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Studenti con i lavoratori. Dov’è il problema?
1. Haji è una studentessa del Liceo Machiavelli Capponi di Firenze. È stata segnalata ai Servizi Sociali per aver partecipato alla protesta degli operai de L’Alba davanti al negozio di Patrizia Pepe in piazza Duomo a Firenze. 2. Siamo di fronte a un atto intimidatorio. Prima la convocazione insieme ai […] L'articolo Studenti con i lavoratori. Dov’è il problema? su Contropiano.
February 25, 2026
Contropiano
A Roma indagati 21 tra agenti e carabinieri per furto a Coin. Altri tre per traffico di droga
Sarà una coincidenza ma la sindrome delle “mele marce” sembra voler continuare a riempire il cesto. E’ passato poco più di una settimana dagli arresti per traffico di droga nella zona del Tufello in cui sono stati arrestati anche tre agenti di polizia che, sempre a Roma, tra le 44 […] L'articolo A Roma indagati 21 tra agenti e carabinieri per furto a Coin. Altri tre per traffico di droga su Contropiano.
February 25, 2026
Contropiano
Il capo dei Ros ammette: «sulla morte di Cagol non abbiamo indagato»
Corre veloce il processo di Alessandria per la sparatoria del 5 giugno 1975 davanti la cascina Spiotta, dove era stato nascosto l’imprenditore vinicolo Vallarino Gancia, rapito dalla colonna torinese della Brigate rosse per autofinanziare l’organizzazione e nella quale morirono la fondatrice della Brigate rosse Margherita Cagol e alcuni giorni dopo, […] L'articolo Il capo dei Ros ammette: «sulla morte di Cagol non abbiamo indagato» su Contropiano.
February 13, 2026
Contropiano
I fiori per Mara Cagol sotto sorveglianza, l’indagine paranoica
Era il giugno del 2022, da almeno sei mesi la procura di Torino aveva riaperto le indagini per la sparatoria avvenuta 46 anni prima davanti la cascina Spiotta, in località Arzello, nel Monferrato. Nel conflitto a fuoco erano rimasti uccisi l’appuntato dei carabinieri Giovanni D’Alfonso e la fondatrice delle Brigate […] L'articolo I fiori per Mara Cagol sotto sorveglianza, l’indagine paranoica su Contropiano.
February 5, 2026
Contropiano
“Framing Gaza”, lo studio che smaschera la parzialità dei media occidentali
Le principali testate di otto Paesi occidentali hanno sistematicamente privilegiato la narrazione israeliana e marginalizzato le prospettive palestinesi nella copertura del genocidio di Gaza, omettendo le loro rivendicazioni storiche e il contesto dell’occupazione. È quanto rivela il rapporto di Media Bias Meter, Framing Gaza: A Comparative Analysis of Media Bias in Eight Western Outlets, che ha analizzato 54.449 articoli pubblicati in cento settimane, dal 7 ottobre 2023 ad agosto 2025, dallo statunitense The New York Times, dalla britannica BBC, dal canadese The Globe and Mail, dal francese Le Monde, dal tedesco Der Spiegel, dal belga La Libre Belgique, dall’italiano Corriere della Sera e dall’olandese De Telegraaf. Dalla ricerca emerge uno schema coerente: una distorsione strutturale del racconto a favore del frame israeliano. Il risultato è un’informazione che, pur proclamandosi equilibrata, finisce per legittimare la violenza di Stato come «autodifesa», normalizzare l’occupazione e relegare le vittime palestinesi a un ruolo secondario, disumanizzandole e filtrandole attraverso «la lente del terrorismo».  Il pregiudizio che unisce i media occidentali Lo studio mostra come, al di là delle linee ideologiche, l’architettura comunicativa risponda allo stesso schema: Israele al centro del discorso, la Palestina confinata a nota a margine o a cornice funzionale. La genesi di questo processo, sostiene G.G. Darwiche – coautrice del rapporto e portavoce del collettivo che riunisce professionisti della tecnologia che analizzano i bias dei media occidentali sulla Palestina per promuovere una narrazione più equa, sostenuto dalla coalizione TechforPalestine – risale almeno ai primi anni Duemila, in cui già diversi articoli descrivevano i palestinesi come «una minaccia per l’esistenza di Israele». «Non si tratta nemmeno di destra contro sinistra», continua Darwiche, smontando il mantra che vorrebbe il pluralismo politico come antidoto alla distorsione informativa. Dall’analisi delle testate emergono dei pattern chiari e definiti che trasformano «accuse vaghe di faziosità in prove inconfutabili». La sorpresa non è che mezzi di informazione esplicitamente conservatori alimentino tale narrazione, ma che i media centristi e progressisti – come il New York Times, Der Spiegel, Globe and Mail e BBC – risultino persino più sbilanciati di tabloid di destra come De Telegraaf. Secondo il rapporto, per preservare un’immagine moralmente accettabile di Israele presso un pubblico più critico, queste testate avrebbero «corretto eccessivamente», finendo per riprendere senza verifica le comunicazioni ufficiali israeliane e per mettere in ombra dati, testimonianze e violazioni documentate ai danni del popolo palestinese. «I media centristi o progressisti adottano forme di distorsione molto più sottili, ma costanti e pervasive, basate soprattutto sull’omissione del contesto, che finisce per cancellare la realtà dei fatti», spiega ancora Darwiche, che ci racconta come il gruppo di lavoro sia rimasto “sorpreso” dai risultati, essendo partito dall’ipotesi opposta, ossia che «i giornali di destra, populisti o conservatori, sarebbero risultati i più faziosi». Come si costruisce il frame Il conflitto in Medio Oriente viene spesso raccontato come una contrapposizione in cui l’esistenza di un popolo esclude quella dell’altro e in cui a essere sacrificati sono sempre i palestinesi. Questa logica si riflette nella narrazione mediatica, che li relega al ruolo di “antagonisti” e li frammenta in “abitanti di Gaza” o “della Cisgiordania”, evitando di riconoscerli come un unico popolo. E già l’analisi dei titoli è rivelatrice: il New York Times cita “Israele” 186 volte per ogni menzione di “Palestina”. E quando il termine “Palestina” compare (è il caso della BBC, con 80 titoli su 91), è quasi sempre per parlare di proteste, di reazioni internazionali o di scontri terminologici. In questo modo, la Palestina come soggetto politico svanisce, sostituita da un’astrazione. Il contesto dell’occupazione – cuore del conflitto – viene cancellato: su Der Spiegel, soltanto due articoli su oltre tremila riferimenti riconoscono i Territori Palestinesi come “occupati”. Il risultato è che si «oscura sia l’illegalità degli insediamenti sia le loro conseguenze materiali per i palestinesi». Agli artifici semantici si affianca la gerarchia dei temi: perfino durante la carestia, il lessico del “terrorismo” ha doppiato quello della “crisi umanitaria”, mentre il diritto all’“autodifesa” viene implicitamente riconosciuto a Israele, ma non ai palestinesi che vengono associati alla categoria di “terroristi”. In questo modo, «il lettore interiorizza il frame dei palestinesi come minaccia più che come vittime, e dell’azione militare israeliana come “risposta” anziché aggressione». BBC e Le Monde, in due terzi degli articoli, hanno riprodotto tale linguaggio, contribuendo a perpetuare stereotipi coloniali, dipingendo arabi e musulmani come intrinsecamente violenti, barbari e irrazionali. Spersonalizzazione e disumanizzazione Le accuse israeliane secondo cui i giornalisti palestinesi sarebbero militanti o simpatizzanti di Hamas vengono spesso accolte dai media quasi senza contestazione. A volte, basta aver intervistato un funzionario del governo di Hamas per essere etichettati come “operativi” o collusi con l’organizzazione. La disumanizzazione emerge anche nel modo in cui i minori palestinesi vengono descritti. Bambini detenuti in regime amministrativo e spesso senza accuse, raramente vengono chiamati per quello che sono: “bambini”. Al loro posto compaiono etichette come “adolescenti” o “giovani adulti”. Questo “rebranding” li priva della loro infanzia e ne attenua l’innocenza e la vulnerabilità, rendendo la loro detenzione più accettabile. Foto di Shutterstock Così, il ricorso a frasi-template, ripetute ossessivamente centinaia di volte, fissa il frame “Israele risponde al 7 ottobre”. Emblematica la diffusione, mai verificata né tantomeno rettificata, di fake news usate per presentare la risposta israeliana come “inevitabile”. È il caso di Der Spiegel e del Corriere della Sera, che hanno rilanciato la falsa storia dei “bambini decapitati”, senza poi smentirla né correggerla, mostrando come narrazioni emotive e sensazionalistiche possano oscurare i fatti e alimentare processi di disumanizzazione. Ciò che non si dice: diritto al ritorno, Nakba e lessico militarizzato Un altro aspetto rivelatore è ciò che l’informazione sceglie sistematicamente di non dire. Il rapporto mostra come concetti fondamentali per comprendere la storia palestinese – dal “diritto al ritorno” alla Nakba – siano quasi assenti dal lessico mediatico: in oltre 50.000 articoli, il diritto al ritorno viene citato solo 38 volte, mentre i riferimenti alla Nakba compaiono raramente e spesso in forma edulcorata, come una “fuga” o un “esodo”. Allo stesso tempo, espressioni desunte dal linguaggio militare, come “attacchi di precisione” o “scudi umani”, ricorrono decine di volte in tutte le testate, contribuendo a costruire un’immagine di razionalità, controllo e necessità. Ancora più sbilanciata è la copertura del “diritto all’esistenza”, invocato per Israele in modo schiacciante rispetto alla Palestina, quasi che il riconoscimento di un popolo debba essere meritato e non intrinseco. Sommati, questi elementi concorrono a rimuovere la dimensione coloniale del conflitto e trasformano una popolazione assediata in un soggetto privo di diritti. Palestinesi detenuti durante la cosiddetta ”Nakba” del 1948 Cosa resta nella memoria collettiva Le conseguenze non sono solo simboliche: i frame mediatici orientano la percezione pubblica, le scelte dei governi e, più in generale, ciò che passerà alla storia. «Raccogliere ora le prove di un inquadramento fazioso garantisce che il resoconto non possa essere cancellato», si legge nel report. Un’informazione che minimizza le violazioni, che evita parole come “blocco”, “apartheid”, “insediamenti illegali”, produce un immaginario depoliticizzato, dove la sofferenza palestinese appare inevitabile, quasi naturale. È in questo vuoto che si legittimano politiche estere compiacenti, ritardi nelle condanne e ambiguità diplomatiche. Il metodo impiegato dal rapporto non pretende di misurare l’intero spettro delle responsabilità giornalistiche, ma offre un dato oggettivo: l’omissione è una forma di parzialità quanto la menzogna. E quando coinvolge otto tra le più influenti testate occidentali, non è più un’anomalia: è un paradigma che impone di ripensare il ruolo dell’informazione, il suo rapporto con il potere e la sua capacità – o volontà – di raccontare ciò che avviene davvero, anche quando la verità disturba. L'Indipendente
November 20, 2025
Pressenza
Armi chimiche, segreti militari e degrado ambientale: la lunga storia del centro NBC di Civitavecchia
Nato per mettere in sicurezza le armi chimiche del Novecento, il Centro Tecnico Logistico Interforze NBC oggi è al centro di un’inchiesta per disastro ambientale. Documenti parlamentari, relazioni ufficiali e testimonianze raccontano una storia di silenzi, proroghe e allarmi rimasti inascoltati. Il laboratorio segreto d’Italia Il Centro Tecnico Logistico Interforze NBC di Civitavecchia nasce dalla fusione di due enti preesistenti nel comprensorio militare di Santa Lucia: il Centro Tecnico Militare Chimico Fisico e Biologico, dedicato alla sperimentazione nel settore NBC (nucleare, biologico e chimico), e lo Stabilimento Militare Materiali per la Difesa NBC, responsabile di sviluppo, produzione e collaudo di materiali per la difesa. Per anni, questa struttura ha rappresentato l’eccellenza della ricerca militare italiana nel campo della protezione da agenti tossici. Oggi, però, torna sotto i riflettori per ragioni ben diverse: il deterioramento dei contenitori di stoccaggio e i rischi ambientali legati alla presenza di migliaia di ordigni chimici risalenti alle guerre mondiali. L’eredità delle guerre Nel silenzio di decenni, a Santa Lucia sono state raccolte e messe in sicurezza migliaia di munizioni chimiche provenienti da tutta Italia: residuati della Prima e della Seconda Guerra Mondiale caricati con iprite, arsenico, fosgene e adamsite. Materiali estremamente tossici ma non più utilizzabili, da custodire fino alla distruzione definitiva prevista dagli accordi internazionali della Convenzione sulle armi chimiche. Il Centro divenne così l’unico impianto nazionale autorizzato al recupero e alla distruzione delle armi chimiche, assumendo nel tempo un ruolo cruciale, ma l’accumulo di materiali, la complessità tecnica e la lentezza delle procedure hanno trasformato un deposito temporaneo in una struttura sovraccarica e fragile. Dal deposito protetto al sequestro giudiziario Nel 2025, il centro è tornato al centro delle cronache. Indagini giornalistiche e inchieste della magistratura hanno rivelato criticità strutturali gravi: tonnellate di rifiuti militari ad alto rischio conservati in monoliti di cemento deteriorati, con ferri d’armatura esposti e infiltrazioni. La Procura di Civitavecchia, guidata da Alberto Liguori, ha disposto il sequestro dell’area ipotizzando i reati di disastro ambientale colposo e omessa bonifica. L’accusa: i sistemi di contenimento non sarebbero più sicuri e le acque meteoriche potrebbero trascinare sostanze tossiche nel terreno. Venti alti ufficiali dell’esercito sono finiti sotto indagine per omessa vigilanza. Le autorità locali, dal Comune di Civitavecchia all’Osservatorio Ambientale, hanno chiesto chiarezza. Le analisi di Acea sull’acqua potabile non rilevano contaminazioni, ma gli esperti invocano monitoraggi costanti e un piano di messa in sicurezza di lungo periodo. Un allarme già scritto nei documenti ufficiali Molto prima del sequestro, la Relazione annuale 2018 del Senato della Repubblica sull’attuazione della Convenzione per la proibizione delle armi chimiche descriveva Santa Lucia come “l’unico impianto nazionale abilitato al recupero, immagazzinaggio e distruzione delle armi chimiche”. A fine 2017, il centro custodiva 13.600 ordigni chimici prodotti prima del 1946, classificati come Old Chemical Weapons. Quelle armi, secondo gli impegni internazionali, avrebbero dovuto essere distrutte entro il 2012. L’OPAC, l’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche, aveva concesso una proroga, chiedendo all’Italia di completare l’operazione “il prima possibile”. Il Senato segnalava anche la necessità di un “adeguamento urgente degli impianti”, un intervento mai realizzato. Letto oggi, quel monito assume il valore di una profezia. Ogni anno, l’Italia invia all’OPAC una dichiarazione volontaria sulla situazione del sito: un segno di trasparenza, ma anche la conferma che Santa Lucia resta un luogo sotto osservazione internazionale. La risoluzione Artini e le proteste del territorio Già nel 2016, la Risoluzione Artini denunciava le condizioni precarie dei monoliti di cemento e il malcontento della popolazione. Il Ministero della Difesa aveva avviato uno studio con la società Dynasafe per introdurre un nuovo impianto basato su ossidazione termica, ma il progetto suscitò forti opposizioni. I cittadini temevano che il nuovo impianto potesse funzionare come un inceneritore. Le associazioni — tra cui ISDE, i medici per l’ambiente — chiesero la sospensione del piano e l’avvio di una bonifica dell’area, partendo dalla rimozione dei monoliti. Il 9 giugno 2016 il Sottosegretario alla Difesa Gioacchino Alfano, durante un incontro ufficiale si impegnò a valutare soluzioni alternative e garantire maggiore trasparenza. La risoluzione chiedeva inoltre che Santa Lucia fosse riconosciuta come sito di interesse nazionale, con interventi di bonifica, monitoraggio e informazione pubblica costante. Un impianto ad alto rischio controllato Nel Piano di Emergenza Comunale di Civitavecchia del 15 gennaio 2024, il deposito militare di Santa Lucia è classificato come impianto a rischio di incidente rilevante. Il documento descrive un sito blindato, sorvegliato 24 ore su 24, dotato di sistemi antincendio automatici e monitoraggio continuo, progettato per evitare qualsiasi fuga di sostanze tossiche. Nonostante le misure di sicurezza, il rischio resta alto: la normativa europea lo definisce “antropico-tecnologico”, cioè derivante da attività umane. Il Piano individua Santa Lucia come uno dei nodi più sensibili del territorio, richiedendo aggiornamento costante dei protocolli di prevenzione. Il piano di rilancio: SMD 29/2023 L’8 maggio 2024, in Commissione Difesa, il deputato Anastasio Carrà (Lega) ha illustrato il programma SMD 29/2023, destinato alla distruzione delle Old Chemical Weapons. Il piano prevede l’acquisto di un impianto Dynasafe SDC-1200, tecnologia capace di decomporre ordigni chimici a temperature tra i 400 e i 550 gradi, con sistemi di trattamento dei gas per evitare dispersioni. Finanziato con 29 milioni di euro del Ministero della Difesa, il progetto include cinque anni di assistenza tecnica e formazione del personale. L’obiettivo è riportare il Centro alla piena operatività entro quattro anni e completare la distruzione delle armi chimiche ancora presenti in Italia. La voce dei militari Anche il Sindacato Unitario Militari (S.U.M.) ha espresso profonda preoccupazione per le condizioni ambientali del sito. Secondo le segnalazioni ricevute, i monoliti — nati per isolare le sostanze tossiche — risulterebbero oggi fortemente deteriorati. Il S.U.M. ha chiesto interventi immediati all’Ufficio per il Coordinamento dei Servizi di Vigilanza d’Area e ha sollecitato al Ministero della Difesa a individuare soluzioni alternative di stoccaggio, tutelando il personale e le loro famiglie. “Chiediamo che le risultanze dei controlli vengano comunicate al S.U.M. — si legge nella nota — per garantire la massima trasparenza e la tutela dei diritti collettivi”. Una verità ancora sospesa L’inchiesta giudiziaria è solo all’inizio, ma la sua lentezza preoccupa. Conoscendo i tempi della giustizia e la natura militare dell’impianto, il rischio è che la vicenda si trascini per anni, senza arrivare a una verità né a una bonifica. È uno scenario già visto in altre storie italiane, come ricordato nel documentario Terra a Perdere di Chiara Pracchi, dove procedimenti complessi finiscono per dissolversi nel tempo. Serve un intervento deciso del governo, non per interferire con la magistratura, ma per risolvere le criticità strutturali e accelerare le operazioni di messa in sicurezza. Solo così si potrà impedire che un centro nato per proteggere il Paese diventi l’ennesimo simbolo di emergenza ambientale irrisolta. Fonti: https://www.fivedabliu.it/wp-content/uploads/2025/11/Dossier-Senato-n.-6_336222.pdf https://parlamento17.openpolis.it/atto/documento/id/317702? https://civitavecchia-api.municipiumapp.it/s3/2166/allegati/allegati/pec-cvt-ii-parte_compressed.pdf https://documenti.camera.it/leg19/resoconti/commissioni/bollettini/pdf/2024/05/08/leg.19.bol0303.data20240508.com04.pdf? https://www.sindacatounicodeimilitari.it/s-u-m-preoccupazione-per-la-situazione-ambientale-del-comprensorio-di-santa-lucia-a-civitavecchia-sede-del-centro-tecnico-logistico-interforze-nbc/ https://www.fivedabliu.it/2021/11/10/processo-per-i-veleni-del-poligono-di-quirra-tutti-assolti/     Fivedabliu
November 15, 2025
Pressenza