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Vittime e danni degli attacchi di Usa e Israele a marzo su Teheran
Nella ricerca pubblicata oggi, Amnesty International ha dichiarato che gli attacchi della coalizione statunitense-israeliana del marzo 2026 sulla capitale iraniana Teheran hanno ucciso e ferito decine di civili. Per determinare se si sia trattato di crimini di guerra, questi attacchi devono essere indagati in modo indipendente e imparziale. La recente escalation tra Usa e Iran, col mortale attacco statunitense del 1° settembre contro una cerimonia di nozze nella provincia dell’Hormozgan e le rappresaglie iraniane contro Giordania, Kuwait, Iraq e Bahrein, dimostra che i rischi per le popolazioni civili in tutta la regione restano elevati. REPORT DEADLY US-ISRAELI STRIKES ON DENSELY POPULATED TEHRAN NEIGHBOURHOODS  La ricerca effettuata da Amnesty International ha riguardato attacchi aerei contro i quartieri di Niloufar, Resalat e Javadieh compiuti tra il 1° e il 13 marzo. Questi attacchi contro aree densamente popolate di Teheran, in cui sono state impiegate armi esplosive che producono effetti a vasto raggio, hanno ucciso e ferito civili e hanno causato ampi danni ad abitazioni, negozi e altri edifici civili: a Resalat hanno distrutto o danneggiato una struttura appartenente a uno dei battaglioni basij dei Guardiani della rivoluzione e tre edifici nelle vicinanze, almeno uno dei quali era un palazzo residenziale, uccidendo 16 civili; a Niloufar e Javadieh hanno causato almeno 25 morti tra i civili e distruzioni o danni a stazioni di polizia, abitazioni vicine e altre strutture civili. Il diritto internazionale umanitario considera di norma le forze di polizia alla stregua di civili a meno che non siano incorporate nelle forze armate o stiano direttamente prendendo parte a ostilità. In Iran le forze di polizia fanno parte di una più ampia struttura militare e, dunque, le stazioni di polizia possono essere qualificate come obiettivi militari. Sebbene nel marzo 2026 le forze statunitensi e israeliane abbiano annunciato di aver colpito obiettivi del “regime”, non hanno confermato di aver compiuto gli attacchi oggetto della ricerca di Amnesty International. Ai fini della sua ricerca, Amnesty International ha analizzato immagini satellitari, verificato 60 video pubblicati online, esaminato dichiarazioni ufficiali delle autorità iraniane, israeliane e statunitensi e intervistato due persone all’interno dell’Iran, usando pseudonimi per tutelare la loro sicurezza. Le immagini satellitari scattate a Teheran tra l’11 e il 14 marzo e le prove audiovisive mostrano che l’attacco ha distrutto alcune parti della stazione di polizia 117 (“Kalantari 117”) in viale Ghorbani e altri edifici nelle sue vicinanze. I video verificati da Amnesty International mostrano l’impatto dell’esplosione a oltre 50 metri di distanza e i gravi danni causati a edifici residenziali e strutture commerciali. In un video si vedono soccorritori al lavoro. Una fotografia pubblicata da un quotidiano governativo mostra alcune persone osservare due oggetti scuri e cilindrici di metallo a terra. Amnesty International li ha identificati come parti di una JDAM (Joint Direct Attack Munition), specificamente la sezione in cui si trova l’unità Gps. Queste munizioni sono prodotte negli Usa ed è noto il loro uso da parte sia delle forze israeliane che di quelle statunitensi. Niloufar, Teheran centrale – Secondo testimonianze oculari, notizie di stampa e dichiarazioni delle autorità iraniane, l’attacco del 1° marzo 2026 ha ucciso almeno 20 civili. L’attacco è avvenuto alle 21, quando i ristoranti e i bar erano aperti e la presenza di civili era del tutto prevedibile. Gli attacchi hanno colpito direttamente e distrutto la stazione di polizia 104 Abbas Abad (“Kalantari 104”), situata in via Eshghiyar, nella zona di piazza Niloufar. I video verificati da Amnesty International mostrano la distruzione della stazione di polizia ed estesi danni a edifici, negozi e altre strutture civili fino a 100 metri di distanza dall’esplosione. Un giornalista recatosi sul posto ha dichiarato che la devastazione ha interessato ben oltre la stazione di polizia: tanti appartamenti sono stati dichiarati inagibili e molti civili sono rimasti uccisi, compresi un uomo e suo figlio che stavano lavorando in una panetteria. Resalat, Teheran orientale – Il 9 marzo 2026, intorno alle 14.30, un attacco aereo ha provocato almeno 16 morti e decine di feriti tra i civili. Amnesty International ha analizzato prove da fonti aperte, testimonianze oculari, notizie pubblicate dagli organi d’informazione statali e dichiarazioni delle autorità iraniane e della Mezzaluna rossa. L’attacco ha colpito direttamente una struttura appartenente a un battaglione basij dei Guardiani della rivoluzione. Amnesty International non ha potuto verificare in modo indipendente quanti attacchi siano stati condotti e quale fosse la natura di tutti gli edifici colpiti a Resalat, ma le immagini satellitari mostrano quattro distinti edifici pesantemente danneggiati o distrutti: tra questi un palazzo noto come Numero 12 (“Pelak-e 12”). Un testimone oculare ha dichiarato che sono stati uccisi almeno 13 inquilini: il portinaio e 12 membri di un’unica famiglia. Dalle immagini satellitari, dai video e dai racconti dei testimoni, Amnesty International ha concluso che probabilmente l’edificio Numero 12 è stato colpito da un attacco diverso da quello contro il battaglione basij. Javadieh, Teheran meridionale – Secondo la stampa governativa e dichiarazioni delle autorità iraniane, intorno a mezzogiorno del 13 marzo 2026 un attacco ha ucciso almeno cinque civili appartenenti alla stessa famiglia. La segretaria generale di Amnesty International, Agnès Callamard, ha dichiarato: > Le prove a disposizione parlano di una serie di attacchi con armi esplosive > con effetti a vasto raggio contro strutture della sicurezza iraniana > all’interno di aree residenziali molto popolate, con devastanti e del tutto > prevedibili effetti sui civili. > Il numero delle vittime civili, la dimensione della distruzione, le > tempistiche degli attacchi, l’impatto sulle strutture civili vicine agli > obiettivi e l’assenza di preavvisi efficaci fanno concludere che la coalizione > statunitense-israeliana non abbia rispettato gli obblighi di prendere tutte le > precauzioni possibili per ridurre al minimo i danni ai civili e risparmiare > obiettivi civili. > Gli attacchi degli Usa e di Israele contro Teheran su cui Amnesty > International ha svolto le sue ricerche possono costituire attacchi > indiscriminati e dunque crimini di guerra. Devono essere oggetto di indagini > indipendenti, imparziali, efficaci e trasparenti. > Con la ripresa degli attacchi statunitensi in Iran e le nuove minacce del > presidente Trump di colpire infrastrutture civili, è fondamentale che gli Usa > e Israele pongano fine a tutti gli attacchi illegali e aderiscano > rigorosamente al diritto internazionale umanitario, anche prendendo tutte le > precauzioni possibili per evitare, o per lo meno ridurre al minimo, le perdite > di vite civili, il ferimento di civili e il danneggiamento di obiettivi civili > durante la pianificazione e l’esecuzione di operazioni militari. Gli stessi > obblighi di diritto internazionale riguardano l’Iran e i suoi attacchi di > rappresaglia, compresi quelli contro gli stati del Golfo. Il 28 febbraio 2026 Usa e Israele hanno lanciato un’operazione congiunta contro l’Iran, portando a termine da allora decine di migliaia di attacchi. Secondo dati ufficiali, tra il 28 febbraio e il 24 luglio 2026 in Iran sono stati uccisi almeno 1469 civili. Le autorità iraniane hanno lanciato attacchi di rappresaglia in tutta la regione, uccidendo almeno 21 civili in Israele, quattro in Cisgiordania e almeno 29 negli stati del Consiglio di cooperazione del Golfo. Amnesty International ha concluso che alcuni degli attacchi iraniani sono stati illegali: ad esempio, quello che ha ucciso nove civili nella città israeliana di Beit Shemesh e quello contro un dormitorio per lavoratori migranti in Arabia Saudita, uccidendone quattro. Israele a sua volta ha aumentato i suoi attacchi contro il Libano in risposta a quelli di Hezbollah: dal 2 marzo 2026 in Libano sono stati uccisi almeno 4333 civili. Amnesty International rinnova le richieste di un cessate il fuoco duraturo e di indagini sugli attacchi illegali degli Usa e di Israele contro l’Iran in violazione della Carta delle Nazioni Unite, così come su tutte le ulteriori violazioni del diritto internazionale umanitario. Amnesty International chiede a Usa, Israele e Iran di invitare la Commissione internazionale di accertamento dei fatti delle Nazioni Unite affinché possa condurre inchieste sulle denunce di gravi violazioni del diritto internazionale ad opera di tutte le parti in conflitto, compresi gli attacchi alle infrastrutture energetiche. L’organizzazione per i diritti umani sollecita, infine, il Consiglio di Sicurezza e l’Assemblea generale delle Nazioni Unite a considerare ogni percorso possibile per assicurare pace, sicurezza e giustizia per tutti gli attacchi illegali in Iran. L’organizzazione ha scritto alle autorità statunitensi e israeliane il 17 luglio 2026 e a quelle iraniane il 31 luglio 2026 senza ricevere finora alcuna risposta. Amnesty International
September 8, 2026
Pressenza
La guerra all’Iran di Trump, da ‘Epic Fury’ a ‘small potatoes’
ALLA RICHIESTA DI CHIARIMENTI SU UN’AFFERMAZIONE DEL SUO VICE, IL 47º PRESIDENTE DEGLI USA HA DEFINITO IL CONFLITTO MILITARE IN MEDIO ORIENTE UNA BAZZECOLA *. Alle conferenze stampa di giovedì 3 e venerdì 4 settembre i due house-holder della Casa Bianca hanno fatto dichiarazioni sulla guerra in Iran che i giornalisti hanno riferito con sgomento, alcuni spiegando il perché dell’apparente assurdità di tali affermazioni. Prima J.D. Vance ha detto: «Non la definirei una guerra. Al momento non sono in corso sparatorie». Ricordando che, iniziata con l’incursione di USA e Israele effettuata il 28 febbraio scorso e inizialmente da lui e Trump prevista durare “solo poche settimane”, la guerra all’Iran ha “fatto impennare i prezzi della benzina e costretto i consumatori a fronteggiare un’inflazione sempre più elevata”, AP ha evidenziato che proprio mentre Vance diceva che non sia una guerra “in rappresaglia per gli attacchi statunitensi avvenuti all’inizio della settimana, giovedì l’Iran apriva il fuoco contro il Kuwait, alleato degli Stati Uniti nel Golfo”. E, ha osservato AP, Vance ha negato che quella contro l’Iran sia una guerra per eludere una questione ‘scottante’: per non ammettere di non poter promettere che il conflitto bellico “si concluderà entro le elezioni di medio termine di novembre, in cui i repubblicani cercano di mantenere la loro risicata maggioranza al Congresso”.  Un vantaggio sempre più incerto proprio perché oltre che dai suoi oppositori democratici e progressisti, le strategie di Trump in politica estera sono contestate anche da tanti moderati, alcuni conservatori e sempre più numerosi repubblicani. Il giorno seguente una giornalista ha chiesto al presidente USA: “Se non è una guerra, allora cos’è questo intervento armato che ai contribuenti statunitensi è costato oltre 37,5 miliardi di dollari e ha causato la morte di 18 soldati americani?”. «Lo definisco un conflitto militare – ha risposto Donald Trump – Per noi small potatoes (una bazzecola *)», ha riferito AP riportando che il presidente ha sostenuto questa tesi affermando che gli assalti statunitensi contro l’Iran “sono ora intermittenti” e “molte persone non li definiscono più una guerra”. AP riporta inoltre che Trump “ha aggiunto che il numero di vittime statunitensi nel conflitto con l’Iran è relativamente inferiore rispetto ad altre recenti guerre americane” e detto: «Qui abbiamo perso 18 persone. In Vietnam abbiamo perso 100˙000 persone. E in altri conflitti abbiamo perso decine di migliaia di persone». Ma, ha rilevato l’agenzia stampa con sede principale a New York, dove venne fondata nel 1846, il paragone è sbagliato, perché compara la guerra contro l’Iran ad altre senza considerare che in questa in Medio Oriente gli Stati Uniti e Israele “hanno condotto solo attacchi aerei” e non “schierato truppe” nei territori dell’avversario. Quindi AP ha evidenziato anche che invece “secondo i dati degli Archivi Nazionali degli Stati Uniti” nei combattimenti in Vietnam persero la vita 58˙220 soldati statunitensi. E contemporaneamente il 4 settembre CBS News divulgava la notizia che a luglio al personale del Pentagono era stato trasmesso un ‘ordine di servizio’ che ingiungeva di smettere di riferirsi alla guerra in Iran come l’Operazione Furia Epica, nel messaggio dichiarata ufficialmente conclusa il precedente 5 maggio. * bazzecola – s. f. [etimo incerto] : cosa di poco conto ≈ bagattella, barzelletta, inezia, minuzia, nonnulla, nullaggine, piccolezza, pinzillacchera, quisquilia. ‖ cavolata, cazzata, cretinata, fesseria, scemenza, sciocchezza, stupidaggine – Vocabolario della Lingua Italiana / Enciclopedia Treccani * PRESSENZA / 5.6.2026 – La ‘ira funesta’ di Trump per lo stop di Capitol Hill alla sua “furia epica” * PRESSENZA / 1.7.2026 – La reputazione di Trump e degli USA in calo precipitoso * AP / 4.9.2026 – Vance says Iran fight isn’t a ‘war’ as Trump tries to navigate unpopular conflict as election nears * CBS News / 4.9.2026 – Pentagon tells military personnel to stop calling Iran war “Operation Epic Fury” * AP / 5.9.2026 – Trump calls Iran conflict ‘small potatoes’ and defends Vance’s position that it’s not a ‘war’ Maddalena Brunasti
September 6, 2026
Pressenza
Cosa fanno circa 700 soldati italiani nel Golfo durante la guerra all’Iran?
È certamente una delle operazioni militari più delicate del momento per le forze armate italiane; ed è anche parecchio misteriosa. La guerra degli Stati Uniti contro l’Iran va avanti dall’inizio di marzo e, a partire dalla metà del medesimo mese, l’Italia ha dispiegato nella regione centinaia dei suoi soldati. Le truppe tricolori si trovano in Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Kuwait e, soprattutto, in Arabia Saudita. Le fonti ufficiali parlano di circa 700 soldati, con cui sono stati dispiegati anche sistemi di difesa, radar, velivoli da supporto tecnico e mezzi per la sorveglianza e le operazioni. Non è noto quali attività svolgano con esattezza, né se siano stati coinvolti in qualche operazione di difesa. La loro presenza nella regione è rimasta riservata fino a poco tempo fa, quando è stata resa nota da alcune fonti mediatiche, suscitando l’indignazione delle opposizioni. Per comprendere meglio lo scopo e la natura dei dispositivi schierati, L’Indipendente ha approfondito la questione attraverso le piattaforme ufficiali e ha contattato fonti del Ministero della Difesa, che hanno chiarito alcuni dei punti più controversi. NUMERO DI TRUPPE ED EQUIPAGGIAMENTO Facciamo un passo indietro: il 30 luglio, il giornalista del Giornale Fausto Biloslavo pubblica un articolo in cui rende noto che, dalla seconda metà di marzo 2026, la Difesa ha schierato «un dispositivo dell’Aeronautica a supporto delle forze armate e di sicurezza di Arabia Saudita, Kuwait e Bahrein». Si tratta, scrive nell’articolo, di 400 soldati, affiancati da altre 300 truppe terrestri, di cui circa la metà in Arabia Saudita. Con essi, scrive Biloslavo, sono presenti un velivolo per la sorveglianza aerea, quattro caccia bombardieri e un velivolo per il trasporto tattico; il reparto terrestre è invece equipaggiato con batterie antimissile SAMP/T, un radar Kronos e una batteria antidrone Skynex. La rivista specializzata RID ha poi ricostruito che almeno una parte dei militari italiani in Arabia Saudita sarebbe schierata presso la base aerea saudita di Al Taif, a circa 250 km dal confine con lo Yemen. La base risulta strategica per la sua posizione, essendo situata a qualche chilometro da Gedda, sul Mar Rosso, città che ospita una base navale e un’ulteriore base aerea. L’Indipendente non è riuscito a verificare tale informazione: una fonte del Ministero della Difesa ci ha spiegato che, per ragioni di tutela e sicurezza del personale, l’esatta dislocazione dei militari dispiegati non è pubblica. Dopo la pubblicazione dell’articolo del Giornale, sul sito del Ministero della Difesa sono apparse le pagine dedicate alle missioni. Di preciso, si tratta di almeno due dispositivi: una missione terrestre, Task Force Land – Cerbero, nell’ambito della quale sono dispiegati circa 260 militari italiani tra Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Bahrein, dotati rispettivamente di sistemi SAMP/T, batterie Skynex e radar Kronos; e una missione dell’Aeronautica, Task Force Air – Arabia, che conta 400 soldati schierati in Arabia Saudita, Kuwait e Bahrein, dotati di un velivolo da trasporto, quattro caccia, un velivolo per la sorveglianza aerea e un sistema anti-drone ACUS-E. A queste si aggiungerebbe anche Task Force Land – Arabia: menzionata da diversi media, la sua esistenza è confermata dallo stesso sito del Ministero della Difesa, che tuttavia non fornisce informazioni al riguardo. LA DIATRIBA POLITICA L’articolo di Biloslavo ha scatenato un’ondata di indignazione da parte delle opposizioni, che hanno denunciato la scarsa trasparenza del governo nei confronti del Parlamento e sollevato una interrogazione parlamentare. Crosetto, tuttavia, sostiene che i nuovi dispositivi vadano considerati come una rimodulazione di una spedizione già esistente, «illustrata con la massima trasparenza» a deputati e senatori. Il ministro della Difesa ha menzionato le risoluzioni approvate lo scorso marzo in Parlamento, che impegnavano il governo a rafforzare le capacità di difesa e protezione delle missioni italiane attive in Medio Oriente, e specialmente quelle relative «al mandato di cui alla scheda 04/2025, prorogata», mediante «il dispiegamento e il rischieramento di sistemi di difesa aerea e antimissilistica e di sorveglianza»; ha poi menzionato che, il 14 e il 28 luglio, le Commissioni Esteri e Difesa di Senato e Camera hanno prorogato le «missioni, che confermano e comprendono un’area che include l’Arabia Saudita». La «scheda» a cui fanno riferimento le risoluzioni approvate è uno dei documenti che compongono la relazione con cui il governo sottopone al Parlamento le missioni militari internazionali. La scheda 4 del 2025, in particolare, è quella relativa a una missione in Iraq e Medio Oriente; qui, l’Arabia Saudita non compare esplicitamente tra le aree geografiche di intervento, mentre è indicata l’area del «Golfo Arabico». Con la proroga delle missioni per il 2026, invece, l’Arabia Saudita compare esplicitamente tra le aree di crisi. La modifica del 2024 alla legge quadro sulle missioni internazionali, varata dallo stesso governo Meloni, stabilisce che il Governo debba trasmettere alle Camere le deliberazioni relative alle missioni internazionali indicando, per ciascuna di esse, l’area geografica di intervento, gli obiettivi, la base giuridica, l’equipaggiamento e il numero di truppe da inviare, «anche in modalità interoperabile con altre missioni nella medesima area geografica». Il punto contestato è proprio questo: la modifica introdotta dal governo consente «di spostare forze e assetti nella stessa area geografica dove già insistono missioni autorizzate», denuncia Rete Italiana Pace e Disarmo; «un riferimento generico dentro una tabella per aree non equivale ad aver illustrato al Parlamento uomini, mezzi, armamenti e obiettivi operativi di una missione». Analogamente le opposizioni contestano la mancanza di un «esplicito riferimento a operazioni» in Arabia Saudita. IL RUOLO DELLE TRUPPE ITALIANE IN ARABIA Resta da comprendere cosa esattamente facciano le truppe italiane stanziate in Arabia Saudita e negli altri Paesi della Penisola. Il sito del Ministero specifica che il dispositivo terrestre ha lo scopo di supportare le forze armate e di sicurezza di Arabia Saudita, Bahrein e Kuwait nella difesa del loro spazio aereo, anche attraverso capacità antimissile e antidrone. La Task Force situata in Arabia Saudita è dotata di sistemi «in grado di rilevare, identificare, tracciare e ingaggiare potenziali minacce aeree, tra cui droni e missili balistici»; quella negli Emirati Arabi Uniti dispone di equipaggiamenti «in grado di scoprire minacce aeree di grandi, medie e piccole dimensioni» e caratterizzati da «un elevato grado d’efficacia contro la minaccia droni»; infine, il radar Kronos situato in Bahrein «consente la scoperta di aerei, droni e missili». Una fonte del Ministero della Difesa ha spiegato a L’Indipendente che i dispositivi dispiegati operano innanzitutto attraverso la condivisione delle informazioni con i Paesi del Golfo. Le rilevazioni del radar Kronos sarebbero dunque state impiegate durante gli attacchi in entrata per fornire informazioni utili ai Paesi della Penisola Arabica nelle operazioni di ingaggio dei missili. Alla stessa maniera, l’obiettivo della missione dell’Aeronautica è quello di contribuire alla difesa aerea e alla sorveglianza dello spazio aereo dei Paesi partner del Golfo. I velivoli dispiegati hanno lo scopo «di rilevare, identificare e tracciare potenziali minacce aeree, fornendo ai livelli decisionali e agli altri assetti impiegati un quadro informativo aggiornato dell’area di operazioni»; concorrere alla difesa dello spazio aereo in cui operano; abbattere droni di piccole dimensioni; infine svolgere missioni di trasporto tattico, supporto, sorveglianza e, in caso di emergenza, assistenza sanitaria. Non è noto, tuttavia, se i militari italiani abbiano avuto un ruolo attivo nella difesa dello spazio aereo dei Paesi della Penisola. Sistemi come le batterie SAMP/T dispiegate nell’ambito della missione Cerbero sono infatti apparati ad alta specializzazione, il cui impiego operativo è affidato ai militari della nazione che li gestisce. Se fossero stati utilizzati per ingaggiare una minaccia, dunque, a farlo sarebbero stati i militari italiani. Interpellata da L’Indipendente, la fonte del Ministero della Difesa ha tuttavia affermato di non essere a conoscenza dell’impiego di tali sistemi in operazioni di ingaggio. The post Cosa fanno circa 700 soldati italiani nel Golfo durante la guerra all’Iran? appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 1, 2026
L'INDIPENDENTE
Guerra incessante a Gaza e in Cisgiordania ed escalation in Libano, Yemen e Iran
Bombardamenti, raid, attacchi con droni e sparatorie dell’IDF in numerose località nella Striscia di Gaza. Incendi devastanti appiccati in Cisgiordania dai coloni israeliani. In Libano continuano l’offensiva militare e le distruzioni dell’esercito israeliano. Nel Mar Rosso settentrionale una petroliera saudita colpita da un missile lanciato dal gruppo Houthi Ansaru Allah. Gli USA hanno annunciato di colpire l’Iran con l’operazione Economic Outcast e attacchi aerei allo Stretto di Hormuz e nelle aree confinanti. STRISCIA DI GAZA Otto palestinesi, tra cui due bambini, sono stati assassinati e altri sono rimasti feriti, ieri lunedì 24 agosto, a seguito di diversi attacchi israeliani alla luce delle continue violazioni israeliane della falsa tregua. I raid israeliani hanno distrutto la moschea di Abu Salim nella città di Deir al-Balah. Le forze di occupazione hanno lanciato bombardamenti di artiglieria vicino alle aree sotto la loro occupazione ad est del campo di Maghazi. La protezione civile ha annunciato che un bambino è stato ucciso e sua madre e sua sorella sono rimaste ferite in seguito ad un attacco aereo israeliano che ha preso di mira una casa vicina alla loro nel campo profughi di Bureij. Da parte sua, una fonte dell’ospedale Nasser ha affermato che un raid lanciato dall’occupazione israeliana a ovest della città di Khan Yunis, nel sud della Striscia di Gaza, ha provocato la morte di un palestinese e il ferimento di altre persone. Una fonte medica dell’ospedale Nasser ha riferito all’agenzia Anadolu che il corpo della bambina Amal Nashaat Abu Khater (10 anni) era arrivato, insieme a due feriti, a seguito degli spari israeliani che avevano preso di mira le case e le tende degli sfollati. Testimoni oculari hanno affermato che i veicoli dell’esercito israeliano hanno aperto pesantemente il fuoco verso l’area di Al-Satar Al-Gharbi nel centro della città, ferendo 3 palestinesi con ferite diverse. Nella Striscia di Gaza centrale, i fratelli palestinesi Mohammed Abdel Nasser Abu Asad (27 anni) e Ibrahim Abdel Nasser Abu Asad (24 anni) sono stati uccisi e altri feriti in un attacco di droni israeliani contro una tenda adibita a rifugio per sfollati vicino all’ospedale dei martiri di Al-Aqsa a Deir al-Balah. Una fonte medica dell’ospedale Nasser di Khan Younis ha riferito che due palestinesi sono morti oggi a causa delle ferite riportate in due distinti attacchi israeliani sulla città, avvenuti domenica e mercoledì scorsi. Inoltre, il palestinese Mahmoud Hosni Abu Shar è morto per le ferite riportate in un raid aereo israeliano che ha colpito un caffè all’interno del porto di Gaza City mercoledì, uccidendo otto palestinesi e ferendone altri 14, secondo una fonte medica dell’ospedale Al-Shifa. CISGIORDANIA Le squadre della Protezione Civile palestinese e i mezzi dei vigili del fuoco hanno lavorato instancabilmente, nel villaggio di Ain Sina (vicino Ramallah), per spegnere i vasti incendi appiccati dai coloni presso la fabbrica di alluminio e nei terreni circostanti, provocando un disastro industriale e ambientale nella zona. Nostri contatti in loco hanno confermato che l’attacco ha rappresentato una pericolosa e senza precedenti escalation, con i coloni che hanno utilizzato attrezzature sofisticate per garantire la massima distruzione. Secondo testimoni oculari e il capo del consiglio del villaggio, l’incendio è iniziato con un singolo colono che si aggirava nella zona fingendo di pascolare le pecore fin dal mattino. Una volta che le fiamme hanno raggiunto le vicinanze dell’ingresso principale della fabbrica, dove sono immagazzinati materiali altamente infiammabili, circa altri 20 coloni si sono uniti a lui, scortati dai soldati. Gli aggressori hanno portato con sé delle pompe ad aria compressa, che hanno deliberatamente utilizzato per intensificare l’incendio e dirigere le fiamme verso l’impianto industriale, in un chiaro tentativo di paralizzare le restanti infrastrutture economiche della zona. Nonostante i tentativi dell’esercito di occupazione israeliano di ostacolare l’arrivo delle squadre di protezione civile palestinesi, i vigili del fuoco sono riusciti infine a domare l’incendio e a impedirgli di raggiungere il cuore del centro economico che dà lavoro più di 60 famiglie. LIBANO Le autorità libanesi hanno annunciato l’uccisione di due giovani in un raid aereo israeliano, in concomitanza con gli attacchi israeliani che hanno colpito diverse città nel Libano meridionale. Secondo l’agenzia di stampa ufficiale libanese, i due giovani sono stati uccisi quando la loro motocicletta è stata colpita da un drone israeliano nella zona di Doha Kfar Rumman. L’agenzia ha anche riferito che le squadre di soccorso hanno recuperato ieri – lunedì 24 agosto – i corpi di Hussein Shukrun e Ahmed Roumani, entrambi diciassettenni, precisando che i due erano originari della città di Deir Zahrani e risultavano dispersi dall’attacco di domenica 23 agosto. Le forze di occupazione israeliane continuano le loro operazioni militari in diverse zone del Libano meridionale. I loro attacchi hanno incluso la distruzione di proprietà e infrastrutture urbane. Le forze israeliane di stanza nella città di Khiam hanno condotto estese operazioni di demolizione di case, compresa una scuola. Inoltre, hanno appiccato il fuoco a campi agricoli e proprietà, provocando la propagazione degli incendi in diverse aree della città. Dalla zona si levava del denso fumo e si sono udite diverse esplosioni. YEMEN / ARABIA SAUDITA Il gruppo Houthi Ansaru Allah ha annunciato di aver preso di mira una petroliera saudita al largo della costa di Yanbu, nel Mar Rosso settentrionale. Il portavoce militare degli Houthi, Yahya Saree, ha dichiarato che la nave “Amzan” è stata colpita da un missile balistico, indicando che l’operazione rientra nel quadro del rafforzamento del blocco marittimo contro l’Arabia Saudita. Da parte sua, la Saudi National Shipping Company ha dichiarato che la petroliera “Amzan” è stata coinvolta oggi in un incidente di sicurezza nel Mar Rosso, senza che si siano registrati feriti. La compagnia ha confermato di mantenere un contatto costante con la nave e di coordinarsi strettamente con le autorità competenti e le parti interessate del settore marittimo, monitorando attentamente gli sviluppi. Il porto di Yanbu è il principale porto petrolifero dell’Arabia Saudita sul Mar Rosso, dove ogni giorno vengono caricati milioni di barili, ed è diventato la principale via di esportazione del petrolio dal regno, evitando lo Stretto di Hormuz, attraverso il quale l’Iran impone restrizioni di transito. IRAN / USA Il Segretario del Tesoro statunitense, Scott Bisnett, ha annunciato che Washington ha lanciato l’operazione “Economic Outcast”, mirata contro l’Iran e i suoi sostenitori. Il Segretario alla guerra statunitense, Pete Higgseth, ha affermato di non escludere nuovi attacchi aerei contro l’Iran “ovunque, sia nello Stretto di Hormuz che nelle vicinanze dell’Iran”. Media Usa hanno citato esponenti della Casa Bianca, secondo i quali le sanzioni potrebbero spianare la strada a un’azione militare contro l’Iran dopo le elezioni del Congresso, quando un ritorno alla guerra potrebbe essere possibile. Il ministro dell’Economia iraniano ha dichiarato che Teheran ha programmi per contrastare le sanzioni, sottolineando che Washington non può raggiungere i suoi obiettivi paralizzando l’economia del paese. Il presidente iraniano ha ribadito al capo dell’esercito pakistano la disponibilità di Teheran a qualsiasi cooperazione economica, politica e di sicurezza con i paesi islamici e gli stati confinanti.   ANBAMED
August 25, 2026
Pressenza
Le notizie del giorno da Iran, Yemen, Siria, Gaza e Cisgiordania: un ‘bollettino di guerra’
Ieri, lunedì 17 agosto, è scaduto il termine di 60 giorni dalla firma del Memorandum d’Intesa tra Teheran e Washington, ma non c’è nessuna tregua, anzi… Intanto si è inasprito il conflitto armato in Yemen e Israele ha bombardato la Siria e lanciato un attacco nella zona della linea gialla a nord della Striscia di Gaza, mentre in Cisgiordania oggi per il decimo giorno consecutivo la città di Qusra è assediata dai coloni sionisti fiancheggiati dall’esercito di occupazione israeliano. GAZA – Dopo l’attacco compiuto dell’IDF nella serata di ieri, il Ministero della Salute palestinese ha riferito che negli ospedali della Striscia sono stati soccorsi 18 feriti e sono stati portati cinque corpi: due di palestinesi deceduti di recente e tre recuperati da sotto le macerie. L’offensiva è stata effettuata mentre l’inviato speciale della Casa Bianca, Koshner, si stava incontrando con il criminale di guerra ricercato dalla Corte penale Internazionale, Netanyahu, per discutere dell’applicazione della seconda fase dell’accordo di Sharm Sheikh, del 10 ottobre 2025, noto ipocritamente come il piano di pace di Trump. Da quella data sono stati uccisi dall’esercito israeliano di occupazione 1˙266 palestinesi e feriti altri 4˙198. Il giorno prima dell’attacco e dell’incontro con il premier israeliano, Koshner si era incontrato al Cairo con il nuovo dirigente di Hamas, Al-Hayya, che ha espresso la disponibilità del movimento palestinese a consegnare le armi, ma ha chiesto alla Casa Bianca maggiori pressioni all’alleato Israele per il ritiro delle sue truppe, come previsto dall’accordo. Netanyahu ha dichiarato che non ci sarà nessun ritiro israeliano fino al disarmo totale di Hamas. CISGIORDANIA – Oggi, martedì 18 agosto, per il decimo giorno consecutivo, i coloni ebrei israeliani hanno continuato l’assedio di diverse abitazioni nella città di Qusra, a sud di Nablus, sotto la protezione dell’esercito di occupazione israeliano, nel tentativo di impadronirsene e imporre un fatto compiuto nella zona. Nostri contatti a Qusra hanno riferito che i coloni sono dislocati in tutta la zona e si muovono liberamente, l’area è stata dichiarata ‘zona militare chiusa’ e che le forze di occupazione e alcuni coloni continuano ad assediare tre case nella zona di Ras al-Ain, impedendo alle famiglie di entrare o uscire dalle proprie abitazioni. La violenza perpetrata dai coloni ebrei nella Cisgiordania occupata è in aumento. Gli aggressori si sentono incoraggiati dalle politiche del governo del primo ministro di destra Benjamin Netanyahu, il quale ha promosso una massiccia campagna di espansione degli insediamenti nel territorio. Le Nazioni Unite, che ai sensi del diritto internazionale considerano tali insediamenti illegali, hanno riferito che i coloni hanno intrappolato circa 15 palestinesi, tra cui due bambini all’interno delle loro abitazioni a Qusra, senza acqua corrente né elettricità. L’esercito israeliano ha dichiarato di aver schierato forze nella zona nel tentativo di controllare i coloni e garantire la sicurezza dei residenti. Tuttavia, a 10 giorni dall’inizio dell’assedio, i coloni sono ancora all’esterno e le famiglie hanno ancora paura di uscire di casa. L’esercito in realtà protegge i coloni e vieta l’ingresso di cibo e acqua ai palestinesi assediati e ha bloccato il tentativo del comune di Qusra di ristabilire le condotte dell’acqua e la linea elettrica, sabotate dai coloni. In un primo momento, l’esercito aveva ordinato alle famiglie palestinesi di evacuare le loro casa, ma poi, dopo la protesta dell’ambasciata USA per la presenza di cittadini con nazionalità statunitense, ha ritirato l’ordine. Il cittadino palestinese e statunitense Luay Abu Rida, che è riuscito a raggiungere la propria abitazione ieri, di ritorno dagli Stati Uniti, accompagnato da una delegazione consolare USA, ha dichiarato “I coloni non dovrebbero essere qui”, la sua casa si trova in un’area che gli accordi di Oslo israelo-palestinesi degli anni ’90 hanno posto sotto il controllo dell’Autorità Palestinese. Gli abitanti della città hanno riferito che il fratello e un nipote di Abu Rida, che si trovavano nella casa per proteggerla, dopo che i coloni l’avevano assediata sono rimasti senza acqua corrente né elettricità. SIRIA – Israele torna a minacciare Siria. Un bombardamento con 4 raid aerei sull’aeroporto militare di Abou Zohour, vicino ad Idlib, nel nord del paese al confine con la Turchia. Il governo di Damasco non si pronuncia, ma i media parlano di un attacco israeliano, per ridurre le capacità dell’aeronautica siriana, soprattutto dopo l’accordo con Russia sulla gestione delle basi militari nel nord del paese. L’attacco ha colpito le piste di atterraggio e decollo, senza causare vittime. YEMEN – È una guerra per procura. Il territorio del paese martoriato è il ‘terreno di prova’ dello scontro Teheran-Riad. Lunedì 17 agosto le Forze di Resistenza Nazionale yemenite, allineate al governo, hanno annunciato che il gruppo Houthi aveva lanciato cinque missili balistici verso lo Stretto di Bab al-Mandab, nel sud-ovest del Paese. L’esercito yemenita ha inoltre segnalato il lancio di due missili balistici da parte degli Houthi, diretti verso la città di Mocha, nel sud-ovest, e verso il Mar Rosso. Il portavoce militare del gruppo Ansar Allah (Houthi), Yahya Saree, ha riferito che una nave da sbarco militare saudita e quattro imbarcazioni militari di scorta sono state colpite da diversi missili balistici nel Mar Rosso, al largo della costa di Mocha. Invece le autorità saudite non hanno ancora rilasciato alcuna conferma. IRAN – Ieri, lunedì 17 agosto, è scaduto il termine di 60 giorni dalla firma del Memorandum d’Intesa tra Teheran e Washington. Le farneticazioni di Trump non si fermano. Il presidente degli Stati Uniti ha affermato che l’Iran è lontano dalla conclusione dell’accordo che lui ritiene necessario: lasciando intendere che il suo Paese non intende prorogare il memorandum d’intesa, ha detto che gli iraniani “non vogliono arrendersi” e, ribadendo la possibilità di “dichiarare Hormuz territorio statunitense” e definendo l’idea “ottima”, ha affermato che gli Stati Uniti stanno rafforzando il controllo sullo Stretto di Hormuz attraverso un blocco navale. Negando l’esistenza di qualsiasi negoziato con Washington, il portavoce delle Guardie Rivoluzionarie iraniane ha definito le dichiarazioni di Trump sui “colloqui segreti con le Guardie Rivoluzionarie” come “deliri derivanti dalla debolezza e dalla sconfitta in guerra”. E il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araqchi ha affermato che il suo Paese è determinato a proseguire il processo per stabilire un passaggio sicuro per le navi attraverso lo Stretto di Hormuz con il Sultanato dell’Oman. ANBAMED
August 18, 2026
Pressenza
Libano, Siria e Iran: le guerre continuano, incessantemente…
Ieri, lunedì 10 agosto, in continua violazione dell’accordo di cessate il fuoco, l’esercito israeliano ha condotto operazioni di bombardamento e cannoneggiamento nel Libano meridionale. Intanto ha presentato il “Nuovo Oriente”, il progetto per annettere territori siriani, mentre il rientro dei curdi siriani a Ras al-Ayn veniva sospeso e il primo gruppo di rimpatriati veniva attaccato da miliziani filo turchi. E adesso Trump… LIBANO – L’Agenzia Nazionale di Stampa Libanese ha riferito che droni hanno sorvolato Beirut e i suoi sobborghi meridionali. Ha confermato che l’artiglieria israeliana ha bombardato posizioni a Wadi al-Salouqi e alla periferia di Nabatieh al-Fawqa, all’alba, e ha anche bombardato la città di Mansouri durante la notte. Secondo l’agenzia libanese, le forze israeliane hanno anche effettuato bombardamenti questa mattina nelle città di Zawtar al-Sharqiyah e Kfar Tebnit. Inoltre riporta che le azioni militari israeliane hanno provocato un incendio in una zona boschiva vicino a Kfar Shouba, che si è poi propagato verso Halta, mentre le squadre della protezione civile libanese non sono riuscite a raggiungere alcune parti dell’area, a causa delle sparatorie dell’esercito di occupazione. Una mappa pubblicata dagli account ufficiali del Ministero degli Esteri israeliano sulla piattaforma X ha incluso parti del Libano meridionale nel territorio assegnato allo Stato occupante, in un momento in cui le violazioni israeliane nella regione continuano. La mappa è stata pubblicata su account tra cui quello del Ministero degli Esteri israeliano, così come su account come “Israel in Arabic” e “Stand With Us”, come parte di un post statistico che confrontava i tassi manipolati di malnutrizione in Medio Oriente. Era un tentativo israeliano di smentire le notizie di carestia nella Striscia di Gaza. Un funzionario del Dipartimento di Stato USA ha dichiarato che i colloqui tra Libano e Israele, mediati dagli Stati Uniti, riprenderanno a Roma all’inizio del prossimo mese, senza indicare una data. I media israeliani scrivono che il ritardo nella definizione della data per il prossimo round di negoziati con il Libano è dovuto alle tensioni tra le due parti. SIRIA / Israele – Un quotidiano israeliano ha rivelato che l’esercito di occupazione ha completato l’80% dei lavori di scavo delle trincee nell’ambito del progetto “Nuovo Oriente” lungo la zona cuscinetto che va da Majdal Shams al bacino di Yarmouk, nella campagna di Daraa, nel sud della Siria. Un corrispondente militare del quotidiano israeliano Yedioth Ahronoth, che ha visitato le alture del Golan siriane con un alto ufficiale israeliano del Comando Nord, ha spiegato che i lavori di scavo delle trincee hanno subito un ritardo maggiore del previsto, due anni dopo l’inizio del progetto “Nuovo Est”. Ha aggiunto che il progetto “mira a fortificare l’intera area di confine israelo-siriana con trincee profonde e larghe quattro metri e alti terrapieni”. Inoltre ha osservato che si stanno utilizzando attrezzature di scavo pesanti per completare le infrastrutture fortificate nel territorio libanese adiacente, sottolineando che “il nuovo paesaggio che accompagna la recinzione è visibile: un sistema di profonde trincee fortificate”. SIRIA / Curdi – Ieri, lunedì 10 agosto, circa 2.500 sfollati originari dalla zona di Ras al-Ayn sono tornati alle proprie case, in base a un accordo raggiunto all’inizio di quest’anno tra le Forze Democratiche Siriane (SDF), a maggioranza curda, e le nuove autorità di Damasco. L’accordo prevede la graduale integrazione delle istituzioni militari e civili create dai curdi durante gli anni del conflitto nelle istituzioni statali siriane. In conformità con l’accordo, un gran numero di sfollati è recentemente tornato anche nella regione di Afrin, a maggioranza curda, nella provincia di Aleppo, dopo essere fuggiti nel 2018 a seguito dell’offensiva turca. IRAN – Al vertice dello Stato c’è stato un terremoto di nuove nomine che hanno modificato il precedente assetto e le nuove figure indicano un gioco di equilibrio tra le Guardie Rivoluzionarie e il governo. Le nuove nomine sono state indicate dalla guida suprema Khaminei dopo un incontro durato 7 ore con il presidente Pezeshkian. Il nuovo riassetto denota un equilibrio all’interno del vertice iraniano, in smentita delle informazioni provenienti da Washington e Tel Aviv che vorrebbero Khaminei ferito e gravemente malato e che la spaccatura tra le due correnti, riformatrice e conservatrice, fosse arrivata ad un livello insanabile. I messaggi pubblici a Teheran vorrebbero smentire queste versioni e l’equilibrio nelle nomine conferma l’immagine di compattezza della direzione politica e militare nel paese, da cui adesso Trump pretende risarcimenti per i danni della guerra… provocata  inflitta all’Iran da USA e Israele. ANBAMED
August 11, 2026
Pressenza
Iran colpito con attacchi su vasta scala: uccisi civili e giovani soldati di leva
Ancora una volta, la guerra si abbatte sulla vita di persone comuni. Gli Stati Uniti hanno lanciato nei giorni scorsi una nuova ondata di attacchi contro l’Iran, colpendo e distruggendo numerose infrastrutture civili e infrastrutture legate alla vita quotidiana della popolazione. Hanno perso la vita un gran numero di civili e militari, soprattutto soldati di leva, giovani che stavano semplicemente svolgendo il proprio servizio militare obbligatorio di due anni e che, come persone comuni, hanno perso la vita in questi attacchi. Allo stesso tempo, le infrastrutture del Paese, in particolare nel sud dell’Iran, sono state colpite da pesanti e intensi attacchi dell’esercito statunitense. In seguito a questi raid, la fornitura di acqua, elettricità e gas in molte regioni del Paese ha subito gravi interruzioni, e anche infrastrutture militari sono state prese di mira. Come in ogni guerra, sono i civili, le famiglie e le comunità a pagarne il prezzo più alto. Il portavoce del governo iraniano ha dichiarato che negli attacchi degli ultimi giorni contro il sud del Paese hanno perso la vita oltre 30 civili. Esprimendo cordoglio e vicinanza alle famiglie in lutto, ha affermato che la memoria delle vittime sarà onorata e che il governo resterà accanto al popolo con tutte le proprie forze: «Il sud dell’Iran è il cuore pulsante di questa terra; il sud dell’Iran è l’anima dell’Iran». Le Forze Armate della Repubblica Islamica dell’Iran hanno dichiarato che questa mattina, all’alba, l’esercito statunitense ha colpito con 13 missili gli alloggi e i quartieri residenziali di una delle guarnigioni delle forze di terra a Bampur. Secondo la dichiarazione, le forze aggressori hanno colpito gli alloggi, la foresteria e i posti di guardia della guarnigione. Nonostante la vastità dell’attacco e l’intensità dell’impatto dei missili — sferrato, secondo l’esercito, con l’obiettivo di causare il maggior numero possibile di vittime umane — grazie all’applicazione dei principi di difesa passiva e alle misure adottate, è stato possibile evitare un ulteriore aumento delle vittime. Nel corso dell’attacco, 7 militari, tra ufficiali di carriera e reclute di leva della 388ª Brigata di Iranshahr, sono stati uccisi, mentre altri 13 membri del personale sono rimasti feriti e sono attualmente sotto cure mediche. Nella propria dichiarazione, l’esercito ha inoltre promesso rappresaglia, definendo la vendetta per il sangue dei caduti «certa e imminente» e affermando che, «con l’aiuto di Dio e il sostegno delle altre forze armate», verrà data una risposta decisa. Dichiarazioni di questo tipo, da ogni parte del conflitto, mostrano quanto rapidamente il linguaggio della guerra passi dal lutto per i morti alle minacce di morte, un ciclo che gli attivisti per la pace, da entrambi i lati, continuano a chiedere di interrompere. Il Ministero della Salute iraniano ha reso noto che, nella nuova ondata di aggressioni contro il Paese, finora sono state ferite oltre 260 persone, tra cui 3 donne e 6 minori di 18 anni. Secondo questo annuncio, purtroppo tra le vittime di questi attacchi figurano anche 2 donne. Del totale dei feriti, 222 persone sono già state curate e dimesse. Shayan Moradi
August 4, 2026
Pressenza
Il peso della guerra nel Golfo Persico su imprese e famiglie italiane
L’Ufficio studi della CGIA stima che nel 2026 gli italiani dovranno sostenere quasi 29 miliardi di euro di costi aggiuntivi per elettricità, gas e carburanti. Il calcolo è stato elaborato ipotizzando che, dopo 5 mesi dall’inizio del conflitto, sino alla fine dell’anno i prezzi applicati in questo momento rimangano invariati. Il rincaro maggiore riguarderà benzina e diesel, con una spesa extra di 13,6 miliardi di euro (+20,4 % rispetto al 2025), seguiti dall’energia elettrica con +10,2 miliardi (+12,9 %) e dal gas con +5 miliardi (+14,6 %). Un conto salato che rischia di pesare soprattutto sulle famiglie economicamente più fragili, sulle aziende di trasporto di persone/merci e sulle imprese a elevato consumo di energia. Sul fronte territoriale, è la Lombardia a pagare il prezzo più alto: gli aumenti energetici graveranno sulla regione per 5,4 miliardi di euro, con un incremento del 15,1 % rispetto al 2025. Al secondo posto l’Emilia-Romagna, con un aggravio di 3 miliardi di euro (+16,1 %), seguita dal Veneto, dove il maggior costo sfiora i 2,9 miliardi (+15,8 %). È evidente che a subire l’impatto più pesante saranno le aree geografiche più popolose e con la maggiore vocazione manifatturiera e commerciale del Paese. Insomma, la stangata si abbatterà, in misura più importante, sui territori economicamente più avanzati della penisola. Per quanto riguarda la spesa per carburanti, con i prezzi alla pompa di benzina e diesel in modalità self service attestatisi, nell’ultima settimana, rispettivamente a 1,91 e 2,04 euro al litro con un rincaro, rispetto al periodo a ridosso dell’inizio delle ostilità, del +14,4 % per il primo e del +18,5 % per il secondo, per il 2026 l’Ufficio studi della CGIA prevede un aggravio complessivo a livello nazionale pari a circa 13,6 miliardi di euro rispetto al 2025, con un incremento del 20,4 %. A livello territoriale, gli aumenti più marcati in termini percentuali si dovrebbero registrare in Basilicata, dove l’aumento raggiungerebbe il 21,6 % (+118 milioni di euro). Seguono la Campania e la Puglia, entrambe con un incremento del 21,3 %: nel primo caso l’impatto economico è stimato in circa 1 miliardo di euro, nel secondo in 837 milioni. Un quadro che evidenzia come l’andamento dei prezzi dei carburanti continui a produrre effetti significativi e disomogenei sul territorio nazionale, con ricadute particolarmente rilevanti per famiglie e imprese delle regioni del Mezzogiorno (https://www.cgiamestre.com/wp-content/uploads/2026/07/Rincari-luce-gas-carburanti-25.07.26.pdf). E l’aggravio che le famiglie sono costrette a sostenere per l’aumento di elettricità, gas e carburanti sta alla base anche delle difficoltà per molte di esse di potersi permettere in questa estate 2026 alcuni giorni lontano da casa. In Italia 1 famiglia su 3 non può permettersi la vacanza Come ci ricorda una ricerca dell’Osservatorio #Conibambini realizzata da Con i bambini e Openpolis nell’ambito del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile, in Italia una famiglia su tre non può permettersi la vacanza: “È possibile farsi un’idea del fenomeno considerando i dati Istat elaborati nell’ambito dell’indagine sulle condizioni di vita, che mira a ricostruire il quadro sui redditi e le situazioni di povertà, esclusione sociale e deprivazione presenti nel nostro Paese – sottolinea Openpolis – Nel 2025 il 33,2% delle famiglie con un figlio minore dichiara di non aver potuto permettersi di fare almeno una settimana di vacanze lontano da casa. Un’incidenza simile a quella delle famiglie con due figli a carico (31,5%). Il dato aumenta a 53,3% quando invece sono tre o più”. Sebbene in calo, nel 2025 più del 30% delle famiglie, sia con un figlio unico che con due figli, non potevano permettersi una settimana di vacanze lontano da casa. Questa quota superava il 50% per le famiglie con tre o più figli. Una situazione che genera una disparità nelle occasioni di apprendimento rispetto ai coetanei che possono fare questo tipo di esperienze. Ciò comporta l’attivazione di un meccanismo intimamente connesso con quello della povertà educativa, da più punti di vista: un bambino che durante l’estate non ha la possibilità di viaggiare con la propria famiglia, visitare luoghi o anche solo trascorrere del tempo fuori casa ha maggiori probabilità di vedere limitati diritti fondamentali come quelli al gioco, al tempo libero e all’apprendimento. Una prerogativa, quest’ultima, che non si realizza solo tra i banchi di scuola. Rapporto Ufficio studi CGIA, luglio 2026: CON LA GUERRA DEL GOLFO STANGATA DA 29 MILIARDI Giovanni Caprio
August 4, 2026
Pressenza
In Libano, a Gaza e in Cisgiordania, in Iran… e in Italia, Germania, Marocco e Spagna
Oggi, 4 agosto, è l’anniversario della strage del porto di Beirut, avvenuta nel 2020. Ieri in Libano sono continuati i sorvoli di droni di spionaggio sulla capitale e gli attacchi su città e villaggi, mentre a Gaza sotto il fuoco incessante veniva conclamata la carestia e in Cisgiordania proseguivano le annessioni. Intanto sull’Iran incombe l’ultimatum di Trump e in Marocco e Spagna, e in Germania e in Italia… BEIRUT, 4 AGOSTO 2020 – L’esplosione nel porto ha ucciso più di 220 persone e ferito oltre 6˙000. Le autorità ne hanno attribuito le cause a un incendio di origine sconosciuta e allo stoccaggio non sicuro di ingenti quantità di nitrato di ammonio. In seguito dalle indagini condotte dalle autorità giudiziarie è emerso che politici e funzionari a vari livelli erano a conoscenza dei pericoli derivanti dallo stoccaggio della sostanza, ma non avevano preso alcun provvedimento. Ma nessuno di loro è stato citato in giudizio, i politici si sono rifiutati di presentarsi ai magistrati per essere interrogati e ben due giudici sono stati rimossi dagli incarichi perché avevano emesso ordini di comparizione rivolti al primo ministro di allora e ad alcuni alti responsabili della sicurezza. ITALIA / ROMA – Il negoziato tra Libano e Israele si aggira attorno ad un equivoco. L’accordo quadro in realtà non definisce nulla dei punti contesi. Il governo libanese spera in un processo di continui ritiri israeliani dalle città e villaggi occupati, ma il governo Netanyahu condiziona altri ritiri all’accertamento che l’esercito libanese abbia disamato Hezbollah. E pretende di aver un ruolo nel determinare questo giudizio. Ad ogni caso, i politici israeliani sostengono ripetutamente che non si ritireranno mai dal sud Libano e permarrà una fascia di separazione di 10 km, sotto il loro controllo. Cioè tutto il sud Libano. “Il doppio di Gaza”, si era vantato il ministro della guerra israeliano Katz. Quell’area è stata completamente rasa al suolo. GERMANIA – Antisionismo non è antisemitismo: lo certifica un’alta corte regionale tedesca. Un tribunale regionale tedesco ha assolto un’utente di una piattaforma social che aveva pubblicato contenuti che paragonavano le operazioni di genocidio israeliano nella Striscia di Gaza alle pratiche del regime nazista. L’alta corte regionale ha sottolineato nella sentenza che tali confronti rientrano nel quadro della libertà di opinione e di espressione e non sono considerati un crimine punibile dalla legge. L’alta corte regionale della città di Zweibrücken, nello stato tedesco della Renania-Palatinato, ha annullato una precedente sentenza del tribunale di primo grado di Ludwigshafen che aveva condannato l’imputata per aver utilizzato simboli di organizzazioni che violano la costituzione, e le aveva inflitto una multa pari a 2˙400 euro. Secondo il merito della sentenza, i post contestati includevano immagini e simboli nazisti, inclusa la svastica, nonché materiali che paragonavano le politiche e le operazioni militari israeliane alle pratiche della Germania nazista, accompagnati da hashtag a sostegno dei palestinesi, tra cui #FREEPALESTINE e #GAZAUNDERATTACK. La corte ha confermato che lo scopo della pubblicazione di questi simboli non era quello di promuovere o far rivivere l’ideologia nazista, ma piuttosto di utilizzarli nel contesto di un’aspra critica politica alle azioni militari genocidarie israeliane, con una chiara e franca condanna del nazismo e dei suoi crimini. SPAGNA/MAROCCO – Oggi è il giorno del confronto online tra i ministri dell’Interno dell’UE. Vedremo come Piantedosi spiegherà lo sciacallaggio del governo Meloni, che ha cancellato gli accordi di Schengen, che non c’entrano nulla con Ceuta:  semplicemente non era applicato già da prima. Adesso si scopre che la polizia marocchina non solo ha chiuso un occhio sull’ondata di migranti in corsa verso Ceuta e Melilla. Diversi migranti lo hanno dichiarato alla stampa di Madrid. Non solo, ma i servizi spagnoli hanno rivelato che tra i migranti c’erano degli agenti marocchini che guidavano e indirizzavano la sommossa. Una manovra politica si è affiancata al ruolo dei trafficanti di esseri umani. Il governo di Rabat accusa trafficanti di esseri umani, senza specificare che cosa ha fatto per ridurre il loro ruolo. Minimizza sui numeri dei migranti e su quello delle vittime, per coprirsi all’interno. Diventa sempre più chiaro il ruolo della monarchia nel piano Trump-Netanyahu contro la Spagna e il suo governo socialista, che ha sostenuto la causa palestinese e introdotto leggi di sanatoria per i migranti senza permesso di soggiorno: propaganda politica razzista sulla pelle delle vittime. IRAN – Un’altra notte è trascorsa senza bombardamenti Usa. Trump però torna alle minacce: “entro 24 ore, se non sarà aperto Hormuz, andremo a fare quello che doveva essere fatto da tempo”. Il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baghaei, ha negato qualsiasi negoziato con gli Stati Uniti, chiarendo che il suo Paese al momento non ha intenzione di ricevere alcuna delegazione e non sarà ospite di nessuno. Inoltre ha rivelato intensi contatti diplomatici con partner regionali e internazionali, tra cui Pakistan, Arabia Saudita, Turchia, Qatar e Oman, e che una proposta iraniano-omanita per l’apertura di una nuova rotta marittima temporanea attraverso lo Stretto di Hormuz, a tutela degli interessi e della sovranità nazionale di entrambe le parti, è giunta alle fasi finali. GAZA – Fonti mediche hanno annunciato che il numero delle vittime dell’offensiva israeliana nella Striscia di Gaza iniziata nel 2023 è salito a 73˙375 morti e 174˙220 feriti. Ieri sera, due palestinesi sono stati uccisi e altri feriti in un raid aereo israeliano a sud-ovest di Gaza City. Nostri contatti in loco hanno riferito che un drone israeliano ha lanciato un missile contro un veicolo civile sulla strada costiera nel quartiere di Sheikh Ajlin, a sud-ovest di Gaza City, uccidendo due palestinesi e ferendone diversi altri, che sono stati trasportati all’ospedale al-Shifa. Intanto, lunedì 3 agosto Justin Brady, capo dell’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (OCHA) nei territori palestinesi, ha avvertito che Gaza sta affrontando un’emergenza alimentare che rischia di raggiungere la Fase 5 dell’Indice Internazionale di Sicurezza Alimentare (FISI), la fase che dichiara ufficialmente la carestia. Ha sottolineato che il 67% della popolazione della Striscia di Gaza soffre di insicurezza alimentare, mentre il 10% è sull’orlo della carestia. Durante una conferenza stampa a Ramallah, dove ha presentato i risultati dell’ultima valutazione della situazione alimentare nella Striscia di Gaza, Brady ha affermato che lo studio si basa su un lavoro tecnico che ha coinvolto oltre 60 esperti di 20 diverse organizzazioni. Ha incluso una valutazione scientifica del contesto circostante, insieme a indagini sul campo specificamente incentrate sulla sicurezza alimentare. Ha descritto i risultati come basati su una rigorosa metodologia scientifica. CISGIORDANIA – Fonti locali hanno riferito che gruppi organizzati di coloni, sotto la protezione dei soldati israeliani, hanno attaccato la città di Beita e appiccato il fuoco a terreni di proprietà palestinese nella zona di “Al-Hara’iq”, bruciando diversi alberi. In un altro attacco, i coloni hanno lanciato pietre e sparato proiettili contro veicoli palestinesi sulla strada di circonvallazione vicino al villaggio di Burin, a sud di Nablus, mettendo in pericolo la vita dei residenti palestinesi. I dati di fonte palestinese indicano un’escalation quantitativa e qualitativa nella portata delle violazioni israeliane in Cisgiordania, in particolare quelle perpetrate dai coloni, nell’ambito di un sistema unitario volto a smantellare la capacità dei palestinesi di rimanere sulle proprie terre. Intanto tre rapporti ufficiali e un quarto rapporto di un ente per la difesa dei diritti umani, pubblicati dalla Commissione per la Resistenza al Muro, dal Ministero dei Beni Religiosi, dal Governatorato di Gerusalemme e dal Centro di Informazione Palestinese (un’organizzazione non governativa), documentano l’intera gamma delle violazioni, tra cui uccisioni, sfollamenti, molestie, distruzioni, espansione degli insediamenti e attacchi a luoghi sacri. Secondo il Centro d’Informazione Palestinese, nel mese di luglio 16 palestinesi sono stati uccisi e altri 237 feriti da colpi d’arma da fuoco e attacchi perpetrati dai coloni e dall’esercito israeliano in Cisgiordania. Un rapporto del Governatorato di Gerusalemme ha indicato che tre palestinesi sono stati uccisi in città, mentre 15 sono rimasti feriti e 115 sono stati arrestati. Sono stati emessi diciassette ordini di espulsione, 11 dei quali vietavano ai palestinesi l’accesso al complesso della moschea di Al-Aqsa, mentre i restanti vietavano loro l’accesso ad altre zone di Gerusalemme. Secondo la Commissione per la Resistenza al Muro e agli Insediamenti, l’esercito israeliano e i coloni hanno compiuto 2˙256 attacchi contro cittadini palestinesi, le loro terre e le loro proprietà nel corso dell’ultimo mese, “a testimonianza della persistenza della violenza coloniale come politica sistematica quotidiana volta a colpire la presenza palestinese e la sua capacità di rimanere sulla propria terra”. ITALIA / BOLOGNA – È nato il gruppo PD Bologna per Gaza, costituito “per promuovere iniziative di solidarietà concreta, informazione e mobilitazione politica a sostegno della popolazione civile di Gaza e per contribuire, anche dal territorio bolognese, alla richiesta di pace, giustizia, tutela dei diritti umani e rispetto del diritto internazionale” e che, divulgando le notizie online, raccoglie informazioni su “i progetti, le iniziative pubbliche, i materiali informativi e i canali attraverso cui cittadine, cittadini, circoli e realtà associative possono partecipare e dare il proprio contributo”. Tra i progetti elencati c’è il sostegno ai bambini di Gaza tramite l’associazione Al-Najdah, a cui ANBAMED ha trasferito le donazioni raccolte da gennaio a maggio: 39˙291 € e cominciato a inviare per email le schede delle adozioni a distanza, a affidatari e affidatarie, secondo l’ordine di prenotazione, di cui presto fornirà la documentazione (una foto + un certificato di nascita in arabo e una breve scheda sociale in italiano), scusandosi per il ritardo che è causato dalle difficoltà di trasferire i documenti da Gaza e dalla mole di lavoro di traduzioni. ANBAMED
August 4, 2026
Pressenza
Dalla morte alla sepoltura di Sayyed Ali Khamenei, cronaca di una transizione storica in Iran
All’alba del 28 febbraio 2026, la storia contemporanea dell’Iran è entrata in una fase nuova e senza precedenti, iniziata con il fragore delle esplosioni su Teheran e conclusasi, mesi dopo, tra guerra, lutto e incertezza, nel santuario dell’Imam Reza a Mashhad. Sayyed Ali Khamenei, secondo Guida Suprema della Repubblica Islamica, è stato ucciso durante gli attacchi aerei congiunti di Stati Uniti e Israele su Teheran — un evento che ha segnato non solo il destino di un uomo, ma il percorso di un’intera nazione. Ciò che segue è la ricostruzione della sua vita e degli eventi che, dalla morte alla sepoltura, hanno attraversato l’Iran. Dalla lotta contro lo Scià ai primi incarichi Sayyed Ali Khamenei nacque il 19 aprile 1939 a Mashhad. Studiò teologia a Mashhad, Najaf e Qom, allievo di Khomeini, dell’Ayatollah Borujerdi e dell’Allameh Tabatabai. Negli anni Sessanta e Settanta fu tra le figure attive dell’opposizione al regime Pahlavi, il che gli costò arresti ripetuti da parte della SAVAK, periodi di detenzione e infine l’esilio a Iranshahr. Dopo la rivoluzione del 1979, divenne membro del Consiglio della Rivoluzione, Imam del venerdì a Teheran e deputato nella prima legislatura. Con la guerra Iran-Iraq fu rappresentante di Khomeini nel Consiglio Supremo della Difesa, presente in prima linea. Il 27 giugno 1981 sopravvisse a un attentato del gruppo Forqan nella moschea Abuzar di Teheran, che gli lasciò la mano destra parzialmente immobile per sempre. Dopo l’assassinio del presidente Rajai, fu eletto terzo presidente dell’Iran, carica ricoperta per due mandati, dal 1981 al 1989. Gli anni della Guida Suprema: 1989–2026 Alla morte di Khomeini, il 3 giugno 1989, l’Assemblea degli Esperti scelse Khamenei come nuova Guida Suprema, inaugurando un mandato di 36 anni che lo rese il capo di Stato più longevo dell’Asia occidentale contemporanea. La sua leadership puntò su: gestione delle crisi regionali, dalle guerre del Golfo all’intervento americano in Afghanistan e Iraq fino all’ISIS; autosufficienza militare e missilistica come deterrente; sostegno alla tecnologia nazionale, dal nucleare al nanotech; e “profondità strategica”, tramite gruppi alleati in Libano, Palestina, Iraq e Siria, con figure come il generale Qassem Soleimani. Questi decenni non furono privi di tensioni interne. Durante le proteste del 2025-2026, l’Iran visse disordini diffusi, repressi con durezza; le stime delle vittime variano da circa tremila secondo dati ufficiali a cifre molto più alte secondo fonti indipendenti. Il 7 gennaio 2026 lo stesso Khamenei riconobbe la morte di “diverse migliaia” di persone, attribuendone la colpa a Stati Uniti e Israele. La morte: 28 febbraio 2026 Il 28 febbraio 2026 ebbe inizio quella che sarebbe stata chiamata “Guerra in Iran 2026”, con una massiccia ondata di attacchi aerei di Stati Uniti e Israele su Teheran. Nelle prime ore fu colpito l’ufficio-residenza della Guida Suprema; la mattina seguente la televisione di Stato ne confermò la morte. Secondo fonti vicine ai Guardiani della Rivoluzione, nello stesso attacco persero la vita anche una figlia, un genero, una nuora e un nipote di Khamenei — un lutto che si aggiunse, in termini profondamente umani, al dolore della sua famiglia. Il governo proclamò quaranta giorni di lutto nazionale e una settimana di festività ufficiali. Quell’ondata di attacchi causò, secondo fonti ufficiali iraniane, almeno 201 morti nel Paese; il bombardamento di due scuole femminili, tra cui l’istituto Shajareh Tayyebeh a Minab, in special modo ebbe vasta eco pubblica — ricordo doloroso di come dietro ogni grande evento politico si consumino i destini di persone comuni. Dopo la morte di Khamenei, la guida del Paese passò temporaneamente a un consiglio di leadership provvisorio, finché l’Assemblea degli Esperti non elesse Mojtaba Khamenei come nuova Guida Suprema. Il rinvio dei funerali Sebbene i funerali fossero inizialmente previsti per marzo 2026, le condizioni belliche e le preoccupazioni per la sicurezza ne rinviarono lo svolgimento di mesi. Il 4 marzo, le autorità di Teheran annunciarono che la cerimonia di commiato si sarebbe tenuta quella stessa notte al Mosallah dell’Imam Khomeini; l’annuncio fu ritirato poche ore dopo, senza spiegazioni ufficiali, e l’evento rinviato “ai prossimi giorni”. Pur senza conferme ufficiali, il timore di un nuovo attacco contro i grandi raduni pubblici sembra essere stata la ragione principale di questo lungo rinvio. In quelle settimane, il vicolo Fariborz Keshvardoost, vicino al punto colpito nella residenza della Guida, divenne meta spontanea di lutto popolare fin dal primo giorno di guerra, noto poi come il “portico di Keshvardoost”. A Najaf migliaia di iracheni parteciparono a una cerimonia simbolica in suo onore; il 19 aprile si tenne in tutto l’Iran la commemorazione dei quaranta giorni. Fu infine annunciato che, secondo la sua volontà, Khamenei sarebbe stato sepolto nel santuario dell’Imam Reza a Mashhad. I funerali: il racconto di un lungo addio Le esequie, articolate in più fasi, si tennero dal 3 al 10 luglio 2026, diventando una delle cerimonie funebri politico-religiose più lunghe e imponenti della storia recente dell’Iran. Per organizzarle furono mobilitati i Guardiani della Rivoluzione, gli apparati di sicurezza e diverse istituzioni statali. Lo slogan ufficiale fu “Bisogna insorgere” (Bâyad barkhâst), e il simbolo un pugno chiuso. La cerimonia si aprì con l’omaggio alla salma nel Mosallah di Teheran, seguito da giorni di veglia, poi dai funerali ufficiali a Teheran e a Qom. Da lì la salma fu trasferita in Iraq: a Baghdad, Kadhimiya, Najaf e Karbala si tennero cerimonie alla presenza di alti funzionari iracheni — tra cui il primo ministro —, leader sciiti e comandanti militari, mentre la bara veniva portata in processione attorno ai santuari dell’Imam Ali e dell’Imam Hussein. Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ringraziò governo, popolo e autorità religiose irachene per l’ospitalità. Presero parte anche esponenti vicini all'”asse della resistenza”, tra cui il figlio di Hassan Nasrallah, che parlò di un legame spirituale tra suo padre e Khamenei. La sepoltura a Mashhad Giovedì 9 luglio 2026, la salma tornò infine nella città natale, Mashhad, dove fu sepolta nel santuario dell’Imam Reza, accanto al mausoleo dell’ottavo Imam sciita — chiusura simbolica di un percorso iniziato come giovane studente di teologia e culminato in 36 anni alla guida del Paese. Alla sepoltura parteciparono milioni di cittadini comuni, autorità civili e militari, delegazioni diplomatiche e rappresentanti dei gruppi alleati regionali, tra cui Hamas e Hezbollah. Secondo stime non ufficiali, i partecipanti a tutte le fasi della cerimonia avrebbero raggiunto i 30 milioni — cifra comunque oggetto di dibattito. Un’eredità in discussione La morte di Sayyed Ali Khamenei rappresenta la seconda transizione di leadership nella storia della Repubblica Islamica dalla rivoluzione del 1979, un evento storicamente rilevante ma dagli esiti profondamente incerti. Per una parte della società iraniana ha rappresentato una speranza di apertura politica; per un’altra, il timore di una guerra prolungata e di ulteriore sofferenza umana. Ciò che appare certo è che le lunghe esequie, svoltesi in un contesto eccezionale di guerra e incertezza, sono diventate uno dei riti di lutto politico-religioso più simbolici della storia recente dell’Iran — riflesso del legame profondo tra potere, fede e sentimento collettivo in una società che sta ancora attraversando uno dei capitoli più difficili della propria storia. Seyyed_Ali_Khamenei_in_meeting_of_Vietnamese_President Redazione Italia
July 12, 2026
Pressenza