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Sull’orlo del baratro. Guerra totale alla Russia e formazione di un complesso scientifico-militare-industriale euro-ucraino
Avanti tutta… verso la guerra. Se uno scontro diretto con la Russia sarebbe semplicemente una catastrofe per l’Europa, è esattamente in questa direzione che stanno spingendo le élite europee e soprattutto tedesche. Le più intente, queste ultime, a ristrutturare la loro produzione industriale (in particolare il settore dell’automotive) in senso bellico per non essere travolte da una crisi economica sempre più incombente e minacciosa, e da una crisi politica che potrebbe davvero mandare tutti a casa. Per questo ci sembra il caso di proporre questa raccolta di contributi che – al di là delle posizioni politiche di chi ha scritto questo o quell’articolo – aiutano a fare il punto sulla situazione reale (tra crescenti provocazioni alla Russia, con attacchi «in profondità» che colpiscono sempre più spesso la popolazione civile, esercitazioni militari nelle stesse metropoli occidentali e rilancio della nuclearizzazione). Non si tratta di provare più o meno simpatia per “l’Orso russo” o per il Cremlino, né di abboccare alle fiabe sul “multipolarismo”, ma di ricordare la semplice verità enunciata in modo cristallino da Simone Weil: la guerra dello Stato, prima ancora che contro i propri rivali, è rivolta contro la propria stessa popolazione: già stretta, alle nostre latitudini, tra l’economia di guerra e la minaccia della trincea, e ormai in fondo al tritacarne sociale in Ucraina. De nobis fabula narratur. UCRAINA: COME CAMBIA IL CONFLITTO, TRA DRONI, UE E RISCHIO NATO di Michele Manfrin Il conflitto in Ucraina sta attraversando una fase di profonda mutazione tattica e geopolitica, in cui i primi, inediti segnali di apertura diplomatica si scontrano con una preoccupante escalation militare ed economica. Se da un lato il Cremlino accenna per la prima volta a un possibile dialogo diretto con la leadership di Kiev, forte di una posizione di vantaggio sul terreno, dall’altro la realtà sul campo racconta una storia di logoramento asimmetrico e espansione del conflitto. Tra la massiccia campagna ucraina di droni in territorio russo, la risposta missilistica di Mosca e la progressiva integrazione industriale tra l’Unione Europea e Kiev, i confini dello scontro si stanno allargando pericolosamente, portando l’ombra della guerra ai margini dello spazio NATO. L’APERTURA DI PUTIN A ZELENSKY Il 9 maggio, durante il discorso tenuto in occasione delle celebrazioni per la Giornata della Vittoria sul nazismo, Vladimir Putin ha dichiarato che la guerra in Ucraina è vicina alla sua conclusione. In seguito alla cerimonia, tenutasi in “versione ridotta” a causa della minaccia ucraina dei droni, per la prima volta dall’inizio delle operazioni militari su larga scala, il presidente russo ha rotto il tabù del riconoscimento dell’interlocutore, dichiarandosi disposto a intavolare un dialogo diretto con Volodymyr Zelensky. Putin ha però voluto specificare che questo dovrebbe avvenire una volta che le trattative siano ben avviate. E al momento non sembrano esserci grossi margini, dal momento che gli interessi e le volontà non coincidono e non sembrano avere possibilità di convergenza. Non si può in ogni caso non notare un netto mutamento di postura rispetto alla rigida linea precedente, che vedeva Mosca rifiutare qualsiasi legame diplomatico con l’attuale leadership di Kiev, considerata un “regime illegittimo” e, oltretutto, una semplice pedina nello scontro con la NATO. Per questo infatti, il dialogo si svolge tra Mosca e Washington e non con altri. Dialogo che, nonostante tutti i proclami e gli annunci di Trump, non ha portato ancora a niente di concreto.  La disponibilità russa al dialogo rispecchia la posizione di forza sul campo di battaglia ucraino, dove l’esercito mantiene il quasi totale controllo di quattro regioni (Donetsk, Luhansk, Zaporizhzhia e Kherson), formalmente unitesi alla Federazione Russa dopo i referendum svolti nel settembre 2022. L’invito al tavolo delle trattative, dunque, si configura come un tentativo di capitalizzare i successi prima che nuove variabili industriali e tecnologiche possano modificare i rapporti di forza.  I DRONI E-UCRAINI METTONO PRESSIONE ALLA RUSSIA Negli ultimi mesi l’Ucraina ha intensificato sistematicamente i raid sul territorio sovrano della Federazione Russa. Non si tratta più di azioni isolate dal valore puramente simbolico, ma di una campagna coordinata di guerra asimmetrica che mira a colpire infrastrutture energetiche, depositi di carburante e nodi logistici vitali posizionati anche a diverse centinaia di chilometri dal fronte. La modalità è quella della saturazione, un approccio che abbiamo visto funzionare nel teatro mediorientale. Centinaia di piccoli droni che in massa invadono lo spazio aereo, mettendo in crisi le difese aeree nemiche, le quali non riescono a neutralizzare tutte le minacce. Il risultato: alcuni di questi droni passano lo scudo difensivo e vanno a bersaglio.  Secondo quanto riportato da ABC News, così come da altre testate o think tank (come lo statunitense Institute for the Study of War), gli attacchi ucraini con droni stanno diventando sempre più sistemici e di portata considerevole. Nel mese di marzo, per la prima volta dall’inizio del conflitto su vasta scala nel 2022, l’Ucraina ha lanciato più attacchi con droni che la Russia: il ministero della Difesa russo ha dichiarato di aver abbattuto 7.500 droni solo a marzo. Il picco più alto dall’inizio della guerra era stato dicembre 2025 con 4.300 abbattimenti. Nel mese di maggio appena concluso, i numeri sono aumentati ancora. Sono infatti quasi 9.000 i droni che il sistema di difesa russo ha intercettato sul proprio territorio nel solo mese di maggio, con diversi droni che hanno bucato le difese e colpito a terra. I danni inflitti alla Russia sono in aumento, non solo nelle regioni limitrofe ma in vari Stati della Federazione, anche migliaia di chilometri in profondità. I più bersagliati sono i terminal petroliferi ma ci sono anche basi e strutture militari, così come attacchi ai civili come quelli recenti al collegio di Starobilsk e al bus di linea Mosca-Sinferopoli, che hanno provocato la morte di numerose pesone, soprattutto ragazzini. Mosca ha immediatamente denunciato l’evento come un atto terroristico mirato contro la popolazione civile.  Questo tipo di penetrazione profonda sta producendo effetti politici in Russia, incrinando la percezione di assoluta sicurezza che la presidenza ha sempre cercato di garantire ai propri cittadini. Il dibattito interno si è inasprito, evidenziando una spaccatura tra due correnti: l’ala pragmatica e diplomatica, favorevole a sfruttare l’attuale vantaggio sul campo per congelare il conflitto attraverso un accordo che sancisca però il controllo russo sulle regioni occupate; i falchi e i blogger militari che accusano i vertici di eccessiva prudenza, chiedendo un’accelerazione definitiva delle operazioni, la distruzione totale delle infrastrutture critiche ucraine e ventilando apertamente la necessità di ricorrere all’uso di armi nucleari tattiche come mezzo per arrivare alla fine delle ostilità con l’Ucraina e come deterrente nei confronti dei Paesi NATO. L’ASSE INDUSTRIALE KIEV-UE Di fronte a un parziale disimpegno finanziario e militare degli Stati Uniti, guidati dalle logiche trumpiane domestiche e transazionali, l’Unione Europea ha deciso di non poter più dipendere esclusivamente dalle scorte strategiche dei singoli Stati membri, ormai ampiamente intaccate, e continuare a far fluire soldi (300 miliardi di euro fin qui) senza che questo produca qualcosa di concreto, sia sul fronte militare che nel bilancio.  La svolta strategica consiste nella transizione dall’invio di armi alla coproduzione industriale direttamente sul suolo ucraino o nelle sue immediate retrovie. Grandi consorzi della difesa europei hanno avviato joint venture con società ucraine per la costruzione di impianti destinati alla riparazione e alla produzione di armamenti, droni compresi. Se questo trend è già iniziato nel 2023-2024, come evidenziato allora dall’European Union Insittute for Security Studies, con le prime produzioni occidentali in Ucraina, adesso la partnership ha assunto una dimensione più vasta. Basta scorrere le notizie lanciate dal sito del ministero della Difesa ucraino per vedere quanti accordi sono stati stipulati con società private di Paesi europei. E adesso anche attraverso modalità differenti dall’approvvigionamento programmato a livello centrale. Germania (più di tutti), Lituania, Romania, Norvegia, Svezia, Canada ma anche Stati Uniti, per mezzo dell’ormai onnipresente Palantir, sono tutti Paesi citati nei soli mesi di aprile e maggio riguardo a partnership e joint venture nel campo della produzione militare. Se prima l’Ucraina combatteva la guerra grazie all’utilizzo di fondi e scorte di armamenti dei Paesi NATO, adesso, oltre al continuo flusso di denaro che mantiene lo Stato ucraino, il settore privato è entrato a tutti gli effetti in campo. D’altronde rispecchia la volontà politica europea di riarmo e di una spinta alla conversione dell’industria automobilistica (in enorme crisi) alla produzione militare (e non solo per il fronte ucraino). Il Cremlino considera questo salto di qualità industriale come un coinvolgimento diretto e formale dei Paesi europei nel conflitto. La dottrina militare russa è stata aggiornata per includere questi impianti produttivi, e le aziende occidentali che vi partecipano, nella categoria degli “obiettivi militari legittimi”, indipendentemente dalla loro collocazione geografica. Questa dinamica trasforma l’Europa da mero fornitore a vero e proprio attore industriale della guerra. Il rischio di escalation a guerra diretta tra Russia e NATO non fa così che aumentare. LA MASSICCIA RISPOSTA DI MOSCA E LA GUERRA AL CONFINE NATO La risposta militare del Cremlino alla pressione ucraina e alle stragi di civili non si è fatta attendere. Le forze aerospaziali russe hanno scatenato l’ondata di attacchi aerei e missilistici più massiccia e coordinata dallo scorso anno. Centinaia di droni d’attacco, uniti a missili balistici e da crociera ipersonici, hanno preso di mira i nodi strategici di Kiev, Odessa, Kharkiv e Leopoli, paralizzando ciò che restava della rete elettrica ucraina e colpendo i centri logistici legati alla catena di approvvigionamento occidentale. Sul piano diplomatico, questa escalation militare è stata accompagnata da canali di comunicazione formali estremamente tesi. I vertici della diplomazia russa hanno inviato duri moniti ai propri omologhi statunitensi ed europei, avvertendo che la tolleranza di Mosca nei confronti degli attacchi in profondità sul proprio territorio è esaurita. Il messaggio, filtrato attraverso i canali di intelligence, conteneva l’invito esplicito a evacuare il personale diplomatico e i consiglieri occidentali dalle aree sensibili di Kiev, preannunciando una campagna di bombardamenti ancora più pressante sui centri decisionali. L’aspetto più allarmante di questa ulteriore escalation è l’estensione geografica, così come in numero, degli incidenti di frontiera (o operazioni false flag) che rischiano portare l’Alleanza Atlantica in un confronto diretto con la Russia.  C’è stato il recente caso del drone che si è schiantato su un centro abitato in territorio rumeno, provocando danni a strutture civili e ferendo alcuni cittadini. Mosca ha respinto le accuse parlando di una provocazione o di un missile della contraerea ucraina fuori controllo, ma il fatto ha costretto Bucarest a sollevare la questione della sicurezza dei confini integrati all’interno dei canali di coordinamento della NATO, con il coro occidentale che subito, senza nemmeno alcuna verifica, aveva già individuato il responsabile: la Russia. Nei cieli sopra l’Estonia e la Lettonia si moltiplicano i casi di droni commerciali e militari intercettati o deviati dalle loro rotte originarie. Questo fenomeno è il risultato diretto della massiccia guerra elettronica. Il disturbo sistematico dei segnali satellitari non solo acceca i sistemi di navigazione ma devia i droni verso altre destinazioni rispetto all’obiettivo originario, con il rischio che si verifichino incidenti di grossa portata che potrebbero far scattare l’attivazione dell’articolo 5 della NATO, ovvero l’attivazione automatica a difesa di un Paese alleato che avesse subito un chiaro ed evidente attacco, trasformando uno o più episodi in un casus belli per la guerra diretta. CONCLUSIONE In definitiva, l’apparente spiraglio diplomatico emerso dalle celebrazioni del 9 maggio a Mosca non deve trarre in inganno: la traiettoria del conflitto non si sta direzionando verso una pace immediata, ma verso una fase di pericolosa cronicizzazione e scontro sistemico. La trasformazione dell’Europa da semplice fornitore a partner industriale attivo nelle retrovie ucraine, unita all’intensificarsi della guerra elettronica e degli incidenti di frontiera nei cieli dell’Europa dell’Est, amplifica drammaticamente il rischio di un errore, di un incidente o di una false flag che potrebbe portare ad uno scontro diretto tra potenze. (da https://www.lindipendente.online/2026/06/04/ucraina-come-cambia-il-conflitto-tra-droni-ue-e-rischio-nato/) -------------------------------------------------------------------------------- SULL’ORLO DEL BARATRO: LA NATO VERSO LA GUERRA TOTALE CON LA RUSSIA DI THOMAS FAZI La vicenda del drone russo che stanotte ha colpito un condominio in Romania mostra che il rischio di un conflitto totale tra la Nato e la Russia è più alto di quanto sia mai stato – persino all’apice della Guerra fredda. Il presidente rumeno Nicușor Dan ha successivamente chiarito che il velivolo aveva cambiato traiettoria dopo essere stato «colpito cineticamente», finendo per schiantarsi contro l’edificio residenziale di Galați. A pesare è il livello di profondo coinvolgimento delle due parti in quello che, a tutti gli effetti operativi, è un confronto militare sempre più diretto, anche se si continua formalmente a mantenere la finzione della non belligeranza. A differenza della Guerra fredda, quando le superpotenze mantenevano rigidi protocolli concepiti per evitare lo scontro diretto, oggi le linee di demarcazione sono sfumate al punto da essere quasi invisibili. Una guerra che si supponeva dovesse rimanere confinata entro i confini ucraini si è progressivamente metastatizzata in qualcosa di ben più pericoloso: un conflitto per procura in cui il ruolo della Nato è diventato così centrale dal punto di vista operativo che la distinzione tra attore delegato e principale è di fatto crollata, e in cui ogni settimana porta nuove prove del fatto che la logica dell’escalation sta correndo molto più velocemente di qualsiasi capacità politica di controllarla. Gli eventi delle ultime settimane lo hanno reso inequivocabilmente chiaro. La scorsa settimana, un drone ucraino nel Donbas ha colpito uno studentato, uccidendo 21 persone, per la maggior parte studenti. Ciò rappresenta una gravissima escalation nell’intensificazione dell’offensiva di droni condotta dall’Ucraina contro la Russia negli ultimi mesi — che include un numero crescente di attacchi in profondità effettuati in territorio russo. Solo poche settimane fa, almeno tre persone sono rimaste uccise e diverse altre ferite in un attacco di droni ucraini su larga scala nella regione di Mosca. Nel frattempo, secondo la Reuters, a marzo gli attacchi dei droni ucraini contro i tre principali terminal di esportazione russi sulle coste occidentali — Novorossijsk sul Mar Nero, e Primorsk e Ust-Luga sul Baltico — avevano messo fuori uso circa il 40% della capacità di esportazione di petrolio della Russia. Secondo una stima del New York Times, all’inizio di aprile gli attacchi ucraini avevano anche danneggiato o distrutto circa il 20% della capacità di raffinazione del petrolio russa. Solo questo mese, i droni ucraini hanno colpito due dozzine di raffinerie di petrolio russe, secondo il Ministero della Difesa ucraino. Alcuni dei siti presi di mira più di recente si trovavano fino a 1.500-1.700 km dal confine ucraino, il che segnala un notevole miglioramento delle capacità dei droni a lungo raggio dell’Ucraina. Come ha osservato John Mearsheimer in una recente intervista con Glenn Diesen, gli attacchi ucraini con droni e missili sul territorio russo, inclusa Mosca, rappresentano un passo significativo verso l’alto nella scala dell’escalation. Pur non essendo impressionato dal loro effetto militare immediato, la traiettoria lo preoccupa profondamente: «L’entità del danno che questi droni possono fare non è così grande… non influenzerà certamente l’esito della guerra in alcun modo significativo. Questo non succederà. Ma penso che il grande pericolo per il futuro sia che gli ucraini, lavorando con gli europei che restano determinati a sconfiggere la Russia, aumenteranno il numero di attacchi e il tipo di attacchi sulla Russia». La Russia ha già risposto all’attacco dei droni contro lo studentato del Donbas con un massiccio assalto a Kiev, uno dei più grandi dall’inizio della guerra, che ha visto anche l’impiego di missili Oreshnik con capacità nucleare. E ha già minacciato di lanciare una nuova ondata di «attacchi sistematici» contro la capitale. I nuovi raid prenderanno di mira «centri decisionali e posti di comando», oltre a impianti di produzione di droni nella città, ha dichiarato il Ministero degli Esteri russo in un comunicato. Mosca ha invitato i cittadini stranieri e i diplomatici a lasciare Kiev «il prima possibile» e ha avvertito i cittadini di tenersi lontani dagli edifici amministrativi e militari. Finora Mosca si è astenuta dal colpire i quartieri generali ucraini — un fatto piuttosto singolare se si considera che le forze armate ucraine hanno ripetutamente preso di mira i quartieri generali russi, come ha osservato Anatol Lieven. Martedì, lo Stato Maggiore ucraino ha rivendicato di aver distrutto un importante centro di comando e controllo russo a Lugansk con missili da crociera britannici Storm Shadow. L’uso efficace di questi missili — che l’Ucraina lancia da due anni — richiede i dati di puntamento statunitensi. Nonostante ciò, Mosca non ha preso di mira i quartieri generali ucraini a Kiev proprio a causa della probabilità che soldati e ufficiali dell’intelligence statunitensi e di altri Paesi Nato venissero uccisi, rischiando come risposta una drastica escalation da parte dell’Occidente. Da quando Donald Trump è tornato alla presidenza e ha riaperto i negoziati diplomatici, il governo russo è stato frenato anche dal desiderio di non contrariarlo né di indebolirlo. Tuttavia, la scorsa settimana il Segretario di Stato americano Marco Rubio ha dichiarato che i colloqui di pace sono a un punto morto e che «al momento non ci sono colloqui in corso». Questo indica non solo una pericolosa escalation della guerra – ma anche la sua potenziale espansione oltre i confini dell’Ucraina. Dopotutto, sebbene questi attacchi vengano formalmente eseguiti dall’Ucraina, la realtà è che l’Ucraina non potrebbe mai compiere questi attacchi con droni sul territorio russo senza il supporto satellitare e di intelligence della Nato – e degli Stati Uniti nello specifico. Nonostante le aperture di pace di Trump, la sua amministrazione ha continuato a fornire all’Ucraina l’intelligence per effettuare attacchi con droni a lungo raggio contro le infrastrutture energetiche russe, secondo quanto riferito da molteplici funzionari statunitensi e ucraini. Le informazioni d’intelligence aiutano l’Ucraina a «definire la pianificazione delle rotte, l’altitudine, la tempistica e le decisioni di missione, consentendo ai droni d’attacco unidirezionali a lungo raggio dell’Ucraina di eludere le difese aeree russe». Una fonte ha descritto la forza di droni dell’Ucraina come lo «strumento» che gli Stati Uniti stanno usando per raggiungere l’obiettivo di indebolire l’economia russa e spingere Putin verso un accordo. Anche la Cia è stata coinvolta nel potenziamento del programma di droni ucraino. Il grado di coinvolgimento degli Stati Uniti va ben oltre la semplice condivisione di informazioni d’intelligence. Mentre un funzionario statunitense ha affermato che l’Ucraina seleziona l’obiettivo e gli Stati Uniti forniscono informazioni sulle sue vulnerabilità, altri funzionari hanno dichiarato che gli Stati Uniti hanno effettivamente stabilito le priorità degli obiettivi per l’esercito ucraino – il che significa che gli Stati Uniti stanno di fatto scegliendo cosa colpire. Gli Stati Uniti forniscono anche supporto satellitare – sia sotto forma di guida Gps in tempo reale (in particolare sul territorio ucraino e su quello ucraino annesso alla Russia tramite Starlink di Elon Musk) sia attraverso la fornitura di dati geospaziali che consentono ai droni di operare senza un segnale Gps in tempo reale, come nelle aree in cui il segnale viene disturbato: mappe del terreno precaricate, dati sulle rotte, coordinate degli obiettivi e profili di elusione della difesa aerea, tutti elementi che dipendono dalla ricognizione satellitare e dall’intelligence americana. Ciò significa che le operazioni di attacco in profondità dell’Ucraina contro la Russia sono di fatto un’operazione Usa-Nato sotto bandiera ucraina. Ma la Nato non si limita a fornire l’intelligence e il supporto satellitare per questi attacchi — e naturalmente i soldi per i droni. Sempre più spesso, fornisce i droni stessi. Anche se la stragrande maggioranza dei droni utilizzati dalle forze ucraine è prodotta all’interno della stessa Ucraina, uno sviluppo più recente e strategicamente significativo è la deliberata espansione della produzione di droni nei Paesi europei, in parte per ridurre la vulnerabilità agli attacchi russi sulle strutture ucraine. Zelensky ha annunciato piani per l’apertura di 10 imprese congiunte per la produzione di droni in Europa nel 2026. Il Paese al centro di questa dinamica è la Germania. Il governo Merz sta approfondendo la cooperazione militare con Kiev, diventando sempre più un co-belligerante nel conflitto con la Russia. Con il disimpegno americano, la Germania è da tempo il principale sostenitore finanziario dell’Ucraina. Ma a metà aprile, per la prima volta, il governo tedesco ha stretto una partnership strategica con il settore della difesa di un Paese in guerra. L’accordo apre la strada alla co-produzione di sistemi d’arma, droni con una portata fino a 1.500 km e missili a lungo raggio, assieme a Kiev. Uno degli esempi più evidenti è la Quantum Frontline Industries in Germania — una joint venture tra Quantum Systems e l’ucraina Frontline Robotics — dove il primo drone è uscito dalla linea di produzione meno di due mesi dopo l’annuncio della partnership. Con un colpo di penna, il governo tedesco ha spazzato via l’intero dibattito interno degli ultimi anni sulla fornitura di armi tedesche all’Ucraina per attacchi contro obiettivi all’interno del territorio russo. Come ha scritto l’ex deputata tedesca Sevim Dagdelen, con l’integrazione delle industrie della difesa di Berlino e Kiev stiamo assistendo all’emergere di un complesso militare-industriale tedesco-ucraino sotto l’egemonia di Berlino. In effetti, è probabile che droni a lungo raggio di fabbricazione tedesca siano stati utilizzati nei recenti attacchi a Mosca e nella regione di Mosca. Anche altri Paesi europei sono coinvolti. Dalla fine del 2024, il gruppo finlandese Summa Defence ha avviato diverse joint venture con aziende ucraine per produrre droni in Finlandia. L’azienda britannica Prevail Partners e l’ucraina Skyeton hanno unito le forze a luglio 2025 per produrre il drone da sorveglianza Raybird nel Regno Unito. Skyeton ha anche aperto una linea di produzione del Raybird in Slovacchia e sta negoziando ulteriori partnership europee, mentre consorzi di droni ucraini stanno costruendo impianti di assemblaggio e componenti in Finlandia e Danimarca. Ciò significa che le nazioni europee — in primis la Germania — sono coinvolte in modo sempre più diretto nel conflitto. Questo aumenta seriamente il rischio di attacchi di ritorsione russi sul territorio europeo. In effetti, a metà aprile, il Ministero della Difesa russo ha pubblicato i nomi e gli indirizzi delle società europee – tra cui diverse aziende italiane – coinvolte nella produzione di droni ucraini, affermando che «l’opinione pubblica europea dovrebbe comprendere chiaramente le vere ragioni delle minacce alla propria sicurezza e conoscere gli indirizzi e le sedi delle imprese ‘ucraine’ e ‘congiunte’ che producono Uav e componenti per l’Ucraina sul territorio dei loro Paesi». A peggiorare le cose, vi sono crescenti prove del fatto che i droni ucraini stiano attraversando lo spazio aereo dei paesi Nato del Baltico per attaccare obiettivi russi — come i droni che hanno colpito i terminal petroliferi russi a Primorsk e Ust-Luga sul Mar Baltico. Solo questo mese, i droni ucraini hanno provocato ripetuti allarmi nello spazio aereo di Estonia, Lettonia e Lituania, spingendo i caccia della Nato a decollare in diverse occasioni, con almeno un drone ucraino abbattuto da un jet della Nato sull’Estonia il 19 maggio. Solo pochi giorni prima, un altro drone ucraino aveva colpito un deposito di petrolio vuoto in Lettonia. Le ricadute politiche sono state significative, provocando il crollo del governo lettone per il modo con cui aveva gestito la crisi. La Russia ha accusato i Paesi baltici e la Nato di consentire attivamente ai droni ucraini di utilizzare il loro spazio aereo per gli attacchi contro la Russia, definendola un’aggressione della Nato. Il consigliere presidenziale Nikolai Patrushev ha sottolineato che ciò costituisce una partecipazione diretta dei Paesi della Nato agli attacchi sul territorio russo. Da parte loro, l’Ucraina e i Paesi baltici hanno respinto le accuse di collusione deliberata, accusando la Russia di utilizzare la guerra elettronica e il disturbo dei segnali per reindirizzare i droni ucraini nello spazio aereo baltico — sebbene questo non spieghi perché la Russia si sia dimostrata incapace di prevenire gli attacchi dei droni contro obiettivi sensibili e civili, anche a Mosca. La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen si è spinta a dire che «la Russia e la Bielorussia hanno la responsabilità diretta» delle incursioni dei droni ucraini. Ciò che è chiaro è che le tensioni nel Baltico sono più alte che mai. Il rischio che scoppi un conflitto tra la Nato e Mosca in quell’area è ulteriormente accresciuto dal recente annuncio della creazione di una forza navale congiunta, battezzata Northern Navies Initiative, che comprende Regno Unito, Norvegia, Svezia, Danimarca, Finlandia, Islanda, Estonia, Lettonia, Lituania e Paesi Bassi. Questa forza sembra avere l’esplicito obiettivo di contenere la Russia tra l’Artico e il Baltico, potenzialmente ostacolando il traffico commerciale di Mosca – e in particolare la sua cosiddetta «flotta ombra». Provocazioni come l’abbordaggio di navi russe, o addirittura un blocco navale, costituirebbero un evidente casus belli. A ciò va aggiunta la militarizzazione della Finlandia, entrata recentemente nella Nato, e le operazioni di spionaggio e sorveglianza aerea condotte dal suo territorio contro Mosca — fattori che stanno trasformando il Paese scandinavo in una nuova minaccia strategica agli occhi della Russia. Non è un’esagerazione affermare che ci troviamo a un solo incidente di distanza — reale o orchestrato — dal rapido degenerare della situazione in una guerra diretta tra Nato e Russia. Ciò è particolarmente preoccupante se si considera il fatto che le provocazioni occidentali stanno rinvigorendo i falchi a Mosca. Tra gli approcci più radicali spicca quello di Sergey Karaganov — politologo di lungo corso, già consigliere sia di Mikhail Gorbaciov sia di Boris Eltsin, e attualmente tra i consiglieri di Vladimir Putin. Fin dall’inizio del conflitto, Karaganov ha sostenuto il possibile uso di armi nucleari in Europa. La sua tesi è che le élite europee siano interamente screditate e prive della legittimità per rimanere al potere. Ma soprattutto, sono incapaci di raggiungere un compromesso con la Russia. Devono essere fermate con la forza delle armi per impedire al conflitto di estendersi all’intera Europa — in primo luogo colpendo obiettivi militari strategici e fortemente simbolici sul territorio europeo con armi convenzionali. Secondo Karaganov, se questo non fosse sufficiente a «persuadere» le élite europee a scendere a patti con la Russia, sarebbe necessario ricorrere a un attacco nucleare «dimostrativo», o persino mirato a eliminare le stesse élite europee. Tali idee, ampiamente marginali all’inizio del conflitto, stanno progressivamente guadagnando terreno sia nei circoli militari sia in quelli politici della Russia. Parallelamente, cresce la pressione su Putin per un cambio di strategia. Mearsheimer prende sul serio l’argomentazione avanzata da Karaganov – secondo cui la Russia dovrebbe colpire obiettivi europei con armi convenzionali, passando al nucleare se necessario – notando come quella che un tempo era la posizione di una minoranza abbia trovato ampio consenso all’interno della Russia: «Sostiene ora, e lo prendo in parola perché è una persona onesta, che la stragrande maggioranza delle persone con cui parla concorda con lui. I russi, in un certo senso, ne hanno abbastanza». Riguardo alla dimensione nucleare, Mearsheimer spiega perché la sola prospettiva dell’uso dell’atomo conferisca alla strategia di Karaganov la sua logica coercitiva: «Una volta che si inizia a salire la scala dell’escalation, tutti capiscono che a un certo punto là in alto… da qualche parte su quella scala c’è l’uso del nucleare. Su uno dei pioli c’è l’uso delle armi nucleari… la sola minaccia delle armi nucleari avrà un enorme valore di deterrenza». Il politologo traccia anche un fulmineo parallelismo storico in merito alle violazioni delle linee rosse da parte dell’Occidente: «È davvero stupefacente che gli Stati Uniti e la Gran Bretagna abbiano aiutato l’Ucraina quando ha invaso la madrepatria russa nell’estate del 2024. Questa è l’offensiva di Kursk… l’idea che avremmo aiutato un alleato a invadere l’Unione Sovietica, questo non sarebbe mai successo… o che avremmo aiutato un alleato ad attaccare una delle componenti della triade nucleare strategica. Questo è semplicemente impensabile. Era semplicemente troppo pericoloso». La sua conclusione sul dilemma strategico della Russia è la seguente: «Se ti trovi a giocare la carta della Russia… dovrai battere il pugno sul tavolo, come diceva mia madre. E dovrai inviare un segnale molto chiaro che questo è semplicemente inaccettabile». Il rischio della guerra non è una astrazione distante — è una realtà concretamente pericolosa e imminente. Il meccanismo di escalation che ci ha portato a questo punto è ben noto: ogni passo sulla scala, compiuto sulla scorta della presunzione fiduciosa che l’altra parte cederà, rende il passo successivo più probabile e lo spazio per la de-escalation più stretto. I leader occidentali si sono convinti, attraverso una combinazione di pio desiderio e inerzia istituzionale, che la Russia continuerà ad assorbire le provocazioni senza rispondere in modo analogo. Ma ogni settimana che passa senza una via d’uscita diplomatica ci avvicina al momento in cui tale presupposto verrà testato fino alla distruzione. Ciò che rende la situazione attuale eccezionalmente pericolosa non è solo l’escalation militare, ma il completo collasso della visione politica in grado di arrestarla. Non ci sono realisti della Guerra fredda, non ci sono canali secondari, non c’è alcun leader europeo serio che abbia l’autorevolezza e la volontà di proporre un accordo negoziato. C’è solo lo slancio della macchina bellica, ormai distribuita in una dozzina di Paesi e migliaia di aziende, che produce armi nelle fabbriche finlandesi, nelle joint venture tedesche e nelle officine britanniche — tutte a rinfocolare un conflitto che, in assenza di un urgente intervento politico, non ha altro esito logico se non la catastrofe. La responsabilità ricade, in ultima analisi, sui cittadini europei. I nostri governi non stanno agendo in nostro nome o nel nostro interesse. Spetta a noi – prima del prossimo incidente, del prossimo errore di calcolo, del prossimo drone che attraverserà lo spazio aereo sbagliato – pretendere che facciano un passo indietro dal baratro. (da https://krisis.info/it/2026/05/aree/europa/sullorlo-del-baratro-la-nato-verso-la-guerra-totale-con-la-russia/) -------------------------------------------------------------------------------- La guerra in casa (…) SIMULAZIONI METROPOLITANE E POTENZIAMENTO DELLA PRIMA LINEA SUL TERRENO La capillarità di questa preparazione si manifesta in modo evidente nei centri nevralgici delle infrastrutture civili occidentali. Nel silenzio delle gallerie sotterranee di Charing Cross (vedi nota [1]), una delle stazioni metropolitane più frequentate di Londra, centinaia di militari del Regno Unito, degli Stati Uniti, della Francia e si sono addestrati simulando uno scenario di guerra aperta e diretta contro le forze russe. Questa esercitazione, denominata Arrcade Strike, è guidata dall’Allied Rapid Reaction Corps (ARRC), il principale corpo d’armata a schieramento rapido della NATO sotto comando britannico. Il fatto che l’addestramento strategico al conflitto si sposti nei sotterranei di una capitale civile testimonia la profondità con cui l’apparato militare sta pianificando le dinamiche logistiche e operative di uno scontro continentale. Parallelamente all’addestramento, il potenziamento fisico della prima linea sul fronte orientale sta subendo un’accelerazione decisiva. La cooperazione strategica tra Washington e Varsavia si è ulteriormente rinsaldata in seguito agli sviluppi politici polacchi e all’elezione del presidente Karol Nawrocki. In questo contesto, una decisione che fa seguito alle manovre del Segretario alla Guerra Pete Hegseth volte a ottimizzare la dislocazione e a stabilizzare la rotazione delle brigate corazzate sul territorio europeo. Questo massiccio afflusso di contingenti d’élite e mezzi pesanti sul fianco est conferma la volontà di strutturare una barriera d’assalto avanzata. LA SPINTA NUCLEARE: IL FRONTE SCANDINAVO E LA MILITARIZZAZIONE TEDESCA Il tassello più critico e pericoloso di questa architettura di pressione è rappresentato dalla. In una svolta storica che cancella decenni di neutralità nordica, il governo della Finlandia ha formalizzato la volontà di revocare le restrizioni legislative che vietavano la presenza di ordigni atomici sul proprio suolo. I vertici della difesa di Helsinki, per bocca del ministro Antti Hakkanen, hanno chiarito che la nuova proposta mira ad allineare completamente il paese alla politica nucleare della NATO, legalizzando l’introduzione, il trasporto, la consegna o il possesso di armi nucleari in Finlandia. L’apertura a un potenziale schieramento atomico a ridosso dei confini settentrionali russi cancella definitivamente ogni residua zona grigia diplomatica ed avviene calpestando il Trattato di Non Proliferazione Nucleare (TNP) che la Finlandia aveva firmato nel 1968, lo stesso anno in cui il trattato fu aperto alla firma, e ratificato l’anno successivo, nel 1969, impegnandosi quale membro del TNP a non sviluppare, ospitare o acquisire armi nucleari. Questo processo di nuclearizzazione del continente trova il suo secondo e fondamentale pilastro in Germania, attraverso una duplice dinamica di riarmo strategico. Da un lato, ha preso forma il progetto statunitense di riportare sul suolo tedesco i cosiddetti “euromissili”, ovvero lo stanziamento di capacità missilistiche a lungo raggio e sistemi ipersonici convenzionali e nucleari, capaci di colpire in profondità il territorio russo e precedentemente banditi dai trattati di disarmo (Trattato INF). Seppure oggi appare sospeso l’originario intento emerso nell’estate del 2024 con cui l’allora amministrazione americana e il governo tedesco avevano stretto un accordo per rischierare in Germania, a partire dal 2026, missili a lungo raggio statunitensi come i celebri Tomahawk, con una gittata di circa 1.600 chilometri (attualmente esauriti a causa dell’ampio consumo di munizionamento ed equipaggiamenti nell’Operazione Epic Fury in Medio Oriente, che ha costretto gli Stati Uniti a razionalizzare le scorte di Tomahawk rimaste), i sistemi di difesa SM-6 e i nuovi vettori ipersonici Dark Eagle, oggi l’attenzione si è spostata sul progetto ELSA (European Long-Range Strike Approach), un consorzio che unisce Germania, Francia, Polonia, Regno Unito e Svezia. Poiché questo sistema non vedrà la luce prima del 2030, Berlino sta parallelamente investendo nell’ammodernamento d’emergenza dei propri arsenali nazionali e nella produzione di varianti avanzate dei vettori già in dotazione. Dall’altro, all’interno dei circoli politici e militari di Berlino, si è aperto un inedito e profondo dibattito circa la necessità per la Germania di dotarsi di una propria forza di deterrenza nucleare autonoma o di partecipare direttamente alla gestione di un ombrello atomico sovrano, un’ambizione che capovolge completamente la postura geopolitica tedesca dal secondo dopoguerra a oggi. Il Cancelliere Friedrich Merz ha infatti aperto alla storica proposta francese di europeizzare la force de frappe, avviando un coordinamento strategico più stretto con Parigi e Londra. Anche in questo caso la volontà di dotarsi di un arsenale nucleare avviene nonostante i rigidi vincoli giuridici del Trattato di non proliferazione e degli accordi di riunificazione del 1990 che vietavano tassativamente a Berlino il possesso di ordigni propri. RICONVERSIONE INDUSTRIALE E ASSUEFAZIONE PSICOLOGICA AL CONFLITTO Questo sforzo operativo di riarmo poggia su una radicale ristrutturazione macroeconomica. La totalità degli alleati europei ha raggiunto o superato l’obiettivo del due percento del PIL destinato alle spese militari, registrando aumenti di budget senza precedenti. Questa transizione economica risponde alla presa d’atto che le classi dirigenti europee hanno accettato di assumersi l’intero onere logistico del teatro continentale, un riarmo a debito che comporta dolorosi tagli alla spesa pubblica, nello stato sociale e nel welfare in generale. Nel contempo, mentre procede l’ucrainizzazione dell’Europa occidentale, gli Stati Uniti riorientano strategicamente il grosso delle proprie forze verso il quadrante del Pacifico per contrastare la Cina nell’ottica di conservazione dell’unipolarismo globale. A fare da collante a questa mobilitazione strutturale interviene una militarizzazione sistematica del discorso pubblico. Il dibattito europeo è dominato da un tribalismo mediatico che, mentre alimenta l’emergenza bellica dettata dall’idea del nemico russo che dopo l’Ucraina intende invadere i paesi europei, riduce la complessità geopolitica a una narrazione binaria, anestetizzando l’opinione pubblica ed eliminando il senso del rischio atomico. Si diffonde così l’idea illusoria che sia possibile infliggere danni strategici continui a una superpotenza nucleare senza subire conseguenze, ignorando la dottrina di Mosca che considera la pressione occidentale come una minaccia esistenziale. Questa espansione coordinata genera un’inevitabile e speculare spirale escalatoria. La risposta russa si è già concretata in massicce esercitazioni nucleari che hanno coinvolto 64.000 militari e 7.800 mezzi di lancio balistici nei distretti di Leningrado e in quello Centrale (vedi nota [2]). Ci si domanda se la Russia assisterà passivamente al riarmo europeo senza intervenire in alcun modo per frenarlo o scoraggiarlo prima che esso maturi in conflitto diretto. Di fronte al crollo della diplomazia e alla conversione degli apparati industriali, appare evidente che l’asse Washington-Londra, insieme ai partner europei della NATO, piuttosto che a ricostruire quell’architettura di sicurezza europea che hanno distrutto, stia attivamente e sistematicamente posando i binari strutturali e psicologici per il prossimo, catastrofico conflitto globale a cui ogni cittadino europeo è chiamato ad opporsi prima che sia troppo tardi. Con la Russia, come incita a fare persino De Scalzi di ENI, abbiamo urgente bisogno di ristabilire rapporti di buon vicinato e di tornare alle loro risorse energetiche anche per ovviare a quella che secondo Tabarelli di Nomisma sarà la via obbligata del lockdown energetico di quest’autunno. (tratto da Francesco Cappello, I preparativi di guerra USA/NATO con la Russia nel mirino, https://www.francescocappello.com/)
June 9, 2026
il Rovescio
Israele somministra droghe ai soldati per far loro “dimenticare” gli orrori della guerra
Riceviamo e diffondiamo da pungolorosso.com questo interessante articolo. Da parte nostra, aggiungiamo un aspetto. Per quanto ci riguarda, noi non stigmatizziamo in assoluto l’uso di sostanze stupefacenti, che – se assunte in modo consapevole e intelligente – possono essere usate per vari fini: ludico, ricreativo, introspettivo e – perché no – terapeutico. Ciò detto, che Israele utilizzi gli psichedelici per far dimenticare ai propri soldati gli orrori di Gaza ci conferma la sua indole di Stato-laboratorio, in cui la guerra permanente è il volano per ogni sorta di sperimentazione. Compresa, in questo caso, quella del controllo mentale degli esseri umani. In questo senso, più che la Germania nazista, l’inondazione di droghe cui sono sottoposti i soldati e la gioventù israeliana ci ricorda il progetto MK-Ultra: gli esperimenti di somministrazione di sostanze (in particolare di LSD) su soldati, prigionieri e persino cittadini ignari effettuata dalla CIA tra i primi anni Cinquanta e i primi Settanta. Una sperimentazione strettamente intrecciata – nel pieno della guerra fredda – allo sviluppo della cibernetica, in cui rientra anche l’elaborazione di quelle moderne tecniche di tortura senza contatto raccolte nel manuale Kubark del 1963 e successivamente perfezionate nel Human Resource Exploitation Training Manual del 1983 (su questo si veda questa eccellente ricerca di Charlie Barnao: https://www.ordines.it/il-soldato-imperfetto-addestramento-militare-polizia-e-tortura-di-charlie-barnao/). Guerra, industria e tecno-scienze convergono, ancora una volta, nel medesimo punto: l’ingegnerizzazione dell’umano, fin dentro la sua intimità più profonda. «Il potere consiste nel fare a pezzi i cervelli degli uomini e nel ricomporli in nuove forme e combinazioni a nostro piacimento.» (George Orwell, 1984) Tratto da https://pungolorosso.com/2026/05/27/israele-la-nazione-della-droga-che-ripulisce-la-guerra/ ISRAELE: LA “NAZIONE DELLA DROGA” CHE RIPULISCE LA GUERRA Su segnalazione del compagno Alessandro Mantovani riprendiamo da “Orientxxi” questo articolo di Jean Stern che mostra come lo stato sionista, indiscusso faro di civiltà in Medio Oriente e nel mondo, abbia deciso di “curare” la follia omicida di decine di migliaia di militari impiegati nel genocidio di Gaza (40.000, si dice nel testo) con la somministrazione di droghe di ogni tipo. Del resto anche in questo campo Israele detiene un record mondiale perché tra il 30% e il 50% dei suoi abitanti è “sotto l’influenza di una sostanza che crea dipendenza”. Il cammino di questa società coloniale intrisa di ferocia e di sadismo verso il suo inesorabile collasso fa tornare alla mente quanto scrisse Aimé Cesaire nel suo Discours sur le colonialisme : lungi dal “civilizzare” il colonizzato, il colonialismo “lavora per decivilizzare il colonizzatore, per abbrutirlo nel senso proprio del termine, per degradarlo, per risvegliare i suoi istinti nascosti come l’invidia, la violenza, l’odio razziale, il relativismo morale […]. ogni volta che in Vietnam una testa viene mozzata e un occhio cavato e che in Francia si accetti la cosa; una bambina violentata e che in Francia si accetti la cosa; un malgascio suppliziato e che in Francia si accetti la cosa; [è] una cancrena che si sviluppa, un focolaio infettivo che si estende; e in fondo a tutti quei trattati violati, a tutte quelle menzogne divulgate, a tutte quelle spedizioni punitive tollerate, a tutti quei prigionieri costretti con legacci e ‘interrogati’, a tutti quei patrioti torturati, a quell’orgoglio razziale incoraggiato, a quella iattanza esibita, c’è il veleno instillato nelle vene dell’Europa e il progresso lento, ma sicuro dell’abbrutimento del continente”. Il testo di Jean Stern ci informa anche sul fatto che lo stato sionista sta adoperandosi per esportare il proprio “modello terapeutico” nel mondo, trovando orecchie attente negli Stati Uniti, in Australia, Svizzera e Francia… A quando l’aggiunta della sempre volonterosa (in questo genere di cose) Italia? (Red.) Dal 7 ottobre 2023, migliaia di militari israeliani di ritorno da Gaza vengono trattati con droghe. Dalla cannabis all’LSD, passando per l’ecstasy, qualsiasi sostanza sembra buona per affrontare i disturbi post-traumatici che gli israeliani — compiacendosi del ruolo di vittime — hanno ribattezzato «ferite morali». Jean Stern, 11 maggio 2026 https://orientxxi.info/Israel-la-drug-nation-blanchit-la-guerre Il gruppo pop-rock Hatikva 6 conta 150 cantanti provenienti da 16 brigate diverse ed è guidato da Òmri Glickman, un quarantenne barbuto e imponente. Il videoclip della sua canzone «Himnon ha’lokhem» è finanziato dall’esercito israeliano. Questo inno del combattente ha come ritornello, ripetuto quattro volte, le seguenti parole: «Allora chi è pazzo? Sono io quello pazzo.» Filmata nella scuola di formazione degli ufficiali, la troupe in mimetica danza allegramente su immagini di distruzione a Gaza. Questa follia omicida Israele la tratta con le droghe. Dopo tre anni di guerra, la “drug-nation”, ripiegata su sé stessa, è inquieta e impaurita. Nel centro di Tel Aviv, gli odori dell’erba impregnano le terrazze. La città, malinconica rispetto alle sue abitudini frenetiche precedenti al 2023, si abbandona allo sballo, ricreativo o medico, perché la maggior parte dei fumatori consuma cannabis su prescrizione. (1) Sono spesso ex militari, uomini e donne, rientrati da Gaza. Israele ama considerarsi il laboratorio dell’Occidente. Medici stipendiati dall’esercito mettono a punto trattamenti a base di droghe per curare i disturbi da stress post-traumatico (PTSD) delle migliaia di coscritti e riservisti che hanno prestato servizio a Gaza. In realtà, il termine “curare” non è del tutto esatto. La somministrazione di sostanze mira piuttosto a far dimenticare una guerra di cui soltanto giornalisti palestinesi hanno potuto testimoniare. Tra loro, fino a oggi, 262 sono stati uccisi da soldati israeliani. Hashish, erba, metanfetamine, funghi allucinogeni: dei 500.000 militari che hanno servito a Gaza, circa 40.000 vengono così “curati”. Il “Paziente 1” Prima di questo, l’unico paese che abbia drogato massicciamente i propri soldati — ma anche la propria popolazione — in una situazione di guerra fu la Germania di Hitler, a partire dal 1939. La pervitina, una metanfetamina euforizzante che dà una forte dipendenza, contribuì, scrive il saggista tedesco Norman Ohler, a mettere «il paese in surriscaldamento». Soldati, studenti, operai, macchinisti e perfino medici ne facevano uso senza riserve. «La pervitina è in sintonia con la Germania nazista», spiega Norman Ohler, e permise «l’ondata di autoguarigione nazionale» del popolo tedesco. I nazisti, pur ritenendo che la droga fosse un’invenzione dei medici ebrei, (2) la lasciarono circolare ampiamente, almeno fino al 1941. Milioni di persone ne facevano uso. Hitler stesso si faceva iniettare sostanze ogni giorno dal suo medico personale, che lo aveva maliziosamente soprannominato «Paziente 1». Oggi chiamata crystal meth, la pervitina continua a essere prodotta e venduta clandestinamente, come testimoniano i fans di Breaking Bad (3). Per Ruchama Marton, psicoterapeuta e psichiatra israeliana, fondatrice di Physicians for Human Rights, che combatte contro l’occupazione dei territori palestinesi e difende il diritto alla salute, «la cannabis non cura assolutamente nulla. Ti accompagna. Se sei di buon umore, accentuerà quello stato, ma se sei depresso, lo sarai ancora di più». Ian Hamel, medico generico a Tel Aviv, ritiene che «trattare con droghe persone che hanno conosciuto l’orrore a Gaza, o che provano vergogna per ciò che hanno fatto, sia miope. E gli effetti collaterali? E la dipendenza?». Anche il dottor Michael Zeitoun si preoccupa per gli effetti a lungo termine: «Le distruzioni e le morti, Israele aveva imparato a gestirle con gli attentati degli anni Novanta. Dopo Gaza è stato necessario passare al livello superiore. La droga è arrivata al momento giusto. Ma ci manca la prospettiva necessaria». Non è la prima volta che la psichiatria moderna sperimenta le droghe come strumento terapeutico, ma è la prima volta che lo fa in una situazione di guerra. «Per molto tempo la sindrome post-traumatica è stata considerata dagli psichiatri militari una forma di isteria», ricorda Ruchama Marton. «La psichiatria considerava l’isteria una malattia femminile, e i soldati definiti isterici venivano disprezzati. Qual era il trattamento? Bagni di ghiaccio, elettroshock. La crudeltà psichiatrica non li ha guariti, perché nulla, tranne la morte, poteva cancellare ciò che avevano visto. Alla fine spesso li rimandavano sul campo di battaglia affinché morissero.» Ordini imprecisi Per gli israeliani che continuano a combattere su più fronti, la guerra a Gaza si è trasformata in una gigantesca post-cura. Dina, una sottufficiale di 34 anni dal tono rabbioso, ha servito tra la fine del 2023 e l’inizio del 2024 nella logistica. «Ho visto operatrici di droni che coprivano con delle coperte gli schermi di controllo e sceglievano così cosa vedere», evitando per esempio di guardare le distruzioni delle case. «Quando torni da Gaza», continua Dina, «c’è uno scarto tra ciò che senti e il modo in cui vieni accolto. Ti parlano di eroismo mentre sai di aver fatto cose immonde. Nelle basi i giovani fumano molto hashish, quindi poi…» Dina ha canalizzato la sua rabbia senza droghe né medicinali, al contrario di molti amici riservisti. Il suo impegno militante accanto alle famiglie degli ostaggi e dei refuznik (4) le è servito da terapia. Anche Tuli Flint ha servito per molti anni in Cisgiordania e a Gaza. Oggi appartiene ai Combatants for Peace, una ONG fondata nel 2005 composta da ex militari israeliani e resistenti palestinesi. Dottore in criminologia, ex ufficiale e psichiatra militare, riceve in un seminterrato dall’arredamento orientalista vicino alla piazza Rabin. Il suo sguardo è benevolo, ma indossa ancora la mimetica, come se il medico “di sinistra” non avesse del tutto abbandonato l’abito di guerra. «Molte persone vogliono risultati immediati, concreti, mirati, per “resettare” i traumi, che sono eventi che superano le tue capacità di tolleranza. All’inizio della guerra il trauma era più facile da trattare. Ma quando il conflitto si è intensificato, e con esso le polemiche, è diventato più complicato. Ci sono state le manifestazioni, le polemiche sugli ostaggi. I soldati sono tornati in guerra con meno convinzione. Hanno visto il tradimento dell’ideale, si sono sentiti soli di fronte al pericolo.» Secondo lui, il trauma dei soldati deriva anche dal fatto che hanno difficoltà a distinguere tra guerra e crimine di guerra. È sorprendente constatare, attraverso diverse testimonianze, che gli ordini ai soldati erano spesso vaghi e imprecisi, come se l’esercito non volesse esporsi troppo sul terreno. Lasciati a sé stessi, i soldati hanno commesso atrocità. «Per questi post-traumi non esiste guarigione», prosegue il dottor Flint. «Non esiste una soluzione magica, anche se alcune droghe come la MDMA possono calmare. Si può anche dire che la cannabis medica ha salvato la vita di persone con PTSD e ne ha stabilizzate molte, ma ne ha distrutte ancora di più. La cannabis calma ma non cura.» Con lucidità, il dottor Flint conclude che «non sono i PTSD che bisogna curare, ma piuttosto la colonizzazione e l’apartheid». Un paese di dipendenze Le cifre danno le vertigini. In generale, Israele è un paese di dipendenze. Nel 2017, il 27% della popolazione tra i 18 e i 65 anni aveva fumato almeno una volta erba o hashish nell’anno precedente, un record mondiale all’epoca. Secondo i dati del progetto Medspad, (5) il 14,8% dei ragazzi israeliani tra i 15 e i 17 anni aveva fumato cannabis almeno una volta, contro il 4,3% dei ragazzi egiziani. Per le metanfetamine tipo MDMA, il 3,5% dei ragazzi israeliani ne aveva fatto uso almeno una volta, al pari dei ragazzi algerini. Secondo un rapporto ufficiale israeliano, il 54% dei coscritti, prima di entrare nell’esercito, aveva già fumato cannabis o cannabis sintetica -una droga particolarmente diffusa nel Vicino Oriente. Secondo i dati raccolti da Natal, associazione specializzata nel trattamento dei disturbi post-traumatici, le dipendenze, per l’insieme della popolazione, sono aumentate fortemente dal 7 ottobre 2023: +180% per i sonniferi e soprattutto +70% per gli oppioidi prescritti. Questo fenomeno sta destando grande preoccupazione in Israele, che già nel 2020 si classificava al primo posto nel mondo per consumo di oppioidi, come il fentanil, osserva il dottor Nadav Davidovitch in un altro rapporto. (6) Il paese conta 10 milioni di abitanti, di cui 500.000 riservisti. Il professor Shaul Lev-Ran, fondatore del centro israeliano per le dipendenze, stima che tra il 30% e il 50% degli israeliani siano sotto l’influenza di una sostanza che crea dipendenza, contro uno su sette prima dell’autunno 2023. Israele autorizza inoltre la cannabis terapeutica da quasi vent’anni e ha allentato le regole sul suo utilizzo nell’aprile 2024, sulla scia della guerra a Gaza, poiché la pressione dei medici e dei loro pazienti si era fatta particolarmente forte. Nell’aprile 2026, 135.000 israeliani fumano cannabis prescritta dal medico. Almeno 8.000 ex militari ne hanno beneficiato nel 2024, altri 3.500 nel 2025, e il ritmo non sembra destinato a rallentare, visto che l’esercito ha anticipato che nel 2026 ci saranno tra i 5.000 e gli 8.000 soldati da trattare. Il dipartimento di riabilitazione del ministero della Difesa riceve circa 1.500 richieste mensili di riconoscimento di disturbi post-traumatici, secondo quanto riporta Times of Israël. (7) Lo stesso dipartimento segnala 78.000 infortuni da ottobre 2023, una parte significativa dei quali riguarda “traumi psicologici”. Come riporta l’Agence France-Presse (AFP), il professor Shaul Lev-Ran stima un aumento del 25% nel consumo di “farmaci da prescrizione, droghe illegali e alcol” negli ultimi tre anni. Il prezzo del silenzio Il problema è umano, ma anche economico: l’associazione Natal, che lavora sui disturbi da stress post-traumatico (PTSD) da trent’anni, stima il costo complessivo dei traumi legati alla guerra a Gaza in 500 miliardi di shekel nei prossimi cinque anni, pari a circa 145 miliardi di euro nel 2026. È più o meno l’equivalente del bilancio della salute mentale in Francia. Secondo uno studio dell’assicurazione sanitaria, il costo complessivo dei disturbi psichici in Francia, paese sette volte più popoloso, è stimato in 24,7 miliardi di euro all’anno. In Israele, dove l’ipercapitalismo è da una ventina d’anni il motore del sistema, i soldati vittime di disturbi post-traumatici negoziano indennizzi per compensare la perdita di reddito, poiché molti sono incapaci di riprendere un lavoro regolare. Attribuiti da commissioni specializzate composte da civili e militari, questi indennizzi permettono loro di restare a galla. Non si vuole in alcun modo assistere, come negli Stati Uniti dopo il Vietnam o l’Iraq, a veterani impazziti e abbandonati per strada. Le immagini di quegli ex soldati trascinati nella miseria, con carrelli della spesa stracolmi, hanno perseguitato a lungo l’America.Grandi film come Il cacciatore (The Deer Hunter, 1978) di Michael Cimino raccontano il dolore del ritorno alla vita ordinaria. In Israele, invece, nulla di simile: né libri né film, e si è già visto cosa ne sia stato della musica. Non bisogna permettere che qualcuno inizi a mettere in discussione quel pilastro dell’identità nazionale che è l’esercito, raccontando i crimini commessi a Gaza. Il silenzio ha un prezzo. Alcune commissioni stabiliscono il valore della «ferita morale», espressione comunemente usata per indicare i PTSD, mentre altre prescrivono droghe per cancellarne il ricordo. Per il momento, il sistema funziona. L’esercito israeliano, di solito così loquace, sull’argomento resta quasi completamente muto. Tuttavia, la questione degli indennizzi ai soldati traumatizzati sta diventando sempre più delicata. Se il governo considera già troppo elevato il costo di queste compensazioni, le famiglie dei «post-traumatici» giudicano invece insufficienti le somme ricevute. Oltre a devastare la vita familiare, la guerra li ha ridotti economicamente sul lastrico. Senza spendere una parola per i palestinesi — ma del resto in Israele quasi nessuno parla di loro — la moglie di un riservista tornato traumatizzato da Gaza sta pensando di creare un’associazione di familiari per ottenere risarcimenti più consistenti. È difficile non restare colpiti da questo fronte secondario della guerra. Un trauma nazionale Le moderne varietà di cannabis, prodotte in laboratorio e geneticamente modificate, hanno effetti estremamente potenti. Prescritte in Israele, vengono importate dal Canada e dagli Stati Uniti. Per i medici israeliani sono comunque preferibili ai cannabinoidi sintetici illegali, come il Nice Guy o il Dosa. Secondo un rapporto dell’Osservatorio europeo delle droghe e delle tossicodipendenze, queste droghe, facili da produrre, vengono fabbricate in particolare in laboratori situati a Costantina, in Algeria, e introdotte in Israele passando attraverso la Giordania. (8) Di fronte a queste sostanze economiche, ma altamente assuefacenti e particolarmente dannose per la salute, molti medici preferiscono utilizzare prodotti che danno altrettanta dipendenza ma il cui uso, a loro avviso, può essere controllato, piuttosto che lasciare migliaia di giovani perdere completamente il controllo — o peggio. Tra gli ex coscritti e riservisti passati da Gaza si registrano 22 suicidi nel solo 2025 (60 dall’ottobre 2023) e 279 tentativi di suicidio tra il 2024 e il 2025. Per far fronte all’ondata di disturbi post-traumatici, il ministero israeliano della Salute ha aperto, dal 7 ottobre 2023, quattordici nuove cliniche traumatologiche all’interno degli ospedali psichiatrici. Inoltre, le autorità fanno largo affidamento su associazioni come Natal. «I traumi erano un tabù nella società israeliana», spiega a Orient XXI Ifat Morad, portavoce dell’associazione. «Il nostro obiettivo è curarli e permettere alle persone di tornare alla vita. Offriamo tutto questo sotto un unico ombrello.» Questa organizzazione senza scopo di lucro, presente in tutto il paese, si definisce «apolitica» e conta tra i suoi 140 dipendenti e i suoi 1.100 terapeuti «ebrei, arabi e drusi». Propone trattamenti, anche basati sull’uso di droghe, e si occupa inoltre del reinserimento sociale. «Tra i pazienti post-traumatici esistono moltissime dipendenze da oppioidi, alcol e droghe sintetiche», aggiunge la psichiatra Liat Barnea. «Nel trattamento adottiamo un approccio integrato: la droga può far parte della terapia allo stesso modo di altri farmaci.» Liat Barnea preferisce parlare di «trauma nazionale» piuttosto che di «ferite morali». «È qualcosa di molto più ampio della guerra», spiega. «È il semplice fatto di vivere qui. La società è depressa e ha perso fiducia sia nel governo sia in sé stessa. Questo trauma nazionale nasce dal sentimento di una fiducia tradita. Per Israele è una questione vitale, perché rischia di provocare il collasso del paese.» All’interno di Natal, ogni militare viene seguito contemporaneamente sul piano terapeutico e su quello sociale. Il servizio sociale diretto da Shaked Arieli è cresciuto a una velocità impressionante: tre anni fa contava cinque dipendenti, oggi quarantacinque. «Nel mondo del lavoro non c’è posto per i tossicodipendenti», spiega, «eppure il ritorno al lavoro costituisce di per sé un obiettivo terapeutico.» «Li aiutiamo, ma li escludiamo» All’ospedale psichiatrico Merhavim, i soldati rientrati da Gaza vengono trattati con droghe molto potenti. Questo insieme di edifici bassi e ridipinti si trova in un parco collinare nella grande periferia di Tel Aviv, non lontano da Beer Yaakov. L’istituto, circondato da recinzioni, è ormai stretto tra eleganti palazzi residenziali di recente costruzione. Nuovi abitanti, una nuova stazione ferroviaria, nuove strade: tutto sta cambiando in questa zona d’Israele, che un tempo era una campagna abitata dalla popolazione araba. Gli edifici dell’ospedale erano originariamente una caserma britannica ai tempi del Mandato. «Molti ospedali psichiatrici sono ospitati in vecchie strutture militari inglesi o giordane», spiega il dottor Eran Harel, direttore dell’ospedale diurno. Questo giovane sessantenne dai tratti decisi e dallo sguardo diretto ci riceve nella stanza dove, insieme a due colleghi, somministra a pazienti volontari — selezionati in accordo con l’esercito — LSD (dietilamide dell’acido lisergico), MDMA, meglio nota come ecstasy, e psilocibina, derivato dei funghi allucinogeni. Conduce due protocolli sperimentali da trenta pazienti ciascuno, destinati a seguire diciotto sedute. Secondo lui, queste sperimentazioni sono promettenti. «Cerchiamo di capire come sostanze chimicamente diverse, come la MDMA o l’LSD, agiscano sul cervello. Nel caso di PTSD legati a un evento traumatico, il trattamento mira a modificare la percezione di ciò che i soldati hanno sentito, visto e compreso», spiega il medico. Anche Eran Harel, però, non crede all’efficacia della cannabis nel trattamento dei traumi. «Per il 90% dei traumatizzati di Gaza, il problema consiste nell’affrontare questa domanda: qual è il tuo grado di innocenza politica? In un paese dove esiste un addestramento ideologico basato sull’educazione, sui valori e sulla disciplina militare, il trauma individuale diventa una questione profondamente politica.» La psicoanalista Annette Feld, a Tel Aviv, condivide questa lettura: «La droga rappresenta una forma di debolezza: li aiutiamo, ma al tempo stesso li escludiamo. Perché la droga non risponde alla domanda fondamentale: di cosa sono malati?» Del loro paese, gravemente. E se questo non può essere detto, allora non può nemmeno essere curato. La colpa deve restare a Gaza A raccontarlo è Hofit X., una donna che incontriamo sulla terrazza semivuota di una pasticceria di Tel Aviv. Dice che «l’esercito le ha portato via il marito». Ben, quarantadue anni nel 2023, riservista, è tornato da Gaza profondamente traumatizzato e ha seguito una terapia a base di cannabis. «La mia famiglia sembra normale e da fuori non si vede quello che ci sta succedendo. Ma quando è tornato da Gaza era un altro uomo. Non riusciva più a concentrarsi, non riusciva ad alzarsi dal letto, viveva come chiuso in una bolla e ha iniziato a fumare». Ben, che si era offerto volontario fin dall’inizio della guerra, non combatteva in prima linea. «Entrava a Gaza di notte, nei convogli logistici, con la sensazione costante di essere vulnerabile e senza indicazioni chiare su dove andare. Il suo senso di colpa», racconta Hofit, «deriva dal fatto che pensa di aver forse ferito dei bambini.» Sebbene la stampa israeliana parli poco di questi temi, negli ultimi mesi sono emerse diverse storie simili. Il dottor Yossi Levi-Belz ha raccontato al quotidiano Haaretz che, durante il suo servizio nella riserva, ha «incontrato persone il cui compito consisteva nel contrassegnare le case da bombardare». «Nelle prime settimane, sotto lo shock [degli attacchi di Hamas dell’ottobre 2023] e con quel sentimento del “mai più”, agivano senza riflettere troppo. Più tardi, alcuni sono venuti da me e mi hanno detto: “Ho dato l’ordine di distruggere centinaia di case. Migliaia di persone sono state ferite per colpa mia.” In quel momento pensavano fosse necessario. Ma quando la nebbia si è dissipata, hanno capito: sono responsabile della morte di migliaia di persone. È lì che avviene la frattura — ed è una frattura profonda.» Da quando è tornato da Gaza, Ben non abbraccia più i suoi tre figli di otto, dodici e quindici anni. Era diventato completamente dipendente, ma con l’aiuto del suo psichiatra è quasi riuscito a disintossicarsi. Da allora ha compreso che «il suo male non può essere curato», aggiunge Hofit, sua moglie. Il senso di colpa è stato al centro anche del lavoro del terapeuta Ido Roth, lui stesso per anni forte consumatore di cannabis. Secondo Roth, «la cannabis aiuta a gestire l’ansia e la rabbia, ma soprattutto la colpa». Curando il senso di colpa dei soldati affetti da disturbi post-traumatici, sostiene il terapeuta, si evita che quei sentimenti si diffondano all’intera società. La colpa deve restare confinata a Gaza, perché se iniziasse a propagarsi, l’equilibrio stesso della società israeliana verrebbe messo in pericolo. «Nessuno è separato dalla propria famiglia e dal proprio ambiente sociale, da ciò che chiamiamo “atmosfera sociale”. Le persone affette da PTSD dicono: ho fatto o visto cose che non avrei dovuto fare o vedere. Ma davanti a quel pubblico che è Israele non possono dirlo, perché quel pubblico pensa che abbiano avuto ragione. Qui esiste una vera dicotomia.» La guerra e le sue conseguenze traumatiche — tanto per i soldati quanto per l’intera popolazione — hanno incrinato ciò che il professor Levi-Belz, psicologo ed ex riservista a Gaza, definisce «l’etica israeliana». La ferita morale agisce come uno squarcio dentro una tradizione guerriera: una lacerazione da cancellare nel fumo dell’hashish. Effetto opportunità La psichiatra Ruchama Marton contesta da decenni questa retorica guerriera israeliana, giustificata dal fatto che gli israeliani si percepiscono come vittime dei palestinesi. «Inventiamo favole. Cerchiamo di cancellare le macchie, persino quelle indelebili. Ma poiché nulla cancella davvero i crimini, bisogna aumentare le dosi. La ferita morale è un grande business e, alla fine, il capitalismo vince. Finiremo per dare droga a tutti.» Secondo la psicoanalista Annette Feld, la vittimizzazione è anche ciò che permette agli israeliani di liberarsi dal proprio senso di colpa. «Della guerra mostriamo ciò che è stato fatto a noi, ma non ciò che facciamo noi agli altri. I traumi attuali diventano patologici per accumulo. Ci sono stati i pogrom, poi la Shoah, e ora questa guerra. Si è installata una forma di continuità nella vittimizzazione. Il soldato che ha servito a Gaza riceverà empatia e compassione e sarà così dispensato dal dover spiegare ciò a cui ha partecipato. Nessuna soggettività, nessuna domanda, nessuna responsabilità: la droga cancellerà ogni traccia della guerra e, in un certo senso, completerà la distruzione di Gaza.» «Soffrono prima di tutto di cecità», aggiunge la psicoterapeuta Manal Abou Lak, palestinese cittadina d’Israele che lavora nel dispensario di Ramleh, non lontano da Tel Aviv. «La società ebraica coltiva la paura, la paura degli arabi. L’importante è che i palestinesi vengano cancellati. Come palestinese che lavora in un’équipe ebraica, non posso parlare di ciò che accade a Gaza: non interessa a nessuno. Io non esisto, quindi il mio trauma non esiste.» La incontriamo l’ultimo giorno della nostra inchiesta e ci rendiamo conto che Manal è la prima persona a parlarci davvero degli abitanti di Gaza. «Gli operatori sanitari cancellano il genocidio», commenta con amarezza e rabbia. «Conosco il caso di un soldato che si è suicidato perché non voleva tornare a Gaza; nessuno si è chiesto perché. Un altro soldato soffre di PTSD perché, dice lui, ha ucciso qualcuno per errore. Viene curato, quando invece dovrebbe essere processato.» E in effetti, se Israele preferisce dimenticare i propri crimini in nuvole di fumo, il paese sta anche promuovendo un vero e proprio modello terapeutico. Stati Uniti, Australia e Svizzera conducono sperimentazioni analoghe. Il presidente statunitense Donald Trump ha autorizzato, il 18 aprile 2026, la somministrazione di psicostimolanti con proprietà psichedeliche — tra cui l’ibogaina — agli ex soldati affetti da disturbi da stress post-traumatico. In Francia, racconta la giornalista Dominique Nora nel libro Voyage dans les médecines psychédéliques (Grasset, 2025), a Nîmes e Parigi si stanno sperimentando, su piccola scala, protocolli terapeutici a base di psilocibina, derivato dei funghi allucinogeni,. Natal vede in questo anticipo israeliano sull’uso delle droghe per trattare i PTSD dei soldati una vera opportunità strategica. Forte di trent’anni di esperienza che mescolano droghe, farmaci, assistenza psichiatrica e reinserimento sociale, l’associazione sta elaborando un modello terapeutico che esporta attraverso corsi di formazione in Germania e Ucraina.«In Germania», spiega la dottoressa Yifat Reuveni, «abbiamo organizzato una formazione per gli insegnanti della regione di Essen, per aiutarli a gestire lo stress dei bambini di fronte all’immigrazione e all’arrivo di altri bambini nelle classi…» E, conclude Annette Feld con la sua lucida amarezza in un paese devastato da ideologie mortifere, non bisogna dimenticare l’inno del Betar, il movimento sionista di estrema destra da cui deriva il Likud di Benjamin Netanyahu: «Nel sangue e nel sudore sorgerà per noi una razza fiera, generosa e crudele.» Note: (1) In pratica, la cannabis terapeutica è autorizzata in Israele dal 2007 e le norme che ne regolano la prescrizione sono state progressivamente allentate: una prima volta nel 2019 e, in misura ancora maggiore, nel marzo 2024, per far fronte all’afflusso crescente di richieste. (2) Nel libro L’Extase totale. Le IIIe Reich, les Allemands et la drogue (La Découverte, 2016), Norman Ohler racconta il successo della pervitina durante la Seconda guerra mondiale, il cui utilizzo fu incoraggiato dal regime nazista. (3) Creata da Vince Gilligan, questa serie cult — sviluppata nell’arco di cinque stagioni tra il 2009 e il 2013 — racconta la storia di Walter White, un professore di chimica del New Mexico malato di cancro, che decide di mettersi a produrre metanfetamine insieme a un suo ex studente. (4) Obiettori di coscienza israeliani che rifiutano di prestare servizio nell’esercito israeliano. Si veda Nous refusons. Dire non à l’armée en Israël, del fotografo Martin Barzilai, Libertalia/Orient XXI, 2025. (5) Il «Progetto mediterraneo d’indagine scolastica su alcol e altre droghe», finanziato dal Consiglio d’Europa, è stato avviato a Rabat nel 2003. (6) Nadav Davidovitch, Yannai Kranzler e Oren Miron, «Are We Nearing an Opioid Epidemic in Israel?», rapporto del Taub Center for Social Policy Studies, marzo 2023. (7) Sue Surkes, «En Israël, des organisations comblent le vide laissé par un système de santé mentale débordé», Times of Israël, 11 marzo 2026. (8) «Vue d’ensemble des marchés des drogues dans les pays de la Politique européenne de voisinage-Sud», Observatoire européen des drogues et des toxicomanies, 2022.
June 9, 2026
il Rovescio
Come si vive a Gaza dopo il cosiddetto “cessate il fuoco”
Riprendiamo da https://pungolorosso.com/2026/05/24/a-gaza-non-esiste-alcun-cessate-il-fuoco-rami-abu-jamous/ “A GAZA NON ESISTE ALCUN CESSATE IL FUOCO” – RAMI ABU JAMOUS Riprendiamo da “Orientxxi.info” un intervento del giornalista palestinese Rami Abu Jamous del 13 maggio scorso che descrive la drammatica quotidianità di Gaza, dove “non esiste alcun cessate il fuoco”, dove gli occupanti sionisti violano ogni singolo comma del cosiddetto “accordo di cessate il fuoco”, e dove nello stesso tempo la popolazione continua a resistere e ad organizzare come può la propria esistenza martirizzata dagli assassini di sempre. Occhio su Gaza! Specie ora che il comando è di spegnere le luci. (Redazione di Pungolo rosso)   Da https://orientxxi.info/A-Gaza-non-esiste-alcun-cessate-il-fuoco I miei amici stranieri mi chiedono spesso: “Com’è la vita a Gaza dopo sette mesi di cessate il fuoco?” Prima di tutto, bisogna chiarire una cosa: a Gaza non esiste alcun cessate il fuoco. Semplicemente, si parla sempre meno di ciò che accade nella Striscia, sempre meno della nostra vita quotidiana. È anche per questo che gran parte dell’opinione pubblica finisce per credere che la guerra sia terminata e che i gazawi abbiano ripreso una vita “normale”. Certo, i bombardamenti sono diminuiti, ma continuano senza sosta. Ogni giorno vengono uccisi uomini, donne e bambini. Quello che stiamo vivendo assomiglia a un cancro che si diffonde lentamente nel corpo di un malato, fino a condurlo alla morte. Negli ultimi tempi Israele ha intensificato gli attacchi contro la polizia, nel tentativo di provocare il caos sul piano della sicurezza a Gaza. Le incursioni non si fermano: quasi ogni giorno vengono colpiti un commissariato, un fuoristrada o un posto di blocco. Secondo l’accordo di “cessate il fuoco”, sarebbero dovuti entrare 600 camion al giorno. Ma siamo ben lontani da quella cifra. Il presunto cessate il fuoco era accompagnato da un “piano di pace” che prevedeva, tra le altre cose, la creazione di un “comitato nazionale di amministrazione” della Striscia di Gaza, composto da quindici tecnocrati palestinesi. Ma qui non li abbiamo mai visti e nessuno sa realmente cosa facciano. Quanto alla “linea gialla”, continua ad avanzare. Ha trasformato Gaza in un’enclave dentro l’enclave, separando la zona est da quella ovest e tagliando in due la Striscia lungo tutto il suo asse. I gazawi sono ormai ammassati nella parte occidentale, lungo il mare, che rappresenta appena il 40% della superficie originaria. Dietro questa linea, gli israeliani hanno distrutto tutto: frutteti rasi al suolo, case fatte saltare in aria. DALLA “LINEA GIALLA” ALLA “LINEA ARANCIONE” Questa linea è delimitata da blocchi di cemento gialli. Ma quei blocchi continuano ad avanzare. Di volta in volta ci accorgiamo che si sono spinti un po’ più verso il mare, restringendo ancora il nostro spazio. Tre giorni fa hanno raggiunto la strada Salah al-Din, la grande arteria che attraversa Gaza da nord a sud e che rischia ormai di trasformarsi in una nuova frontiera. Ma non è tutto. Esiste anche un’altra linea, questa volta virtuale: la “linea arancione”. Si estende ancora più a ovest della linea gialla. Gli israeliani l’hanno comunicata alle ONG rimaste a Gaza: per attraversarla devono “coordinarsi” con l’esercito. L’obiettivo è ridurre al minimo i loro movimenti. Gli israeliani ci stanno uccidendo e, allo stesso tempo, si stanno arricchendo. Gli aiuti umanitari, inoltre, arrivano con il contagocce. Secondo l’accordo di “cessate il fuoco”, sarebbero dovuti entrare 600 camion al giorno. Ma siamo ben lontani da quei numeri. Dall’inizio della guerra con l’Iran, soprattutto, gli ingressi si sono ulteriormente ridotti. Oggi entrano appena 200 camion al giorno, a volte 150. Solo la metà trasporta aiuti umanitari. L’altra riguarda importazioni del settore privato: commercianti palestinesi che acquistano merci da commercianti israeliani. Prezzi troppo elevati per la grande maggioranza dei gazawi. Gli israeliani ci stanno uccidendo e, allo stesso tempo, si stanno arricchendo. Ma c’è un aspetto ancora più perverso: la maggior parte di queste importazioni riguarda prodotti non essenziali, come ketchup, Nutella, cioccolato o bibite gassate. Nei camion, invece, non arriva nulla di ciò che serve davvero per vivere, perché tutto questo è vietato da Israele: cibo sano, lenzuola, coperte, tende, teloni di plastica e perfino i chiodi. A Gaza non si trova più nemmeno un chiodo. Perché è proibito. Lo stesso vale per tutto ciò che permette di spostarsi: benzina, carburante, pneumatici. Non abbiamo più i mezzi per riparare i veicoli. Si vedono ancora alcune automobili, spesso adattate artigianalmente per funzionare con olio vegetale. Ma anche queste fanno fatica a circolare in strade ormai sommerse dalle macerie. Alcuni cercano persino di produrre carburante bruciando qualsiasi tipo di plastica riescano a trovare, in officine improvvisate che sprigionano fumi tossici. I MALATI DI CANCRO MUOIONO LENTAMENTE, TRA GRANDI SOFFERENZE Sono vietati anche i pannolini per i bambini più piccoli: ormai sono diventati rarissimi e hanno prezzi proibitivi. Non riesco più a trovarne per mio figlio Ramzi, che ha quattordici mesi. Anche tutto ciò che riguarda la salute è sottoposto a restrizioni: medicinali e attrezzature mediche. In tutta la Striscia di Gaza è rimasto un solo scanner. I malati di cancro non hanno più accesso alle cure e stanno morendo lentamente, spesso tra sofferenze atroci. Decine di migliaia di malati avrebbero bisogno di essere curati all’estero. Secondo l’accordo di cessate il fuoco, centocinquanta pazienti avrebbero dovuto poter attraversare ogni giorno il valico di Rafah, verso l’Egitto. Oggi, invece, i passaggi si limitano a una cinquantina al giorno, talvolta 80, raramente 120. E ogni volta tra ritardi e ostacoli imposti dagli israeliani, che impiegano tempi lunghissimi per convalidare le liste di nomi trasmesse dagli egiziani. In queste condizioni spaventose, ciò che resta dei 2,3 milioni di abitanti è ammassato in meno della metà della Striscia di Gaza. Si vive gli uni sugli altri, cercando semplicemente di sopravvivere. Se la casa o il negozio si trovano dal lato “giusto” della “linea gialla”, si prova a sgomberare le macerie attorno. A continuare a vivere. A ricostruire una bottega bombardata. A rendere di nuovo abitabile una casa semidistrutta, che potrebbe comunque crollare sotto un temporale o una forte pioggia. NIENTE SCUOLA, NIENTE COMPUTER, NIENTE ELETTRICITÀ Sopravvivere significa prima di tutto trovare acqua. Non parlo nemmeno di acqua potabile, ma semplicemente di acqua dolce, non salata, perché anche i filtri e i prodotti indispensabili agli impianti di depurazione sono vietati dall’inizio del genocidio. La ricerca dell’acqua è diventata una delle attività principali dei gazawi. Ogni mattina si vedono anziani e bambini fare la fila con le taniche davanti alle autobotti delle ONG internazionali, sempre più rare, perché le organizzazioni ancora presenti sono sempre meno. Quelle che hanno rifiutato di comunicare agli israeliani l’elenco dei propri dipendenti sono state bandite. Alcuni ragazzi del quartiere fanno la fila al posto mio. È un lavoro estenuante: a volte bisogna percorrere anche dieci chilometri per trasportare le taniche. Lo stesso vale per il cibo. Per le famiglie è difficile cucinare quando gas e legna scarseggiano e, in ogni caso, c’è ben poco da mettere in pentola. Molte persone sopravvivono grazie alle tekiya, le cucine comunitarie finanziate da alcuni donatori, che distribuiscono soprattutto lenticchie e riso. La maggior parte dei bambini non va a scuola. Qua e là esistono alcune iniziative improvvisate: nei campi di fortuna si trovano tende dove gli studenti siedono su sedie di plastica rotte o su pietre usate come sgabelli. Alcune università cercano di riprendere i corsi, spesso online, perché la maggior parte degli edifici è completamente o parzialmente distrutta. Agli studenti viene chiesto di pagare solo il 20% delle tasse universitarie, rinviando il resto a più tardi. La maggior parte degli studenti, però, non dispone di una connessione internet. Così si ritrova negli internet café improvvisati o in quello che qui viene chiamato “Internet di quartiere”, dove qualcuno vende l’accesso alla rete a ore. Riusciamo a sopravvivere, ma a poco a poco gli israeliani stringono il cappio che ci sta strangolando, lontano dalle telecamere e dagli occhi del mondo. Ma per seguire le lezioni servono un computer o uno smartphone. E anche questi sono vietati. Ce ne sono sempre meno. Per un periodo alcuni commercianti riuscivano a farli entrare corrompendo soldati israeliani, ma sembra che questo traffico si sia ormai interrotto. E per ricaricare computer e telefoni serve energia elettrica. Le quattro linee che alimentavano la Striscia di Gaza — tre israeliane e una egiziana — sono interrotte dall’inizio della guerra, mentre l’esercito israeliano ha distrutto la centrale elettrica di Gaza. Ci siamo allora affidati ai pannelli solari, ma da tempo non ne entrano più di nuovi perché, come avrete capito, anche questi sono vietati. Anche in questo caso, per un certo periodo è esistito un traffico alimentato dalla corruzione, ma ormai è finito. Chi possiede ancora pannelli vende energia elettrica, e ogni mattina si formano file davanti a queste piccole attività per ricaricare computer, telefoni o torce. Esistono anche generatori installati da privati nei quartieri, ma i prezzi sono proibitivi: il costo del kilowatt è passato da 4 a 35 shekel, circa 10,30 euro. LA VITA NONOSTANTE TUTTO Il denaro contante circola sempre meno, ma in mezzo al caos è la tecnologia a prendere il sopravvento. In diversi piccoli supermercati si può ormai pagare con carta bancaria o telefono. Anche i mezzi di trasporto di fortuna possono essere pagati tramite un sistema che funziona senza connessione. Visto che il 90% della popolazione è disoccupato, la gente cerca di arrangiarsi con piccoli lavori, impieghi occasionali o improvvisandosi venditori ambulanti. Alcuni ricevono denaro da parenti all’estero. Eppure, a Gaza, la vita continua nonostante tutto. Si ricostruiscono sale per matrimoni, che continuano a essere celebrati. Spesso, dopo la festa, i neosposi vanno a dormire a casa di uno zio o di una zia la cui abitazione è ancora in piedi. Altrimenti sotto una tenda, o sotto un telone di plastica… Riusciamo a sopravvivere, ma poco a poco gli israeliani stringono il cappio che ci soffoca, lontano dalle telecamere e dagli occhi del mondo. Avvicinano la linea gialla al mare. Riducono ogni giorno gli aiuti umanitari. Trasformano la nostra esistenza in un inferno per raggiungere il loro vero obiettivo: deportarci. Quando ci vedono tentare di rinascere come fenici, quando vedono i giovani continuare a studiare con ogni mezzo e nelle peggiori condizioni, questo li manda in bestia. Ma noi non ci arrendiamo. Ci adattiamo, e non è necessariamente una buona cosa. Perché adattarsi significa abituarsi. Ma cos’altro possiamo fare? È la stessa cosa che accade in Cisgiordania. Gli israeliani stanno cacciando la popolazione dai campi profughi. Continuano a smembrare il territorio installando nuove colonie. Gli attacchi dei coloni sono quotidiani. E tutto questo si consuma in un silenzio mediatico e politico quasi totale, salvo rare eccezioni. Nonostante ciò, continuiamo a voler restare vivi, liberare la nostra Palestina e conquistare la nostra indipendenza. Rami Abu Jamous, giornalista fondatore di GazaPress, un’agenzia di stampa che forniva aiuto e traduzioni ai giornalisti occidentali, nell’ottobre 2023 ha dovuto lasciare il suo appartamento a Gaza City insieme alla moglie Sabah, ai figli di lei e al loro figlio Walid, di tre anni, sotto la minaccia dell’esercito israeliano. Si sono rifugiati a Rafah, poi a Deir al-Balah e successivamente a Nuseirat. Dopo un nuovo trasferimento a seguito della rottura del cessate il fuoco da parte di Israele il 18 marzo 2025, Rami è tornato a casa con la sua famiglia il 9 ottobre 2025.  
May 30, 2026
il Rovescio
Dove l’ombra cupa scende. Lavorare per la macchina nel distretto tecnologico di Barcellona
Mentre devasta la materia-mondo e distrugge ogni memoria storica (di cui cancella anche le cicatrici), la Macchina digitale conduce all’inferno psichico persino i suoi dipendenti più “qualificati”. Ecco cosa emerge dal quadro che Stefano Portelli tratteggia del distretto tecnologico di Barcellona. Chiunque continui a straparlare del carattere “immateriale” delle nuove tecnologie e del “General Intellect” che queste incorporerebbero, imbelletta cadaveri e vende incubi. Il caso di Barcellona – dalla municipalità degli “Indignados” al governo socialista – dimostra anche che la cibernetica più viscida e insidiosa è quella “green”, “sostenibile”, “partecipata”. Dove l’ombra cupa scende. Lavorare per la macchina nel distretto tecnologico di Barcellona di Stefano Portelli da: napolimonitor.it Dopo cinque secoli di orrori coloniali, capitalisti e militaristi, non sorprende che la violenza permei di sé ogni anfratto della nostra cultura, anche laddove, dall’esterno, sembri “tutto a posto”. Lo mostra bene questo articolo di Stefano Portelli sul distretto industriale di Barcellona e sull’ombra che essa racchiude. In altre fasi industriali, l’esposizione dei lavoratori era a sostanze che ne minavano la salute fisica; oggi, la rivoluzione informatica li espone a contenuti che ne minano altrettanto gravemente la salute psichica, la possibilità di stare al mondo. E se già i racconti su amianto, radio e coloranti erano difficili da digerire, quelli sui “contenuti da moderare” sono quasi insopportabili. Amnesty International lo dice da decenni: la violenza continua a produrre i suoi effetti anche nei racconti che se ne fanno. Indispensabile per capire condizioni lavorative e psichismo collettivo di questi anni, la fanzine di Horacio Espinosa, a cui questo articolo rimanda, è una lettura potenzialmente traumatica che consigliamo di affrontare con molta cautela. [Stefania Consigliere] * * * * Proprio mentre si celebrava il congresso mondiale dei progressisti (al quale partecipa anche il sindaco di Roma Gualtieri, che sta svendendo la città alle grandi corporazioni immobiliari e alberghiere) ho attraversato Barcellona con un amico architetto, italiano. Mentre lui fotografava i parchi e le piazze costruite negli ultimi anni, io cercavo di spiegargli come dietro quegli artefatti di indubbia bellezza si nascondesse un’ombra, il male, l’orrore: la violenza urbanistica, le espulsioni di massa, le ondate di suicidi degli sfrattati degli scorsi decenni. Sempre il solito mio discorso: Barcellona città morta (come nel documentario omonimo), promessa al diavolo dall’alto della montagna del Tibidabo, che significa proprio “te la darò”. Lo ripeto stancamente al malcapitato mentre entriamo in plaça de les Glòries Catalanes, porta dell’antico quartiere industriale di Poblenou, oggi trasformato nel “distretto della tecnologia e dell’innovazione” grazie al cambio di destinazione d’uso di duecento ettari di città nei primi anni Duemila. La brutalità della spianata di cemento, le nuove architetture da rivista patinata del museo del design, la copertura scintillante del nuovo mercato sono stemperate da un nuovo parco, meraviglioso e accessibile, dalle aiuole rigogliose, dai bambù e dai cactus che sorgono dalla torba che interrompe la pavimentazione di pietra. Cerco di descrivergli cosa ci fosse prima, come se i relitti industriali fossero le vere glorie catalane del nome della piazza – un nome sarcastico, giacché la storia della Catalogna è soprattutto una storia di sconfitte: dal 1714 al 1939, fino al 2017. Ma il mio ricordo è avvolto nella nebbia. Alzo gli occhi all’enorme Torre Glòries di Jean Nouvel, il grattacielo più alto di Barcellona, la cui forma fallica si erge imponente contro il cielo, inaugurando la fila di palazzoni di vetro che costeggia la Diagonal fino al mare. L’ho vista crescere, prima si chiamava Torre Agbar: ricordo i peruviani che giocavano a pallavolo intorno al suo cantiere, i gitani che occupavano le fabbriche vicino, gli okupas che manifestavano contro il progresso e contro il consenso fabbricatovi intorno. La piazza era un enorme ovale sopraelevato in cui confluivano le tre grandi arterie metropolitane, sotto il quale brulicava un grande mercato delle pulci. Mentre la torre si alzava, piano dopo piano, calava l’ombra sulle antiche fabbriche di mattoni rossi, sulle casette imbiancate demolite a mucchi. Le scritte sui muri profetizzavano una catastrofe, il crollo di quei grandi oggetti singolari: “Torres más altas hemos visto caer” (“Abbiamo visto cadere torri più alte” – eravamo poco dopo l’11 settembre), o: “Un día la gran polla de la Torre Agbar caerá en el coño de la plaça Glòries”. Oggi che la sopraelevata è stata sotterrata, l’analogia femminile non regge più. Quella maschile è più erta che mai. Il progetto del distretto dell’innovazione aveva avuto sempre andamenti altalenanti. Le imprese tech trovavano Barcellona più adatta a congressi sporadici per pippare cocaina nelle discoteche del litorale che ad aprirvi una sede. Quando arrivò la “sindaca ribelle” Colau, l’intero progetto di trasformazione urbana rimase in piedi, ma cambiò il discorso: alla retorica progressista dell’innovazione si sommò quella della “sostenibilità”, e la gentrificazione divenne “green gentrification”, molto più insidiosa. Nel 2018 Facebook annunciò che avrebbe affittato dieci piani della Torre Glòries per farne un bastione della lotta alla disinformazione e alle fake news, in realtà un centro di moderazione di contenuti. Colau annunciò l’accordo come prova del successo nell’attrarre le imprese tecnologiche anche sotto la sua amministrazione, anche perché le loro tasse avrebbero permesso di investire nello spazio pubblico. Ma era la seconda giunta dei “Comuns”, quando il potenziale trasformativo degli anni degli  indignados era sfumato. L’amministrazione si fece imbrogliare dalla promessa di un milione di euro della Coppa America, spendendone quattro e mezzo per preparare il porto; anche il greenwashing di progetti speculativi – come i mille appartamenti di lusso a Bon Pastor, presentati come un ecodistretto contro l’emergenza climatica – riusciva sempre meno bene. Oggi intorno alla Torre non ci sono più né gli okupas che protestano, né i gitani nelle fabbriche – e io non ho visto neanche i peruviani che giocavano a pallavolo. I prezzi delle case sono impazziti, le case in affitto sono più introvabili che a New York, e per strada si sente più inglese che catalano. C’è un parco dedicato all’attivista indigena Berta Cáceres, ma lo frequentano soprattutto tech boys e nomadi digitali nordeuropei che fanno jogging. Gli indios de Barcelona, catalani e non, sono emigrati nell’entroterra, nonostante lo stato preoccupante dei trasporti. L’oscurità calata su quel deserto chiamato distretto tecnologico però non è solo la sostituzione della popolazione operaia con gli expat dalla pelle più chiara. C’è qualcosa di più cupo, dentro i nuovi grattacieli di Poblenou. Già qualche anno dopo l’apertura del centro moderazione di Meta sui giornali si iniziò a parlare del malessere dei seicento dipendenti, che però avevano firmato accordi aggressivi di “non disclosure” con l’azienda subcontrattata (Barcelona Digital Services, poi Telus Digital). Nel 2023 una web aveva lanciato l’allarme sullo stress post-traumatico nella Torre, chiamandolo addirittura “Sindrome Torre Glòries”. Per chi ci lavorava, quel luogo era Mordor: la reggia tetra di un oscuro sire chiamato Mark Zuckerberg. Un anello per ghermirli e nel buio incatenarli. Questa primavera, dopo la chiusura dell’azienda e il licenziamento di tutti i lavoratori, uno di loro ha violato il patto del silenzio con Meta, rivelando l’oscurità dell’abisso tecnologico. In una fanzine gratuita pubblicata da un collettivo di ricerca di precari digitali – qui anche in italiano –, l’ex moderatore di contenuti Horacio Espinosa racconta i suoi cinque anni a Mordor. Il racconto di Horacio – che è anche antropologo urbano del collettivo OACU – si chiama Lavorare per la macchina, ed è costruito in modo frammentario, come “un cadavere fatto a pezzi”. Dopo la pubblicazione è stato ripreso da televisioni e giornali, più che altro interessati ai particolari scabrosi delle migliaia di video visionati dai lavoratori. La fanzine fa solo accenni a questo orrore – il flusso continuo di stupri, sfruttamento infantile, pornografia, suicidi in diretta, terrorismo, abuso animale, a cui sono stati esposti per cinque anni “gli operai che nell’ombra puliscono il letamaio digitale”. Ma al centro c’è lo sfruttamento e la devastazione dei corpi e delle vite di chi si è trovato incatenato a questa oscurità – affidando la sua sopravvivenza a un’impresa che si pretende trans-umana, nel metaverso chetaminico di potere e tecnologia che ha invaso la città post-industriale. Perché gli operai e le operaie che “puliscono quotidianamente la merda secondo i capricci del signorino Mark” avevano corpi e vite, fuori dalla Torre. I video visionati tornavano nei loro sogni, o durante le conversazioni con le amiche, o al bar, come crisi di pianto, o dolori inspiegabili che non riuscivano neanche a ricondurre allo stress post-traumatico. L’azienda minimizzava: “Immaginate di star vedendo un film dell’orrore”, consigliava il dipartimento di wellness, fomentando lo scollamento tra realtà e rappresentazione che regge l’intero impero digitale. Quando Horacio e i suoi colleghi protestarono perché un video di violenze pedofile indicibili continuava a tornare online nonostante le loro segnalazioni, i dirigenti li rimproverano: “Fate troppo rumore!”. Un impiegato traumatizzato a un certo punto prende a capocciate l’ascensore, mentre aspetta lo sblocco del sistema digitale; viene subito licenziato per “poco autocontrollo”. Horacio dice che il problema “era proprio il contrario: ci stavamo controllando troppo”. La fanzine riporta estratti delle interviste a molti dipendenti per ricostruire l’orrore che Meta aveva infilato nelle loro vite. Un lavoratore colombiano si era suicidato, distrutto dalle immagini che aveva dovuto visionare. Quasi nessuno riusciva a parlare del suo lavoro. Molti avevano rotto con i partner. Uno si ubriacava dalla fine del turno fino all’inizio del turno successivo. Una donna rifiutava il contatto con il figlio piccolo, allo stesso tempo era terrorizzata per lui. La sequenza di stupri, pedofilia e violenze impresse nelle loro menti, la coscienza del fatto che non erano un film, non poteva lasciare indifferenti dei corpi umani. E poi c’erano i manuali su cosa tecnicamente andava considerato un cadavere; i protocolli per fare eccezione ai contenuti nazisti se provenivano dall’Ucraina; la sensazione che tutto quell’orrore non venisse mai realmente cancellato, solo tolto dalla circolazione e immagazzinato altrove, per essere poi usato chissà come. Gli stessi dati delle lavoratrici e dei lavoratori, i loro registri, commenti, scambi di opinioni sul lavoro, sono sicuramente custoditi da qualche parte, anche dopo la chiusura, pronti ad essere utilizzati per estrarne nuovi profitti. “In internet tutto è eterno”, scrive Horacio. Solo qualche settimana dopo la fanzine è uscita la notizia che Meta usa i dati dei lavoratori per addestrare l’AI che li licenzierà. All’improvviso, lo scorso aprile, l’impresa ha chiuso. Era il giorno in cui Trump annunciò i dazi a mezzo pianeta, il cosiddetto Liberation day. I lavoratori hanno avuto pochi minuti per riprendere le loro cose dagli armadietti, alcuni non sono neanche riusciti a farlo. Già da qualche mese erano in cassa integrazione per presunti “problemi finanziari” dell’azienda (problemi finanziari, Facebook?). Lo stato spagnolo aveva dovuto pagare prima un expediente temporal de regulación de empresa – una misura pensata per il Covid-19, ma molti anni dopo la pandemia; e poi un expediente definitivo, tutti soldi dei contribuenti per coprire i presunti problemi finanziari di Zuckerberg. Nessuno credeva che il governo socialista avrebbe accettato; e invece ha accettato. Poi il sistema sanitario pubblico catalano ha dovuto curare, o almeno provare a curare, le centinaia di persone lasciate da sole con i loro incubi. Fortunatamente quattrocento ex dipendenti hanno intentato una causa all’azienda per danni psicologici: “Ride bene chi ride ultimo” è la frase che conclude la fanzine. La questione non è certo idealizzare il passato industriale. Le fabbriche di Poblenou erano già chiuse a fine anni Novanta, alcune occupate da punk o gitani, altre diventate locali notturni mitologici come il Razzmatazz. Ma per tante persone il quartiere era uno spazio familiare, o un luogo di lavoro, ancora nei primi anni Duemila. C’erano vicoli pieni di case dove ora ci sono le sedi delle mega-multinazionali informatiche. Nei laboratori industriali di Can Ricart, dove ora c’è il Parc Central di Jean Nouvel, c’erano tornitori che producevano componenti metalliche per la Seat; altri che avevano lavorato alle macrostrutture delle Olimpiadi del 1992; c’era anche un grande laboratorio di candele artigianali con quaranta dipendenti, che chiuse per sempre con la riqualificazione tecnologica. Il comune le considerava “imprese rumorose e inquinanti”, e ne promosse la chiusura o la delocalizzazione. Le aziende di oggi sono sicuramente più silenziose, ma infinitamente più inquinanti. Oltre a Meta e ai suoi abissi di perversione, a Poblenou c’è la sede di Indra, una delle imprese militari più importanti della Spagna; ci sono Unmanned Life e Dronelab, che producono droni; non è lontano anche Airbus Intelligence, partner di guerra di Israele e di Palantir. Siamo molto oltre la gentrificazione. Per quanto siano belli i parchi e le piazze, per quanto gli architetti apprezzino i nuovi edifici, la città è stata consegnata a un’ombra, i cui danni non sono neanche più esternalizzati altrove.
May 19, 2026
il Rovescio
Le collaborazioni made in Italy con il genocidio
Riprendiamo da https://altreconomia.it/un-rapporto-indaga-il-legame-tra-le-imprese-italiane-e-il-comparto-militare-di-israele/?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=NL9526ANS UN RAPPORTO INDAGA IL LEGAME TRA LE IMPRESE ITALIANE E IL COMPARTO MILITARE DI ISRAELE di Linda Maggiori — 6 Maggio 2026 Il dossier “Made in Italy, delivered to Israel” curato da una rete di organizzazioni esamina le esportazioni di materiali d’armamento, dual use e carburanti prodotti in Italia verso Tel Aviv tra l’ottobre 2023 e la fine del 2025. Inclusi strumenti elettronici e per la sorveglianza. Censiti oltre 430 invii ma è solo la punta dell’iceberg. Quali sono le aziende coinvolte e come (non) ha risposto l’Unità per le autorizzazioni dei materiali di armamento alle nostre domande Una fitta rete di rapporti commerciali lega piccole e medie imprese italiane al comparto militare israeliano, soprattutto nel settore della cybersecurity e della sorveglianza. È uno degli aspetti che emerge dal rapporto “Made in Italy, delivered to Israel” di marzo 2026 curato da Palestinian youth movement, Giovani palestinesi d’Italia, People embargo for Palestine, Weapon watch, European legal support center. Nel report sono stati ricostruiti oltre 430 invii di armamenti, beni dual use e carburanti “Made in Italy” diretti al settore militare israeliano dall’ottobre 2023 alla fine del 2025. Il tutto grazie alla visione di alcuni registri di carico che sono soltanto la punta dell’iceberg. Strumenti e componenti sono transitati da porti e aeroporti (in particolare dai porti di Ravenna, Venezia, Genova, e dagli aeroporti di Fiumicino e Malpensa), senza essere bloccati né sottoposti ad ispezione, nonostante la destinazione militare. Dopo la pubblicazione del dossier, Altreconomia ha contattato le aziende citate e l’Unità per le autorizzazioni dei materiali di armamento (Uama) presso il ministero degli Esteri. Uama non ha esplicitato nei dettagli le autorizzazioni concesse alle aziende ma ha ribadito che “nessuna azienda ha ottenuto nuove autorizzazioni per esportazioni di armamenti verso Israele dall’ottobre 2023”. Ciò che era stato autorizzato in precedenza però non è stato fermato, “in mancanza di un embargo o di una misura restrittiva unionale” (come quelle adottate per la Russia, ndr). La maggior parte delle aziende citate nel dossier (22 su 29 secondo i dati di Weapon watch) non sono iscritte al Registro nazionale delle imprese (Rni). Tra quelle che invece risultano iscritte troviamo Leonardo (con oltre 150 trasferimenti di armi e componenti a Israele), Telespazio, Elettronica, Eligio Re Fraschini, Glenair, Secondo Mona, Almaviva. Il resto delle aziende non è soggetto ai controlli previsti ai sensi della legge 185/90 e non può esportare armi ma può vendere prodotti dual use (a uso civile e militare). “Per quanto riguarda il materiale duale -spiega ad Altreconomia l’ufficio Uama- le istanze di autorizzazione sono state valutate caso per caso in aderenza alla vigente normativa unionale e nazionale e comunque nell’ottica di non consentire esportazioni che, sulla base della natura tecnica dei beni, degli usi finali dichiarati e del settore di attività degli utilizzatori finali, potessero far presagire un qualsivoglia sostegno o un rafforzamento delle capacità militari offensive delle Forze amate israeliane. Se un’azienda vuole esportare beni ‘listati’ cioè elencati nell’Allegato I del Regolamento dual use Ue 2021/821, a prescindere dalla destinazione d’uso (militare o civile) deve inoltrare richiesta a questo ufficio tramite il portale digitale ‘eLicensing’ che poi valuta. In alcuni casi, in presenza di informazioni, provenienti da altri soggetti istituzionali o dalle aziende esportatrici stesse, che adombravano il possibile utilizzo di beni duali non listati a scopi militari offensivi, Uama ha provveduto a sottoporre a obbligo autorizzativo anche esportazioni verso Israele di tali beni, attraverso lo strumento della clausola onnicomprensiva mirata (la cosiddetta Clausola ‘catch all’)”. Secondo il Regolamento europeo, la clausola “catch all” si applica nei casi di beni “non listati” destinati a usi e applicazioni militari in Paesi sottoposti a embargo e non (art 4.2; art 8.2), ad attrezzature per sorveglianza informatica con probabili usi repressivi (art 5,2), ad armi nucleari, chimiche o biologiche (art 6,2). Le pene per le aziende che non comunicano il “sospetto” di uso militare sono significative: fino a sei anni e una multa da 250mila euro in su. È però evidente un limite: tutta questa procedura funziona solo se l’azienda opera con due diligence e “denuncia” la sua esportazione come “sospetta”, con il rischio di vedersi negata l’esportazione e perdere un cliente. Senza efficaci e capillari controlli da parte delle dogane questa procedura resta lettera morta. Che molte aziende abbiano ignorato la procedura è evidente anche a Uama, tanto che pochi giorni dopo l’uscita del report e dopo la nostra richiesta di chiarimenti, il 2 aprile 2026 l’ufficio del ministero degli Affari esteri ha emanato un “comunicato tecnico” destinato a tutti gli “operatori economici” per ribadire la procedura: “Si ricorda l’obbligo di informare senza indugio questa Autorità laddove sussistano motivi per sospettare che prodotti a duplice uso o prodotti di sorveglianza informatica non listati possono essere destinati, in tutto o in parte, a usi militari. Alla luce di tale obbligo, si ricorda agli operatori che -qualora ravvisino profili di rischio- dovranno sollecitamente trasmettere a questa Autorità un’informativa completa di tutti i relativi elementi, con riferimento alla natura dell’operazione, al prodotto interessato e ai partner commerciali (destinatari e utilizzatori finali). Sulla base di tali elementi, questa Autorità avvierà la procedura e comunicherà immediatamente all’operatore se l’esportazione in oggetto è subordinata a procedimento di autorizzazione”. A differenza degli armamenti, sulle esportazioni e sulle importazioni dei beni duali non c’è alcuna trasparenza, non vengono riportate nelle relazioni ministeriali redatte ogni anno ai sensi della legge 185/90 e non ci sono registri pubblici che ne tengano traccia. Non sappiamo, quindi, se le aziende citate nel dossier abbiano richiesto e ottenuto le autorizzazioni. Alle nostre domande solo tre aziende hanno risposto: Snap on Tools, Fireco e Glenair. Snap on Tools, azienda di Cinisello Balsamo (MI), fornisce utensili per la manutenzione al settore civile e militare, e ha vari appalti anche con il ministero della Difesa italiano. L’azienda ci ha confermato di aver inviato “carrelli porta attrezzi corredati di attrezzi” alla Elbit system, una delle più grandi aziende israeliane di armamenti, che fornisce l’esercito israeliano nei settori più vari: aerospaziale, terrestre, navale, cyber, intelligence (Istar) e guerra elettronica. I suoi ricavi sono in continua crescita, arrivando a 7,94 miliardi di dollari nel 2025. Snap on Tools però sottolinea che “i carrelli porta attrezzi e gli utensili esportati non sono considerati materiali di armamento”. La Fireco, azienda di Gussago, nel bresciano, specializzata in colonne telescopiche (tubi in alluminio che si estendono verso l’alto), secondo il dossier avrebbe effettuato un invio di materiale non meglio precisato alla Elbit systems, divisione intelligence e sorveglianza (Elisra). Interpellata da Altreconomia, l’azienda non ha negato l’invio ma ha sottolineato l’assoluta correttezza dell’operazione, che si è svolta nel “pieno rispetto delle procedure autorizzative”. Inoltre, ha precisato di “non essere a conoscenza della destinazione d’uso del prodotto” e ha ribadito “la totale estraneità rispetto a qualunque contesto o impiego bellico dei propri prodotti e si dissocia da ogni forma di conflitto armato”. Eppure, una brochure ufficiale con logo Fireco, fino a metà aprile online, pubblicizzava “un’ampia gamma di alberi telescopici per applicazioni militari: antenne elevabili, radar mobili, dispositivi di monitoraggio, sistemi di sorveglianza e apparecchiature videosorveglianza”. In questa brochure, il cui link è stato cancellato pochi giorni dopo la nostra richiesta di spiegazioni, l’utilizzo militare è ben evidente e si specifica anche la destinazione dei sistemi: Belgio, Francia, Germania, Italia, Lussemburgo, Polonia, Russia, Spagna, Paesi Bassi, Regno Unito, Stati Uniti e proprio Israele. Nel sito della succursale francese del gruppo Fireco, una brochure simile è ancora online, e mostra l’utilizzo militare degli alberi telescopici. L’azienda ha avvisato Altreconomia che “eventuali associazioni indebite della nostra azienda a contesti di esportazione di materiale bellico saranno oggetto di opportune valutazioni”. Altra società citata nel dossier è la Glenair Italia Spa, succursale della omonima multinazionale statunitense con sede a Granarolo Emilia (BO). Iscritta al Registro nazionale delle imprese che esportano armi secondo le relazioni ministeriali degli ultimi anni ha inviato varie spedizioni di connettori elettrici per missili e altri strumenti bellici a vari Paesi nel mondo. Secondo il dossier, da Granarolo Emilia sarebbero partite varie spedizioni di “connettori elettrici” verso Elbit systems land Ltd, e verso Elbit cyclone dal novembre 2023 al luglio 2025. L’azienda, contattata da Altreconomia riconosce di aver effettuato spedizioni verso Israele, sottolineando però che “sono state tutte fatte seguendo le normative e gli accordi imposti dal nostro governo”. Visionando le relazioni ministeriali degli anni passati figurano pagamenti da vari Paesi (Germania, Brasile, Regno Unito, Repubblica Ceca, Grecia, Svezia) ma mai da Israele. Resta quindi da capire se queste esportazioni verso Elbit siano state autorizzate da Uama prima dell’ottobre 2023 o abbiano seguito la via degli accordi bilaterali tra Italia e Israele che non fanno rilevare le forniture nelle relazioni ministeriali. Glenair ha aperto una succursale anche in Israele, che fornisce cablaggi, connettori di grado militare e dispositivi per intelligence e spionaggio all’esercito israeliano. TS2 Engineering Srl, azienda di elettronica di Orvieto (TR), secondo il dossier avrebbe inviato circuiti elettronici e amplificatori di potenza alla Elbit system-Elisra. Il gruppo umbro non fa mistero dello stretto e continuativo rapporto con partner israeliani. Nel loro sito compaiono i loghi di Elbit, Tel Aviv University, Soreq nuclear research center (centro di studi nucleari situato vicino a Yavne), IsraTek (produce componenti elettroniche per usi militari), Liat electronics Ltd, (specializzata in apparecchiature elettroniche militari e fornitore di di Rafael, Elbit e Iai). Tra i partner elencati c’è anche l’indiana Alpha design technologies limited (gruppo Adani), che ha costituito joint venture con Elbit e l’italiana Support logistic service che secondo le relazioni ministeriali ha importato tecnologia militare da Israele. Contattata da Altreconomia, l’azienda non ha commentato. Altra azienda di cybersecurity citata nel dossier è Tattile Srl di Mairano (BS), specializzata nel riconoscimento automatico delle targhe e nella gestione intelligente del traffico. Avrebbe inviato dal giugno 2024 al settembre 2025 strumenti di misurazione ottica, tra cui luci infrarossi, alla Magalcom Ltd, in Israele, che a sua volta fornisce servizi di sicurezza, sistemi di protezione perimetrale e sorveglianza al sistema penitenziario e all’esercito israeliano. Dal 2022 Tattile ha inoltre stretto una partnership tecnologica con Hailo, altra azienda israeliana leader nello sviluppo di chip per l’intelligenza artificiale. I processori israeliani AI Hailo vengono usati nelle telecamere Tattile “per potenziare la nuova generazione di telecamere intelligenti” delle “smart cities” in Italia. In Israele però i chip di Hailo vengono usati nelle telecamere per la difesa dei “perimetri”, dei confini e dei muri, e implementati da Elbit Systems nei droni di sorveglianza, inseguimento e targeting, con software di riconoscimento facciale e biometrico. Interpellata più volte, non ha risposto. Anche la Cyberdife di Roma, azienda che produce sistemi di comunicazione avanzata e vende droni per la sorveglianza, secondo il dossier avrebbe spedito “antenne” e “unità radio” con software “Enforce air 2” alla D-Fend Solutions, azienda israeliana fornitore dell’esercito israeliano. Neppure questa azienda ha risposto alle nostre domande, né ha spiegato come ha ottenuto le autorizzazioni all’export del dual use. “È sempre più evidente che è necessario un embargo totale, che si estenda anche a tutti i prodotti dual use e all’import”, spiega Giovanni Fassina, direttore di European legal support Ccnter, organizzazione di giuristi e avvocati indipendenti con sede ad Amsterdam che sostiene legalmente il movimento di solidarietà con la Palestina in Europa. “Vanno cancellate tutte le autorizzazioni di esportazione già avviate e gli accordi di assistenza tecnica attivi. Inoltre, va imposto lo stop al rifornimento di greggio e l’istituzione di un controllo trasparente sul transito”.
May 12, 2026
il Rovescio
“Made in Italy per l’industria del genocidio”. Dossier dei Giovani Palestinesi in Italia
Segnaliamo che questo importante strumento di lotta, che ricostruisce puntualmente i rapporti mai interrotti dello Stato italiano con Israele in ambito militare (e non solo), è scaricabile a questo indirizzo: https://sabotiamolaguerra.noblogs.org/post/2026/04/16/presentazione-del-dossier-made-in-italy-per-lindustria-del-genocidio-esportazioni-militari-ed-energetiche-per-israele-viterbo-12-04-2026/
April 21, 2026
il Rovescio
La “Dottrina Gaza” applicata in Iran e in Libano
Segnaliamo questo importante articolo uscito sulla “New York Review of Books” e tradotto dal “manifesto”. Al di là delle geremiadi sul Diritto internazionale, quello che ne emerge non lascia dubbi sul fatto che senza la disfatta di “Furia Epica” e “Leone ruggente” – quando il delirio di onnipotenza non è solo negli atti, ma anche nelle parole… – la Dottrina Gaza lascerà alle masse oppresse dell’Asia Occidentale un’unica alternativa: o la servitù o l’annientamento. Ricordiamoci che tutto questo avviene con l’appoggio delle basi militari in Italia (Aviano, Livorno-Pisa, Gaeta, Napoli, Sigonella: la brigata USA aerotrasportata di Vicenza è già in “preallerta” per l’invio di truppe nel Golfo). Dottrina Gaza, colpire la sanità per svuotare la terra di Neve Gordon Arma infame In Libano e in Iran. Israele e Usa adottano la strategia della Striscia: raid su ospedali, ambulanze e soccorritori per distruggere le società. Interrogati su questi attacchi, Washington e Tel Aviv attingono al «manuale Gaza»: la colpa è del nemico che si nasconde nelle cliniche. Accuse mai provate Venerdì 13 marzo, a quasi due settimane dall’inizio del fronte libanese dell’«Operazione Leone Ruggente», le forze israeliane hanno bombardato Burj Qalaouiyah, un villaggio nel sud del paese. L’attacco ha distrutto un centro sanitario, uccidendo dodici medici, paramedici, infermieri e pazienti; il New York Times ha riferito che «solo un operatore gravemente ferito è sopravvissuto». Tra le vittime, secondo il reportage della giornalista Lylla Younes per Drop Site, c’era un paramedico che lo scorso autunno aveva parlato a una cerimonia commemorativa per diversi colleghi uccisi da un attacco aereo israeliano durante la precedente guerra in Libano. «Anche se venissimo uccisi uno a uno – avrebbe detto allora – non abbandoneremo il nostro dovere». LA GUERRA ILLEGALE di Stati uniti e Israele contro l’Iran, lanciata nelle fasi finali dei negoziati per rinnovare l’accordo sul nucleare, si è rapidamente estesa al Libano. Hezbollah è entrato in campo il secondo giorno, dopo che un attacco statunitense-israeliano ha ucciso Ali Khamenei a Teheran. Israele ha condotto attacchi aerei quasi quotidiani in Libano nei quindici mesi trascorsi da quando i due paesi hanno firmato una tregua, uccidendo più di trecento persone, ma dal 2 marzo i suoi aerei da combattimento hanno bombardato senza sosta il sud del Libano, Beirut e altre città; recentemente ha lanciato un’incursione terrestre nel sud. Mentre in Iran gli Stati uniti e Israele operano fianco a fianco, in Libano Israele ha preso l’iniziativa, con gli Stati uniti che forniscono armi e altro supporto. Il bilancio delle vittime è stato pesante su entrambi i fronti. In meno di due settimane, oltre quattro milioni di civili sono stati sfollati nei due Paesi: fino a 3,2 milioni in Iran e più di un milione in Libano, dove Israele ha ormai emesso ordini di evacuazione che interessano il 14% del territorio nazionale. Il bilancio totale delle vittime è già nell’ordine delle migliaia, con oltre ventimila feriti. Giovedì, secondo una dichiarazione delle Nazioni unite basata sulle statistiche della Mezzaluna rossa iraniana, solo in Iran più di 65mila siti civili hanno subito danni. Tra questi c’è un numero preoccupante di centri medici. La Mezzaluna rossa riferisce che gli attacchi statunitensi-israeliani hanno finora danneggiato 236 strutture sanitarie. All’11 marzo l’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms) aveva verificato diciotto di questi attacchi, segnalando che da soli hanno causato la morte di otto operatori sanitari. Il secondo giorno di guerra, i bombardamenti aerei hanno causato danni significativi all’ospedale Gandhi di Teheran, dove filmati e foto hanno mostrato la facciata dell’edificio sfondata e disseminata di detriti, nonché attrezzature rotte e vetri in frantumi all’interno dei reparti. Il capo del consiglio medico iraniano, Mohammad Raeiszadeh, ha rivelato sui media statali che l’attacco ha reso inutilizzabile il reparto di fecondazione in vitro dell’ospedale; testimoni hanno riferito alla rete televisiva statale Al-Alam che i neonati e altri pazienti hanno dovuto essere evacuati. In Libano, le infrastrutture sanitarie sembrano essere oggetto di attacchi ancora più diretti. IL MINISTERO DELLA SALUTE ha documentato almeno 128 attacchi israeliani contro strutture sanitarie e ambulanze nel sud, per lo più affiliate all’Associazione sanitaria islamica (Iha) della regione, che hanno causato la morte di quaranta operatori sanitari e il ferimento di oltre un centinaio. All’11 marzo, prima dell’attacco al centro medico di Burj Qalaouiyah, l’Oms aveva già confermato venticinque di questi attacchi; altri quarantanove centri di assistenza sanitaria di base e cinque ospedali avevano dovuto chiudere, ha osservato, «a seguito degli ordini di evacuazione emessi dall’esercito israeliano». Il risultato è che i servizi si sono ridotti proprio mentre il bisogno di cure mediche si intensifica. Gli attacchi alla sanità sembrano pensati per incoraggiare lo sfollamento di massa: in un’intervista al Guardian, un operatore di emergenza dell’Iha li ha definiti parte di una campagna «per impedire la vita nella nostra regione e spingere le persone a fuggire». Dall’inizio delle operazioni Roaring Lion ed Epic Fury, i critici hanno accusato Israele di estendere la sua «dottrina di Gaza» – una combinazione di sfollamento di massa, uccisioni di massa e distruzione di massa delle infrastrutture civili – ad altre parti del Medio Oriente. (In un certo senso si tratta di un ritorno alla «dottrina Dahiyeh», dal nome del quartiere nella periferia sud di Beirut che l’esercito israeliano ha martellato senza pietà durante la guerra del Libano del 2006. Solo che a Gaza la distruzione non si è limitata a un’area specifica e alle persone che vi abitavano, ma è diventata il modus operandi dell’esercito in tutto il territorio). Israele, che sia una sorpresa o meno, ha fatto propria l’accusa, lanciando volantini su Beirut per ricordare agli abitanti della città il «grande successo a Gaza» dell’esercito israeliano. Una delle caratteristiche più evidenti della dottrina di Gaza – e della guerra contemporanea più in generale – è trasformare in obiettivi strutture mediche salvavita come ospedali, cliniche e ambulanze: è stato proprio lo «smantellamento deliberato e sistematico dei sistemi sanitari e di supporto vitale di Gaza» che Physicians for Human Rights Israel (Phri) ha citato per sostenere che la condotta dell’esercito israeliano nella Striscia rispondeva alla definizione giuridica di genocidio. Le notizie che giungono dall’Iran e dal Libano sollevano la prospettiva profondamente preoccupante che Israele speri di replicare quel «successo» all’estero. * Le Convenzioni di Ginevra del 1949 e i Protocolli aggiuntivi del 1977 garantiscono alle unità mediche una «protezione specifica» oltre alle «protezioni generali» concesse alle strutture civili durante la guerra. In base a questi vincoli, le parti belligeranti non possono attaccare le unità mediche a meno che queste non «commettano, al di fuori della loro funzione umanitaria, atti dannosi per il nemico». Ma anche quando le unità mediche commettono tali atti, le protezioni specifiche obbligano le parti in guerra a soppesare il vantaggio che si aspettano di trarre da un attacco rispetto al danno che potrebbe causare, a emettere un avvertimento e a concedere tempo sufficiente per l’evacuazione. Sotto ogni punto di vista, l’assalto di Israele al sistema sanitario di Gaza ha violato questi principi innumerevoli volte. NESSUNO dei trentasei ospedali della Striscia è stato risparmiato. Molti sono stati sottoposti a un assedio prolungato, spesso mentre ospitavano grandi folle di sfollati, prima di essere saccheggiati e smantellati. Nel marzo 2024, come documentato dal Phri, migliaia di pazienti, membri del personale e sfollati all’ospedale al-Shifa – il più grande di Gaza – hanno subito due settimane di attacchi «senza cibo, acqua, elettricità o assistenza medica». Quando le forze israeliane si sono ritirate, «l’ospedale era completamente in rovina» e almeno ottanta corpi – forse centinaia – giacevano sepolti nei dintorni in fosse comuni. Tra ottobre e dicembre 2024, mentre l’esercito israeliano attuava il «piano dei generali» a Gaza Nord, l’ospedale Kamal Adwan ha resistito a «più di ottanta giorni di assedio, bombardamenti e ostruzione sistematica dell’accesso umanitario», secondo le parole del Phri, prima che un raid lo rendesse «completamente inoperativo». In uno schema che Israele sembra ora ripetere in Libano, questi attacchi hanno agito da motore di sfollamenti di massa. In una recente conferenza alla Queen Mary University di Londra, Guy Shalev, direttore del Phri, ha sottolineato che l’assalto israeliano al Kamal Adwan era direttamente legato agli sforzi dell’esercito di spingere la popolazione palestinese verso sud. Quando l’ultima ancora di salvezza viene distrutta e «le persone non hanno un centro medico in grado di curare i propri familiari – ha spiegato – se ne vanno». Il danno generato da questi attacchi ha ripercussioni di ampia portata. Da marzo 2025, quando Israele ha demolito l’Ospedale dell’Amicizia Turco-Palestinese, l’unico centro oncologico di Gaza, i 10mila pazienti che la struttura curava ogni anno non hanno più avuto alcun posto dove andare. «Avere il cancro a Gaza significa morte, e prima della morte significa tanta sofferenza e dolore», ha dichiarato l’oncologo palestinese Sobhi Skaik a The Lancet Oncology. DATO CHE OGNI ANNO a Gaza vengono diagnosticati altri 2.000-2.500 casi di cancro, la distruzione dell’ospedale causerà senza dubbio migliaia di morti in più nei prossimi anni. Questo tipo di analisi può essere esteso al danno causato dalla distruzione da parte di Israele di cinque delle sette unità di dialisi a Gaza, compreso l’unico centro nefrologico nel nord di Gaza. In una lettera al British Medical Journal nel marzo 2025, il medico di Gaza Abdullah Wajih Kishawi ha riferito che il 44 per cento dei pazienti in dialisi nella Striscia – quasi cinquecento persone – era morto nell’ultimo anno e mezzo, a causa di lesioni dirette o perché non era stato in grado di accedere alla dialisi; poiché il blocco israeliano ha interrotto il flusso di farmaci immunosoppressori, ha ipotizzato, probabilmente sono morti anche molti dei 450 pazienti sottoposti a trapianto di rene a Gaza. I pazienti in dialisi sopravvissuti nell’enclave, come ha scritto lo scorso anno il tirocinante medico di Gaza Amro Hamada, erano bloccati in «un costante equilibrio tra speranza ed esaurimento». In alcuni casi, quando i critici hanno accusato Israele di aver attaccato illegalmente strutture sanitarie e altri siti protetti a Gaza durante i primi due anni dell’offensiva nella Striscia, hanno ricevuto come risposta semplici smentite. Messo alle strette dalla Bbc riguardo all’attacco allora in corso da parte di Israele contro l’ospedale al-Shifa, il presidente israeliano Isaac Herzog ha liquidato le notizie come «propaganda di Hamas», nonostante tutte le prove indicassero il contrario. In altri casi, attingendo a un copione che avevano ampiamente utilizzato sin dalla guerra del 2008-2009 a Gaza, i portavoce politici e militari israeliani hanno accusato Hamas di abusare delle strutture mediche per nascondere al loro interno combattenti o armi. Ciò, dopotutto, invoca l’unica eccezione legale che può annullare sia le protezioni generali che quelle specifiche per queste strutture. Il caso di al-Shifa è istruttivo. Settimane prima che Israele inviasse per la prima volta le truppe nell’ospedale nel novembre 2023, i suoi portavoce hanno iniziato a costruire un caso legale a sostegno di un attacco. «Le accuse erano straordinariamente specifiche», ha osservato un’inchiesta del Washington Post. SECONDO QUANTO riportato dal giornale, Israele sosteneva «che cinque edifici dell’ospedale fossero direttamente coinvolti nelle attività di Hamas; che gli edifici sorgessero sopra tunnel sotterranei usati dai militanti per dirigere attacchi missilistici e comandare i combattenti; e che fosse possibile accedere ai tunnel dall’interno dei reparti ospedalieri». Il portavoce militare, Daniel Hagari, ha insistito sul fatto che disponessero di «prove concrete». In quella conferenza stampa ha presentato un filmato animato in 3D che descriveva l’ospedale come uno scudo per il quartier generale di Hamas, mostrando una serie di tunnel sotterranei sotto la struttura che sarebbero stati utilizzati «per il comando e il controllo delle attività terroristiche». Il Post ha osservato che l’esercito israeliano «ha diffuso diverse serie di foto e video che mostravano presunte prove dell’attività militare di Hamas all’interno e sotto l’ospedale» nel corso della sua prolungata occupazione di al-Shifa, comprese le riprese di Hagari che esplorava un pozzo di accesso a un tunnel nel complesso. L’indagine del giornale ha concluso, tuttavia, sia che «le stanze collegate alla rete di tunnel…non mostravano prove immediate di un uso militare da parte di Hamas», sia che nessuna delle riprese mostrava «che fosse possibile accedere ai tunnel dall’interno dei reparti ospedalieri». Anche se le prove che l’esercito israeliano sosteneva di fornire si fossero rivelate autentiche, sarebbero state ben lontane dal dimostrare che Hamas avesse abusato dell’ospedale per nascondere il suo «centro di comando e controllo» – e, a prescindere da ciò, l’attacco all’ospedale difficilmente avrebbe soddisfatto la soglia di proporzionalità, dati i servizi che al-Shifa forniva alla popolazione. È stato forse l’esempio di più alto profilo di uno schema spesso ripetuto. Tra ottobre 2023 e gennaio 2026 Israele ha attaccato strutture sanitarie 937 volte nella sola Gaza, senza mai riuscire a fornire alcuna prova concreta che fossero utilizzate in modo improprio per «atti dannosi per il nemico». * Le statistiche relative agli attacchi in corso contro i sistemi sanitari dell’Iran e del Libano – secondo quanto riportato dai rispettivi ministeri della sanità – evidenziano una serie di violazioni. Già il 6 marzo il portavoce capo del ministero della sanità iraniano aveva riferito che gli attacchi statunitensi-israeliani avevano messo fuori uso nove ospedali, distrutto più di una dozzina di «centri di pronto soccorso preospedalieri» e danneggiato numerose strutture sanitarie locali e rurali. TRA I CENTRI MEDICI di Teheran che hanno subito danni nei primi giorni di guerra, secondo quanto riportato da Al Jazeera, figuravano l’ospedale Motahari, specializzato nel trattamento delle vittime di ustioni, e «l’edificio principale dei servizi di emergenza medica della provincia» nel centro della città. Ad Ahvaz gli attacchi avrebbero danneggiato un ospedale pediatrico; a Sarab e Hamedan, come ha osservato il direttore dell’Oms, fonti locali hanno riferito che sono stati danneggiati i pronto soccorsi. Lunedì il bilancio delle vittime tra gli operatori sanitari in Libano era salito ad almeno 38. Solo in quella stessa giornata, ha riferito Younes, sei paramedici sono stati uccisi in attacchi separati contro tre diverse ambulanze, una delle quali stava rispondendo a una chiamata dopo che un altro attacco aveva colpito una casa nel villaggio meridionale di Kfar Sir. «Alcuni dei nostri operatori sono stati uccisi nei nostri centri medici, altri mentre erano sul campo, cercando di estrarre le persone dalle macerie», ha detto a Younes un portavoce dell’Associazione sanitaria islamica. Ha aggiunto che «il luogo esatto in cui si erano recati per svolgere il loro lavoro di soccorso è stato nuovamente preso di mira una volta arrivati». Il Guardian riferisce che dal 2 marzo Israele ha effettuato almeno cinque attacchi di questo tipo, denominati «double-tap», in cui un primo attacco è seguito da una pausa durante la quale spesso arrivano i soccorritori, prima che l’area venga nuovamente bombardata. Diversi studiosi di diritto sostengono che questa tattica violi probabilmente l’articolo 3 comune alle Convenzioni di Ginevra del 1949, che vieta di prendere di mira civili, feriti o persone fuori combattimento. Quando sono stati interrogati su questi attacchi contro strutture mediche e altre infrastrutture civili, Israele e Stati uniti hanno ripetutamente attinto alle risposte del «manuale Gaza». Dopo che un attacco ha ucciso 175 persone, per lo più bambini piccoli, in una scuola femminile nel sud dell’Iran il primo giorno di guerra, il presidente Trump ha negato ogni responsabilità, suggerendo ai giornalisti ancora il 7 marzo che si fosse trattato di un missile iraniano andato a vuoto. L’11 marzo il New York Times ha riportato che un’indagine militare in corso aveva raggiunto una conclusione preliminare secondo cui la scuola era stata colpita da un missile Tomahawk statunitense. Il giorno precedente, in una conferenza stampa, il segretario alla difesa statunitense Pete Hegseth aveva accusato l’Iran di «spostare lanciarazzi nei quartieri civili vicino alle scuole, vicino agli ospedali per cercare di impedire la nostra capacità di colpire. È così che operano… Prendono di mira i civili. Noi no». DOPO L’ATTACCO israeliano alla struttura sanitaria di Burj Qalaouiyah, nel frattempo, un portavoce militare israeliano ha affermato su X che i combattenti di Hezbollah stavano utilizzando le ambulanze e la struttura medica per scopi militari. Camuffare un veicolo militare da ambulanza equivarrebbe a un inganno medico, un crimine di guerra secondo il diritto internazionale. Hezbollah (non diversamente da Hamas) fornisce effettivamente vari tipi di servizi sociali e sanitari alla popolazione locale, e l’Associazione sanitaria islamica fa effettivamente parte di quella rete di assistenza sociale. Ma secondo il diritto internazionale si tratta di siti civili e il portavoce non ha fornito alcuna prova che le ambulanze o le infrastrutture mediche fossero state utilizzate in modo improprio. Né gli attacchi israeliani si sono limitati alle strutture dell’Iha: il Guardian riferisce che hanno colpito anche «il servizio statale di protezione civile, il servizio sanitario dell’Associazione Scout islamica del movimento Amal, un ente di beneficenza sanitario locale e la Croce rossa libanese». In effetti, come ha osservato Drop Site, per il momento la parte implicata in perfidia medica durante l’attuale guerra è di fatto Israele. Una settimana prima, i paracadutisti israeliani erano entrati nel cimitero di Nabi Chit, una città nella valle della Bekaa, nel nord-est del Libano, nel tentativo di recuperare i resti che potrebbero essere appartenuti a un aviatore israeliano abbattuto e catturato dal gruppo militante Amal quarant’anni fa. Dopo che le forze israeliane hanno ucciso un combattente di Hezbollah, è scoppiato uno scontro a fuoco tra le truppe israeliane, i combattenti di Hezbollah e i residenti locali. Quando le forze israeliane si sono ritirate, secondo il ministero della salute libanese, si contavano almeno quarantuno vittime. Intervistati dai giornalisti della Bbc, del Sydney Morning Herald e del quotidiano arabo londinese Asharq Al-Awsat, residenti hanno raccontato che alcuni soldati israeliani erano giunti sul posto a bordo di un’ambulanza libanese indossando uniformi associate all’Iha. NON SAREBBE stata la prima volta, nella memoria recente, che le forze israeliane si fossero rese responsabili di un atto di perfidia medica: nel dicembre 2024 cinque soldati israeliani avevano usato un’ambulanza per entrare nel campo profughi di Balata, in Cisgiordania, in un raid che aveva ucciso due civili, tra cui una donna ottantenne; meno di un anno prima, assassini israeliani travestiti da donne musulmane e da medici avevano fatto irruzione in un ospedale di Jenin e giustiziato tre palestinesi fuori combattimento. Negare accuse ben fondate di crimini e accusare i nemici di tali crimini senza prove serie: questi sono i preludi al passo ancora più radicale di rifiutare del tutto il diritto internazionale. Forse lo sviluppo più scioccante nella guerra attuale è che Israele e Stati uniti non si sono nemmeno preoccupati di giustificare i bombardamenti delle infrastrutture civili. «Nessuna tregua, nessuna pietà», ha detto Hegseth in una conferenza stampa il 13 marzo, facendo eco alla famigerata affermazione del presidente Trump, a seguito del rapimento illegale del presidente venezuelano Nicolás Maduro, secondo cui «non ho bisogno del diritto internazionale». Riferendosi agli attacchi di Israele contro l’Iran e il Libano, Benjamin Netanyahu ha affermato il 12 marzo che «il drastico cambiamento nel nostro potere rispetto a quello dei nostri nemici è la chiave per garantire la nostra esistenza. Le minacce vanno e vengono, ma quando diventiamo una potenza regionale, e in certi campi una potenza globale, abbiamo la forza di allontanare i pericoli da noi e garantire il nostro futuro». I termini «legge» e «ordine giuridico» non sono stati menzionati nemmeno una volta. QUESTE SONO le parole di uomini ubriachi del proprio potere. La dottrina Gaza è un riflesso diretto di questa ebbrezza, e la distruzione totale delle strutture sanitarie è solo una delle sue manifestazioni, che ora si possono vedere in tutto il mondo. La Safeguarding Health in Conflict Coalition, un gruppo di oltre trenta organizzazioni che lavorano per proteggere gli operatori sanitari, i servizi e le infrastrutture, ha documentato una media di dieci attacchi al giorno contro unità mediche nel corso del 2024, un aumento di nove volte rispetto al 2016, anno in cui il Consiglio di Sicurezza Onu ha adottato una risoluzione che «condannava fermamente gli attacchi contro le strutture mediche e il personale in situazioni di conflitto». A determinare questo aumento non sono state solo le guerre di Israele nei territori palestinesi occupati e in Libano, ma anche quelle in Sudan, Ucraina e Myanmar. Mentre l’attuale guerra erode ulteriormente l’ordine internazionale del dopoguerra, dovremmo chiederci quali nuovi strumenti possiamo sviluppare per proteggere il mondo da uomini per i quali solo la forza fa la ragione. Questo articolo è apparso originariamente su The New York Review of Books (da “il manifesto”, 25 marzo 2026)
March 27, 2026
il Rovescio