Tag - guerra in iran

La fame le guerre e le elezioni
Il Programma Alimentare Mondiale (PAM), uno dei principali fornitori di aiuti alimentari nella Striscia di Gaza, ha dichiarato di essere costretto a “ridurre significativamente l’assistenza salvavita” nei territori palestinesi a causa di una carenza di fondi *. A seguito di questi tagli, il numero di persone che ricevono aiuti dall’agenzia delle Nazioni Unite diminuirà di circa un terzo, passando da 1,6 milioni a 1,1 milioni. Tra le conseguenze immediate vi è la riduzione del numero di pasti caldi forniti dalle mense comunitarie, da 250.000 a 150.000 al giorno. Fonti degli ospedali di Gaza hanno denunciato che nella giornata di lunedì quattro palestinesi, tra cui due bambini, sono stati uccisi in raid aerei israeliani su Gaza Città e Khan Younis e l’ospedale Al-Shifa ha riferito che una persona è stata uccisa e altre ferite in un attacco di droni israeliani nella zona di Al-Jalaa, a nord di Gaza Città e altre che un palestinese è stato ucciso in un attacco di droni israeliani, che lo avevano preso di mira nel quartiere di Sheikh Radwan, dove Abdullah Al-Zaytawi, un prigioniero rilasciato e deportato a Gaza, è stato ucciso in un raid aereo israeliano. Una persona è stata uccisa in un attacco di droni israeliani nella zona di Qizan Rashwan, a sud di Khan Younis. Nella zona di Al-Sudaniyya, a ovest della costa di Gaza, sono stati segnalati colpi d’arma da fuoco provenienti da cannoniere marine israeliane e una persona è rimasta ferita da colpi d’arma da fuoco israeliani nel campo profughi di Jabalia. Cisgiordania Lunedì scorso sono stati registrati 46 attacchi contro città e villaggi dei nativi. Le incursioni più gravi dei militari sono avvenute a Nablus e Aqaba, a nord di Toubas. A nord di Ramallah i coloni ebrei israeliani hanno rubato i raccolti di olive dai terreni nelle zone agricole orientali vicino alla città di Sinjil e incendiato veicoli e alberi nel villaggio di Turmus Ayya. Le forze dell’esercito di occupazione hanno demolito strutture agricole, sradicato centinaia di alberi da frutto e spianato aree di terreno agricolo con i bulldozer nel villaggio di Shuyukh al-Arroub, a nord di El-Khalil. Inoltre hanno arrestato Musab Rabai e due attivisti stranieri nel villaggio di Tuwana a Masafer Yatta, dopo che un colono e il suo bestiame si erano introdotti illegalmente nella proprietà dell’attivista palestinese. Qusra Sono passati due mesi e 9 giorni dall’inizio dell’assedio, da parte dei coloni e dell’esercito israeliano, che costringe gli 11 componenti di tre famiglie palestinesi di Qusra non uscire da casa, né rientrarvi. L’esercito di occupazione israeliano ha compiuto un’irruzione in un’abitazione a Qusra, a sud di Nablus. La casa è stata occupata dai soldati e trasformata in una base militare. La famiglia palestinese è stata cacciata ed ha passato la notte in una tenda lì vicino. In un altro attacco, a Beita, a sud di Nablus, i coloni hanno fatto irruzione in casa di una famiglia palestinese, hanno interrotto l’erogazione di energia elettrica. Siria Oltre che per la creazione di una base sul “monte degli arabi”, attrezzata per lo spionaggio su vaste aree della Siria meridionale, il governo israeliano sta lavorando per destabilizzare la Siria con l’innesco di una rivolta indipendentista drusa. Alcuni esponenti drusi di Suwayda hanno recentemente annunciato pubblicamente la possibilità di un’imminente operazione per riconquistare gli altri villaggi drusi. Un elicottero israeliano è recentemente atterrato a Suwayda e ha consegnato ingenti quantità di armi e munizioni alle milizie druse affiliate a Tel Aviv, che nel frattempo ha intensificato l’attività di intelligence aerea su Suwayda e aree circostanti è aumentata e i coli degli aerei da ricognizione su Damasco e nel sud della Siria. Tutto ciò fa supporre che un attacco di milizie druse ed esercito israeliano insieme contro le forze di sicurezza siriane potrebbe essere imminente. Yemen Cinquantatré reclute sono state uccise e oltre 200 ferite in un attacco missilistico degli Houthi contro il centro di addestramento della provincia di Shabwa. È il massacro più atroce in questa guerra civile yemenita, che si combatte in tutte le province del paese, ma con particolare accanimento nella regione a sud ovest, che si affaccia sul mar Rosso, per il controllo di Bab el-Mandab, e in cui, con il pretesto di difendere l’integrità e la sicurezza dell’Arabia Saudita, potrebbe intervenire l’Egitto di al-Sisi. I dati sul traffico aereo infatti hanno rivelato la presenza di due aerei da trasporto militare dell’aeronautica egiziana nello spazio aereo saudita. Il ministro degli esteri russo, Lavrov, che nei giorni scorsi era stato a Teheran, lunedì si è incontrato con l’omologo saudita e ha avanzato un piano russo per avvicinare le posizioni di Teheran e Riad ed evitare una guerra tra i due paesi. Iran Lunedì mattina i guardiani della rivoluzione hanno annunciato di aver abbattuto un sofisticato drone statunitense sopra lo stretto di Hormuz. Nel frattempo il capo della Casa Bianca proclamava: “Abbiamo distrutto i radar e i sistemi di difesa aerea iraniani e l’Iran ha perso i suoi leader. Non so con chi negoziare in Iran dopo l’uccisione dei leader di primo e secondo livello e la perdita di metà dei leader di terzo livello. I leader iraniani rimasti hanno chiesto la cessazione degli attacchi e hanno posto come garanzia che non avrebbero subito la stessa sorte dei leader uccisi. Possiamo interrompere le operazioni militari ora, con la garanzia che l’Iran non si doterà di armi nucleari. La guerra finirà molto presto e poi i prezzi del petrolio subiranno il crollo più drastico. I prezzi del petrolio continueranno a scendere a causa dell’eccesso di offerta sui mercati”. E a quanto riferito dalla stampa statunitense, lunedì, cioè il giorno dopo che Trump ha dichiarato il proprio sostegno per lui alle prossime elezioni della Knesset, previste per la prossima settimana, in una base aerea militare israeliana Netanyahu ha incontrato il Segretario alla guerra degli USA, Pete Hegseth. Il delirante discorso di Trump e la visita ‘a sorpresa’ di Hegseth a Netanyahu sono un segnale allarmante: la minacciosa avvisaglia di un devastante attacco missilistico alle basi nucleari iraniane e dell’uso della bomba MOAB, detta ‘la madre di tutte le bombe’. * WPF / World Food Programme – Funding cuts force WFP to drastically reduce lifesaving assistance in Gaza ANBAMED
October 21, 2026
Pressenza
Dopo 12 anni l’Italia ha completato il ritiro dei soldati dall’Iraq
Era il 2014 quando l’Italia inviava soldati in Iraq per addestrare le truppe del Paese, nel mezzo del periodo di massima espansione dell’ISIS. Ieri, gli ultimi soldati rimasti nel territorio si sono ritirati. La scadenza per la presenza nell’ambito dell’Operazione Inherent Resolve (OIR), la Coalizione internazionale contro lo Stato Islamico, era fissata per oggi, 30 settembre; nonostante ciò, precisa il ministro, i militari dispiegati «continueranno a operare da altri Paesi». A partire da marzo, infatti, OIR ha costituito una delle cornici di riferimento per il trasferimento dei militari italiani in Arabia Saudita e negli altri Paesi del Golfo, disposto facendo leva sul meccanismo della cosiddetta “interoperabilità” introdotto con la modifica della legge quadro sulle missioni internazionali. Con il ritiro dei militari dall’Iraq, la missione perde la propria funzione operativa sul territorio iracheno, ma parte dei militari che erano stati impiegati nell’ambito di OIR continuerà a operare nella regione, sulla base di missioni attivate senza consultazione parlamentare. L’Operazione Inherent Resolve era in via di scadenza dopo le richieste delle stesse autorità di Baghdad. Con il rientro dei militari, l’Italia chiude un capitolo durato 12 anni, lasciandosi alle spalle la presenza militare sul territorio iracheno. Crosetto ha precisato che il ritiro era stato pressoché completato nel marzo del 2026 e che «nelle ultime settimane sono rimasti in Iraq soltanto i team necessari al recupero e al trasferimento dei materiali». In Iraq restano ora attivi solo due carabinieri italiani impegnati nell’ambito della missione EUAM dell’Unione. Le forze della coalizione OIR hanno lasciato il territorio assieme a quelle della NATO, attive in una seconda missione, denominata NMI. Crosetto ha reso noto che la missione della NATO rimarrà operativa presso la sede temporanea di Lago Patria, in provincia di Napoli, presso il Joint Force Command Naples dell’Alleanza Atlantica. I militari dispiegati nell’ambito di OIR, invece, «continueranno a operare da altri Paesi», non meglio precisati. Il riferimento implicito è alle missioni attive in Arabia Saudita e negli altri Paesi del Golfo. OIR era infatti stata utilizzata come leva per attivare le missioni attualmente operative nella regione. Tutto ruota attorno alla modifica del 2024 alla legge quadro sulle missioni internazionali, varata dal governo Meloni. L’intervento stabilisce che il Governo debba trasmettere alle Camere le deliberazioni relative alle missioni internazionali fornendo schede che indichino, per ciascuna di esse, l’area geografica di intervento, gli obiettivi, la base giuridica, l’equipaggiamento e il numero di truppe da inviare, «anche in modalità interoperabile con altre missioni nella medesima area geografica». Tradotto: una volta effettuate le dovute verifiche, le forze impiegate nell’ambito di una missione in una determinata area possono essere spostate nell’ambito di un’altra missione nella medesima area geografica, anche senza una nuova autorizzazione parlamentare. A marzo, il Parlamento ha approvato due risoluzioni che impegnavano il governo a rafforzare le capacità di difesa e di protezione delle missioni italiane attive in Medio Oriente, e specialmente quelle relative al mandato della scheda in cui figura Inherent Resolve. Parte delle truppe originariamente dispiegate nell’ambito di OIR è, insomma, stata trasferita nell’ambito delle nuove missioni attivate a marzo e rimane tutt’oggi operativa. La questione ha sollevato interrogativi sulle procedure seguite per la loro stessa attivazione, che con il ritiro dall’Iraq si fanno ancora più concreti: la scadenza operativa di OIR fa infatti riemergere la domanda sul grado di coinvolgimento del Parlamento nella scelta del governo Meloni di attivare le missioni senza un adeguato passaggio parlamentare, perché i militari oggi attivi nella Penisola Arabica sono stati trasferiti a partire da una missione che oggi stesso non è più operativa e che già a marzo risultava – per stessa ammissione di Crosetto – sostanzialmente terminata. The post Dopo 12 anni l’Italia ha completato il ritiro dei soldati dall’Iraq appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 30, 2026
L'INDIPENDENTE
La grande crisi dei carburanti è arrivata, scorte sotto i minimi di sicurezza
In seguito al blocco prolungato dello Stretto di Hormuz e all’esaurimento delle riserve, la crisi internazionale dei carburanti non è più solo uno spettro che minaccia l’economia globale, ma è una realtà che sta gettando i mercati internazionali sull’orlo di una importante crisi logistica. Lo rivela un’inchiesta del Wall Street Journal, secondo la quale i vertici delle compagnie petrolifere statunitensi stanno avvertendo della criticità della situazione, esasperata dal fatto che – almeno per ora – non si intravede una via d’uscita. Mike Wirth, l’amministratore delegato di Chevron, ha spiegato che i fondamentali cuscinetti di sicurezza, che in passato permettevano al sistema di assorbire improvvisi cali di produzione, sono oggi in larga parte esauriti. Anche la Cina, che aveva accumulato scorte record di petrolio nel 2025, potendo così inizialmente attutire la crisi globale dei carburanti, si trova ora a dover affrontare una diminuzione eccezionale delle riserve strategiche di petrolio, suscitando timori per un possibile ritorno delle restrizioni alle esportazioni di benzina e diesel. Il blocco prolungato del canale che divide la penisola arabica dalle coste dell’Iran – aperto prima degli attacchi di USA e Israele – e la chiusura di altre infrastrutture strategiche della regione – come l’oleodotto Est-Ovest saudita – hanno determinato un grave rallentamento dei flussi di petrolio, mentre gli attacchi alle raffinerie e agli impianti petroliferi hanno causato un blocco nella produzione. Il danneggiamento dell’oleodotto saudita, provocato da un attacco con droni lanciato dall’Iraq l’11 settembre scorso, si stima abbia sottratto al mercato petrolifero circa 2,5 milioni di barili al giorno. L’infrastruttura, che collega il Golfo Persico al Mar Rosso per un’estensione totale di 1200 chilometri, è stata riaperta lo scorso 22 settembre, inizialmente a portata ridotta. Questo scenario, insieme agli attacchi alle raffinerie russe da parte dell’esercito ucraino e alle richieste di alcuni esponenti repubblicani di limitare le esportazioni statunitensi di diesel (ipotesi che la Casa Bianca ha fino ad ora escluso) sta esacerbando la situazione energetica globale, con pesanti ripercussioni sull’economia. Il prezzo del petrolio negli Stati Uniti ha raggiunto picchi notevoli rispetto agli ultimi anni: attualmente, il costo di riferimento per il mercato statunitense, il WTI (West Texas Intermediate), si attesta tra i 92,50 e i 96,00 dollari al barile, in lieve flessione nelle ultime sedute (dopo aver scambiato intorno ai 94 dollari). Tuttavia, il prezzo del petrolio in USA resta in forte rialzo rispetto allo scorso anno, registrando una crescita superiore al 40%. La carenza di carburante o gli alti prezzi per il suo acquisto non rischia solo di esacerbare l’inflazione, ma anche di compromettere la sicurezza alimentare globale. In questo contesto, si aggiunge poi il problema della Cina: se, infatti, all’inizio della guerra il Paese aveva attinto alle sue scorte record di carburante (stimate dall’EIA nella cifra di 1,4 miliardi di barili), congelando gli acquisti sul mercato spot e raffreddando quindi la domanda globale, ora anche Pechino si trova a dover affrontare un calo importante delle riserve strategiche. Secondo Reuters, a settembre 2026 le scorte commerciali di prodotti raffinati si sono fortemente assottigliate: quelle di benzina si troverebbero al minimo dal 2011 e quelle di diesel dal 2015. Allo stesso tempo, proprio per via delle interruzioni nei flussi e nella produzione, i prezzi del petrolio in Cina hanno raggiunto livelli record. Questo contesto sta facendo sì che Pechino cerchi canali di approvvigionamento alternativi a quelli mediorientali e russi, in una corsa all’accaparramento di barili che sta alimentando ulteriormente la domanda (e, dunque, l’aumento dei prezzi) sia in Cina che nel resto del mondo. Per queste ragioni, il ripristino dei flussi petroliferi attraverso lo Stretto di Hormuz è diventato una priorità economica e diplomatica urgente per Pechino. Tuttavia, durante i colloqui tra il presidente USA Donald Trump e quello cinese Xi Jinping, svoltisi giovedì alla Casa Bianca, non si sono registrati passi avanti significativi sulla questione: il presidente cinese ha ribadito il suo sostegno al ritorno a un accordo provvisorio tra Stati Uniti e Iran, volto a spianare la strada a un accordo di pace più ampio, senza tuttavia aderire pubblicamente alla strategia americana di isolamento dell’Iran e chiedendo piuttosto il ritorno al memorandum di giugno. Allo stesso modo, anche in Europa la crisi ha eroso parte dei margini di sicurezza, sebbene la Commissione UE abbia dichiarato a settembre che le scorte commerciali e d’emergenza restano sufficienti. Negli Stati Uniti, le scorte di petrolio sono scese sotto i 285 milioni di barili a settembre 2026, toccando i livelli prossimi ai minimi pluridecennali secondo i dati del Dipartimento dell’Energia. In mancanza di un rapido accordo tra USA e Iran, dunque, l’economia globale si ritrova ad affrontare un blocco dei carburanti che non può più essere arginato con palliativi come l’immissione di scorte d’emergenza o interventi politici. The post La grande crisi dei carburanti è arrivata, scorte sotto i minimi di sicurezza appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 28, 2026
L'INDIPENDENTE
La guerra all’Iran prosciuga gli arsenali USA: 33 miliardi di costi e scorte militari in crisi
La guerra in Iran sta mettendo sotto pressione le casse e la capacità di produzione bellica industriale degli Stati Uniti: smentendo le dichiarazioni del presidente statunitense Donald Trump, infatti, un rapporto ufficiale del Dipartimento della Guerra (DoW) presentato al Congresso ha confermato che quella denominata “Operazione Epic Fury” (OEF) ha causato una notevole carenza di munizioni negli arsenali militari e che nei primi quattro mesi di guerra – nel periodo compreso tra il 28 febbraio e il 29 giugno – gli USA hanno sborsato 33,4 miliardi di dollari per sostenere i costi del conflitto contro Teheran. Secondo l’Ufficio dell’Ispettore Generale del DoW, “la spesa per munizioni nell’ambito dell’operazione Epic Fury ha comportato carenze strategiche nelle scorte e ha rivelato colli di bottiglia a livello industriale per il rifornimento di munizioni”. Solo a luglio, il capo della Casa Bianca aveva assicurato in un’intervista al Wall Street Journal che gli Stati Uniti hanno «molte più munizioni di chiunque altro al mondo, e molte più di quelle di cui abbiamo bisogno». Nello specifico, il Dipartimento della Guerra americano ha stimato che dei 33,4 miliardi di dollari spesi per sostenere le operazioni belliche, 7,4 riguardano i costi incrementali per l’operazione OEF; 22,3 miliardi di dollari sono relativi alle munizioni consumate e 3,7 miliardi di dollari comprendono le perdite di equipaggiamento. La cifra però non include i costi per le riparazioni delle infrastrutture bombardate: le spese di riparazione delle basi militari danneggiate in Medio Oriente rimane, infatti, ancora da definire, considerato non solo che la guerra è tutt’altro che conclusa, ma anche che non è ancora chiaro se e quali basi verranno ricostruite. Secondo una stima interna del Pentagono riferita dai media statunitensi, la cifra complessiva che include le riparazioni alle basi statunitensi danneggiate, la sostituzione degli aerei distrutti e il rifornimento delle scorte di armi ammonta a circa 80 – 100 miliardi di dollari. Il Congressional Budget Office (CBO) – un organismo indipendente del Congresso USA – invece, ha stimato che dall’inizio del conflitto fino al primo agosto, la guerra è costata agli Stati Uniti 38 miliardi di dollari, circa tre miliardi in più ogni mese. I costi sono alimentati proprio dalla stessa necessità di aumentare la produzione di armi, in particolare munizioni, data la loro conclamata carenza: come si legge nel rapporto del Pentagono, infatti, il Dipartimento della Guerra “sta lavorando per snellire i processi di approvvigionamento e i tempi di produzione, nonché per costituire scorte di materiali critici, componenti e munizionamento selezionato, al fine di rispondere rapidamente a eventuali situazioni di emergenza”. Il documento spiega inoltre che l’obiettivo è espandere la capacità degli impianti della base industriale – sfruttando i poteri conferiti dalla legge – mettendo in sicurezza le catene di approvvigionamento critiche e integrandosi con gli alleati per compensare la riduzione delle scorte statunitensi, aggiungendo anche che “la base industriale della difesa richiede tempi di realizzazione significativi per espandere le capacità produttive”. La relazione segnala poi importanti criticità nella produzione di motori a propellente solido, nella disponibilità di esplosivi e propellenti di alta qualità e nel reclutamento di manodopera specializzata per la produzione. Secondo il documento, “Il Congressional Research Service ha rilevato che il volume e il costo finanziario delle munizioni statunitensi impiegate durante l’operazione OEF illustrano direttamente la portata e la complessità del totale di obiettivi rappresentato dall’Iran”. Il Dipartimento della Guerra ha informato il Congresso anche sul numero di militari statunitensi uccisi, sulle basi, le strutture e gli equipaggiamenti militari danneggiati nel corso della guerra: in totale, sette militari sono stati uccisi in operazioni sul campo e altri sette in azioni non ostili dall’inizio della guerra. Nello stesso periodo 417 militari sono stati feriti e quattro ulteriori membri delle forze armate uccisi. Per quanto riguarda le strutture e l’equipaggiamento militare, il CENTCOM (Comando Centrale degli Stati Uniti) ha riferito che gli attacchi iraniani hanno danneggiato o distrutto centinaia di edifici e strutture nelle basi americane in Kuwait, Bahrain, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Iraq, Oman, and Giordania durante il conflitto. Inoltre, decine di velivoli statunitensi sono stati distrutti o danneggiati, tra cui quattro caccia F-15E (tre distrutti dal fuoco amico e uno dagli iraniani), un F35 danneggiato da fuoco nemico e sette aerei da rifornimento KC-135 distrutti o danneggiati. Anche le strutture diplomatiche statunitensi hanno subito danni dagli attacchi iraniani in quattro nazioni, con un costo complessivo stimato di circa 184 milioni di dollari. La guerra in Iran non sta solo prosciugando gli arsenali militari USA, ma sta mettendo a dura prova l’economia statunitense e quella di tutto il mondo a causa delle pressioni inflazionistiche causate dalla riduzione delle spedizioni di petrolio e gas naturale. Allo stesso tempo, le prospettive di risoluzione del conflitto sono ancora lontane e lasciano dunque presagire un ulteriore aumento delle spese militari e inasprimento delle condizioni economiche. The post La guerra all’Iran prosciuga gli arsenali USA: 33 miliardi di costi e scorte militari in crisi appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 16, 2026
L'INDIPENDENTE
Nel 4° anniversario della rivolta ‘Donna Vita Libertà’, presentata l’inchiesta “Architettura delle atrocità”
Amnesty International oggi ha pubblicato il rapporto in cui riferisce che durante la sanguinosa repressione delle proteste le autorità iraniane hanno commesso crimini contro l’umanità e un documento che descrive le uccisioni di 377 manifestanti e passanti, di cui 56 minorenni. L’approfondita indagine ha ricostruito la catena di comando responsabile dell’attuazione della politica statale di ricorso alla forza letale per stroncare le proteste e ha individuato 87 funzionari che dovrebbero essere indagati per crimini contro l’umanità. Il rapporto documenta che le autorità iraniane hanno colpito in modo sproporzionato i curdi e i beluci, con una repressione letale che va considerata crimine contro l’umanità di persecuzione. Intitolato Architettura delle atrocità: l’apparato statale che ha orchestrato i crimini contro l’umanità durante la rivolta ‘Donna Vita Libertà’ del 2022 in Iran, il nuovo rapporto di oltre 1000 pagine descrive nel dettaglio come le autorità iraniane abbiano commesso i crimini contro l’umanità di omicidio, tortura, sparizione forzata, detenzione, stupro nonché quello di persecuzione per motivi politici, di genere, etnici e religiosi allo scopo di reprimere la rivolta. Documenta inoltre le operazioni letali di repressione delle proteste e le relative strutture di comando, individuando 87 funzionari che dovrebbero essere sottoposti a indagini per crimini contro l’umanità. Amnesty International ha chiesto che l’Assemblea generale delle Nazioni Unite istituisca con urgenza un meccanismo internazionale di giustizia penale, per garantire che le autorità iraniane responsabili di crimini contro l’umanità siano chiamate a risponderne e per impedire il ripetersi di atrocità come i massacri su vasta scala delle persone manifestanti compiuti l’8 e il 9 gennaio 2026. Alla luce delle ostilità in corso dopo gli attacchi illegali condotti da Stati Uniti e Israele contro l’Iran, a ulteriore conferma della necessità di un cessate il fuoco duraturo e dell’accertamento delle responsabilità, compresi eventuali crimini di guerra, Amnesty International ha ribadito la richiesta di indagini indipendenti sugli attacchi compiuti durante il conflitto e sollecitato le Nazioni Unite a intervenire per garantire l’accertamento delle responsabilità per le violazioni della propria Carta e del diritto internazionale umanitario. Agnès Callamard, segretaria generale di Amnesty International, ha dichiarato: > Le numerose prove raccolte e analizzate nel nostro rapporto non lasciano alcun > dubbio: le autorità iraniane hanno commesso crimini contro l’umanità per > reprimere la rivolta ‘Donna Vita Libertà’ del 2022. Hanno condotto un attacco > esteso e sistematico contro una popolazione civile che chiedeva dignità, > diritti umani e un cambiamento politico fondamentale, in attuazione di una > politica statale basata sull’uso della forza letale per annientare il > dissenso. > Il nostro rapporto mostra inoltre come i crimini contro l’umanità in Iran > siano alimentati da un sistema di impunità incorporato negli assetti > costituzionali, legislativi, politici e giudiziari del paese. > Il terribile risultato è stato un susseguirsi sempre più grave di uccisioni di > massa di manifestanti, culminato nel massacro di migliaia di persone nell’arco > di appena 48 ore, l’8 e il 9 gennaio 2026. L’Assemblea generale delle Nazioni > Unite deve porre fine all’inaccettabile normalizzazione delle uccisioni di > massa di manifestanti in Iran e istituire un meccanismo internazionale di > giustizia penale finalizzato a perseguire le persone maggiormente coinvolte > nei crimini contro l’umanità. > Questo rapporto viene pubblicato mentre la popolazione iraniana subisce anche > le devastanti conseguenze degli attacchi illegali di Stati Uniti e Israele. > Amnesty International si oppone fermamente alle violazioni del diritto > internazionale commesse da tutte le parti e respinge qualsiasi tentativo di > strumentalizzare le sofferenze di chi ha subito violazioni dei diritti umani > in Iran per giustificare attacchi illegali che causano ulteriori danni alla > popolazione civile. > Da anni, le persone in Iran vanno incontro a repressione brutale e > persecuzione per mano delle medesime autorità. Oggi parte della popolazione > sta pagando anche il costo umano delle azioni militari illegali condotte da > Stati Uniti e Israele. Una risposta fondata sui principi richiede di > respingere sia l’impunità per i crimini contro l’umanità sia l’uso illegale > della forza. > La comunità internazionale deve perseguire strategie diplomatiche incentrate > sulle persone, che pongano al centro la protezione della popolazione civile, > la prevenzione delle atrocità, la giustizia e l’accertamento delle > responsabilità. Dopo oltre sei mesi di attacchi aerei che hanno ucciso e > ferito persone civili, danneggiato l’ambiente e provocato ingenti distruzioni > delle infrastrutture civili, è urgentemente necessario un cessate il fuoco > duraturo, accompagnato da indagini indipendenti e da un intervento > dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite volto ad accertare le > responsabilità per le violazioni della Carta delle Nazioni Unite e del diritto > internazionale umanitario e per eventuali crimini di guerra commessi da tutte > le parti del conflitto”. Il rapporto di Amnesty International, pubblicato quattro anni dopo che la morte in custodia di Zhina Mahsa Amini per mano della cosiddetta polizia “morale” innescò proteste in tutto l’Iran, documenta come le autorità iraniane abbiano mobilitato forze di sicurezza munite di armi da fuoco di tipo militare e fucili caricati con pallini metallici, impartendo ordini che hanno agevolato l’uccisione illegale di centinaia di manifestanti e passanti, tra cui decine di minorenni. Tra i crimini contro l’umanità figurano anche l’arresto arbitrario, la sparizione forzata, i maltrattamenti e le torture ai danni di migliaia di uomini, donne e minorenni, nonché la persecuzione dei familiari delle persone uccise. Insieme al rapporto, Amnesty International ha pubblicato anche un documento, intitolato Vite spezzate brutalmente: persone uccise nei crimini contro l’umanità durante la rivolta ‘Donna Vita Libertà’ del 2022 in Iran, che ricostruisce la morte di 377 persone, di cui 56 minorenni. Elaborato raccogliendo informazioni e prove nell’ambito dell’indagine dell’organizzazione sui modelli ricorrenti di uccisioni compiute dalle forze di sicurezza in tutto il paese, contiene anche i ritratti delle persone uccise e, ove disponibili, le fotografie dei luoghi della loro sepoltura. Oltre a chiedere all’Assemblea generale delle Nazioni Unite di istituire un meccanismo internazionale di giustizia, alla luce dello stallo politico al Consiglio di sicurezza, della gravità e dell’entità dei crimini commessi e dell’elevato rischio che possano ripetersi, Amnesty International ha esortato gli stati a chiedere al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite di deferire la situazione in Iran all’Ufficio del procuratore della Corte penale internazionale. L’organizzazione ha sollecitato inoltre le autorità giudiziarie di tutto il mondo ad avviare indagini, sulla base del principio della giurisdizione universale o di altre forme di giurisdizione extraterritoriale, nei confronti dei funzionari iraniani sospettati di essere responsabili di crimini contro l’umanità compresi quelli descritti nel rapporto, e, laddove vi siano prove sufficienti, a emettere mandati d’arresto. La ricerca condotta da Amnesty International nell’arco di diversi anni per la realizzazione del rapporto ha incluso interviste a 270 persone, tra cui manifestanti, ex detenuti, familiari di persone uccise o detenute, testimoni oculari, avvocati, difensori dei diritti umani, giornalisti e personale sanitario. L’organizzazione ha inoltre analizzato oltre 2000 video e un’ampia documentazione, tra cui dichiarazioni ufficiali, documenti ufficiali trapelati, provvedimenti delle procure, decisioni giudiziarie e documentazione forense. Amnesty International ha scritto alla Guida suprema dell’Iran e ad alti funzionari delle forze di sicurezza per condividere i risultati dell’indagine e informare gli 87 funzionari individuati nel rapporto. Al momento della pubblicazione non ha ricevuto alcuna risposta. Un attacco su scala nazionale attuato sulla base di una politica statale Le indagini di Amnesty International sui crimini contro l’umanità commessi per reprimere la rivolta “Donna Vita Libertà” del 2022 hanno rivelato che due delle principali forze di polizia, il Corpo dei Guardiani della rivoluzione islamica (Cgri) e il Comando di polizia della Repubblica islamica dell’Iran, noto con l’acronimo persiano Faraja, hanno guidato la soppressione violenta e letale delle proteste, attuando una politica statale elaborata attraverso il Consiglio supremo per la sicurezza nazionale, il Consiglio per la sicurezza dello stato e i consigli di sicurezza provinciali e locali. Agenti del Faraja e del Cgri hanno ripetutamente sparato contro la folla utilizzando fucili d’assalto di tipo militare, pistole e fucili caricati con pallini metallici. Oltre a ciò, hanno inseguito manifestanti e passanti in fuga, raggiungendo persone disarmate che non costituivano alcuna minaccia per le forze di sicurezza o per altre persone e uccidendole con colpi d’arma da fuoco esplosi a distanza ravvicinata. Tra le unità del Faraja coinvolte figuravano la Polizia di prevenzione, comprese le sue Unità di assistenza, e le Unità speciali. Tra le unità del Cgri coinvolte figuravano le divisioni operative, le Unità provinciali di sicurezza e diversi battaglioni basij, tra cui i Battaglioni Imam Ali e i Battaglioni Beit Al-Moghaddas. Queste unità del Cgri operavano sotto il comando dei rispettivi corpi provinciali, a loro volta sottoposti alla supervisione di sedi regionali. Le dichiarazioni ufficiali e i documenti trapelati analizzati nel rapporto mostrano come la politica statale abbia trovato attuazione attraverso riunioni strategiche, ordini vincolanti, piani di dispiegamento, stanziamenti di fondi e armi e istruzioni affinché la risposta fosse “ferma e severa”. In un ordine trapelato è stata impartita l’istruzione di “rispondere senza pietà, fino a provocare la morte”. Numerosi testimoni hanno descritto strade simili a campi di battaglia a causa degli incessanti colpi d’arma da fuoco esplosi dalle forze di sicurezza. Mahshid, che aveva partecipato alle proteste a Mahabad, nella provincia dell’Azerbaigian occidentale, ha raccontato ad Amnesty International: “Non avevo mai visto scene del genere… La situazione era terrificante, sembrava una zona di guerra. Le forze di sicurezza continuavano semplicemente a sparare”. La maggior parte delle 377 persone manifestanti e passanti la cui morte è stata documentata da Amnesty International è stata uccisa dalle forze di sicurezza durante la dispersione delle proteste tra settembre e dicembre 2022. Altre persone sono morte mentre si trovavano in custodia, dopo la scarcerazione o in circostanze sospette che fanno ritenere possibile una responsabilità dello stato. In linea con una prassi consolidata di negazione e insabbiamento dei fatti, le autorità hanno riconosciuto soltanto 202 morti e hanno falsamente attribuito la maggior parte di esse ad attori non statali, “rivoltosi” o “terroristi armati”, nonostante le schiaccianti prove del contrario. Anziché intervenire per fermare i crimini man mano che le prove si accumulavano, alti funzionari hanno ripetutamente elogiato le forze di sicurezza e ordinato la prosecuzione delle operazioni. Individuati 87 funzionari nei cui confronti dovrebbero essere avviate indagini penali Sulla base di una dettagliata documentazione relativa alle forze di sicurezza coinvolte e di un’analisi approfondita delle loro strutture di comando, Amnesty International ha individuato 87 funzionari iraniani nei cui confronti dovrebbero essere avviate indagini penali per crimini contro l’umanità. L’elenco, che non è esaustivo, comprende persone ai più alti livelli dell’apparato di sicurezza iraniano fino a funzionari operanti a livello provinciale e locale. Le 87 persone individuate comprendono 62 comandanti delle forze di sicurezza – tra cui 33 comandanti del Cgri e 27 del Faraja – e 25 funzionari del ministero dell’Interno, tra cui governatori provinciali e locali. Tra loro figurano dieci funzionari di livello nazionale e 77 funzionari di livello regionale, provinciale e locale, con responsabilità relative alle 17 municipalità delle province del Kurdistan, di Kermanshah e dell’Azerbaigian occidentale sulle quali Amnesty International ha condotto indagini approfondite. Tra le persone individuate figurano il defunto Ali Khamenei, Guida suprema e comandante in capo di tutte le forze armate, e il defunto Mohammad Bagheri, capo di stato maggiore delle Forze armate, entrambi uccisi nel febbraio 2026 in attacchi aerei condotti durante l’offensiva militare statunitense-israeliana contro la Repubblica islamica dell’Iran. Amnesty International indica inoltre Ahmad Vahidi, all’epoca ministro dell’Interno e successivamente divenuto comandante generale del Cgri, e Majid Mir Ahmadi, all’epoca viceministro dell’Interno per la polizia e la sicurezza. “Questa indagine mette in luce i diversi livelli di comando e coordinamento alla base della repressione letale delle proteste da parte delle autorità iraniane. Gli agenti presenti nelle strade operavano all’interno di una catena di comando gerarchica e coordinata che li collegava ai funzionari che hanno diretto, reso possibili, agevolato e sostenuto crimini commessi su vasta scala”, ha dichiarato Agnès Callamard. “I funzionari indicati nel rapporto continuano a sottrarsi alla giustizia in Iran. La maggior parte ricopre tuttora incarichi dai quali può scatenare nuove repressioni letali, mentre alcuni, dopo i crimini contro l’umanità del 2022, hanno persino ottenuto promozioni all’interno della catena di comando. Le conseguenze del perdurare dell’impunità sono state devastanti. È più che mai necessario istituire un meccanismo internazionale di giustizia penale per l’Iran prima che si verifichi un altro massacro di manifestanti”, ha aggiunto Callamard. Le devastanti conseguenze per i curdi e i beluci Le persone appartenenti alle perseguitate comunità beluci e curde dell’Iran che hanno partecipato alle proteste hanno subito in misura devastante la repressione letale: rappresentano il 62 per cento del totale delle persone la cui morte è stata documentata, pur costituendo rispettivamente il cinque per cento e tra il dieci e il 15 per cento della popolazione del paese. Amnesty International ha documentato l’uccisione illegale da parte delle forze di sicurezza di 106 persone manifestanti e passanti beluci, tra cui 20 minorenni, nella provincia del Sistan e Belucistan, pari al 33 per cento delle persone uccise documentate. Soltanto il 30 settembre 2022, 87 persone sono state uccise illegalmente quando le forze di sicurezza hanno aperto il fuoco dopo la preghiera del venerdì a Zahedan, in quello che da allora è chiamato il “Venerdì di sangue”. L’organizzazione ha inoltre documentato le circostanze dell’uccisione illegale di 95 persone manifestanti e passanti curde, tra cui 13 minorenni, durante la dispersione delle proteste o in aree militarizzate in prossimità di proteste ancora in corso o concluse da poco, in 17 municipalità delle province del Kurdistan, di Kermanshah e dell’Azerbaigian occidentale, pari al 29 per cento delle persone uccise documentate. La maggior parte è stata uccisa da colpi d’arma da fuoco; altre persone sono morte dopo essere state picchiate, colpite da candelotti lacrimogeni o deliberatamente investite da veicoli delle forze di sicurezza. Iman, testimone oculare a Sanandaj, nella provincia del Kurdistan, ha dichiarato: “Gli agenti sparavano a chiunque capitasse nel loro campo visivo, senza preoccuparsi che si trattasse di donne, minori, passanti o manifestanti”. Amnesty International ha accertato che nelle province del Kurdistan, di Kermanshah e dell’Azerbaigian occidentale le forze di sicurezza hanno utilizzato sistematicamente fucili da tiratore scelto, fucili d’assalto, mitra e mitragliatrici pesanti montate su pick-up. Amnesty International ha concluso che gli atti di omicidio e tortura ai danni di manifestanti curdi e beluci sono stati commessi con intento discriminatorio per motivi politici ed etnici e che, per questi gruppi specificamente presi di mira, ricorrono gli elementi costitutivi del crimine contro l’umanità di persecuzione. Un sistema disegnato sull’impunità In Iran, l’impunità per i crimini di diritto internazionale e per altre gravi violazioni dei diritti umani è sistemica e intenzionale. La costituzione iraniana pone il sistema giudiziario sotto il controllo diretto della Guida suprema, che, oltre a essere comandante in capo delle forze di sicurezza, nomina il capo del potere giudiziario, il quale a sua volta nomina giudici di alto grado e procuratori. I casi riguardanti gravi violazioni dei diritti umani commesse da membri delle forze di sicurezza sono trattati dalle procure e dai tribunali militari, nei quali giudici e procuratori possono provenire essi stessi dalle forze di sicurezza e fanno abitualmente affidamento sulle ricostruzioni fornite dagli stessi organismi di sicurezza implicati nei crimini. La Legge iraniana sull’uso delle armi da fuoco da parte delle forze armate in situazioni di necessità consente di utilizzare armi da fuoco per disperdere le proteste, in palese violazione del diritto internazionale, che ne permette l’uso soltanto come ultima possibilità di fronte a una minaccia imminente di morte o di lesioni gravi. La legge esenta inoltre, in linea generale, gli agenti statali dalla responsabilità civile e penale. “Le persone sopravvissute e le famiglie delle persone uccise in Iran sono intrappolate in un sistema nel quale le stesse istituzioni che dovrebbero garantire giustizia sono controllate da autorità che hanno le mani sporche di sangue. Le famiglie che chiedono verità e giustizia vengono perseguitate – ha dichiarato Agnès Callamard – Rivolgere richieste di accertamento delle responsabilità alle autorità giudiziarie iraniane complici di crimini contro l’umanità significa ignorare la realtà. La comunità internazionale deve promuovere subito percorsi internazionali di giustizia. L’Assemblea generale delle Nazioni Unite deve occuparsi di questa crisi dell’impunità, che espone le persone in Iran a uccisioni di massa di manifestanti sempre più frequenti e gravi”. Amnesty International ha pubblicato questo rapporto in un momento in cui le persone in Iran sono a rischio di subire crimini di diritto internazionale su due fronti. Da un lato, sono esposte a violazioni del diritto internazionale umanitario da quando, il 28 febbraio 2026, Stati Uniti e Israele hanno attaccato illegalmente l’Iran in violazione della Carta delle Nazioni Unite. Dall’altro, rischiano di essere vittime di ulteriori crimini contro l’umanità nel contesto della repressione delle proteste. Le autorità iraniane hanno sfruttato la copertura offerta dalle “condizioni di guerra” per intensificare la repressione interna, militarizzare ulteriormente gli spazi pubblici, minacciare apertamente di compiere uccisioni di massa di manifestanti e dissidenti e aumentare il ricorso a esecuzioni arbitrarie motivate politicamente. Dal dicembre 2017 l’Iran è attraversato da successive ondate di proteste contro il sistema politico, durante le quali le persone sono scese ripetutamente in strada per chiedere diritti umani, dignità, libertà, la fine del sistema della Repubblica islamica e la transizione verso un nuovo sistema di governo rispettoso dei diritti umani. Le approfondite ricerche condotte da Amnesty International sulla risposta delle autorità alle successive ondate di protesta del dicembre 2017-gennaio 2018, novembre 2019, settembre-dicembre 2022 e gennaio 2026 mostrano un modello ricorrente di uccisioni illegali di massa, tortura, sparizioni forzate e altri crimini di diritto internazionale.   Amnesty International
September 16, 2026
Pressenza
Vittime e danni degli attacchi di Usa e Israele a marzo su Teheran
Nella ricerca pubblicata oggi, Amnesty International ha dichiarato che gli attacchi della coalizione statunitense-israeliana del marzo 2026 sulla capitale iraniana Teheran hanno ucciso e ferito decine di civili. Per determinare se si sia trattato di crimini di guerra, questi attacchi devono essere indagati in modo indipendente e imparziale. La recente escalation tra Usa e Iran, col mortale attacco statunitense del 1° settembre contro una cerimonia di nozze nella provincia dell’Hormozgan e le rappresaglie iraniane contro Giordania, Kuwait, Iraq e Bahrein, dimostra che i rischi per le popolazioni civili in tutta la regione restano elevati. REPORT DEADLY US-ISRAELI STRIKES ON DENSELY POPULATED TEHRAN NEIGHBOURHOODS  La ricerca effettuata da Amnesty International ha riguardato attacchi aerei contro i quartieri di Niloufar, Resalat e Javadieh compiuti tra il 1° e il 13 marzo. Questi attacchi contro aree densamente popolate di Teheran, in cui sono state impiegate armi esplosive che producono effetti a vasto raggio, hanno ucciso e ferito civili e hanno causato ampi danni ad abitazioni, negozi e altri edifici civili: a Resalat hanno distrutto o danneggiato una struttura appartenente a uno dei battaglioni basij dei Guardiani della rivoluzione e tre edifici nelle vicinanze, almeno uno dei quali era un palazzo residenziale, uccidendo 16 civili; a Niloufar e Javadieh hanno causato almeno 25 morti tra i civili e distruzioni o danni a stazioni di polizia, abitazioni vicine e altre strutture civili. Il diritto internazionale umanitario considera di norma le forze di polizia alla stregua di civili a meno che non siano incorporate nelle forze armate o stiano direttamente prendendo parte a ostilità. In Iran le forze di polizia fanno parte di una più ampia struttura militare e, dunque, le stazioni di polizia possono essere qualificate come obiettivi militari. Sebbene nel marzo 2026 le forze statunitensi e israeliane abbiano annunciato di aver colpito obiettivi del “regime”, non hanno confermato di aver compiuto gli attacchi oggetto della ricerca di Amnesty International. Ai fini della sua ricerca, Amnesty International ha analizzato immagini satellitari, verificato 60 video pubblicati online, esaminato dichiarazioni ufficiali delle autorità iraniane, israeliane e statunitensi e intervistato due persone all’interno dell’Iran, usando pseudonimi per tutelare la loro sicurezza. Le immagini satellitari scattate a Teheran tra l’11 e il 14 marzo e le prove audiovisive mostrano che l’attacco ha distrutto alcune parti della stazione di polizia 117 (“Kalantari 117”) in viale Ghorbani e altri edifici nelle sue vicinanze. I video verificati da Amnesty International mostrano l’impatto dell’esplosione a oltre 50 metri di distanza e i gravi danni causati a edifici residenziali e strutture commerciali. In un video si vedono soccorritori al lavoro. Una fotografia pubblicata da un quotidiano governativo mostra alcune persone osservare due oggetti scuri e cilindrici di metallo a terra. Amnesty International li ha identificati come parti di una JDAM (Joint Direct Attack Munition), specificamente la sezione in cui si trova l’unità Gps. Queste munizioni sono prodotte negli Usa ed è noto il loro uso da parte sia delle forze israeliane che di quelle statunitensi. Niloufar, Teheran centrale – Secondo testimonianze oculari, notizie di stampa e dichiarazioni delle autorità iraniane, l’attacco del 1° marzo 2026 ha ucciso almeno 20 civili. L’attacco è avvenuto alle 21, quando i ristoranti e i bar erano aperti e la presenza di civili era del tutto prevedibile. Gli attacchi hanno colpito direttamente e distrutto la stazione di polizia 104 Abbas Abad (“Kalantari 104”), situata in via Eshghiyar, nella zona di piazza Niloufar. I video verificati da Amnesty International mostrano la distruzione della stazione di polizia ed estesi danni a edifici, negozi e altre strutture civili fino a 100 metri di distanza dall’esplosione. Un giornalista recatosi sul posto ha dichiarato che la devastazione ha interessato ben oltre la stazione di polizia: tanti appartamenti sono stati dichiarati inagibili e molti civili sono rimasti uccisi, compresi un uomo e suo figlio che stavano lavorando in una panetteria. Resalat, Teheran orientale – Il 9 marzo 2026, intorno alle 14.30, un attacco aereo ha provocato almeno 16 morti e decine di feriti tra i civili. Amnesty International ha analizzato prove da fonti aperte, testimonianze oculari, notizie pubblicate dagli organi d’informazione statali e dichiarazioni delle autorità iraniane e della Mezzaluna rossa. L’attacco ha colpito direttamente una struttura appartenente a un battaglione basij dei Guardiani della rivoluzione. Amnesty International non ha potuto verificare in modo indipendente quanti attacchi siano stati condotti e quale fosse la natura di tutti gli edifici colpiti a Resalat, ma le immagini satellitari mostrano quattro distinti edifici pesantemente danneggiati o distrutti: tra questi un palazzo noto come Numero 12 (“Pelak-e 12”). Un testimone oculare ha dichiarato che sono stati uccisi almeno 13 inquilini: il portinaio e 12 membri di un’unica famiglia. Dalle immagini satellitari, dai video e dai racconti dei testimoni, Amnesty International ha concluso che probabilmente l’edificio Numero 12 è stato colpito da un attacco diverso da quello contro il battaglione basij. Javadieh, Teheran meridionale – Secondo la stampa governativa e dichiarazioni delle autorità iraniane, intorno a mezzogiorno del 13 marzo 2026 un attacco ha ucciso almeno cinque civili appartenenti alla stessa famiglia. La segretaria generale di Amnesty International, Agnès Callamard, ha dichiarato: > Le prove a disposizione parlano di una serie di attacchi con armi esplosive > con effetti a vasto raggio contro strutture della sicurezza iraniana > all’interno di aree residenziali molto popolate, con devastanti e del tutto > prevedibili effetti sui civili. > Il numero delle vittime civili, la dimensione della distruzione, le > tempistiche degli attacchi, l’impatto sulle strutture civili vicine agli > obiettivi e l’assenza di preavvisi efficaci fanno concludere che la coalizione > statunitense-israeliana non abbia rispettato gli obblighi di prendere tutte le > precauzioni possibili per ridurre al minimo i danni ai civili e risparmiare > obiettivi civili. > Gli attacchi degli Usa e di Israele contro Teheran su cui Amnesty > International ha svolto le sue ricerche possono costituire attacchi > indiscriminati e dunque crimini di guerra. Devono essere oggetto di indagini > indipendenti, imparziali, efficaci e trasparenti. > Con la ripresa degli attacchi statunitensi in Iran e le nuove minacce del > presidente Trump di colpire infrastrutture civili, è fondamentale che gli Usa > e Israele pongano fine a tutti gli attacchi illegali e aderiscano > rigorosamente al diritto internazionale umanitario, anche prendendo tutte le > precauzioni possibili per evitare, o per lo meno ridurre al minimo, le perdite > di vite civili, il ferimento di civili e il danneggiamento di obiettivi civili > durante la pianificazione e l’esecuzione di operazioni militari. Gli stessi > obblighi di diritto internazionale riguardano l’Iran e i suoi attacchi di > rappresaglia, compresi quelli contro gli stati del Golfo. Il 28 febbraio 2026 Usa e Israele hanno lanciato un’operazione congiunta contro l’Iran, portando a termine da allora decine di migliaia di attacchi. Secondo dati ufficiali, tra il 28 febbraio e il 24 luglio 2026 in Iran sono stati uccisi almeno 1469 civili. Le autorità iraniane hanno lanciato attacchi di rappresaglia in tutta la regione, uccidendo almeno 21 civili in Israele, quattro in Cisgiordania e almeno 29 negli stati del Consiglio di cooperazione del Golfo. Amnesty International ha concluso che alcuni degli attacchi iraniani sono stati illegali: ad esempio, quello che ha ucciso nove civili nella città israeliana di Beit Shemesh e quello contro un dormitorio per lavoratori migranti in Arabia Saudita, uccidendone quattro. Israele a sua volta ha aumentato i suoi attacchi contro il Libano in risposta a quelli di Hezbollah: dal 2 marzo 2026 in Libano sono stati uccisi almeno 4333 civili. Amnesty International rinnova le richieste di un cessate il fuoco duraturo e di indagini sugli attacchi illegali degli Usa e di Israele contro l’Iran in violazione della Carta delle Nazioni Unite, così come su tutte le ulteriori violazioni del diritto internazionale umanitario. Amnesty International chiede a Usa, Israele e Iran di invitare la Commissione internazionale di accertamento dei fatti delle Nazioni Unite affinché possa condurre inchieste sulle denunce di gravi violazioni del diritto internazionale ad opera di tutte le parti in conflitto, compresi gli attacchi alle infrastrutture energetiche. L’organizzazione per i diritti umani sollecita, infine, il Consiglio di Sicurezza e l’Assemblea generale delle Nazioni Unite a considerare ogni percorso possibile per assicurare pace, sicurezza e giustizia per tutti gli attacchi illegali in Iran. L’organizzazione ha scritto alle autorità statunitensi e israeliane il 17 luglio 2026 e a quelle iraniane il 31 luglio 2026 senza ricevere finora alcuna risposta. Amnesty International
September 8, 2026
Pressenza
La guerra all’Iran di Trump, da ‘Epic Fury’ a ‘small potatoes’
ALLA RICHIESTA DI CHIARIMENTI SU UN’AFFERMAZIONE DEL SUO VICE, IL 47º PRESIDENTE DEGLI USA HA DEFINITO IL CONFLITTO MILITARE IN MEDIO ORIENTE UNA BAZZECOLA *. Alle conferenze stampa di giovedì 3 e venerdì 4 settembre i due house-holder della Casa Bianca hanno fatto dichiarazioni sulla guerra in Iran che i giornalisti hanno riferito con sgomento, alcuni spiegando il perché dell’apparente assurdità di tali affermazioni. Prima J.D. Vance ha detto: «Non la definirei una guerra. Al momento non sono in corso sparatorie». Ricordando che, iniziata con l’incursione di USA e Israele effettuata il 28 febbraio scorso e inizialmente da lui e Trump prevista durare “solo poche settimane”, la guerra all’Iran ha “fatto impennare i prezzi della benzina e costretto i consumatori a fronteggiare un’inflazione sempre più elevata”, AP ha evidenziato che proprio mentre Vance diceva che non sia una guerra “in rappresaglia per gli attacchi statunitensi avvenuti all’inizio della settimana, giovedì l’Iran apriva il fuoco contro il Kuwait, alleato degli Stati Uniti nel Golfo”. E, ha osservato AP, Vance ha negato che quella contro l’Iran sia una guerra per eludere una questione ‘scottante’: per non ammettere di non poter promettere che il conflitto bellico “si concluderà entro le elezioni di medio termine di novembre, in cui i repubblicani cercano di mantenere la loro risicata maggioranza al Congresso”.  Un vantaggio sempre più incerto proprio perché oltre che dai suoi oppositori democratici e progressisti, le strategie di Trump in politica estera sono contestate anche da tanti moderati, alcuni conservatori e sempre più numerosi repubblicani. Il giorno seguente una giornalista ha chiesto al presidente USA: “Se non è una guerra, allora cos’è questo intervento armato che ai contribuenti statunitensi è costato oltre 37,5 miliardi di dollari e ha causato la morte di 18 soldati americani?”. «Lo definisco un conflitto militare – ha risposto Donald Trump – Per noi small potatoes (una bazzecola *)», ha riferito AP riportando che il presidente ha sostenuto questa tesi affermando che gli assalti statunitensi contro l’Iran “sono ora intermittenti” e “molte persone non li definiscono più una guerra”. AP riporta inoltre che Trump “ha aggiunto che il numero di vittime statunitensi nel conflitto con l’Iran è relativamente inferiore rispetto ad altre recenti guerre americane” e detto: «Qui abbiamo perso 18 persone. In Vietnam abbiamo perso 100˙000 persone. E in altri conflitti abbiamo perso decine di migliaia di persone». Ma, ha rilevato l’agenzia stampa con sede principale a New York, dove venne fondata nel 1846, il paragone è sbagliato, perché compara la guerra contro l’Iran ad altre senza considerare che in questa in Medio Oriente gli Stati Uniti e Israele “hanno condotto solo attacchi aerei” e non “schierato truppe” nei territori dell’avversario. Quindi AP ha evidenziato anche che invece “secondo i dati degli Archivi Nazionali degli Stati Uniti” nei combattimenti in Vietnam persero la vita 58˙220 soldati statunitensi. E contemporaneamente il 4 settembre CBS News divulgava la notizia che a luglio al personale del Pentagono era stato trasmesso un ‘ordine di servizio’ che ingiungeva di smettere di riferirsi alla guerra in Iran come l’Operazione Furia Epica, nel messaggio dichiarata ufficialmente conclusa il precedente 5 maggio. * bazzecola – s. f. [etimo incerto] : cosa di poco conto ≈ bagattella, barzelletta, inezia, minuzia, nonnulla, nullaggine, piccolezza, pinzillacchera, quisquilia. ‖ cavolata, cazzata, cretinata, fesseria, scemenza, sciocchezza, stupidaggine – Vocabolario della Lingua Italiana / Enciclopedia Treccani * PRESSENZA / 5.6.2026 – La ‘ira funesta’ di Trump per lo stop di Capitol Hill alla sua “furia epica” * PRESSENZA / 1.7.2026 – La reputazione di Trump e degli USA in calo precipitoso * AP / 4.9.2026 – Vance says Iran fight isn’t a ‘war’ as Trump tries to navigate unpopular conflict as election nears * CBS News / 4.9.2026 – Pentagon tells military personnel to stop calling Iran war “Operation Epic Fury” * AP / 5.9.2026 – Trump calls Iran conflict ‘small potatoes’ and defends Vance’s position that it’s not a ‘war’ Maddalena Brunasti
September 6, 2026
Pressenza
Cosa fanno circa 700 soldati italiani nel Golfo durante la guerra all’Iran?
È certamente una delle operazioni militari più delicate del momento per le forze armate italiane; ed è anche parecchio misteriosa. La guerra degli Stati Uniti contro l’Iran va avanti dall’inizio di marzo e, a partire dalla metà del medesimo mese, l’Italia ha dispiegato nella regione centinaia dei suoi soldati. Le truppe tricolori si trovano in Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Kuwait e, soprattutto, in Arabia Saudita. Le fonti ufficiali parlano di circa 700 soldati, con cui sono stati dispiegati anche sistemi di difesa, radar, velivoli da supporto tecnico e mezzi per la sorveglianza e le operazioni. Non è noto quali attività svolgano con esattezza, né se siano stati coinvolti in qualche operazione di difesa. La loro presenza nella regione è rimasta riservata fino a poco tempo fa, quando è stata resa nota da alcune fonti mediatiche, suscitando l’indignazione delle opposizioni. Per comprendere meglio lo scopo e la natura dei dispositivi schierati, L’Indipendente ha approfondito la questione attraverso le piattaforme ufficiali e ha contattato fonti del Ministero della Difesa, che hanno chiarito alcuni dei punti più controversi. NUMERO DI TRUPPE ED EQUIPAGGIAMENTO Facciamo un passo indietro: il 30 luglio, il giornalista del Giornale Fausto Biloslavo pubblica un articolo in cui rende noto che, dalla seconda metà di marzo 2026, la Difesa ha schierato «un dispositivo dell’Aeronautica a supporto delle forze armate e di sicurezza di Arabia Saudita, Kuwait e Bahrein». Si tratta, scrive nell’articolo, di 400 soldati, affiancati da altre 300 truppe terrestri, di cui circa la metà in Arabia Saudita. Con essi, scrive Biloslavo, sono presenti un velivolo per la sorveglianza aerea, quattro caccia bombardieri e un velivolo per il trasporto tattico; il reparto terrestre è invece equipaggiato con batterie antimissile SAMP/T, un radar Kronos e una batteria antidrone Skynex. La rivista specializzata RID ha poi ricostruito che almeno una parte dei militari italiani in Arabia Saudita sarebbe schierata presso la base aerea saudita di Al Taif, a circa 250 km dal confine con lo Yemen. La base risulta strategica per la sua posizione, essendo situata a qualche chilometro da Gedda, sul Mar Rosso, città che ospita una base navale e un’ulteriore base aerea. L’Indipendente non è riuscito a verificare tale informazione: una fonte del Ministero della Difesa ci ha spiegato che, per ragioni di tutela e sicurezza del personale, l’esatta dislocazione dei militari dispiegati non è pubblica. Dopo la pubblicazione dell’articolo del Giornale, sul sito del Ministero della Difesa sono apparse le pagine dedicate alle missioni. Di preciso, si tratta di almeno due dispositivi: una missione terrestre, Task Force Land – Cerbero, nell’ambito della quale sono dispiegati circa 260 militari italiani tra Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Bahrein, dotati rispettivamente di sistemi SAMP/T, batterie Skynex e radar Kronos; e una missione dell’Aeronautica, Task Force Air – Arabia, che conta 400 soldati schierati in Arabia Saudita, Kuwait e Bahrein, dotati di un velivolo da trasporto, quattro caccia, un velivolo per la sorveglianza aerea e un sistema anti-drone ACUS-E. A queste si aggiungerebbe anche Task Force Land – Arabia: menzionata da diversi media, la sua esistenza è confermata dallo stesso sito del Ministero della Difesa, che tuttavia non fornisce informazioni al riguardo. LA DIATRIBA POLITICA L’articolo di Biloslavo ha scatenato un’ondata di indignazione da parte delle opposizioni, che hanno denunciato la scarsa trasparenza del governo nei confronti del Parlamento e sollevato una interrogazione parlamentare. Crosetto, tuttavia, sostiene che i nuovi dispositivi vadano considerati come una rimodulazione di una spedizione già esistente, «illustrata con la massima trasparenza» a deputati e senatori. Il ministro della Difesa ha menzionato le risoluzioni approvate lo scorso marzo in Parlamento, che impegnavano il governo a rafforzare le capacità di difesa e protezione delle missioni italiane attive in Medio Oriente, e specialmente quelle relative «al mandato di cui alla scheda 04/2025, prorogata», mediante «il dispiegamento e il rischieramento di sistemi di difesa aerea e antimissilistica e di sorveglianza»; ha poi menzionato che, il 14 e il 28 luglio, le Commissioni Esteri e Difesa di Senato e Camera hanno prorogato le «missioni, che confermano e comprendono un’area che include l’Arabia Saudita». La «scheda» a cui fanno riferimento le risoluzioni approvate è uno dei documenti che compongono la relazione con cui il governo sottopone al Parlamento le missioni militari internazionali. La scheda 4 del 2025, in particolare, è quella relativa a una missione in Iraq e Medio Oriente; qui, l’Arabia Saudita non compare esplicitamente tra le aree geografiche di intervento, mentre è indicata l’area del «Golfo Arabico». Con la proroga delle missioni per il 2026, invece, l’Arabia Saudita compare esplicitamente tra le aree di crisi. La modifica del 2024 alla legge quadro sulle missioni internazionali, varata dallo stesso governo Meloni, stabilisce che il Governo debba trasmettere alle Camere le deliberazioni relative alle missioni internazionali indicando, per ciascuna di esse, l’area geografica di intervento, gli obiettivi, la base giuridica, l’equipaggiamento e il numero di truppe da inviare, «anche in modalità interoperabile con altre missioni nella medesima area geografica». Il punto contestato è proprio questo: la modifica introdotta dal governo consente «di spostare forze e assetti nella stessa area geografica dove già insistono missioni autorizzate», denuncia Rete Italiana Pace e Disarmo; «un riferimento generico dentro una tabella per aree non equivale ad aver illustrato al Parlamento uomini, mezzi, armamenti e obiettivi operativi di una missione». Analogamente le opposizioni contestano la mancanza di un «esplicito riferimento a operazioni» in Arabia Saudita. IL RUOLO DELLE TRUPPE ITALIANE IN ARABIA Resta da comprendere cosa esattamente facciano le truppe italiane stanziate in Arabia Saudita e negli altri Paesi della Penisola. Il sito del Ministero specifica che il dispositivo terrestre ha lo scopo di supportare le forze armate e di sicurezza di Arabia Saudita, Bahrein e Kuwait nella difesa del loro spazio aereo, anche attraverso capacità antimissile e antidrone. La Task Force situata in Arabia Saudita è dotata di sistemi «in grado di rilevare, identificare, tracciare e ingaggiare potenziali minacce aeree, tra cui droni e missili balistici»; quella negli Emirati Arabi Uniti dispone di equipaggiamenti «in grado di scoprire minacce aeree di grandi, medie e piccole dimensioni» e caratterizzati da «un elevato grado d’efficacia contro la minaccia droni»; infine, il radar Kronos situato in Bahrein «consente la scoperta di aerei, droni e missili». Una fonte del Ministero della Difesa ha spiegato a L’Indipendente che i dispositivi dispiegati operano innanzitutto attraverso la condivisione delle informazioni con i Paesi del Golfo. Le rilevazioni del radar Kronos sarebbero dunque state impiegate durante gli attacchi in entrata per fornire informazioni utili ai Paesi della Penisola Arabica nelle operazioni di ingaggio dei missili. Alla stessa maniera, l’obiettivo della missione dell’Aeronautica è quello di contribuire alla difesa aerea e alla sorveglianza dello spazio aereo dei Paesi partner del Golfo. I velivoli dispiegati hanno lo scopo «di rilevare, identificare e tracciare potenziali minacce aeree, fornendo ai livelli decisionali e agli altri assetti impiegati un quadro informativo aggiornato dell’area di operazioni»; concorrere alla difesa dello spazio aereo in cui operano; abbattere droni di piccole dimensioni; infine svolgere missioni di trasporto tattico, supporto, sorveglianza e, in caso di emergenza, assistenza sanitaria. Non è noto, tuttavia, se i militari italiani abbiano avuto un ruolo attivo nella difesa dello spazio aereo dei Paesi della Penisola. Sistemi come le batterie SAMP/T dispiegate nell’ambito della missione Cerbero sono infatti apparati ad alta specializzazione, il cui impiego operativo è affidato ai militari della nazione che li gestisce. Se fossero stati utilizzati per ingaggiare una minaccia, dunque, a farlo sarebbero stati i militari italiani. Interpellata da L’Indipendente, la fonte del Ministero della Difesa ha tuttavia affermato di non essere a conoscenza dell’impiego di tali sistemi in operazioni di ingaggio. The post Cosa fanno circa 700 soldati italiani nel Golfo durante la guerra all’Iran? appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 1, 2026
L'INDIPENDENTE
Guerra incessante a Gaza e in Cisgiordania ed escalation in Libano, Yemen e Iran
Bombardamenti, raid, attacchi con droni e sparatorie dell’IDF in numerose località nella Striscia di Gaza. Incendi devastanti appiccati in Cisgiordania dai coloni israeliani. In Libano continuano l’offensiva militare e le distruzioni dell’esercito israeliano. Nel Mar Rosso settentrionale una petroliera saudita colpita da un missile lanciato dal gruppo Houthi Ansaru Allah. Gli USA hanno annunciato di colpire l’Iran con l’operazione Economic Outcast e attacchi aerei allo Stretto di Hormuz e nelle aree confinanti. STRISCIA DI GAZA Otto palestinesi, tra cui due bambini, sono stati assassinati e altri sono rimasti feriti, ieri lunedì 24 agosto, a seguito di diversi attacchi israeliani alla luce delle continue violazioni israeliane della falsa tregua. I raid israeliani hanno distrutto la moschea di Abu Salim nella città di Deir al-Balah. Le forze di occupazione hanno lanciato bombardamenti di artiglieria vicino alle aree sotto la loro occupazione ad est del campo di Maghazi. La protezione civile ha annunciato che un bambino è stato ucciso e sua madre e sua sorella sono rimaste ferite in seguito ad un attacco aereo israeliano che ha preso di mira una casa vicina alla loro nel campo profughi di Bureij. Da parte sua, una fonte dell’ospedale Nasser ha affermato che un raid lanciato dall’occupazione israeliana a ovest della città di Khan Yunis, nel sud della Striscia di Gaza, ha provocato la morte di un palestinese e il ferimento di altre persone. Una fonte medica dell’ospedale Nasser ha riferito all’agenzia Anadolu che il corpo della bambina Amal Nashaat Abu Khater (10 anni) era arrivato, insieme a due feriti, a seguito degli spari israeliani che avevano preso di mira le case e le tende degli sfollati. Testimoni oculari hanno affermato che i veicoli dell’esercito israeliano hanno aperto pesantemente il fuoco verso l’area di Al-Satar Al-Gharbi nel centro della città, ferendo 3 palestinesi con ferite diverse. Nella Striscia di Gaza centrale, i fratelli palestinesi Mohammed Abdel Nasser Abu Asad (27 anni) e Ibrahim Abdel Nasser Abu Asad (24 anni) sono stati uccisi e altri feriti in un attacco di droni israeliani contro una tenda adibita a rifugio per sfollati vicino all’ospedale dei martiri di Al-Aqsa a Deir al-Balah. Una fonte medica dell’ospedale Nasser di Khan Younis ha riferito che due palestinesi sono morti oggi a causa delle ferite riportate in due distinti attacchi israeliani sulla città, avvenuti domenica e mercoledì scorsi. Inoltre, il palestinese Mahmoud Hosni Abu Shar è morto per le ferite riportate in un raid aereo israeliano che ha colpito un caffè all’interno del porto di Gaza City mercoledì, uccidendo otto palestinesi e ferendone altri 14, secondo una fonte medica dell’ospedale Al-Shifa. CISGIORDANIA Le squadre della Protezione Civile palestinese e i mezzi dei vigili del fuoco hanno lavorato instancabilmente, nel villaggio di Ain Sina (vicino Ramallah), per spegnere i vasti incendi appiccati dai coloni presso la fabbrica di alluminio e nei terreni circostanti, provocando un disastro industriale e ambientale nella zona. Nostri contatti in loco hanno confermato che l’attacco ha rappresentato una pericolosa e senza precedenti escalation, con i coloni che hanno utilizzato attrezzature sofisticate per garantire la massima distruzione. Secondo testimoni oculari e il capo del consiglio del villaggio, l’incendio è iniziato con un singolo colono che si aggirava nella zona fingendo di pascolare le pecore fin dal mattino. Una volta che le fiamme hanno raggiunto le vicinanze dell’ingresso principale della fabbrica, dove sono immagazzinati materiali altamente infiammabili, circa altri 20 coloni si sono uniti a lui, scortati dai soldati. Gli aggressori hanno portato con sé delle pompe ad aria compressa, che hanno deliberatamente utilizzato per intensificare l’incendio e dirigere le fiamme verso l’impianto industriale, in un chiaro tentativo di paralizzare le restanti infrastrutture economiche della zona. Nonostante i tentativi dell’esercito di occupazione israeliano di ostacolare l’arrivo delle squadre di protezione civile palestinesi, i vigili del fuoco sono riusciti infine a domare l’incendio e a impedirgli di raggiungere il cuore del centro economico che dà lavoro più di 60 famiglie. LIBANO Le autorità libanesi hanno annunciato l’uccisione di due giovani in un raid aereo israeliano, in concomitanza con gli attacchi israeliani che hanno colpito diverse città nel Libano meridionale. Secondo l’agenzia di stampa ufficiale libanese, i due giovani sono stati uccisi quando la loro motocicletta è stata colpita da un drone israeliano nella zona di Doha Kfar Rumman. L’agenzia ha anche riferito che le squadre di soccorso hanno recuperato ieri – lunedì 24 agosto – i corpi di Hussein Shukrun e Ahmed Roumani, entrambi diciassettenni, precisando che i due erano originari della città di Deir Zahrani e risultavano dispersi dall’attacco di domenica 23 agosto. Le forze di occupazione israeliane continuano le loro operazioni militari in diverse zone del Libano meridionale. I loro attacchi hanno incluso la distruzione di proprietà e infrastrutture urbane. Le forze israeliane di stanza nella città di Khiam hanno condotto estese operazioni di demolizione di case, compresa una scuola. Inoltre, hanno appiccato il fuoco a campi agricoli e proprietà, provocando la propagazione degli incendi in diverse aree della città. Dalla zona si levava del denso fumo e si sono udite diverse esplosioni. YEMEN / ARABIA SAUDITA Il gruppo Houthi Ansaru Allah ha annunciato di aver preso di mira una petroliera saudita al largo della costa di Yanbu, nel Mar Rosso settentrionale. Il portavoce militare degli Houthi, Yahya Saree, ha dichiarato che la nave “Amzan” è stata colpita da un missile balistico, indicando che l’operazione rientra nel quadro del rafforzamento del blocco marittimo contro l’Arabia Saudita. Da parte sua, la Saudi National Shipping Company ha dichiarato che la petroliera “Amzan” è stata coinvolta oggi in un incidente di sicurezza nel Mar Rosso, senza che si siano registrati feriti. La compagnia ha confermato di mantenere un contatto costante con la nave e di coordinarsi strettamente con le autorità competenti e le parti interessate del settore marittimo, monitorando attentamente gli sviluppi. Il porto di Yanbu è il principale porto petrolifero dell’Arabia Saudita sul Mar Rosso, dove ogni giorno vengono caricati milioni di barili, ed è diventato la principale via di esportazione del petrolio dal regno, evitando lo Stretto di Hormuz, attraverso il quale l’Iran impone restrizioni di transito. IRAN / USA Il Segretario del Tesoro statunitense, Scott Bisnett, ha annunciato che Washington ha lanciato l’operazione “Economic Outcast”, mirata contro l’Iran e i suoi sostenitori. Il Segretario alla guerra statunitense, Pete Higgseth, ha affermato di non escludere nuovi attacchi aerei contro l’Iran “ovunque, sia nello Stretto di Hormuz che nelle vicinanze dell’Iran”. Media Usa hanno citato esponenti della Casa Bianca, secondo i quali le sanzioni potrebbero spianare la strada a un’azione militare contro l’Iran dopo le elezioni del Congresso, quando un ritorno alla guerra potrebbe essere possibile. Il ministro dell’Economia iraniano ha dichiarato che Teheran ha programmi per contrastare le sanzioni, sottolineando che Washington non può raggiungere i suoi obiettivi paralizzando l’economia del paese. Il presidente iraniano ha ribadito al capo dell’esercito pakistano la disponibilità di Teheran a qualsiasi cooperazione economica, politica e di sicurezza con i paesi islamici e gli stati confinanti.   ANBAMED
August 25, 2026
Pressenza
Le notizie del giorno da Iran, Yemen, Siria, Gaza e Cisgiordania: un ‘bollettino di guerra’
Ieri, lunedì 17 agosto, è scaduto il termine di 60 giorni dalla firma del Memorandum d’Intesa tra Teheran e Washington, ma non c’è nessuna tregua, anzi… Intanto si è inasprito il conflitto armato in Yemen e Israele ha bombardato la Siria e lanciato un attacco nella zona della linea gialla a nord della Striscia di Gaza, mentre in Cisgiordania oggi per il decimo giorno consecutivo la città di Qusra è assediata dai coloni sionisti fiancheggiati dall’esercito di occupazione israeliano. GAZA – Dopo l’attacco compiuto dell’IDF nella serata di ieri, il Ministero della Salute palestinese ha riferito che negli ospedali della Striscia sono stati soccorsi 18 feriti e sono stati portati cinque corpi: due di palestinesi deceduti di recente e tre recuperati da sotto le macerie. L’offensiva è stata effettuata mentre l’inviato speciale della Casa Bianca, Koshner, si stava incontrando con il criminale di guerra ricercato dalla Corte penale Internazionale, Netanyahu, per discutere dell’applicazione della seconda fase dell’accordo di Sharm Sheikh, del 10 ottobre 2025, noto ipocritamente come il piano di pace di Trump. Da quella data sono stati uccisi dall’esercito israeliano di occupazione 1˙266 palestinesi e feriti altri 4˙198. Il giorno prima dell’attacco e dell’incontro con il premier israeliano, Koshner si era incontrato al Cairo con il nuovo dirigente di Hamas, Al-Hayya, che ha espresso la disponibilità del movimento palestinese a consegnare le armi, ma ha chiesto alla Casa Bianca maggiori pressioni all’alleato Israele per il ritiro delle sue truppe, come previsto dall’accordo. Netanyahu ha dichiarato che non ci sarà nessun ritiro israeliano fino al disarmo totale di Hamas. CISGIORDANIA – Oggi, martedì 18 agosto, per il decimo giorno consecutivo, i coloni ebrei israeliani hanno continuato l’assedio di diverse abitazioni nella città di Qusra, a sud di Nablus, sotto la protezione dell’esercito di occupazione israeliano, nel tentativo di impadronirsene e imporre un fatto compiuto nella zona. Nostri contatti a Qusra hanno riferito che i coloni sono dislocati in tutta la zona e si muovono liberamente, l’area è stata dichiarata ‘zona militare chiusa’ e che le forze di occupazione e alcuni coloni continuano ad assediare tre case nella zona di Ras al-Ain, impedendo alle famiglie di entrare o uscire dalle proprie abitazioni. La violenza perpetrata dai coloni ebrei nella Cisgiordania occupata è in aumento. Gli aggressori si sentono incoraggiati dalle politiche del governo del primo ministro di destra Benjamin Netanyahu, il quale ha promosso una massiccia campagna di espansione degli insediamenti nel territorio. Le Nazioni Unite, che ai sensi del diritto internazionale considerano tali insediamenti illegali, hanno riferito che i coloni hanno intrappolato circa 15 palestinesi, tra cui due bambini all’interno delle loro abitazioni a Qusra, senza acqua corrente né elettricità. L’esercito israeliano ha dichiarato di aver schierato forze nella zona nel tentativo di controllare i coloni e garantire la sicurezza dei residenti. Tuttavia, a 10 giorni dall’inizio dell’assedio, i coloni sono ancora all’esterno e le famiglie hanno ancora paura di uscire di casa. L’esercito in realtà protegge i coloni e vieta l’ingresso di cibo e acqua ai palestinesi assediati e ha bloccato il tentativo del comune di Qusra di ristabilire le condotte dell’acqua e la linea elettrica, sabotate dai coloni. In un primo momento, l’esercito aveva ordinato alle famiglie palestinesi di evacuare le loro casa, ma poi, dopo la protesta dell’ambasciata USA per la presenza di cittadini con nazionalità statunitense, ha ritirato l’ordine. Il cittadino palestinese e statunitense Luay Abu Rida, che è riuscito a raggiungere la propria abitazione ieri, di ritorno dagli Stati Uniti, accompagnato da una delegazione consolare USA, ha dichiarato “I coloni non dovrebbero essere qui”, la sua casa si trova in un’area che gli accordi di Oslo israelo-palestinesi degli anni ’90 hanno posto sotto il controllo dell’Autorità Palestinese. Gli abitanti della città hanno riferito che il fratello e un nipote di Abu Rida, che si trovavano nella casa per proteggerla, dopo che i coloni l’avevano assediata sono rimasti senza acqua corrente né elettricità. SIRIA – Israele torna a minacciare Siria. Un bombardamento con 4 raid aerei sull’aeroporto militare di Abou Zohour, vicino ad Idlib, nel nord del paese al confine con la Turchia. Il governo di Damasco non si pronuncia, ma i media parlano di un attacco israeliano, per ridurre le capacità dell’aeronautica siriana, soprattutto dopo l’accordo con Russia sulla gestione delle basi militari nel nord del paese. L’attacco ha colpito le piste di atterraggio e decollo, senza causare vittime. YEMEN – È una guerra per procura. Il territorio del paese martoriato è il ‘terreno di prova’ dello scontro Teheran-Riad. Lunedì 17 agosto le Forze di Resistenza Nazionale yemenite, allineate al governo, hanno annunciato che il gruppo Houthi aveva lanciato cinque missili balistici verso lo Stretto di Bab al-Mandab, nel sud-ovest del Paese. L’esercito yemenita ha inoltre segnalato il lancio di due missili balistici da parte degli Houthi, diretti verso la città di Mocha, nel sud-ovest, e verso il Mar Rosso. Il portavoce militare del gruppo Ansar Allah (Houthi), Yahya Saree, ha riferito che una nave da sbarco militare saudita e quattro imbarcazioni militari di scorta sono state colpite da diversi missili balistici nel Mar Rosso, al largo della costa di Mocha. Invece le autorità saudite non hanno ancora rilasciato alcuna conferma. IRAN – Ieri, lunedì 17 agosto, è scaduto il termine di 60 giorni dalla firma del Memorandum d’Intesa tra Teheran e Washington. Le farneticazioni di Trump non si fermano. Il presidente degli Stati Uniti ha affermato che l’Iran è lontano dalla conclusione dell’accordo che lui ritiene necessario: lasciando intendere che il suo Paese non intende prorogare il memorandum d’intesa, ha detto che gli iraniani “non vogliono arrendersi” e, ribadendo la possibilità di “dichiarare Hormuz territorio statunitense” e definendo l’idea “ottima”, ha affermato che gli Stati Uniti stanno rafforzando il controllo sullo Stretto di Hormuz attraverso un blocco navale. Negando l’esistenza di qualsiasi negoziato con Washington, il portavoce delle Guardie Rivoluzionarie iraniane ha definito le dichiarazioni di Trump sui “colloqui segreti con le Guardie Rivoluzionarie” come “deliri derivanti dalla debolezza e dalla sconfitta in guerra”. E il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araqchi ha affermato che il suo Paese è determinato a proseguire il processo per stabilire un passaggio sicuro per le navi attraverso lo Stretto di Hormuz con il Sultanato dell’Oman. ANBAMED
August 18, 2026
Pressenza