impressa da Ben-Gvir. Nel 2025, il ministro guidò apertamente una preghiera collettiva; il 23 luglio scorso, durante il Tisha B’Av, migliaia di visitatori ebrei salirono sul Monte, mentre alcuni celebrarono riti alla presenza delle forze dell’ordine. Il premier israeliano Benjamin Netanyahu continua a sostenere che nulla sia cambiato, ma la politica reale racconta il contrario: la deroga occasionale sta diventando consuetudine e la consuetudine prepara una nuova sovranità. Limitarsi alla chiave geopolitica significa, tuttavia, cogliere soltanto una parte della posta in gioco. Il Monte del Tempio, chiamato dai musulmani Haram al-Sharif, è il luogo più sacro dell’ebraismo e ospita la Cupola della Roccia e la Moschea di Al-Aqsa, terzo santuario dell’Islam. Qui sorgevano il Primo e il Secondo Tempio. Da anni, associazioni israeliane preparano arredi, vesti sacerdotali e rituali per una futura ricostruzione. Un tempo marginali, queste organizzazioni hanno conquistato spazio nella società e interlocutori nelle istituzioni. L’ingresso dei siddurim non annuncia l’imminente edificazione del Terzo Tempio, ma rende politicamente concepibile ciò che apparteneva quasi esclusivamente all’immaginario messianico. Il ritorno del santuario possiede una valenza escatologica anche nella tradizione cristiana. Padri della Chiesa come Ireneo di Lione, Ippolito Romano, Cirillo di Gerusalemme e Giovanni Damasceno collegarono la sua ricostruzione alla manifestazione finale dell’Anticristo, precedente alla Parusia. Ippolito scrisse che questi avrebbe innalzato nuovamente «il tempio di pietra in Gerusalemme», stabilendovi il proprio dominio prima di essere sconfitto dalla venuta di Cristo. Non si tratta di una dottrina accolta uniformemente da tutto il cristianesimo, ma di una linea interpretativa antica, fondata anche sui passi di Daniele e della Seconda lettera ai Tessalonicesi. Quella lettura è stata ripresa e trasformata in programma politico da una parte del sionismo cristiano statunitense. Per il premillenarismo dispensazionalista, il ritorno degli ebrei nella Terra promessa, il controllo di Gerusalemme e, secondo alcune correnti, la rinascita del santuario rappresentano tappe verso la seconda venuta di Cristo. Il sostegno a Israele non risponde quindi soltanto a calcoli strategici: per milioni di evangelici significa partecipare al compimento della profezia. Sulla Spianata convergono così il messianismo della destra religiosa israeliana e l’escatologia evangelica, capace di condizionare la politica estera di Washington. Dopo l’11 settembre, queste suggestioni si sono saldate agli interessi dell’apparato bellico e ai progetti di ridisegnare il Medio Oriente. In questa prospettiva, in cui strategia e fede si sovrappongono, la guerra non rappresenta più soltanto un rischio da scongiurare, ma può essere interpretata come il passaggio necessario per compiere una profezia. The post Israele autorizza i libri di preghiera ebraici ad Al-Aqsa: perché può aggravare le tensioni appeared first on L'INDIPENDENTE.
August 22, 2026
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