Sull’orlo del baratro. Guerra totale alla Russia e formazione di un complesso scientifico-militare-industriale euro-ucraino
Avanti tutta… verso la guerra. Se uno scontro diretto con la Russia sarebbe
semplicemente una catastrofe per l’Europa, è esattamente in questa direzione che
stanno spingendo le élite europee e soprattutto tedesche. Le più intente, queste
ultime, a ristrutturare la loro produzione industriale (in particolare il
settore dell’automotive) in senso bellico per non essere travolte da una crisi
economica sempre più incombente e minacciosa, e da una crisi politica che
potrebbe davvero mandare tutti a casa. Per questo ci sembra il caso di proporre
questa raccolta di contributi che – al di là delle posizioni politiche di chi ha
scritto questo o quell’articolo – aiutano a fare il punto sulla situazione reale
(tra crescenti provocazioni alla Russia, con attacchi «in profondità» che
colpiscono sempre più spesso la popolazione civile, esercitazioni militari nelle
stesse metropoli occidentali e rilancio della nuclearizzazione). Non si tratta
di provare più o meno simpatia per “l’Orso russo” o per il Cremlino, né di
abboccare alle fiabe sul “multipolarismo”, ma di ricordare la semplice verità
enunciata in modo cristallino da Simone Weil: la guerra dello Stato, prima
ancora che contro i propri rivali, è rivolta contro la propria stessa
popolazione: già stretta, alle nostre latitudini, tra l’economia di guerra e la
minaccia della trincea, e ormai in fondo al tritacarne sociale in Ucraina. De
nobis fabula narratur.
UCRAINA: COME CAMBIA IL CONFLITTO, TRA DRONI, UE E RISCHIO NATO
di Michele Manfrin
Il conflitto in Ucraina sta attraversando una fase di profonda mutazione tattica
e geopolitica, in cui i primi, inediti segnali di apertura diplomatica si
scontrano con una preoccupante escalation militare ed economica. Se da un lato
il Cremlino accenna per la prima volta a un possibile dialogo diretto con la
leadership di Kiev, forte di una posizione di vantaggio sul terreno, dall’altro
la realtà sul campo racconta una storia di logoramento asimmetrico e espansione
del conflitto. Tra la massiccia campagna ucraina di droni in territorio russo,
la risposta missilistica di Mosca e la progressiva integrazione industriale tra
l’Unione Europea e Kiev, i confini dello scontro si stanno allargando
pericolosamente, portando l’ombra della guerra ai margini dello spazio NATO.
L’APERTURA DI PUTIN A ZELENSKY
Il 9 maggio, durante il discorso tenuto in occasione delle celebrazioni per
la Giornata della Vittoria sul nazismo, Vladimir Putin ha dichiarato che la
guerra in Ucraina è vicina alla sua conclusione. In seguito alla cerimonia,
tenutasi in “versione ridotta” a causa della minaccia ucraina dei droni, per la
prima volta dall’inizio delle operazioni militari su larga scala, il presidente
russo ha rotto il tabù del riconoscimento dell’interlocutore, dichiarandosi
disposto a intavolare un dialogo diretto con Volodymyr Zelensky. Putin ha però
voluto specificare che questo dovrebbe avvenire una volta che le trattative
siano ben avviate. E al momento non sembrano esserci grossi margini, dal momento
che gli interessi e le volontà non coincidono e non sembrano avere possibilità
di convergenza.
Non si può in ogni caso non notare un netto mutamento di postura rispetto alla
rigida linea precedente, che vedeva Mosca rifiutare qualsiasi legame diplomatico
con l’attuale leadership di Kiev, considerata un “regime illegittimo” e,
oltretutto, una semplice pedina nello scontro con la NATO. Per questo infatti,
il dialogo si svolge tra Mosca e Washington e non con altri. Dialogo che,
nonostante tutti i proclami e gli annunci di Trump, non ha portato ancora a
niente di concreto.
La disponibilità russa al dialogo rispecchia la posizione di forza sul campo di
battaglia ucraino, dove l’esercito mantiene il quasi totale controllo di quattro
regioni (Donetsk, Luhansk, Zaporizhzhia e Kherson), formalmente unitesi alla
Federazione Russa dopo i referendum svolti nel settembre 2022. L’invito al
tavolo delle trattative, dunque, si configura come un tentativo di capitalizzare
i successi prima che nuove variabili industriali e tecnologiche possano
modificare i rapporti di forza.
I DRONI E-UCRAINI METTONO PRESSIONE ALLA RUSSIA
Negli ultimi mesi l’Ucraina ha intensificato sistematicamente i raid sul
territorio sovrano della Federazione Russa. Non si tratta più di azioni isolate
dal valore puramente simbolico, ma di una campagna coordinata di guerra
asimmetrica che mira a colpire infrastrutture energetiche, depositi di
carburante e nodi logistici vitali posizionati anche a diverse centinaia di
chilometri dal fronte. La modalità è quella della saturazione, un approccio che
abbiamo visto funzionare nel teatro mediorientale. Centinaia di piccoli droni
che in massa invadono lo spazio aereo, mettendo in crisi le difese aeree
nemiche, le quali non riescono a neutralizzare tutte le minacce. Il risultato:
alcuni di questi droni passano lo scudo difensivo e vanno a bersaglio.
Secondo quanto riportato da ABC News, così come da altre testate o think
tank (come lo statunitense Institute for the Study of War), gli attacchi ucraini
con droni stanno diventando sempre più sistemici e di portata considerevole. Nel
mese di marzo, per la prima volta dall’inizio del conflitto su vasta scala nel
2022, l’Ucraina ha lanciato più attacchi con droni che la Russia: il ministero
della Difesa russo ha dichiarato di aver abbattuto 7.500 droni solo a marzo. Il
picco più alto dall’inizio della guerra era stato dicembre 2025 con 4.300
abbattimenti. Nel mese di maggio appena concluso, i numeri sono aumentati
ancora. Sono infatti quasi 9.000 i droni che il sistema di difesa russo ha
intercettato sul proprio territorio nel solo mese di maggio, con diversi droni
che hanno bucato le difese e colpito a terra.
I danni inflitti alla Russia sono in aumento, non solo nelle regioni limitrofe
ma in vari Stati della Federazione, anche migliaia di chilometri in profondità.
I più bersagliati sono i terminal petroliferi ma ci sono anche basi e strutture
militari, così come attacchi ai civili come quelli recenti al collegio di
Starobilsk e al bus di linea Mosca-Sinferopoli, che hanno provocato la morte di
numerose pesone, soprattutto ragazzini. Mosca ha immediatamente denunciato
l’evento come un atto terroristico mirato contro la popolazione civile.
Questo tipo di penetrazione profonda sta producendo effetti politici in Russia,
incrinando la percezione di assoluta sicurezza che la presidenza ha sempre
cercato di garantire ai propri cittadini. Il dibattito interno si è inasprito,
evidenziando una spaccatura tra due correnti: l’ala pragmatica e diplomatica,
favorevole a sfruttare l’attuale vantaggio sul campo per congelare il conflitto
attraverso un accordo che sancisca però il controllo russo sulle regioni
occupate; i falchi e i blogger militari che accusano i vertici di eccessiva
prudenza, chiedendo un’accelerazione definitiva delle operazioni, la distruzione
totale delle infrastrutture critiche ucraine e ventilando apertamente la
necessità di ricorrere all’uso di armi nucleari tattiche come mezzo per arrivare
alla fine delle ostilità con l’Ucraina e come deterrente nei confronti dei Paesi
NATO.
L’ASSE INDUSTRIALE KIEV-UE
Di fronte a un parziale disimpegno finanziario e militare degli Stati Uniti,
guidati dalle logiche trumpiane domestiche e transazionali, l’Unione Europea ha
deciso di non poter più dipendere esclusivamente dalle scorte strategiche dei
singoli Stati membri, ormai ampiamente intaccate, e continuare a far fluire
soldi (300 miliardi di euro fin qui) senza che questo produca qualcosa di
concreto, sia sul fronte militare che nel bilancio.
La svolta strategica consiste nella transizione dall’invio di armi
alla coproduzione industriale direttamente sul suolo ucraino o nelle sue
immediate retrovie. Grandi consorzi della difesa europei hanno avviato joint
venture con società ucraine per la costruzione di impianti destinati alla
riparazione e alla produzione di armamenti, droni compresi. Se questo trend è
già iniziato nel 2023-2024, come evidenziato allora dall’European Union
Insittute for Security Studies, con le prime produzioni occidentali in Ucraina,
adesso la partnership ha assunto una dimensione più vasta. Basta scorrere le
notizie lanciate dal sito del ministero della Difesa ucraino per vedere quanti
accordi sono stati stipulati con società private di Paesi europei. E adesso
anche attraverso modalità differenti dall’approvvigionamento programmato a
livello centrale. Germania (più di tutti), Lituania, Romania, Norvegia, Svezia,
Canada ma anche Stati Uniti, per mezzo dell’ormai onnipresente Palantir, sono
tutti Paesi citati nei soli mesi di aprile e maggio riguardo a partnership e
joint venture nel campo della produzione militare. Se prima l’Ucraina combatteva
la guerra grazie all’utilizzo di fondi e scorte di armamenti dei Paesi NATO,
adesso, oltre al continuo flusso di denaro che mantiene lo Stato ucraino, il
settore privato è entrato a tutti gli effetti in campo. D’altronde rispecchia la
volontà politica europea di riarmo e di una spinta
alla conversione dell’industria automobilistica (in enorme crisi)
alla produzione militare (e non solo per il fronte ucraino).
Il Cremlino considera questo salto di qualità industriale come un coinvolgimento
diretto e formale dei Paesi europei nel conflitto. La dottrina militare russa è
stata aggiornata per includere questi impianti produttivi, e le aziende
occidentali che vi partecipano, nella categoria degli “obiettivi militari
legittimi”, indipendentemente dalla loro collocazione geografica. Questa
dinamica trasforma l’Europa da mero fornitore a vero e proprio attore
industriale della guerra. Il rischio di escalation a guerra diretta tra Russia e
NATO non fa così che aumentare.
LA MASSICCIA RISPOSTA DI MOSCA E LA GUERRA AL CONFINE NATO
La risposta militare del Cremlino alla pressione ucraina e alle stragi di civili
non si è fatta attendere. Le forze aerospaziali russe hanno scatenato l’ondata
di attacchi aerei e missilistici più massiccia e coordinata dallo scorso anno.
Centinaia di droni d’attacco, uniti a missili balistici e da crociera
ipersonici, hanno preso di mira i nodi strategici di Kiev, Odessa, Kharkiv e
Leopoli, paralizzando ciò che restava della rete elettrica ucraina e colpendo i
centri logistici legati alla catena di approvvigionamento occidentale.
Sul piano diplomatico, questa escalation militare è stata accompagnata da canali
di comunicazione formali estremamente tesi. I vertici della diplomazia russa
hanno inviato duri moniti ai propri omologhi statunitensi ed europei, avvertendo
che la tolleranza di Mosca nei confronti degli attacchi in profondità sul
proprio territorio è esaurita. Il messaggio, filtrato attraverso i canali di
intelligence, conteneva l’invito esplicito a evacuare il personale diplomatico e
i consiglieri occidentali dalle aree sensibili di Kiev, preannunciando una
campagna di bombardamenti ancora più pressante sui centri decisionali.
L’aspetto più allarmante di questa ulteriore escalation è l’estensione
geografica, così come in numero, degli incidenti di frontiera (o
operazioni false flag) che rischiano portare l’Alleanza Atlantica in un
confronto diretto con la Russia.
C’è stato il recente caso del drone che si è schiantato su un centro abitato in
territorio rumeno, provocando danni a strutture civili e ferendo alcuni
cittadini. Mosca ha respinto le accuse parlando di una provocazione o di un
missile della contraerea ucraina fuori controllo, ma il fatto ha costretto
Bucarest a sollevare la questione della sicurezza dei confini integrati
all’interno dei canali di coordinamento della NATO, con il coro occidentale
che subito, senza nemmeno alcuna verifica, aveva già individuato il
responsabile: la Russia.
Nei cieli sopra l’Estonia e la Lettonia si moltiplicano i casi di droni
commerciali e militari intercettati o deviati dalle loro rotte originarie.
Questo fenomeno è il risultato diretto della massiccia guerra elettronica. Il
disturbo sistematico dei segnali satellitari non solo acceca i sistemi di
navigazione ma devia i droni verso altre destinazioni rispetto all’obiettivo
originario, con il rischio che si verifichino incidenti di grossa portata che
potrebbero far scattare l’attivazione dell’articolo 5 della NATO, ovvero
l’attivazione automatica a difesa di un Paese alleato che avesse subito un
chiaro ed evidente attacco, trasformando uno o più episodi in un casus belli per
la guerra diretta.
CONCLUSIONE
In definitiva, l’apparente spiraglio diplomatico emerso dalle celebrazioni del 9
maggio a Mosca non deve trarre in inganno: la traiettoria del conflitto non si
sta direzionando verso una pace immediata, ma verso una fase di pericolosa
cronicizzazione e scontro sistemico. La trasformazione dell’Europa da semplice
fornitore a partner industriale attivo nelle retrovie ucraine, unita
all’intensificarsi della guerra elettronica e degli incidenti di frontiera nei
cieli dell’Europa dell’Est, amplifica drammaticamente il rischio di un errore,
di un incidente o di una false flag che potrebbe portare ad uno scontro diretto
tra potenze.
(da
https://www.lindipendente.online/2026/06/04/ucraina-come-cambia-il-conflitto-tra-droni-ue-e-rischio-nato/)
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SULL’ORLO DEL BARATRO: LA NATO VERSO LA GUERRA TOTALE CON LA RUSSIA
DI THOMAS FAZI
La vicenda del drone russo che stanotte ha colpito un condominio in Romania
mostra che il rischio di un conflitto totale tra la Nato e la Russia è più alto
di quanto sia mai stato – persino all’apice della Guerra fredda. Il presidente
rumeno Nicușor Dan ha successivamente chiarito che il velivolo aveva cambiato
traiettoria dopo essere stato «colpito cineticamente», finendo per schiantarsi
contro l’edificio residenziale di Galați. A pesare è il livello di profondo
coinvolgimento delle due parti in quello che, a tutti gli effetti operativi, è
un confronto militare sempre più diretto, anche se si continua formalmente a
mantenere la finzione della non belligeranza.
A differenza della Guerra fredda, quando le superpotenze mantenevano rigidi
protocolli concepiti per evitare lo scontro diretto, oggi le linee di
demarcazione sono sfumate al punto da essere quasi invisibili. Una guerra che si
supponeva dovesse rimanere confinata entro i confini ucraini si è
progressivamente metastatizzata in qualcosa di ben più pericoloso: un conflitto
per procura in cui il ruolo della Nato è diventato così centrale dal punto di
vista operativo che la distinzione tra attore delegato e principale è di fatto
crollata, e in cui ogni settimana porta nuove prove del fatto che la logica
dell’escalation sta correndo molto più velocemente di qualsiasi capacità
politica di controllarla.
Gli eventi delle ultime settimane lo hanno reso inequivocabilmente chiaro. La
scorsa settimana, un drone ucraino nel Donbas ha colpito uno studentato,
uccidendo 21 persone, per la maggior parte studenti. Ciò rappresenta una
gravissima escalation nell’intensificazione dell’offensiva di droni condotta
dall’Ucraina contro la Russia negli ultimi mesi — che include un numero
crescente di attacchi in profondità effettuati in territorio russo.
Solo poche settimane fa, almeno tre persone sono rimaste uccise e diverse altre
ferite in un attacco di droni ucraini su larga scala nella regione di Mosca. Nel
frattempo, secondo la Reuters, a marzo gli attacchi dei droni ucraini contro i
tre principali terminal di esportazione russi sulle coste occidentali —
Novorossijsk sul Mar Nero, e Primorsk e Ust-Luga sul Baltico — avevano messo
fuori uso circa il 40% della capacità di esportazione di petrolio della Russia.
Secondo una stima del New York Times, all’inizio di aprile gli attacchi ucraini
avevano anche danneggiato o distrutto circa il 20% della capacità di
raffinazione del petrolio russa. Solo questo mese, i droni ucraini hanno colpito
due dozzine di raffinerie di petrolio russe, secondo il Ministero della Difesa
ucraino. Alcuni dei siti presi di mira più di recente si trovavano fino a
1.500-1.700 km dal confine ucraino, il che segnala un notevole miglioramento
delle capacità dei droni a lungo raggio dell’Ucraina.
Come ha osservato John Mearsheimer in una recente intervista con Glenn Diesen,
gli attacchi ucraini con droni e missili sul territorio russo, inclusa Mosca,
rappresentano un passo significativo verso l’alto nella scala dell’escalation.
Pur non essendo impressionato dal loro effetto militare immediato, la
traiettoria lo preoccupa profondamente: «L’entità del danno che questi droni
possono fare non è così grande… non influenzerà certamente l’esito della guerra
in alcun modo significativo. Questo non succederà. Ma penso che il grande
pericolo per il futuro sia che gli ucraini, lavorando con gli europei che
restano determinati a sconfiggere la Russia, aumenteranno il numero di attacchi
e il tipo di attacchi sulla Russia».
La Russia ha già risposto all’attacco dei droni contro lo studentato del Donbas
con un massiccio assalto a Kiev, uno dei più grandi dall’inizio della guerra,
che ha visto anche l’impiego di missili Oreshnik con capacità nucleare. E ha già
minacciato di lanciare una nuova ondata di «attacchi sistematici» contro la
capitale. I nuovi raid prenderanno di mira «centri decisionali e posti di
comando», oltre a impianti di produzione di droni nella città, ha dichiarato il
Ministero degli Esteri russo in un comunicato. Mosca ha invitato i cittadini
stranieri e i diplomatici a lasciare Kiev «il prima possibile» e ha avvertito i
cittadini di tenersi lontani dagli edifici amministrativi e militari.
Finora Mosca si è astenuta dal colpire i quartieri generali ucraini — un fatto
piuttosto singolare se si considera che le forze armate ucraine hanno
ripetutamente preso di mira i quartieri generali russi, come ha osservato Anatol
Lieven. Martedì, lo Stato Maggiore ucraino ha rivendicato di aver distrutto un
importante centro di comando e controllo russo a Lugansk con missili da crociera
britannici Storm Shadow. L’uso efficace di questi missili — che l’Ucraina lancia
da due anni — richiede i dati di puntamento statunitensi.
Nonostante ciò, Mosca non ha preso di mira i quartieri generali ucraini a Kiev
proprio a causa della probabilità che soldati e ufficiali dell’intelligence
statunitensi e di altri Paesi Nato venissero uccisi, rischiando come risposta
una drastica escalation da parte dell’Occidente. Da quando Donald Trump è
tornato alla presidenza e ha riaperto i negoziati diplomatici, il governo russo
è stato frenato anche dal desiderio di non contrariarlo né di indebolirlo.
Tuttavia, la scorsa settimana il Segretario di Stato americano Marco Rubio ha
dichiarato che i colloqui di pace sono a un punto morto e che «al momento non ci
sono colloqui in corso».
Questo indica non solo una pericolosa escalation della guerra – ma anche la sua
potenziale espansione oltre i confini dell’Ucraina. Dopotutto, sebbene questi
attacchi vengano formalmente eseguiti dall’Ucraina, la realtà è che l’Ucraina
non potrebbe mai compiere questi attacchi con droni sul territorio russo senza
il supporto satellitare e di intelligence della Nato – e degli Stati Uniti nello
specifico. Nonostante le aperture di pace di Trump, la sua amministrazione ha
continuato a fornire all’Ucraina l’intelligence per effettuare attacchi con
droni a lungo raggio contro le infrastrutture energetiche russe, secondo quanto
riferito da molteplici funzionari statunitensi e ucraini.
Le informazioni d’intelligence aiutano l’Ucraina a «definire la pianificazione
delle rotte, l’altitudine, la tempistica e le decisioni di missione, consentendo
ai droni d’attacco unidirezionali a lungo raggio dell’Ucraina di eludere le
difese aeree russe». Una fonte ha descritto la forza di droni dell’Ucraina come
lo «strumento» che gli Stati Uniti stanno usando per raggiungere l’obiettivo di
indebolire l’economia russa e spingere Putin verso un accordo. Anche la Cia è
stata coinvolta nel potenziamento del programma di droni ucraino.
Il grado di coinvolgimento degli Stati Uniti va ben oltre la semplice
condivisione di informazioni d’intelligence. Mentre un funzionario statunitense
ha affermato che l’Ucraina seleziona l’obiettivo e gli Stati Uniti forniscono
informazioni sulle sue vulnerabilità, altri funzionari hanno dichiarato che gli
Stati Uniti hanno effettivamente stabilito le priorità degli obiettivi per
l’esercito ucraino – il che significa che gli Stati Uniti stanno di fatto
scegliendo cosa colpire.
Gli Stati Uniti forniscono anche supporto satellitare – sia sotto forma di guida
Gps in tempo reale (in particolare sul territorio ucraino e su quello ucraino
annesso alla Russia tramite Starlink di Elon Musk) sia attraverso la fornitura
di dati geospaziali che consentono ai droni di operare senza un segnale Gps in
tempo reale, come nelle aree in cui il segnale viene disturbato: mappe del
terreno precaricate, dati sulle rotte, coordinate degli obiettivi e profili di
elusione della difesa aerea, tutti elementi che dipendono dalla ricognizione
satellitare e dall’intelligence americana.
Ciò significa che le operazioni di attacco in profondità dell’Ucraina contro la
Russia sono di fatto un’operazione Usa-Nato sotto bandiera ucraina. Ma la Nato
non si limita a fornire l’intelligence e il supporto satellitare per questi
attacchi — e naturalmente i soldi per i droni. Sempre più spesso, fornisce i
droni stessi.
Anche se la stragrande maggioranza dei droni utilizzati dalle forze ucraine è
prodotta all’interno della stessa Ucraina, uno sviluppo più recente e
strategicamente significativo è la deliberata espansione della produzione di
droni nei Paesi europei, in parte per ridurre la vulnerabilità agli attacchi
russi sulle strutture ucraine. Zelensky ha annunciato piani per l’apertura di 10
imprese congiunte per la produzione di droni in Europa nel 2026.
Il Paese al centro di questa dinamica è la Germania. Il governo Merz sta
approfondendo la cooperazione militare con Kiev, diventando sempre più un
co-belligerante nel conflitto con la Russia. Con il disimpegno americano, la
Germania è da tempo il principale sostenitore finanziario dell’Ucraina. Ma a
metà aprile, per la prima volta, il governo tedesco ha stretto una partnership
strategica con il settore della difesa di un Paese in guerra.
L’accordo apre la strada alla co-produzione di sistemi d’arma, droni con una
portata fino a 1.500 km e missili a lungo raggio, assieme a Kiev. Uno degli
esempi più evidenti è la Quantum Frontline Industries in Germania — una joint
venture tra Quantum Systems e l’ucraina Frontline Robotics — dove il primo drone
è uscito dalla linea di produzione meno di due mesi dopo l’annuncio della
partnership.
Con un colpo di penna, il governo tedesco ha spazzato via l’intero dibattito
interno degli ultimi anni sulla fornitura di armi tedesche all’Ucraina per
attacchi contro obiettivi all’interno del territorio russo. Come ha scritto l’ex
deputata tedesca Sevim Dagdelen, con l’integrazione delle industrie della difesa
di Berlino e Kiev stiamo assistendo all’emergere di un complesso
militare-industriale tedesco-ucraino sotto l’egemonia di Berlino. In effetti, è
probabile che droni a lungo raggio di fabbricazione tedesca siano stati
utilizzati nei recenti attacchi a Mosca e nella regione di Mosca.
Anche altri Paesi europei sono coinvolti. Dalla fine del 2024, il gruppo
finlandese Summa Defence ha avviato diverse joint venture con aziende ucraine
per produrre droni in Finlandia. L’azienda britannica Prevail Partners e
l’ucraina Skyeton hanno unito le forze a luglio 2025 per produrre il drone da
sorveglianza Raybird nel Regno Unito. Skyeton ha anche aperto una linea di
produzione del Raybird in Slovacchia e sta negoziando ulteriori partnership
europee, mentre consorzi di droni ucraini stanno costruendo impianti di
assemblaggio e componenti in Finlandia e Danimarca.
Ciò significa che le nazioni europee — in primis la Germania — sono coinvolte in
modo sempre più diretto nel conflitto. Questo aumenta seriamente il rischio di
attacchi di ritorsione russi sul territorio europeo. In effetti, a metà aprile,
il Ministero della Difesa russo ha pubblicato i nomi e gli indirizzi delle
società europee – tra cui diverse aziende italiane – coinvolte nella produzione
di droni ucraini, affermando che «l’opinione pubblica europea dovrebbe
comprendere chiaramente le vere ragioni delle minacce alla propria sicurezza e
conoscere gli indirizzi e le sedi delle imprese ‘ucraine’ e ‘congiunte’ che
producono Uav e componenti per l’Ucraina sul territorio dei loro Paesi».
A peggiorare le cose, vi sono crescenti prove del fatto che i droni ucraini
stiano attraversando lo spazio aereo dei paesi Nato del Baltico per attaccare
obiettivi russi — come i droni che hanno colpito i terminal petroliferi russi a
Primorsk e Ust-Luga sul Mar Baltico. Solo questo mese, i droni ucraini hanno
provocato ripetuti allarmi nello spazio aereo di Estonia, Lettonia e Lituania,
spingendo i caccia della Nato a decollare in diverse occasioni, con almeno un
drone ucraino abbattuto da un jet della Nato sull’Estonia il 19 maggio. Solo
pochi giorni prima, un altro drone ucraino aveva colpito un deposito di petrolio
vuoto in Lettonia. Le ricadute politiche sono state significative, provocando il
crollo del governo lettone per il modo con cui aveva gestito la crisi.
La Russia ha accusato i Paesi baltici e la Nato di consentire attivamente ai
droni ucraini di utilizzare il loro spazio aereo per gli attacchi contro la
Russia, definendola un’aggressione della Nato. Il consigliere presidenziale
Nikolai Patrushev ha sottolineato che ciò costituisce una partecipazione diretta
dei Paesi della Nato agli attacchi sul territorio russo.
Da parte loro, l’Ucraina e i Paesi baltici hanno respinto le accuse di
collusione deliberata, accusando la Russia di utilizzare la guerra elettronica e
il disturbo dei segnali per reindirizzare i droni ucraini nello spazio aereo
baltico — sebbene questo non spieghi perché la Russia si sia dimostrata incapace
di prevenire gli attacchi dei droni contro obiettivi sensibili e civili, anche a
Mosca. La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen si è spinta
a dire che «la Russia e la Bielorussia hanno la responsabilità diretta» delle
incursioni dei droni ucraini.
Ciò che è chiaro è che le tensioni nel Baltico sono più alte che mai. Il rischio
che scoppi un conflitto tra la Nato e Mosca in quell’area è ulteriormente
accresciuto dal recente annuncio della creazione di una forza navale congiunta,
battezzata Northern Navies Initiative, che comprende Regno Unito, Norvegia,
Svezia, Danimarca, Finlandia, Islanda, Estonia, Lettonia, Lituania e Paesi
Bassi. Questa forza sembra avere l’esplicito obiettivo di contenere la Russia
tra l’Artico e il Baltico, potenzialmente ostacolando il traffico commerciale di
Mosca – e in particolare la sua cosiddetta «flotta ombra».
Provocazioni come l’abbordaggio di navi russe, o addirittura un blocco navale,
costituirebbero un evidente casus belli. A ciò va aggiunta la militarizzazione
della Finlandia, entrata recentemente nella Nato, e le operazioni di spionaggio
e sorveglianza aerea condotte dal suo territorio contro Mosca — fattori che
stanno trasformando il Paese scandinavo in una nuova minaccia strategica agli
occhi della Russia.
Non è un’esagerazione affermare che ci troviamo a un solo incidente di distanza
— reale o orchestrato — dal rapido degenerare della situazione in una guerra
diretta tra Nato e Russia. Ciò è particolarmente preoccupante se si considera il
fatto che le provocazioni occidentali stanno rinvigorendo i falchi a Mosca.
Tra gli approcci più radicali spicca quello di Sergey Karaganov — politologo di
lungo corso, già consigliere sia di Mikhail Gorbaciov sia di Boris Eltsin, e
attualmente tra i consiglieri di Vladimir Putin. Fin dall’inizio del conflitto,
Karaganov ha sostenuto il possibile uso di armi nucleari in Europa. La sua tesi
è che le élite europee siano interamente screditate e prive della legittimità
per rimanere al potere. Ma soprattutto, sono incapaci di raggiungere un
compromesso con la Russia. Devono essere fermate con la forza delle armi per
impedire al conflitto di estendersi all’intera Europa — in primo luogo colpendo
obiettivi militari strategici e fortemente simbolici sul territorio europeo con
armi convenzionali.
Secondo Karaganov, se questo non fosse sufficiente a «persuadere» le élite
europee a scendere a patti con la Russia, sarebbe necessario ricorrere a un
attacco nucleare «dimostrativo», o persino mirato a eliminare le stesse élite
europee. Tali idee, ampiamente marginali all’inizio del conflitto, stanno
progressivamente guadagnando terreno sia nei circoli militari sia in quelli
politici della Russia. Parallelamente, cresce la pressione su Putin per un
cambio di strategia.
Mearsheimer prende sul serio l’argomentazione avanzata da Karaganov – secondo
cui la Russia dovrebbe colpire obiettivi europei con armi convenzionali,
passando al nucleare se necessario – notando come quella che un tempo era la
posizione di una minoranza abbia trovato ampio consenso all’interno della
Russia: «Sostiene ora, e lo prendo in parola perché è una persona onesta, che la
stragrande maggioranza delle persone con cui parla concorda con lui. I russi, in
un certo senso, ne hanno abbastanza».
Riguardo alla dimensione nucleare, Mearsheimer spiega perché la sola prospettiva
dell’uso dell’atomo conferisca alla strategia di Karaganov la sua logica
coercitiva: «Una volta che si inizia a salire la scala dell’escalation, tutti
capiscono che a un certo punto là in alto… da qualche parte su quella scala c’è
l’uso del nucleare. Su uno dei pioli c’è l’uso delle armi nucleari… la sola
minaccia delle armi nucleari avrà un enorme valore di deterrenza».
Il politologo traccia anche un fulmineo parallelismo storico in merito alle
violazioni delle linee rosse da parte dell’Occidente: «È davvero stupefacente
che gli Stati Uniti e la Gran Bretagna abbiano aiutato l’Ucraina quando ha
invaso la madrepatria russa nell’estate del 2024. Questa è l’offensiva di Kursk…
l’idea che avremmo aiutato un alleato a invadere l’Unione Sovietica, questo non
sarebbe mai successo… o che avremmo aiutato un alleato ad attaccare una delle
componenti della triade nucleare strategica. Questo è semplicemente impensabile.
Era semplicemente troppo pericoloso».
La sua conclusione sul dilemma strategico della Russia è la seguente: «Se ti
trovi a giocare la carta della Russia… dovrai battere il pugno sul tavolo, come
diceva mia madre. E dovrai inviare un segnale molto chiaro che questo è
semplicemente inaccettabile».
Il rischio della guerra non è una astrazione distante — è una realtà
concretamente pericolosa e imminente. Il meccanismo di escalation che ci ha
portato a questo punto è ben noto: ogni passo sulla scala, compiuto sulla scorta
della presunzione fiduciosa che l’altra parte cederà, rende il passo successivo
più probabile e lo spazio per la de-escalation più stretto.
I leader occidentali si sono convinti, attraverso una combinazione di pio
desiderio e inerzia istituzionale, che la Russia continuerà ad assorbire le
provocazioni senza rispondere in modo analogo. Ma ogni settimana che passa senza
una via d’uscita diplomatica ci avvicina al momento in cui tale presupposto
verrà testato fino alla distruzione.
Ciò che rende la situazione attuale eccezionalmente pericolosa non è solo
l’escalation militare, ma il completo collasso della visione politica in grado
di arrestarla. Non ci sono realisti della Guerra fredda, non ci sono canali
secondari, non c’è alcun leader europeo serio che abbia l’autorevolezza e la
volontà di proporre un accordo negoziato. C’è solo lo slancio della macchina
bellica, ormai distribuita in una dozzina di Paesi e migliaia di aziende, che
produce armi nelle fabbriche finlandesi, nelle joint venture tedesche e nelle
officine britanniche — tutte a rinfocolare un conflitto che, in assenza di un
urgente intervento politico, non ha altro esito logico se non la catastrofe.
La responsabilità ricade, in ultima analisi, sui cittadini europei. I nostri
governi non stanno agendo in nostro nome o nel nostro interesse. Spetta a noi –
prima del prossimo incidente, del prossimo errore di calcolo, del prossimo drone
che attraverserà lo spazio aereo sbagliato – pretendere che facciano un passo
indietro dal baratro.
(da
https://krisis.info/it/2026/05/aree/europa/sullorlo-del-baratro-la-nato-verso-la-guerra-totale-con-la-russia/)
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La guerra in casa
(…)
SIMULAZIONI METROPOLITANE E POTENZIAMENTO DELLA PRIMA LINEA SUL TERRENO
La capillarità di questa preparazione si manifesta in modo evidente nei centri
nevralgici delle infrastrutture civili occidentali. Nel silenzio delle gallerie
sotterranee di Charing Cross (vedi nota [1]), una delle stazioni metropolitane
più frequentate di Londra, centinaia di militari del Regno Unito, degli Stati
Uniti, della Francia e si sono addestrati simulando uno scenario di guerra
aperta e diretta contro le forze russe. Questa esercitazione, denominata Arrcade
Strike, è guidata dall’Allied Rapid Reaction Corps (ARRC), il principale corpo
d’armata a schieramento rapido della NATO sotto comando britannico. Il fatto che
l’addestramento strategico al conflitto si sposti nei sotterranei di una
capitale civile testimonia la profondità con cui l’apparato militare sta
pianificando le dinamiche logistiche e operative di uno scontro continentale.
Parallelamente all’addestramento, il potenziamento fisico della prima linea sul
fronte orientale sta subendo un’accelerazione decisiva. La cooperazione
strategica tra Washington e Varsavia si è ulteriormente rinsaldata in seguito
agli sviluppi politici polacchi e all’elezione del presidente Karol Nawrocki. In
questo contesto, una decisione che fa seguito alle manovre del Segretario alla
Guerra Pete Hegseth volte a ottimizzare la dislocazione e a stabilizzare la
rotazione delle brigate corazzate sul territorio europeo. Questo massiccio
afflusso di contingenti d’élite e mezzi pesanti sul fianco est conferma la
volontà di strutturare una barriera d’assalto avanzata.
LA SPINTA NUCLEARE: IL FRONTE SCANDINAVO E LA MILITARIZZAZIONE TEDESCA
Il tassello più critico e pericoloso di questa architettura di pressione è
rappresentato dalla. In una svolta storica che cancella decenni di neutralità
nordica, il governo della Finlandia ha formalizzato la volontà di revocare le
restrizioni legislative che vietavano la presenza di ordigni atomici sul proprio
suolo. I vertici della difesa di Helsinki, per bocca del ministro Antti
Hakkanen, hanno chiarito che la nuova proposta mira ad allineare completamente
il paese alla politica nucleare della NATO, legalizzando l’introduzione, il
trasporto, la consegna o il possesso di armi nucleari in Finlandia. L’apertura a
un potenziale schieramento atomico a ridosso dei confini settentrionali russi
cancella definitivamente ogni residua zona grigia diplomatica ed avviene
calpestando il Trattato di Non Proliferazione Nucleare (TNP) che la Finlandia
aveva firmato nel 1968, lo stesso anno in cui il trattato fu aperto alla firma,
e ratificato l’anno successivo, nel 1969, impegnandosi quale membro del TNP a
non sviluppare, ospitare o acquisire armi nucleari.
Questo processo di nuclearizzazione del continente trova il suo secondo e
fondamentale pilastro in Germania, attraverso una duplice dinamica di riarmo
strategico.
Da un lato, ha preso forma il progetto statunitense di riportare sul suolo
tedesco i cosiddetti “euromissili”, ovvero lo stanziamento di capacità
missilistiche a lungo raggio e sistemi ipersonici convenzionali e nucleari,
capaci di colpire in profondità il territorio russo e precedentemente banditi
dai trattati di disarmo (Trattato INF). Seppure oggi appare sospeso l’originario
intento emerso nell’estate del 2024 con cui l’allora amministrazione americana e
il governo tedesco avevano stretto un accordo per rischierare in Germania, a
partire dal 2026, missili a lungo raggio statunitensi come i celebri Tomahawk,
con una gittata di circa 1.600 chilometri (attualmente esauriti a causa
dell’ampio consumo di munizionamento ed equipaggiamenti nell’Operazione Epic
Fury in Medio Oriente, che ha costretto gli Stati Uniti a razionalizzare le
scorte di Tomahawk rimaste), i sistemi di difesa SM-6 e i nuovi vettori
ipersonici Dark Eagle, oggi l’attenzione si è spostata sul progetto ELSA
(European Long-Range Strike Approach), un consorzio che unisce Germania,
Francia, Polonia, Regno Unito e Svezia. Poiché questo sistema non vedrà la luce
prima del 2030, Berlino sta parallelamente investendo nell’ammodernamento
d’emergenza dei propri arsenali nazionali e nella produzione di varianti
avanzate dei vettori già in dotazione.
Dall’altro, all’interno dei circoli politici e militari di Berlino, si è aperto
un inedito e profondo dibattito circa la necessità per la Germania di dotarsi di
una propria forza di deterrenza nucleare autonoma o di partecipare direttamente
alla gestione di un ombrello atomico sovrano, un’ambizione che capovolge
completamente la postura geopolitica tedesca dal secondo dopoguerra a oggi. Il
Cancelliere Friedrich Merz ha infatti aperto alla storica proposta francese di
europeizzare la force de frappe, avviando un coordinamento strategico più
stretto con Parigi e Londra. Anche in questo caso la volontà di dotarsi di un
arsenale nucleare avviene nonostante i rigidi vincoli giuridici del Trattato di
non proliferazione e degli accordi di riunificazione del 1990 che vietavano
tassativamente a Berlino il possesso di ordigni propri.
RICONVERSIONE INDUSTRIALE E ASSUEFAZIONE PSICOLOGICA AL CONFLITTO
Questo sforzo operativo di riarmo poggia su una radicale ristrutturazione
macroeconomica. La totalità degli alleati europei ha raggiunto o superato
l’obiettivo del due percento del PIL destinato alle spese militari, registrando
aumenti di budget senza precedenti. Questa transizione economica risponde alla
presa d’atto che le classi dirigenti europee hanno accettato di assumersi
l’intero onere logistico del teatro continentale, un riarmo a debito che
comporta dolorosi tagli alla spesa pubblica, nello stato sociale e nel welfare
in generale. Nel contempo, mentre procede l’ucrainizzazione dell’Europa
occidentale, gli Stati Uniti riorientano strategicamente il grosso delle proprie
forze verso il quadrante del Pacifico per contrastare la Cina nell’ottica di
conservazione dell’unipolarismo globale.
A fare da collante a questa mobilitazione strutturale interviene una
militarizzazione sistematica del discorso pubblico. Il dibattito europeo è
dominato da un tribalismo mediatico che, mentre alimenta l’emergenza bellica
dettata dall’idea del nemico russo che dopo l’Ucraina intende invadere i paesi
europei, riduce la complessità geopolitica a una narrazione binaria,
anestetizzando l’opinione pubblica ed eliminando il senso del rischio atomico.
Si diffonde così l’idea illusoria che sia possibile infliggere danni strategici
continui a una superpotenza nucleare senza subire conseguenze, ignorando la
dottrina di Mosca che considera la pressione occidentale come una minaccia
esistenziale.
Questa espansione coordinata genera un’inevitabile e speculare spirale
escalatoria. La risposta russa si è già concretata in massicce esercitazioni
nucleari che hanno coinvolto 64.000 militari e 7.800 mezzi di lancio balistici
nei distretti di Leningrado e in quello Centrale (vedi nota [2]).
Ci si domanda se la Russia assisterà passivamente al riarmo europeo senza
intervenire in alcun modo per frenarlo o scoraggiarlo prima che esso maturi in
conflitto diretto.
Di fronte al crollo della diplomazia e alla conversione degli apparati
industriali, appare evidente che l’asse Washington-Londra, insieme ai partner
europei della NATO, piuttosto che a ricostruire quell’architettura di sicurezza
europea che hanno distrutto, stia attivamente e sistematicamente posando i
binari strutturali e psicologici per il prossimo, catastrofico conflitto globale
a cui ogni cittadino europeo è chiamato ad opporsi prima che sia troppo tardi.
Con la Russia, come incita a fare persino De Scalzi di ENI, abbiamo urgente
bisogno di ristabilire rapporti di buon vicinato e di tornare alle loro risorse
energetiche anche per ovviare a quella che secondo Tabarelli di Nomisma sarà la
via obbligata del lockdown energetico di quest’autunno.
(tratto da Francesco Cappello, I preparativi di guerra USA/NATO con la Russia
nel mirino, https://www.francescocappello.com/)