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Dalla morte alla sepoltura di Sayyed Ali Khamenei, cronaca di una transizione storica in Iran
All’alba del 28 febbraio 2026, la storia contemporanea dell’Iran è entrata in una fase nuova e senza precedenti, iniziata con il fragore delle esplosioni su Teheran e conclusasi, mesi dopo, tra guerra, lutto e incertezza, nel santuario dell’Imam Reza a Mashhad. Sayyed Ali Khamenei, secondo Guida Suprema della Repubblica Islamica, è stato ucciso durante gli attacchi aerei congiunti di Stati Uniti e Israele su Teheran — un evento che ha segnato non solo il destino di un uomo, ma il percorso di un’intera nazione. Ciò che segue è la ricostruzione della sua vita e degli eventi che, dalla morte alla sepoltura, hanno attraversato l’Iran. Dalla lotta contro lo Scià ai primi incarichi Sayyed Ali Khamenei nacque il 19 aprile 1939 a Mashhad. Studiò teologia a Mashhad, Najaf e Qom, allievo di Khomeini, dell’Ayatollah Borujerdi e dell’Allameh Tabatabai. Negli anni Sessanta e Settanta fu tra le figure attive dell’opposizione al regime Pahlavi, il che gli costò arresti ripetuti da parte della SAVAK, periodi di detenzione e infine l’esilio a Iranshahr. Dopo la rivoluzione del 1979, divenne membro del Consiglio della Rivoluzione, Imam del venerdì a Teheran e deputato nella prima legislatura. Con la guerra Iran-Iraq fu rappresentante di Khomeini nel Consiglio Supremo della Difesa, presente in prima linea. Il 27 giugno 1981 sopravvisse a un attentato del gruppo Forqan nella moschea Abuzar di Teheran, che gli lasciò la mano destra parzialmente immobile per sempre. Dopo l’assassinio del presidente Rajai, fu eletto terzo presidente dell’Iran, carica ricoperta per due mandati, dal 1981 al 1989. Gli anni della Guida Suprema: 1989–2026 Alla morte di Khomeini, il 3 giugno 1989, l’Assemblea degli Esperti scelse Khamenei come nuova Guida Suprema, inaugurando un mandato di 36 anni che lo rese il capo di Stato più longevo dell’Asia occidentale contemporanea. La sua leadership puntò su: gestione delle crisi regionali, dalle guerre del Golfo all’intervento americano in Afghanistan e Iraq fino all’ISIS; autosufficienza militare e missilistica come deterrente; sostegno alla tecnologia nazionale, dal nucleare al nanotech; e “profondità strategica”, tramite gruppi alleati in Libano, Palestina, Iraq e Siria, con figure come il generale Qassem Soleimani. Questi decenni non furono privi di tensioni interne. Durante le proteste del 2025-2026, l’Iran visse disordini diffusi, repressi con durezza; le stime delle vittime variano da circa tremila secondo dati ufficiali a cifre molto più alte secondo fonti indipendenti. Il 7 gennaio 2026 lo stesso Khamenei riconobbe la morte di “diverse migliaia” di persone, attribuendone la colpa a Stati Uniti e Israele. La morte: 28 febbraio 2026 Il 28 febbraio 2026 ebbe inizio quella che sarebbe stata chiamata “Guerra in Iran 2026”, con una massiccia ondata di attacchi aerei di Stati Uniti e Israele su Teheran. Nelle prime ore fu colpito l’ufficio-residenza della Guida Suprema; la mattina seguente la televisione di Stato ne confermò la morte. Secondo fonti vicine ai Guardiani della Rivoluzione, nello stesso attacco persero la vita anche una figlia, un genero, una nuora e un nipote di Khamenei — un lutto che si aggiunse, in termini profondamente umani, al dolore della sua famiglia. Il governo proclamò quaranta giorni di lutto nazionale e una settimana di festività ufficiali. Quell’ondata di attacchi causò, secondo fonti ufficiali iraniane, almeno 201 morti nel Paese; il bombardamento di due scuole femminili, tra cui l’istituto Shajareh Tayyebeh a Minab, in special modo ebbe vasta eco pubblica — ricordo doloroso di come dietro ogni grande evento politico si consumino i destini di persone comuni. Dopo la morte di Khamenei, la guida del Paese passò temporaneamente a un consiglio di leadership provvisorio, finché l’Assemblea degli Esperti non elesse Mojtaba Khamenei come nuova Guida Suprema. Il rinvio dei funerali Sebbene i funerali fossero inizialmente previsti per marzo 2026, le condizioni belliche e le preoccupazioni per la sicurezza ne rinviarono lo svolgimento di mesi. Il 4 marzo, le autorità di Teheran annunciarono che la cerimonia di commiato si sarebbe tenuta quella stessa notte al Mosallah dell’Imam Khomeini; l’annuncio fu ritirato poche ore dopo, senza spiegazioni ufficiali, e l’evento rinviato “ai prossimi giorni”. Pur senza conferme ufficiali, il timore di un nuovo attacco contro i grandi raduni pubblici sembra essere stata la ragione principale di questo lungo rinvio. In quelle settimane, il vicolo Fariborz Keshvardoost, vicino al punto colpito nella residenza della Guida, divenne meta spontanea di lutto popolare fin dal primo giorno di guerra, noto poi come il “portico di Keshvardoost”. A Najaf migliaia di iracheni parteciparono a una cerimonia simbolica in suo onore; il 19 aprile si tenne in tutto l’Iran la commemorazione dei quaranta giorni. Fu infine annunciato che, secondo la sua volontà, Khamenei sarebbe stato sepolto nel santuario dell’Imam Reza a Mashhad. I funerali: il racconto di un lungo addio Le esequie, articolate in più fasi, si tennero dal 3 al 10 luglio 2026, diventando una delle cerimonie funebri politico-religiose più lunghe e imponenti della storia recente dell’Iran. Per organizzarle furono mobilitati i Guardiani della Rivoluzione, gli apparati di sicurezza e diverse istituzioni statali. Lo slogan ufficiale fu “Bisogna insorgere” (Bâyad barkhâst), e il simbolo un pugno chiuso. La cerimonia si aprì con l’omaggio alla salma nel Mosallah di Teheran, seguito da giorni di veglia, poi dai funerali ufficiali a Teheran e a Qom. Da lì la salma fu trasferita in Iraq: a Baghdad, Kadhimiya, Najaf e Karbala si tennero cerimonie alla presenza di alti funzionari iracheni — tra cui il primo ministro —, leader sciiti e comandanti militari, mentre la bara veniva portata in processione attorno ai santuari dell’Imam Ali e dell’Imam Hussein. Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ringraziò governo, popolo e autorità religiose irachene per l’ospitalità. Presero parte anche esponenti vicini all'”asse della resistenza”, tra cui il figlio di Hassan Nasrallah, che parlò di un legame spirituale tra suo padre e Khamenei. La sepoltura a Mashhad Giovedì 9 luglio 2026, la salma tornò infine nella città natale, Mashhad, dove fu sepolta nel santuario dell’Imam Reza, accanto al mausoleo dell’ottavo Imam sciita — chiusura simbolica di un percorso iniziato come giovane studente di teologia e culminato in 36 anni alla guida del Paese. Alla sepoltura parteciparono milioni di cittadini comuni, autorità civili e militari, delegazioni diplomatiche e rappresentanti dei gruppi alleati regionali, tra cui Hamas e Hezbollah. Secondo stime non ufficiali, i partecipanti a tutte le fasi della cerimonia avrebbero raggiunto i 30 milioni — cifra comunque oggetto di dibattito. Un’eredità in discussione La morte di Sayyed Ali Khamenei rappresenta la seconda transizione di leadership nella storia della Repubblica Islamica dalla rivoluzione del 1979, un evento storicamente rilevante ma dagli esiti profondamente incerti. Per una parte della società iraniana ha rappresentato una speranza di apertura politica; per un’altra, il timore di una guerra prolungata e di ulteriore sofferenza umana. Ciò che appare certo è che le lunghe esequie, svoltesi in un contesto eccezionale di guerra e incertezza, sono diventate uno dei riti di lutto politico-religioso più simbolici della storia recente dell’Iran — riflesso del legame profondo tra potere, fede e sentimento collettivo in una società che sta ancora attraversando uno dei capitoli più difficili della propria storia. Seyyed_Ali_Khamenei_in_meeting_of_Vietnamese_President Redazione Italia
July 12, 2026
Pressenza
Afghanistan: allarmante aumento di bambini con malnutrizione acuta grave
La diminuzione di sostegni finanziari alle missioni umanitarie, la chiusura delle frontiere, l’incremento dei prezzi dei generi alimentari e la siccità hanno provocato l’incremento di oltre il 30% rispetto allo stesso periodo degli ultimi 3 anni del numero di bambini, la maggior parte di età inferiore a 1 anno, con complicanze mediche che richiedono cure salvavita nei centri ospedalieri di alimentazione terapeutica. Questo aumento segnala un deterioramento della situazione di sicurezza alimentare che la popolazione afghana si trova ad affrontare. La situazione critica sta mettendo a dura prova la capacità di Medici Senza Frontiere di rispondere efficacemente ai bisogni della popolazione. “I bambini arrivano da noi in una fase troppo avanzata del processo e spesso si presentano in condizioni critiche con complicanze mediche che si potrebbero prevenire – afferma Ana Lilia Banda, coordinatrice medica di MSF nel sud dell’Afghanistan – Ciò riflette non solo il peggioramento dell’insicurezza alimentare, ma anche il collasso dei sistemi progettati per individuare e trattare la malnutrizione in fase precoce. Una risposta efficace richiede diversi elementi di assistenza che funzionino tutti correttamente: dai servizi ambulatoriali che identificano e curano i casi senza complicanze, all’assistenza ospedaliera per i bambini in condizioni critiche. Ripristinare questa gamma completa di servizi contro la malnutrizione è essenziale per prevenire decessi evitabili”. Secondo i dati diffusi dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), le significative riduzioni dei finanziamenti internazionali registrate dall’inizio del 2025 hanno portato alla sospensione o alla chiusura di 445 strutture sanitarie, tra cui 203 team mobili di assistenza sanitaria e nutrizionale nel 2025. Questi servizi svolgevano in precedenza un ruolo fondamentale nello screening a livello comunitario, nella diagnosi precoce e nella fornitura di cure. Allo stesso tempo, la chiusura delle frontiere legata alle tensioni geopolitiche regionali ha interrotto la catena di approvvigionamento di alimenti terapeutici nel paese e fatto aumentare i prezzi dei generi alimentari, compromettendone la disponibilità e peggiorando l’accesso complessivo al cibo per la popolazione, con ripercussioni particolarmente gravi sulle donne in gravidanza e sulle madri. La situazione è ulteriormente aggravata dalle ricorrenti condizioni di siccità, che hanno ridotto i raccolti e progressivamente intensificato l’insicurezza alimentare e le difficoltà economiche. “La malnutrizione non è solo un problema medico, ma anche sociale – afferma Banda di MSF – L’allattamento al seno esclusivo durante i primi 6 mesi di vita, seguito da un’alimentazione complementare adeguata, è essenziale per soddisfare i bisogni nutrizionali di un neonato. Ma quando le madri stesse non hanno abbastanza da mangiare, come possono nutrire i propri bambini? Stiamo vedendo molti bambini malnutriti di età inferiore a 1 anno, spesso accompagnati dalle loro madri o da chi se ne prende cura, che a loro volta hanno bisogno di assistenza”. Dall’inizio del 2026, i ricoveri presso il centro ospedaliero di alimentazione terapeutica supportato da MSF presso l’ospedale provinciale di Boost, nella provincia meridionale afghana di Helmand, hanno raggiunto un record mensile rispetto allo stesso periodo degli ultimi 5 anni. Tra gennaio e aprile 2026, i ricoveri di bambini colpiti da malnutrizione acuta grave con complicanze mediche hanno superato i 1.500, più del doppio rispetto al numero registrato nello stesso periodo del 2022. Il centro ospedaliero di alimentazione terapeutica di MSF a Kandahar ha accolto oltre 570 bambini malnutriti. Inoltre, più di 300 pazienti sono stati indirizzati verso altre strutture sanitarie. La domanda di cure è di gran lunga superiore a quanto le équipe di MSF possano sostenere, nonostante l’aumento della sua capacità. MSF ha già potenziato la propria risposta nelle province di Helmand e Kandahar. Tuttavia, con il picco stagionale di malnutrizione ormai in corso, si teme fortemente che l’aumento dei bisogni continui a superare l’attuale risposta umanitaria. MSF invita i donatori, le autorità sanitarie e le organizzazioni competenti a dare urgentemente priorità e a ripristinare i finanziamenti internazionali e nazionali per i programmi nutrizionali in tutto l’Afghanistan. Occorre inoltre garantire una fornitura ininterrotta di alimenti appositamente formulati e di forniture mediche essenziali. Senza un intervento immediato, la crisi rischia di aggravarsi, lasciando un numero sempre maggiore di bambini senza accesso alle cure salvavita di cui hanno urgente bisogno. MSF, che gestisce 7 progetti a Bamyan, Helmand, Herat, Mazar-i-Sharif, Kandahar, Khost e Kunduz, con particolare attenzione alla fornitura di servizi sanitari di secondo livello, attualmente fornisce sostegno nutrizionale ai bambini malnutriti nelle province di Helmand, Herat e Kandahar. Nel 2025, 9.388 bambini sono stati ricoverati nei centri ospedalieri di alimentazione terapeutica supportati da MSF, mentre 3.166 bambini sono stati inseriti nei centri di alimentazione terapeutica ambulatoriali. Medecins sans Frontieres
June 30, 2026
Pressenza
Fu Dong: Israele deve smettere. Il rapporto di B’Tselem sull’infanticidio in Cisgiordania.
Il rappresentante della Cina al Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha dichiarato: “Il cessate il fuoco a Gaza non è ancora entrato in vigore e ogni giorno vengono uccisi dei bambini. Israele deve cessare immediatamente il fuoco a Gaza e rispettare il diritto internazionale. L’attività di insediamento in Cisgiordania deve cessare e non può esserci soluzione senza la creazione di uno Stato palestinese”. Al 260° giorno dalla proclamazione dell’accordo per la cessazione dei combattimenti nella Striscia di Gaza, * le violazioni israeliane sono sono state 3.465 * 1.045 persone sono state uccise a causa delle violazioni israeliane e degli attacchi in corso * 3.380 persone sono state ferite a seguito degli attacchi israeliani * 113 persone sono state arrestate e sono tuttora detenute * sono entrati solo 55.539 dei previsti 156.000 camion, con un tasso di conformità di appena il 36% * per i trasferimenti all’estero di malati necessitanti cure, su 21.800 che, in base all’accodo, avrebbero dovuto poter attraversare il confine al valico di Rafah, l’occupazione israeliana ha permesso il passaggio di soli 8.016 viaggiatori,  con un tasso di conformità di appena il 36%. In un rapporto pubblicato ieri, l’associazione per i diritti umani israeliana B’Tselem riferisce: > Israele ha ucciso 54 bambini e adolescenti in Cisgiordania lo scorso anno, il > numero più alto dal 1967. > > Israele ha ucciso 1.086 palestinesi in Cisgiordania, tra cui 241 bambini e > adolescenti, dall’ottobre 2023. > > L’uccisione senza precedenti di bambini e adolescenti palestinesi in > Cisgiordania è il risultato di una più ampia politica israeliana che consente > di uccidere impunemente. > > Le forze israeliane hanno impedito e ostacolato l’accesso delle squadre > mediche ai palestinesi in circa un quarto dei casi in cui bambini e > adolescenti sono stati uccisi mentre erano feriti. > > Le autorità israeliane stanno trattenendo i corpi di 18 dei 54 bambini e > adolescenti uccisi durante il 2025. Nostri contatti a Gaza hanno riferito che ieri sono arrivati negli ospedali di Gaza 8 uccisi, tra cui due bambini, e oltre 40 feriti, vittime dei raid aerei israeliani sulla Striscia. Un bambino è morto in seguito al bombardamento di terreni e tende di sfollati da parte di aerei da guerra israeliani nella zona di Al-Mawasi a Khan Younis, nel sud della Striscia di Gaza. Un aereo da guerra israeliano ha effettuato un raid aereo nei pressi della zona di Al-Sudaniyya, a nord-ovest di Gaza City. Due uccisi e diversi feriti in un bombardamento israeliano contro un gruppo di palestinesi vicino all’incrocio di Al-Nas ad Al-Mawasi, Khan Younis. In un altro bombardamento è stato ucciso Salim al-Ashqar. È stato colpito dal fuoco israeliano nella città di al-Qarara, a nord-ovest di Khan Younis. Il corteo funebre per la martire tredicenne Eileen al-Farra si è svolto presso il complesso medico Nasser a Khan Younis. È morta a causa delle ferite riportate dopo essere stata colpita, nei giorni precedenti, da una scheggia di un proiettile israeliano all’interno della sua tenda vicino alla rotonda di Abu Hamid, nel centro della città. I bombardamenti di artiglieria, a intermittenza, hanno preso di mira le aree orientali di al-Qarara, a nord-est di Khan Younis. I nomi dei tre martiri uccisi nel raid aereo israeliano che ha colpito Deir al-Balah, nella Striscia di Gaza centrale, sono: Ali Fayez Asbitan, Hassan Salman al-Hanajra e il bambino di 8 anni Malik Wael Abu Shawish. In Cisgiordania i soldati israeliani di occupazione hanno una licenza di uccidere, con una completa impunità. Un minorenne di 15 anni, Amir Ahmad Jaber, è stato colpito a morte dalle pallottole israeliane durante l’invasione delle truppe nel quartiere Umm Al-Sharayet, nella città di el-Bira. Come al solito i criminali ufficiali dell’esercito di occupazione hanno impedito i soccorsi, fino all’accertamento del decesso. In Libano stamattina l’esercito israeliano ha condotto una massiccia operazione di bombardamento nella città di Haddatha, nel Libano meridionale. Aerei da guerra israeliani hanno lanciato un attacco aereo nell’area compresa tra le città di Qantara e Deir Siryan. L’esercito israeliano ha effettuato vaste operazioni di demolizione in diverse zone del Libano meridionale. I media di Tel Aviv continuano a parlare dei tre villaggi “zone sperimentali” dalle quali l’esercito di occupazione si sarebbe ritirato per lasciare entrare l’esercito libanese e provvedere al disarmo di Hezbollah. È falso. Le tre cittadine indicate non sono occupate dall’esercito israeliano. Il ministro della guerra israeliano, Katz, ha ripetutamente sottolineato che l’esercito israeliano non si ritirerà dal Libano e l’accordo di Washington è chiaro su questo punto: “Rimarremo lì fino al disarmo dell’ultimo fucile nelle mani di Hezbollah. Non solo, ma abbiamo allargato la ‘linea gialla’, che rappresenterà una striscia di sicurezza per noi”. Non si placa il dibattito politico in Libano, dopo la firma dell’accordo vergogna a Washington. Un deputato del movimento Amal è arrivato a definire la firma di quell’accordo un tradimento della sovranità del paese ed una sottomissione alla tutela Usa e israeliana. Nel secondo giorno di relativa calma, la guerra in Iran prosegue per il momento soltanto a livello di comunicati. A Doha si dovrebbero riunire delegazioni di Teheran e Washington, ma le comunicazioni delle due parti non coincidono. La propaganda di Trump parla di negoziato sul nucleare iraniano, invece da Teheran dicono che si tratterebbe di un incontro tecnico sull’applicazione delle clausole sulla fine delle sanzioni sulle esportazioni petrolifere iraniane e sul congelamento dei fondi iraniani. Il traffico nello stretto di Hormuz continua anche se si è leggermente attenuato: 18 navi lo hanno attraversato di fronte alle 28 prima dell’ultima fiammata di bombe e missili. A Muscat si stanno tenendo trattative tra l’Oman e l’Iran per il regolamento del traffico marittimo nello Stretto, dopo la fine del periodo sperimentale di 60 giorni previsto dall’accordo quadro Iran-USA. Un’ulteriore polemica è nata tra Teheran e Parigi, dopo le dichiarazioni di Macron sul ruolo francese nello sminamento dello Stretto. Il vice ministro degli esteri iraniano ha rilasciato una dichiarazione di fuoco: “la presenza di unità militari europee nella regione sono un’altra dichiarazione di guerra. Non serve versare altra benzina sul fuoco. Lo sminamento dello Stretto è soltanto competenza nostra”. ANBAMED
June 30, 2026
Pressenza
Chiesta l’espulsione dell’Associazione Medica Israeliana dall’Associazione Medica Mondiale
La rivista medica The Lancet ha pubblicato la notizia che all’assemblea generale dell’Associazione Medica Mondiale (WMA) che si terrà a ottobre verrà presentata una mozione per l’espulsione dell’Associazione Medica Israeliana (IMA). La richiesta è sostenuta dai firmatari della petizione, che ritengono l’IMA non più ammissibile nell’associazione mondiale a causa della sua mancata condanna del genocidio perpetrato da Israele contro i palestinesi e il collasso del sistema sanitario di Gaza verrà presentata. Tra le nefandezze della sanità israeliana ricordiamo che: * 100 medici israeliani avevano pubblicato una lettera chiedendo all’esercito israeliano di bombardare e distruggere l’ospedale Shifa a Gaza! * i medici israeliani hanno preso parte attiva al genocidio! * i medici israeliani hanno fortemente incoraggiato i bombardamenti e la distruzione degli ospedali di Gaza, nonché l’uccisione di massa di migliaia di pazienti! * i medici israeliani hanno torturato gli ostaggi palestinesi a Sde Teiman, hanno mandato dei tirocinanti a condurre esperimenti su di loro, li hanno operati senza anestesia e hanno negato loro medicine e cure! A Londra gli attivisti sostenitori della Palestina hanno interrotto un’asta per la vendita di immobili negli insediamenti ebraici in Cisgiordania e Gerusalemme. Circa un migliaio di persone hanno partecipato a proteste fuori da una mostra allestita all’interno di una sinagoga nel nord-ovest di Londra volta a promuovere proprietà negli insediamenti costruiti su territori palestinesi occupati. La polizia ha arrestato 14 persone durante le manifestazioni. Amnesty International e circa 100 parlamentari britannici avevano precedentemente chiesto la cancellazione della mostra, sostenendo che violasse il diritto internazionale. In un nuovo rapporto, l’organizzazione benefica britannica Oxfam ha accusato gli uomini più ricchi del mondo e le compagnie energetiche globali di aver tratto enormi profitti finanziari, stimati in circa 300 milioni di dollari al giorno, dallo scoppio delle aggressioni di Stati Uniti e Israele contro Iran, alla fine di febbraio. L’organizzazione ha inoltre messo in guardia, in occasione del vertice del G7 a Evian, in Francia, contro il crescente divario di disuguaglianza sociale a livello globale. Dichiarazioni bellicose si aggiungono alle divergenze nelle due narrazioni statunitense e iraniana sul contenuto dell’accordo per la pace tra USA e Iran. Tutt’e due le parti si dichiarano vincenti. Il vice Usa, Vance, ha detto in un’intervista tv: “Molti dettagli relativi all’accordo necessitano ancora di chiarimenti. Vedremo se Teheran sarà disposta a fare delle concessioni. Altrimenti riprendiamo da capo”. L’esercito iraniano ha dichiarato che avrebbe sostenuto qualsiasi accordo a tutela degli interessi dell’Iran e che il rispetto degli impegni da parte del nemico richiede una dimostrazione di forza. Di fatto è già operativo lo sblocco dei porti iraniani e le prime navi petroliere attraversano lo stretto, sotto la guida delle motovedette iraniane, per evitare le mine. La stampa di Teheran sottolinea questo aspetto come una vittoria dei negoziatori iraniani. Da parte sua, il Ministero degli Esteri iraniano ha affermato che la fine della guerra su tutti i fronti, Libano compreso, è un punto non negoziabile del memorandum d’intesa. In Libano continua l’offensiva militare israeliana. Gli attacchi su Sour e Nabatyieh trovano una forte resistenza che la stessa stampa di Tel Aviv riconosce come una trappola per i soldati occupanti: “I nostri soldati sono sotto l’attacco dei droni di Hezbollah e gli insediamenti del nord non sono immuni da lanci di missili”, si lamentano occupando e invadendo. Il criminale Netanyahu vuole sottrarsi alla tutela di Trump: “L’accordo con l’Iran è stato fatto da Trump, ed è stata una sua decisione. Noi abbiamo i nostri interessi. Rimarremo nella zona cuscinetto di sicurezza in Libano”, ha dichiarato in conferenza stampa. È la politica di espansionismo nel nome del vittimismo, tipica degli israeliani di ogni governo. La presidenza libanese ha dichiarato che il presidente Aoun, in una telefonata con il ministro degli Esteri iraniano, Araqchi, ha sottolineato che la stabilità, la sicurezza e la sovranità del Libano sono una priorità nazionale. Hezbollah ha annunciato di aver colpito con razzi e mortai una forza israeliana nei pressi del valico di Kfar Tebnit. Il Ministero della Salute libanese ha comunicato che il numero delle vittime dell’aggressione israeliana contro il Libano, iniziata il 2 marzo, è salito a 3.798 deceduti e 11.781 feriti. Il Centro di informazione per i diritti umani a Gerusalemme ha dichiarato in un comunicato che 397 coloni ebrei israeliani hanno fatto irruzione nella moschea di Al-Aqsa durante le incursioni mattutine e serali, mentre il governatorato di Gerusalemme ha affermato che gli intrusi hanno compiuto rituali talmudici durante l’incursione. L’intrusione è stata protetta dalle forze di occupazione. Nello stesso tempo, le forze di occupazione hanno arrestato il custode della moschea, Hamza El-Nebaly, senza motivo apparente e non si conosce la sua sorte a 24 ore dall’accaduto. Nella cittadina di Selwan, a sud della moschea di al-Aqsa, le forze di occupazione hanno confiscato un terreno della chiesa armena. Il terreno è stato circondato da filo spinato e custodito da un posto di blocco. Le forze di occupazione e i coloni hanno installato case mobili nell’area di Jabal al-Rahma vicino alla colonia di Tel Rumeida, “Ramat Yishai”, costruite su terre e proprietà dei cittadini palestinesi nella città di El-Khalil (Hebron), per espandere la colonizzazione ebraica nel centro della città. Il movimento coloniale intende estendere il controllo su più terre nell’area, utilizzando diversi mezzi. Vaste aree del centro della città, infatti, sono soggette a confische o sono soggette a rigide misure di sicurezza, per allontanare i cittadini palestinesi da esse. Va ricordato che l’anno scorso i coloni, protetti dai soldati di occupazione, hanno installato due case mobili nella stessa area vicino alla Moschea Al-Rayyan nel centro della città. A Gaza l’infermiere Mohammed al-Habil e suo figlio Musa sono stati uccisi da un missile israeliano mentre si trovavano sul tetto della loro casa a raccogliere acqua nella zona di Abu Iskandar, nel quartiere di Sheikh Radwan, nel nord di Gaza. Ieri sera fonti degli ospedali di Gaza hanno confermato ad Anbamed che cinque palestinesi, tra cui due bambini e una donna, sono stati uccisi dai colpi israeliani. Israele non colpisce i bambini gazawi come vittime collaterali, ma mira a uccidere il futuro di Gaza, annientando i bambini. Qui vi raccontiamo la storia di Sarah Rajab. Aveva 9 anni quando un missile l’ha presa di mira il 27 maggio, primo giorno della Festa di Eid Al-Adha. Era l’ultima della sua famiglia, cancellata per mano israeliana dal registro anagrafico palestinese. A Gaza non c’è nessun cessate il fuoco. > THE LANCET / 13 giugno 2026 – Richiesta di sospensione dell’IMA (Associazione > Medica Israeliana) dalla WMA (Associazione Medica Mondiale) a causa della sua > posizione su Gaza. > > Le organizzazioni sanitarie chiedono il boicottaggio dell’Associazione Medica > Israeliana (IMA) per quelle che definiscono violazioni dell’etica medica e del > diritto internazionale umanitario nella guerra a Gaza. > Il Movimento Sanitario Popolare (PHM), Artsen voor Gaza (Medici per Gaza) e il > Consiglio Consultivo Sanitario della Voce Ebraica per la Pace chiedono la > sospensione dell’IMA dall’Associazione Medica Mondiale (WMA) per non aver > preso posizione contro il genocidio dei palestinesi, la distruzione delle > infrastrutture sanitarie e le torture e gli omicidi di operatori sanitari a > Gaza. > > L’IMA ha dichiarato a The Lancet: “Le accuse contro l’IMA sono, nella peggiore > delle ipotesi, menzogne, e nella migliore, affermazioni fortemente contestate > presentate come fatti. Ancor più grave, le richieste dei firmatari di > espellere l’IMA dalla WMA sembrano confondere il governo di un Paese con la > sua associazione medica, un precedente estremamente pericoloso. Infine, la > petizione ignora qualsiasi ruolo di Hamas nella distruzione del sistema > sanitario di Gaza, come la loro strategia deliberata di nascondersi sotto e > dentro gli ospedali e di utilizzare gli ospedali come centri di comando > militari e depositi di munizioni, in violazione dell’articolo 19 della Quarta > Convenzione di Ginevra”. > L’IMA aggiunge che essa e “i suoi membri hanno chiarito in numerose occasioni > di sostenere l’etica medica universale”. > L’IMA ha rilasciato dichiarazioni in cui chiedeva il rispetto della neutralità > medica e del diritto internazionale umanitario, la consegna sicura degli aiuti > umanitari ai civili a Gaza e un trattamento umano dei prigionieri e dei > detenuti negli ospedali. Ad agosto, ha espresso “profonda preoccupazione” per > un attacco all’ospedale Nasser di Khan Younis. > > La rivista The Lancet non ha individuato alcuna dichiarazione in cui l’IMA > abbia condannato pubblicamente gli attacchi israeliani al sistema sanitario di > Gaza, criticato la condotta israeliana nella guerra, chiesto un cessate il > fuoco o risposto ai rapporti delle Nazioni Unite sul genocidio contro i > palestinesi. > > La petizione di PHM chiede che la sospensione dell’IMA venga inserita > all’ordine del giorno dell’Assemblea Generale della WMA a ottobre. L’appello > ha raccolto oltre 1150 firme tra professionisti e organizzazioni sanitarie. > > L’IMA afferma che la sua espulsione dalla WMA “non promuoverebbe la pace, > l’assistenza sanitaria o i diritti umani. Al contrario, danneggerebbe la > collaborazione scientifica, indebolirebbe il dialogo medico internazionale e > creerebbe un precedente in base al quale le campagne di pressione politica > potrebbero essere utilizzate per isolare i professionisti sanitari sulla base > della nazionalità”. > > La WMA ha dichiarato a The Lancet: “La WMA attribuisce grande valore > all’inclusione e ritiene che il coinvolgimento dei suoi 117 membri, > associazioni mediche nazionali, sia vitale per promuovere la salute e l’etica > medica a livello globale. Preservare il dialogo e la cooperazione tra i medici > a livello internazionale è essenziale in un mondo frammentato da conflitti e > crisi umanitarie in escalation. Le nostre ferme dichiarazioni chiedono la > protezione dell’assistenza sanitaria nelle zone di conflitto, tra cui Gaza, > Libano, Ucraina, Sudan, Siria, Iran e Myanmar, sono ancora più incisive perché > riuniamo la nostra variegata professione per discutere e sviluppare le nostre > politiche”. > > Il comunicato prosegue affermando che “l’IMA, uno dei nostri membri fondatori > e un forte sostenitore dell’etica e delle politiche della WMA, ha partecipato > allo sviluppo delle nostre dichiarazioni su Gaza e si è rivolta al governo > israeliano in diverse occasioni, esprimendo le preoccupazioni condivise dalla > professione medica. La WMA si oppone all’esclusione di qualsiasi suo membro > per le azioni del proprio governo: agire in tal modo ridurrebbe la nostra > capacità di denunciare le ingiustizie e rischierebbe di limitare il dialogo > tra i medici in questo momento critico, in cui è fondamentale raggiungere un > consenso a sostegno della nostra etica medica”. > > Derek Summerfield, docente clinico senior onorario al King’s College di > Londra, firmatario della petizione PHM, ha affermato che l’IMA “ha violato > ogni regola della WMA”. > Juliette Mattijsen, co-coordinatrice di PHM Europa e medico nei Paesi Bassi, > afferma che l’IMA “non sta rispettando il suo giuramento medico, ovvero quello > di difendere i professionisti sanitari e i colleghi che vengono uccisi e > detenuti”. > > Leslie London, professoressa emerita di sanità pubblica all’Università di > Città del Capo e membro di PHM Sudafrica, ha dichiarato a The Lancet che l’IMA > ha “colluso con il trattamento indicibile riservato ai palestinesi durante > questa guerra. Non ha mai riconosciuto le prove del deliberato attacco alle > strutture sanitarie e agli operatori sanitari a Gaza, né le condizioni > crudeli, disumane e degradanti in cui i detenuti palestinesi sono rinchiusi > nelle carceri e nei centri di detenzione israeliani. Mentre i gazawi venivano > affamati e privati dell’accesso all’acqua e alle forniture mediche, l’IMA è > rimasta in silenzio”. Solo quando la British Medical Association ha sospeso i > suoi rapporti con l’IMA a causa della crisi di Gaza nel giugno 2025, l’IMA “ha > lanciato alcuni deboli appelli affinché le forniture mediche venissero > consentite”, afferma London. > Nell’ottobre del 2025, l’Associazione medica sudafricana ha sospeso i rapporti > con l’IMA e ha chiesto la sospensione dell’IMA dalla WMA a causa della > “condotta dell’IMA nel contesto dell’etica medica internazionale e degli > obblighi umanitari” nella crisi di Gaza. ANBAMED
June 16, 2026
Pressenza
La ‘ira funesta’ di Trump per lo stop di Capitol Hill alla sua “furia epica”
Mercoledì 3 giugno la Camera dei deputati USA ha deliberato che le truppe attualmente impegnate in Medio Oriente nella guerra all’Iran devono essere immediatamente ritirate dal fronte e sollecitato il presidente della nazione ad attenersi alla Costituzione e alla War Powers Resolution del 1976, ovvero ad astenersi da ogni attività bellica che non sia stata prima autorizzata dal Congresso federale. Nel post pubblicato il 4 giugno su Truth.com Trump ha reagito definendo tale delibera “insignificante”, perché la considera un patetico tentativo di mettergli i bastoni tra le ruote (“limitare i miei poteri di guerra”) mentre il conflitto in Iran si sta concludendo proprio per merito suo (“le mie negoziazioni”) e, specificando che è stata approvata da “4 repubblicani corrotti e tutti i democratici”, commentando: > Chi mai farebbe una cosa così antipatriottica? > > I democratici sono affetti dalla sindrome anti-Trump. Piuttosto che ammettere > un’altra, dopo le tante altre, mie vittorie, preferirebbero che il nostro > Paese fallisse. > > Tutt’altra storia invece è quella dei quattro repubblicani. Sono dei buffoni! > E dovrebbero vergognarsi di se stessi. > > MAGA!!! In effetti la mozione era stata proposta molto tempo fa, ma la votazione è stata rimandata più volte e, come evidenzia Associated Press (AP), “È la quarta volta che la Camera tenta di frenare la guerra degli Stati Uniti contro l’Iran … man mano che cresceva il malcontento politico, ogni volta che i democratici hanno presentato la mozione sui poteri di guerra il numero di voti a favore è aumentato”, incrementando di poco però abbastanza. L’approvazione infatti è stata raggiunta con l’assenso di 215 deputati, pochi più dei 208 contrari, però sufficienti a sbilanciare gli equilibri. Politico specifica che i quattro deputati repubblicani che Trump accusa di averlo tradito sono Tom Barrett del Michigan, Warren Davidson dell’Ohio, Brian Fitzpatrick della Pennsylvania e Thomas Massie del Kentucky (in foto), che aveva già accusato il leader del proprio partito di aver omesso di pubblicare la documentazione sul caso Epstein e contrario all’operazione “furia epica” contro l’Iran fin dall’inizio dell’offensiva. E, siccome al voto della Camera dei deputati seguirà quello del Senato, in questa fase rileva anche il fatto, nel frangente evidenziato da AP, che “Il Senato ha approvato una propria risoluzione sui poteri di guerra il mese scorso, quando alcuni senatori repubblicani si sono dissociati dal presidente repubblicano”. L’iter però potrebbe venire bloccato da Trump, che – come riferisce ADN Kronos – “ha ripetutamente manifestato l’intenzione di contrastare qualsiasi tentativo del Congresso di limitare i suoi poteri di guerra” e, come presidente degli Stati Uniti, “potrebbe porre il veto” all’attuazione del provvedimento e così non procedere al ritiro delle truppe dal Medio Oriente. «Sul piano giuridico il voto della Camera è in larga parte simbolico – osserva un collaboratore di Limes, Lorenzo Noto, nell’intervista pubblicata da Affaritaliani – Sul piano politico, però, è tutt’altro che insignificante. Segnala una crepa visibile nel fronte repubblicano, la prima concretamente tangibile dopo quattro mesi di guerra». “Trump avrebbe detto ai suoi collaboratori di non voler riprendere una guerra su vasta scala contro l’Iran a meno che Teheran non provochi nuove vittime tra i militari statunitensi schierati nella regione – riferisce Vatican News – Formalmente la Casa Bianca continua a considerare valida la tregua entrata in vigore ad aprile, nonostante gli scontri e gli attacchi registrati nelle ultime settimane. Sul fronte dei rapporti con Israele, il presidente americano ha inoltre cercato di ridimensionare le recenti tensioni con il premier, Benjamin Netanyahu, definendolo «un grande partner». Trump ha rivendicato il ruolo decisivo svolto dagli Stati Uniti nelle operazioni militari contro l’Iran, sostenendo che Israele «non avrebbe potuto farcela senza di noi»”. «Sul piano militare – spiega Lorenzo Noto – il quadro è l’opposto di un negoziato in chiusura: negli ultimi giorni si sono verificati alcuni degli episodi più gravi dall’inizio della tregua. È plausibile un memorandum interlocutorio che congeli i combattimenti e riapra parzialmente Hormuz; molto meno probabile un accordo capace di risolvere il nodo strategico. Il rischio principale non è una guerra totale decisa a tavolino, ma un’escalation prodotta dall’accumulo di provocazioni reciproche e da una condizione pre-bellica permanente, intervallata da tregue più o meno lunghe. È lo scenario più preoccupante. Israele potrebbe continuare a colpire, l’asse iraniano a rispondere, Teheran a denunciare violazioni della tregua e Washington a trovarsi davanti a scelte non pianificate. Sullo sfondo pesa inoltre il crescente confronto tra Israele e Turchia, che rischia di aggravare ulteriormente le dinamiche regionali». «La guerra era nata scavalcando non solo gli alleati ma lo stesso Congresso – precisa Lorenzo Noto – Il voto rappresenta quindi il primo tentativo istituzionale di riportarla dentro una cornice di responsabilità politica condivisa. Non lega le mani a Trump, ma erode il capitale politico con cui potrebbe permettersi un’escalation. E il vincolo sembra già farsi sentire: secondo funzionari statunitensi, il presidente non intende riprendere una guerra su vasta scala a meno che Teheran non provochi vittime americane. Il voto è il termometro di questa prudenza, non la sua causa, ma rende più difficile invertirla. Quattro deputati repubblicani hanno rotto la disciplina di partito, confermando che il conflitto sta acquisendo un costo politico interno sempre meno sostenibile in vista delle elezioni di medio termine». Oltre che la guerra in Iran, sulle consultazioni autunnali incombono molte altre questioni, in particolare quella sulla legittimità dell’operato dell’ICE. E proprio oggi il quotidiano della capitale, la cui redazione ha sede in Capitol street di Washington DC, The Hill, informa che, confermando la sentenza del giudice John McConnell del tribunale distrettuale degli Stati Uniti nel Rhode Island, che aveva sancito che “lo stato di diritto deve applicarsi a tutti in modo equo e, come dimostra questo caso, l’USCIS non ha né ‘rispettato la legge’ né ‘agito correttamente’. Anzi, l’agenzia ha violato le stesse leggi sull’immigrazione che il Congresso le ha affidato il compito di amministrare” e ammonito l’amministrazione Trump per “aver intrapreso azioni volte a sconvolgere la vita di coloro che sono immigrati legalmente negli Stati Uniti”, un giudice federale “ha annullato una serie di provvedimenti emanati da Trump” e così imposto di “riesaminare le domande di cittadini provenienti da quasi 40 paesi”. Perciò per convincere gli americani che la sua furia epica si sta concludendo a buon fine grazie alle trattative da lui stesso condotte, un trionfo che lui vorrebbe celebrare in una data emblematica – il prossimo 4 luglio, 250° anniversario della nascita degli Stati Uniti d’America – il leader scaglia la sua ‘ira funesta’ contro i nemici della sua MAGA-patria: democratici e contestatori che lo avversano, repubblicani che lo smentiscono… e star che disertano il palcoscenico della festa per la sua gloriosa vittoria . > Mercoledì 24 giugno, alle 19:00, nella magnifica Washington, DC, ora > completamente rinnovata e una delle città più sicure al mondo, e per celebrare > i 250 anni di storia del nostro Paese, vi offriremo, DAL VIVO, il più grande > raduno di SEMPRE! Sarà speciale sotto ogni punto di vista: un raduno che porrà > fine a tutti i raduni! Non vogliamo cantanti senza talento, ma ben pagati per > farvi addormentare, abbiamo detto a tutti di restare a casa. Tutto ciò che > vogliamo siamo voi, io, alcuni oratori e la musica più bella mai suonata, la > stessa musica che avete ascoltato per anni! Avremo il favoloso Lee Greenwood > che mi introdurrà con quello che si è rivelato uno dei più grandi successi di > tutti i tempi, GOD BLESS THE USA, e lo straordinario Christopher Macchio, che > canterà Nessun Dorma, Hallelujah, Ave Maria, God Bless America e altri brani: > dai tempi del leggendario Luciano Pavarotti non si sentiva una voce simile! Il > raduno vedrà anche la partecipazione della meravigliosa banda dell’esercito > americano “Pershing’s Own” e del coro delle forze armate, nonché della banda > dei Marine degli Stati Uniti “The President’s Own”, con il coro congiunto > delle forze armate, tutti i vostri successi preferiti, PIÙ un distinto e > stimatissimo gentiluomo noto come il Presidente DONALD J. TRUMP! – Donald J. > Trump (@realDonaldTrump – Truth.com) / 4 giugno 2026 Maddalena Brunasti
June 5, 2026
Pressenza
Crisi dei fertilizzanti: è giunto il momento di un’agricoltura resiliente e sostenibile
> La primavera è un periodo cruciale per l’agricoltura. Il frumento invernale è > in attesa della seconda concimazione azotata, i campi vengono preparati per la > semina di barbabietole da zucchero, colza, mais, orzo e grano estivi. Ma > proprio ora i mercati dei fertilizzanti sono sotto pressione. Il conflitto > iraniano e il blocco dello Stretto di Hormuz fanno salire i prezzi delle > energie fossili. La dipendenza dell’agricoltura industriale dal petrolio è > quindi particolarmente evidente. IL FERTILIZZANTE SINTETICO PROVIENE DAL GAS NATURALE Già nel 2022, l’aumento dei prezzi del gas ha temporaneamente portato alla cessazione della produzione di ammoniaca e fertilizzanti azotati in Europa. Per l’agricoltura convenzionale ciò significava costi più elevati e il rischio di carenze di approvvigionamento – una seria sfida per la sicurezza alimentare globale. L’ammoniaca, la materia prima centrale per i fertilizzanti minerali, è prodotta da azoto e idrogeno. Quest’ultimo proviene quasi esclusivamente da gas naturale. La produzione ad alta intensità energetica rende il settore estremamente vulnerabile alle crisi geopolitiche e all’aumento dei prezzi. L’attuale crisi rivela la vulnerabilità del sistema alimentare globale: circa la metà degli alimenti prodotti nel mondo dipende direttamente o indirettamente dal fertilizzante azotato sintetico. I metodi di coltivazione ecologici e rigenerativi dimostrano che si può fare diversamente. Rotazioni delle colture, leguminose, composti e fertilizzazione organica possono restituire in modo sostenibile l’azoto al suolo, promuovere la biodiversità e aumentare la resilienza delle aziende agricole. L’AGROECOLOGIA AUMENTA LA RESILIENZA Il ministro federale tedesco dell’agricoltura Alois Rainer deve agire ora. Data la scarsità di fertilizzanti e l’aumento dei prezzi, è necessario promuovere attivamente l’agricoltura biologica e rigenerativa per rendere il nostro sistema alimentare resiliente, per un’agricoltura forte e sostenibile. Un’agricoltura ecologica e rigenerativa è meno dipendente da input esterni di energia e prodotti chimici e dalla fornitura locale di fertilizzanti, aumenta la resilienza all’aumento dei prezzi delle materie prime a lungo termine. “La guerra in Iran dovrebbe essere un campanello d’allarme”, sottolinea Agnes Streber, direttrice dell’Istituto per l’alimentazione mondiale “Un sistema alimentare a prova di crisi è possibile, ma richiede determinazione politica, riforme strutturali e un cambiamento sociale verso una produzione e un’alimentazione sostenibili”. TRASFORMAZIONE ECOLOGICA E MENO SPRECHI Le molteplici crisi rendono chiaro che una trasformazione radicale dell’agricoltura e del sistema alimentare è urgente se vogliamo ancora avere qualcosa da mangiare in futuro. “Ma questo non è sufficiente”, afferma Agnes Streber, “dobbiamo ridurre gli sprechi alimentari”. In Germania, circa 10 milioni di tonnellate di alimenti commestibili vengono ancora gettati via ogni anno. Il dimezzamento di questi rifiuti consentirebbe di risparmiare una parte significativa della produzione necessaria e ridurrebbe il fabbisogno di energia e fertilizzanti. Inoltre, la nostra dieta dovrebbe essere più basata sulle piante. Meno consumo di carne libererebbe aree che oggi vengono utilizzate per l’alimentazione animale e ridurrebbe la dipendenza da metodi di produzione ad alta intensità energetica e di fertilizzanti, secondo l’Istituto per l’alimentazione mondiale. VERTICE UE SUI FERTILIZZANTI: IL SETTORE BIOLOGICO CHIEDE L’ABBANDONO DELLA DIPENDENZA DAI COMBUSTIBILI FOSSILI In occasione dell’incontro sulla crisi da parte del commissario per l’agricoltura Christophe Hansen sull’economia dei fertilizzanti lunedì prossimo, la Federazione tedesca dell’industria alimentare ecologica (BÖLW) invita il governo federale e la Commissione europea a concentrarsi sull’agricoltura biologica come via d’uscita dalla dipendenza dai fertilizzanti fossili. Tina Andres, presidente del consiglio di amministrazione del BÖLW, afferma: “La guerra in Medio Oriente dimostra ancora una volta quanto siamo impotenti quando le fonti fossili si chiudono e le rotte commerciali globali vengono bloccate: anche il nostro pane quotidiano viene messo in pericolo. Per questo l’agricoltura biologica è giustamente una missione dell’UE: perché gli agricoltori biologici possono fare a meno dei fertilizzanti sintetici. L’economia circolare non solo protegge il clima, ma significa anche uscire dalle dipendenze globali.” PIÙ BIO SIGNIFICA PIÙ SICUREZZA E FUTURO Il commissario europeo per l’agricoltura Hansen persegue l’obiettivo di convertire un ettaro su quattro di terreno al biologico entro il 2030. Il BÖLW chiede che alle parole seguano ora i fatti e cita i seguenti punti chiave: * orientamento coerente del sostegno agricolo europeo (PAC) verso metodi di produzione resilienti come l’agricoltura biologica * l’uscita dall’uso di combustibili fossili come fertilizzanti azotati sintetici e pesticidi * Rafforzamento dei processi biologici come il ricavo naturale dell’azoto attraverso una maggiore coltivazione di legumi Bruxelles e Berlino dovrebbero ora creare le condizioni affinché in futuro il cibo non venga a mancare a causa di guerre e crisi sulle quali l’Europa non ha influenza. Promuovere il biologico significa promuovere un sistema alimentare resiliente. Più bio significa più sicurezza e futuro per la Germania e l’Europa, secondo l’Associazione dei leader del biologico. Fonti: Institut für Welternährung e.V. Bund Ökologische Lebensmittelwirtschaft e.V. -------------------------------------------------------------------------------- TRADUZIONE DAL TEDESCO FILOMENA SANTORO. REVISIONE DI THOMAS SCHMID. Pressenza Muenchen
April 16, 2026
Pressenza
Sospeso il rinnovo automatico dell’accordo di difesa con Israele
Giorgia Meloni lo ha annunciato mentre si trovava a Verona, in visita alla 58a edizione di Vinitaly, il salone internazionale del vino e dei distillati. L’ANSA riferisce che la sospensione degli accordi in vigore dal 13 aprile 2016 e ‘automaticamente’ rinnovati ogni cinque anni sarebbe stata decisa dalla premier insieme ai vice premier Antonio Tajani e Matteo Salvini e al ministro della difesa, Guido Crosetto e che la lettera che informa il governo israeliano sarebbe stata inviata al ministro della difesa israeliana, Israel Katz. ”Non abbiamo un accordo di sicurezza con l’Italia. Abbiamo un memorandum d’intesa di molti anni fa che non ha mai avuto un contenuto concreto”, ha comunicato il portavoce del ministero degli Esteri israeliano all’ANSA precisando che la sua sospensione ”non danneggerà la sicurezza di Israele”. All’incontro al ‘punto stampa’ nella fiera veronese Giorgia Meloni è stata interpellata su molte questioni. In particolare ha risposto alle domande sulle difficoltà affrontate dal settore vitivinicolo italiano per effetto del blocco dello Stretto di Hormuz e dell’aumento dei costi di fertilizzanti e combustibili. Inoltre, replicando alle sollecitazioni, ha dichiarato di ritenere inaccettabili le dichiarazioni su Leone XIV di Trump, che a sua volta a Il Corriere della Sera ha proclamato: “Io inaccettabile sul Papa? Meloni lo è, non le importa se l’Iran ha una arma nucleare e farebbe saltare in aria l’Italia in due minuti se ne avesse la possibilità. Piace il fatto che la vostra presidente non stia facendo nulla per ottenere il petrolio? Piace alla gente? Non posso immaginarlo. Sono scioccato da lei. Pensavo che avesse coraggio, mi sbagliavo” – ANSA / Donald Trump in una telefonata con il Corriere della Sera sulle parole di Giorgia Meloni dopo l’attacco del presidente americano al Papa. «Voi non me lo avete chiesto – afferma Giorgia Meloni al minuto 7,15 della conferenza stampa estemporanea registrata a Vinitaly 2026 – Ma in considerazione della situazione attuale il governo ha deciso di sospendere il rinnovo automatico dell’accordo di difesa con Israele». Maddalena Brunasti
April 14, 2026
Pressenza
Medio Oriente: l’ambasciatrice libanese Carla Jazzar in audizione alla Camera
Mercoledì 15 aprile alle ore 15:30 la Commissione Affari esteri della Camera svolge l’audizione dell’Ambasciatrice della Repubblica Libanese in Italia, Carla Jazzar, sulla crisi nel Golfo Persico e gli equilibri geopolitici in Medio Oriente. L’appuntamento viene trasmesso in diretta webtv in italiano e in francese. Camera dei Deputati – Ufficio Stampa / Com005720    L’Ambasciatrice Carla Jazzar è una diplomatica di carriera con oltre tre decenni di esperienza nella diplomazia bilaterale e multilaterale. Ha conseguito un Master in Scienze Politiche e Amministrative presso l’Università Saint Joseph di Beirut (USJ) e un secondo Master in Studi Diplomatici e Diritto Internazionale presso la Diplomatic Academy of London. La sua carriera è iniziata a Londra, dove ha svolto l’incarico di Primo Segretario e Console. È stata poi assegnata a Parigi come Vice Rappresentante Permanente del Libano presso l’UNESCO e l’Organisation Internationale de la Francophonie (OIF), assumendo successivamente le funzioni di Rappresentante Permanente a.i. presso entrambe le organizzazioni. Nel 2004 è stata trasferita a Washington D.C., dove ha servito per oltre dodici anni come Vice Capo Missione dell’Ambasciata del Libano. Tra il 2016 e il 2017 ha ricoperto il ruolo di Incaricata d’Affari, guidando la missione durante una delle fasi più complesse e delicate della recente storia politica libanese. Rientrata a Beirut, ha diretto la Direzione Cifrata del Ministero degli Affari Esteri. Dal 2020 al 2024 ha prestato servizio a Brasilia come Ambasciatrice e Incaricata d’Affari, consolidando i rapporti tra il Libano e il Brasile e mantenendo uno stretto legame con la più vasta diaspora libanese al mondo. Ambasciata del Libano – Embassy of Lebanon in Rome Redazione Italia
April 14, 2026
Pressenza
AMSI–UMEM: Sudan al collasso sanitario
Il Sudan entra nel terzo anno di guerra civile con un quadro sanitario sempre più drammatico e diffuso. I combattimenti tra esercito regolare e milizie nelle regioni del Darfur e del Kordofan continuano a produrre effetti devastanti sulla popolazione civile, mentre la capitale Khartoum e le aree circostanti registrano il collasso dei servizi essenziali, tra cui acqua, energia e assistenza sanitaria. Secondo stime aggiornate e rielaborate su base AMSI e UMEM, oltre 33 milioni di persone risultano coinvolte nella crisi, con più di 9 milioni di sfollati interni e oltre 4 milioni di rifugiati nei Paesi confinanti. Particolarmente allarmante il dato sanitario: circa l’80% delle strutture risulta inattivo o non pienamente operativo. A questo scenario già critico si aggiunge un ulteriore elemento di instabilità globale: l’escalation del conflitto in Iran, che rischia di compromettere le rotte di approvvigionamento di farmaci, dispositivi sanitari e carburante, con aumenti già stimati fino al +30% sui costi delle forniture mediche e oltre il +70% sulla logistica, aggravando ulteriormente le condizioni sul campo e rallentando gli interventi umanitari. Le associazioni AMSI (Associazione Medici di Origine Straniera in Italia), UMEM (Unione Medica Euromediterranea), AISCNEWS (Agenzia Mondiale Senza Confini), La Comunità  del  Mondo Arabo in Italia (Co-mai) e il Movimento Internazionale Uniti per Unire riflettono e analizzano con forte preoccupazione l’evoluzione della crisi, evidenziando come il legame tra conflitti regionali e impatti sanitari globali sia ormai strutturale e sempre più pericoloso. CRISI SANITARIA E INFANZIA: I NUMERI DELL’EMERGENZA Secondo l’analisi delle associazioni, oltre 5 milioni di bambini sono stati costretti a fuggire, mentre almeno il 60% dei minori presenta patologie gravi spesso prevenibili. Si stima inoltre che un bambino su tre non abbia accesso alle vaccinazioni di base. La diffusione di malattie infettive, tra cui colera e gastroenteriti, è in aumento, mentre il sistema sanitario locale non è in grado di reggere l’impatto. MALNUTRIZIONE E COLLASSO DEL SISTEMA ALIMENTARE La crisi alimentare ha raggiunto livelli estremi: circa 19 milioni di persone soffrono di malnutrizione, tra cui oltre 4 milioni di bambini. In alcune aree del Darfur, i tassi di malnutrizione grave superano il 60-70%, con popolazioni costrette a ricorrere a fonti alimentari di emergenza. Una situazione che, secondo AMSI e UMEM, rischia di trasformarsi in carestia diffusa senza interventi immediati. IL FATTORE IRAN E IL RISCHIO BLOCCO DELLE FORNITURE Le associazioni sottolineano come la crisi geopolitica legata all’Iran e le tensioni nello Stretto di Hormuz possano incidere direttamente sulla disponibilità di farmaci e carburante. I costi logistici e assicurativi risultano già in aumento, con impatti concreti sulle missioni sanitarie e sulla continuità delle cure nei contesti di guerra. Le associazioni sottolineano inoltre la necessità di un approccio sanitario globale e coordinato, indicando nella salute un elemento centrale delle politiche internazionali, su cui interviene il Prof. Foad Aodi. L’ANALISI DI AODI: “SERVE UNA RISPOSTA SANITARIA GLOBALE” Il Prof. Foad Aodi, medico-fisiatra, giornalista, divulgatore scientifico internazionale ed esperto in salute globale, docente dell’Università di Tor Vergata e membro del Registro Esperti FNOMCEO, interviene a nome della rete associativa: “Ci troviamo davanti a una crisi multilivello in cui guerra, povertà sanitaria e instabilità geopolitica si alimentano a vicenda. Il Sudan è oggi uno dei punti più critici al mondo, ma il rischio è che venga oscurato da altri conflitti mediaticamente più esposti. L’escalation in Iran non è un elemento separato: incide direttamente sull’accesso alle cure, sui costi e sulla logistica degli aiuti.” “Quando l’80% delle strutture sanitarie è fuori uso, non parliamo più di emergenza ma di collasso sistemico. In queste condizioni, anche malattie banali diventano mortali. I dati su bambini senza vaccinazioni e malnutrizione grave indicano un’intera generazione a rischio.” PROPOSTE AMSI–UMEM: INTERVENTO IMMEDIATO E CORRIDOI SANITARI. AODI: “LA NOSTRA SOLIDARIETA’ E IL NOSTRO IMPEGNO NEL CONCRETO PER IL POPOLO SUDANESE” “Serve un piano internazionale coordinato – prosegue Aodi – con corridoi sanitari garantiti, protezione delle strutture mediche e sostegno diretto al personale sanitario locale. È necessario inoltre investire nella prevenzione, nelle campagne vaccinali e nella telemedicina per raggiungere le aree isolate.” “Non possiamo permettere che le crisi si sommino senza una strategia globale. La salute deve tornare al centro delle politiche internazionali, altrimenti continueremo a rincorrere emergenze sempre più gravi.” Le associazioni e i movimenti ribadiscono infine la necessità di mantenere alta l’attenzione internazionale sul Sudan e di attivare strumenti concreti per garantire assistenza sanitaria, sicurezza alimentare e continuità degli aiuti in uno dei contesti più fragili del pianeta. Senza un intervento immediato e coordinato, il rischio è quello di una destabilizzazione sanitaria globale con effetti diretti anche sui sistemi europei. “Esprimiamo con forza la nostra solidarietà e la nostra vicinanza al popolo sudanese, in particolare donne, bambini e civili, che stanno pagando sulla propria pelle l’orrore di una guerra dimenticata. Siamo vicini come non mai al popolo sudanese, e raccogliamo e condividiamo i recenti dati di Onu e Organizzazione Mondiale della Sanità sull’orrore in Sudan e siamo pronti a offrire il nostro aiuto, con le nostre associazioni e i nostri movimenti, e a fare da tramite per sollecitare le istituzioni a intervenire prima possibile con corridoi sanitari e aiuti concreti”,  conclude Aodi. Redazione Italia
April 7, 2026
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Amnesty International: azione globale per fermare le minacce di Trump all’Iran
A seguito delle parole del presidente degli Usa, che ha minacciato “un’intera civiltà morirà stanotte, per non essere mai più riportata in vita”, la segretaria generale di Amnesty International Agnès Callamard ha dichiarato: “Il mero atto di fare queste apocalittiche minacce, come l’avviso della fine di ‘una intera civiltà’, mostra lo sconcertante livello di crudeltà e di disprezzo per la vita umana da parte di Donald Trump. A rendere il tutto ancora più terrificante è la sua esplicita minaccia di attacchi diretti contro le infrastrutture civili per ottenere ‘la completa demolizione’ delle centrali elettriche e dei ponti dell’Iran”. “Il diritto internazionale umanitario vieta rigorosamente gli attacchi diretti contro i civili e gli obiettivi civili. Le minacce del presidente statunitense di sterminio e di irreparabili distruzioni cozzano palesemente contro le regole fondamentali del diritto internazionale umanitario, con conseguenze potenzialmente catastrofiche per oltre 90 milioni di persone. Possono costituire una minaccia di commettere un genocidio, un crimine definito dall’omonima Convenzione e dallo Statuto della Corte penale internazionale come commissione di uno o più atti specifici “con l’intento di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso”. “La posta in gioco non potrebbe essere più elevata. La comunità internazionale, ossia il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, gli organismi regionali e tutti gli stati, devono intervenire urgentemente per evitare un’imminente catastrofe e affermare inequivocabilmente che incitare, ordinare o commettere crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio comporta responsabilità penali individuali ai sensi del diritto internazionale”. “Le minacce del presidente Trump e l’aumento degli attacchi statunitensi e israeliani che hanno distrutto infrastrutture civili stanno terrorizzando milioni di persone in Iran e i loro disperati familiari all’estero. La vita di decine di milioni di persone è in bilico. Chiediamo un’azione immediata per porre fine ad attacchi illegali che farebbero piombare un intero paese nell’oscurità e priverebbero milioni di persone dei loro diritti umani fondamentali alla vita, all’acqua, al cibo, alle cure mediche e a un adeguato standard di vita”. “Negli ultimi giorni le forze statunitensi e israeliane hanno attaccato infrastrutture civili come centrali elettriche, ponti, università, fabbriche per la produzione di acciaio e impianti petroliferi; hanno ucciso e ferito civili, condannato la popolazione iraniana ad anni, se non decenni, di acute difficoltà economiche, inflitto gravi danni alla salute e all’ambiente e causato danni di lungo periodo alle vite e ai mezzi di sussistenza”. “Ai sensi del diritto internazionale, attaccare intenzionalmente infrastrutture civili costituisce un crimine di guerra. Anche nei limitati casi in cui un’infrastruttura civile sia qualificabile come obiettivo militare, non può essere attaccata se ciò possa causare danni sproporzionati alle vite civili, pregiudicando l’accesso ad acqua potabile, cure mediche, forniture di energia elettrica agli ospedali, distribuzione di cibo e mezzi di sostentamento basilari. Attacchi del genere sono sproporzionati, dunque illegali secondo il diritto internazionale e possono costituire crimini di guerra”. Amnesty International
April 7, 2026
Pressenza