La “Dottrina Gaza” applicata in Iran e in Libano

il Rovescio - Friday, March 27, 2026

Segnaliamo questo importante articolo uscito sulla “New York Review of Books” e tradotto dal “manifesto”. Al di là delle geremiadi sul Diritto internazionale, quello che ne emerge non lascia dubbi sul fatto che senza la disfatta di “Furia Epica” e “Leone ruggente” – quando il delirio di onnipotenza non è solo negli atti, ma anche nelle parole… – la Dottrina Gaza lascerà alle masse oppresse dell’Asia Occidentale un’unica alternativa: o la servitù o l’annientamento. Ricordiamoci che tutto questo avviene con l’appoggio delle basi militari in Italia (Aviano, Livorno-Pisa, Gaeta, Napoli, Sigonella: la brigata USA aerotrasportata di Vicenza è già in “preallerta” per l’invio di truppe nel Golfo).

Dottrina Gaza, colpire la sanità per svuotare la terra

di Neve Gordon

Arma infame In Libano e in Iran. Israele e Usa adottano la strategia della Striscia: raid su ospedali, ambulanze e soccorritori per distruggere le società. Interrogati su questi attacchi, Washington e Tel Aviv attingono al «manuale Gaza»: la colpa è del nemico che si nasconde nelle cliniche. Accuse mai provate

Venerdì 13 marzo, a quasi due settimane dall’inizio del fronte libanese dell’«Operazione Leone Ruggente», le forze israeliane hanno bombardato Burj Qalaouiyah, un villaggio nel sud del paese. L’attacco ha distrutto un centro sanitario, uccidendo dodici medici, paramedici, infermieri e pazienti; il New York Times ha riferito che «solo un operatore gravemente ferito è sopravvissuto».

Tra le vittime, secondo il reportage della giornalista Lylla Younes per Drop Site, c’era un paramedico che lo scorso autunno aveva parlato a una cerimonia commemorativa per diversi colleghi uccisi da un attacco aereo israeliano durante la precedente guerra in Libano. «Anche se venissimo uccisi uno a uno – avrebbe detto allora – non abbandoneremo il nostro dovere».

LA GUERRA ILLEGALE di Stati uniti e Israele contro l’Iran, lanciata nelle fasi finali dei negoziati per rinnovare l’accordo sul nucleare, si è rapidamente estesa al Libano. Hezbollah è entrato in campo il secondo giorno, dopo che un attacco statunitense-israeliano ha ucciso Ali Khamenei a Teheran. Israele ha condotto attacchi aerei quasi quotidiani in Libano nei quindici mesi trascorsi da quando i due paesi hanno firmato una tregua, uccidendo più di trecento persone, ma dal 2 marzo i suoi aerei da combattimento hanno bombardato senza sosta il sud del Libano, Beirut e altre città; recentemente ha lanciato un’incursione terrestre nel sud. Mentre in Iran gli Stati uniti e Israele operano fianco a fianco, in Libano Israele ha preso l’iniziativa, con gli Stati uniti che forniscono armi e altro supporto. Il bilancio delle vittime è stato pesante su entrambi i fronti.

In meno di due settimane, oltre quattro milioni di civili sono stati sfollati nei due Paesi: fino a 3,2 milioni in Iran e più di un milione in Libano, dove Israele ha ormai emesso ordini di evacuazione che interessano il 14% del territorio nazionale. Il bilancio totale delle vittime è già nell’ordine delle migliaia, con oltre ventimila feriti. Giovedì, secondo una dichiarazione delle Nazioni unite basata sulle statistiche della Mezzaluna rossa iraniana, solo in Iran più di 65mila siti civili hanno subito danni.

Tra questi c’è un numero preoccupante di centri medici. La Mezzaluna rossa riferisce che gli attacchi statunitensi-israeliani hanno finora danneggiato 236 strutture sanitarie. All’11 marzo l’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms) aveva verificato diciotto di questi attacchi, segnalando che da soli hanno causato la morte di otto operatori sanitari.

Il secondo giorno di guerra, i bombardamenti aerei hanno causato danni significativi all’ospedale Gandhi di Teheran, dove filmati e foto hanno mostrato la facciata dell’edificio sfondata e disseminata di detriti, nonché attrezzature rotte e vetri in frantumi all’interno dei reparti.

Il capo del consiglio medico iraniano, Mohammad Raeiszadeh, ha rivelato sui media statali che l’attacco ha reso inutilizzabile il reparto di fecondazione in vitro dell’ospedale; testimoni hanno riferito alla rete televisiva statale Al-Alam che i neonati e altri pazienti hanno dovuto essere evacuati. In Libano, le infrastrutture sanitarie sembrano essere oggetto di attacchi ancora più diretti.

IL MINISTERO DELLA SALUTE ha documentato almeno 128 attacchi israeliani contro strutture sanitarie e ambulanze nel sud, per lo più affiliate all’Associazione sanitaria islamica (Iha) della regione, che hanno causato la morte di quaranta operatori sanitari e il ferimento di oltre un centinaio. All’11 marzo, prima dell’attacco al centro medico di Burj Qalaouiyah, l’Oms aveva già confermato venticinque di questi attacchi; altri quarantanove centri di assistenza sanitaria di base e cinque ospedali avevano dovuto chiudere, ha osservato, «a seguito degli ordini di evacuazione emessi dall’esercito israeliano».

Il risultato è che i servizi si sono ridotti proprio mentre il bisogno di cure mediche si intensifica. Gli attacchi alla sanità sembrano pensati per incoraggiare lo sfollamento di massa: in un’intervista al Guardian, un operatore di emergenza dell’Iha li ha definiti parte di una campagna «per impedire la vita nella nostra regione e spingere le persone a fuggire».

Dall’inizio delle operazioni Roaring Lion ed Epic Fury, i critici hanno accusato Israele di estendere la sua «dottrina di Gaza» – una combinazione di sfollamento di massa, uccisioni di massa e distruzione di massa delle infrastrutture civili – ad altre parti del Medio Oriente. (In un certo senso si tratta di un ritorno alla «dottrina Dahiyeh», dal nome del quartiere nella periferia sud di Beirut che l’esercito israeliano ha martellato senza pietà durante la guerra del Libano del 2006. Solo che a Gaza la distruzione non si è limitata a un’area specifica e alle persone che vi abitavano, ma è diventata il modus operandi dell’esercito in tutto il territorio).

Israele, che sia una sorpresa o meno, ha fatto propria l’accusa, lanciando volantini su Beirut per ricordare agli abitanti della città il «grande successo a Gaza» dell’esercito israeliano. Una delle caratteristiche più evidenti della dottrina di Gaza – e della guerra contemporanea più in generale – è trasformare in obiettivi strutture mediche salvavita come ospedali, cliniche e ambulanze: è stato proprio lo «smantellamento deliberato e sistematico dei sistemi sanitari e di supporto vitale di Gaza» che Physicians for Human Rights Israel (Phri) ha citato per sostenere che la condotta dell’esercito israeliano nella Striscia rispondeva alla definizione giuridica di genocidio. Le notizie che giungono dall’Iran e dal Libano sollevano la prospettiva profondamente preoccupante che Israele speri di replicare quel «successo» all’estero.

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Le Convenzioni di Ginevra del 1949 e i Protocolli aggiuntivi del 1977 garantiscono alle unità mediche una «protezione specifica» oltre alle «protezioni generali» concesse alle strutture civili durante la guerra. In base a questi vincoli, le parti belligeranti non possono attaccare le unità mediche a meno che queste non «commettano, al di fuori della loro funzione umanitaria, atti dannosi per il nemico».

Ma anche quando le unità mediche commettono tali atti, le protezioni specifiche obbligano le parti in guerra a soppesare il vantaggio che si aspettano di trarre da un attacco rispetto al danno che potrebbe causare, a emettere un avvertimento e a concedere tempo sufficiente per l’evacuazione. Sotto ogni punto di vista, l’assalto di Israele al sistema sanitario di Gaza ha violato questi principi innumerevoli volte.

NESSUNO dei trentasei ospedali della Striscia è stato risparmiato. Molti sono stati sottoposti a un assedio prolungato, spesso mentre ospitavano grandi folle di sfollati, prima di essere saccheggiati e smantellati. Nel marzo 2024, come documentato dal Phri, migliaia di pazienti, membri del personale e sfollati all’ospedale al-Shifa – il più grande di Gaza – hanno subito due settimane di attacchi «senza cibo, acqua, elettricità o assistenza medica». Quando le forze israeliane si sono ritirate, «l’ospedale era completamente in rovina» e almeno ottanta corpi – forse centinaia – giacevano sepolti nei dintorni in fosse comuni.

Tra ottobre e dicembre 2024, mentre l’esercito israeliano attuava il «piano dei generali» a Gaza Nord, l’ospedale Kamal Adwan ha resistito a «più di ottanta giorni di assedio, bombardamenti e ostruzione sistematica dell’accesso umanitario», secondo le parole del Phri, prima che un raid lo rendesse «completamente inoperativo».

In uno schema che Israele sembra ora ripetere in Libano, questi attacchi hanno agito da motore di sfollamenti di massa. In una recente conferenza alla Queen Mary University di Londra, Guy Shalev, direttore del Phri, ha sottolineato che l’assalto israeliano al Kamal Adwan era direttamente legato agli sforzi dell’esercito di spingere la popolazione palestinese verso sud. Quando l’ultima ancora di salvezza viene distrutta e «le persone non hanno un centro medico in grado di curare i propri familiari – ha spiegato – se ne vanno». Il danno generato da questi attacchi ha ripercussioni di ampia portata.

Da marzo 2025, quando Israele ha demolito l’Ospedale dell’Amicizia Turco-Palestinese, l’unico centro oncologico di Gaza, i 10mila pazienti che la struttura curava ogni anno non hanno più avuto alcun posto dove andare. «Avere il cancro a Gaza significa morte, e prima della morte significa tanta sofferenza e dolore», ha dichiarato l’oncologo palestinese Sobhi Skaik a The Lancet Oncology.

DATO CHE OGNI ANNO a Gaza vengono diagnosticati altri 2.000-2.500 casi di cancro, la distruzione dell’ospedale causerà senza dubbio migliaia di morti in più nei prossimi anni. Questo tipo di analisi può essere esteso al danno causato dalla distruzione da parte di Israele di cinque delle sette unità di dialisi a Gaza, compreso l’unico centro nefrologico nel nord di Gaza.

In una lettera al British Medical Journal nel marzo 2025, il medico di Gaza Abdullah Wajih Kishawi ha riferito che il 44 per cento dei pazienti in dialisi nella Striscia – quasi cinquecento persone – era morto nell’ultimo anno e mezzo, a causa di lesioni dirette o perché non era stato in grado di accedere alla dialisi; poiché il blocco israeliano ha interrotto il flusso di farmaci immunosoppressori, ha ipotizzato, probabilmente sono morti anche molti dei 450 pazienti sottoposti a trapianto di rene a Gaza. I pazienti in dialisi sopravvissuti nell’enclave, come ha scritto lo scorso anno il tirocinante medico di Gaza Amro Hamada, erano bloccati in «un costante equilibrio tra speranza ed esaurimento».

In alcuni casi, quando i critici hanno accusato Israele di aver attaccato illegalmente strutture sanitarie e altri siti protetti a Gaza durante i primi due anni dell’offensiva nella Striscia, hanno ricevuto come risposta semplici smentite. Messo alle strette dalla Bbc riguardo all’attacco allora in corso da parte di Israele contro l’ospedale al-Shifa, il presidente israeliano Isaac Herzog ha liquidato le notizie come «propaganda di Hamas», nonostante tutte le prove indicassero il contrario.

In altri casi, attingendo a un copione che avevano ampiamente utilizzato sin dalla guerra del 2008-2009 a Gaza, i portavoce politici e militari israeliani hanno accusato Hamas di abusare delle strutture mediche per nascondere al loro interno combattenti o armi. Ciò, dopotutto, invoca l’unica eccezione legale che può annullare sia le protezioni generali che quelle specifiche per queste strutture.

Il caso di al-Shifa è istruttivo. Settimane prima che Israele inviasse per la prima volta le truppe nell’ospedale nel novembre 2023, i suoi portavoce hanno iniziato a costruire un caso legale a sostegno di un attacco. «Le accuse erano straordinariamente specifiche», ha osservato un’inchiesta del Washington Post.

SECONDO QUANTO riportato dal giornale, Israele sosteneva «che cinque edifici dell’ospedale fossero direttamente coinvolti nelle attività di Hamas; che gli edifici sorgessero sopra tunnel sotterranei usati dai militanti per dirigere attacchi missilistici e comandare i combattenti; e che fosse possibile accedere ai tunnel dall’interno dei reparti ospedalieri». Il portavoce militare, Daniel Hagari, ha insistito sul fatto che disponessero di «prove concrete».

In quella conferenza stampa ha presentato un filmato animato in 3D che descriveva l’ospedale come uno scudo per il quartier generale di Hamas, mostrando una serie di tunnel sotterranei sotto la struttura che sarebbero stati utilizzati «per il comando e il controllo delle attività terroristiche». Il Post ha osservato che l’esercito israeliano «ha diffuso diverse serie di foto e video che mostravano presunte prove dell’attività militare di Hamas all’interno e sotto l’ospedale» nel corso della sua prolungata occupazione di al-Shifa, comprese le riprese di Hagari che esplorava un pozzo di accesso a un tunnel nel complesso.

L’indagine del giornale ha concluso, tuttavia, sia che «le stanze collegate alla rete di tunnel…non mostravano prove immediate di un uso militare da parte di Hamas», sia che nessuna delle riprese mostrava «che fosse possibile accedere ai tunnel dall’interno dei reparti ospedalieri». Anche se le prove che l’esercito israeliano sosteneva di fornire si fossero rivelate autentiche, sarebbero state ben lontane dal dimostrare che Hamas avesse abusato dell’ospedale per nascondere il suo «centro di comando e controllo» – e, a prescindere da ciò, l’attacco all’ospedale difficilmente avrebbe soddisfatto la soglia di proporzionalità, dati i servizi che al-Shifa forniva alla popolazione. È stato forse l’esempio di più alto profilo di uno schema spesso ripetuto.

Tra ottobre 2023 e gennaio 2026 Israele ha attaccato strutture sanitarie 937 volte nella sola Gaza, senza mai riuscire a fornire alcuna prova concreta che fossero utilizzate in modo improprio per «atti dannosi per il nemico».

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Le statistiche relative agli attacchi in corso contro i sistemi sanitari dell’Iran e del Libano – secondo quanto riportato dai rispettivi ministeri della sanità – evidenziano una serie di violazioni. Già il 6 marzo il portavoce capo del ministero della sanità iraniano aveva riferito che gli attacchi statunitensi-israeliani avevano messo fuori uso nove ospedali, distrutto più di una dozzina di «centri di pronto soccorso preospedalieri» e danneggiato numerose strutture sanitarie locali e rurali.

TRA I CENTRI MEDICI di Teheran che hanno subito danni nei primi giorni di guerra, secondo quanto riportato da Al Jazeera, figuravano l’ospedale Motahari, specializzato nel trattamento delle vittime di ustioni, e «l’edificio principale dei servizi di emergenza medica della provincia» nel centro della città. Ad Ahvaz gli attacchi avrebbero danneggiato un ospedale pediatrico; a Sarab e Hamedan, come ha osservato il direttore dell’Oms, fonti locali hanno riferito che sono stati danneggiati i pronto soccorsi.

Lunedì il bilancio delle vittime tra gli operatori sanitari in Libano era salito ad almeno 38. Solo in quella stessa giornata, ha riferito Younes, sei paramedici sono stati uccisi in attacchi separati contro tre diverse ambulanze, una delle quali stava rispondendo a una chiamata dopo che un altro attacco aveva colpito una casa nel villaggio meridionale di Kfar Sir.

«Alcuni dei nostri operatori sono stati uccisi nei nostri centri medici, altri mentre erano sul campo, cercando di estrarre le persone dalle macerie», ha detto a Younes un portavoce dell’Associazione sanitaria islamica. Ha aggiunto che «il luogo esatto in cui si erano recati per svolgere il loro lavoro di soccorso è stato nuovamente preso di mira una volta arrivati».

Il Guardian riferisce che dal 2 marzo Israele ha effettuato almeno cinque attacchi di questo tipo, denominati «double-tap», in cui un primo attacco è seguito da una pausa durante la quale spesso arrivano i soccorritori, prima che l’area venga nuovamente bombardata. Diversi studiosi di diritto sostengono che questa tattica violi probabilmente l’articolo 3 comune alle Convenzioni di Ginevra del 1949, che vieta di prendere di mira civili, feriti o persone fuori combattimento.

Quando sono stati interrogati su questi attacchi contro strutture mediche e altre infrastrutture civili, Israele e Stati uniti hanno ripetutamente attinto alle risposte del «manuale Gaza». Dopo che un attacco ha ucciso 175 persone, per lo più bambini piccoli, in una scuola femminile nel sud dell’Iran il primo giorno di guerra, il presidente Trump ha negato ogni responsabilità, suggerendo ai giornalisti ancora il 7 marzo che si fosse trattato di un missile iraniano andato a vuoto.

L’11 marzo il New York Times ha riportato che un’indagine militare in corso aveva raggiunto una conclusione preliminare secondo cui la scuola era stata colpita da un missile Tomahawk statunitense. Il giorno precedente, in una conferenza stampa, il segretario alla difesa statunitense Pete Hegseth aveva accusato l’Iran di «spostare lanciarazzi nei quartieri civili vicino alle scuole, vicino agli ospedali per cercare di impedire la nostra capacità di colpire. È così che operano… Prendono di mira i civili. Noi no».

DOPO L’ATTACCO israeliano alla struttura sanitaria di Burj Qalaouiyah, nel frattempo, un portavoce militare israeliano ha affermato su X che i combattenti di Hezbollah stavano utilizzando le ambulanze e la struttura medica per scopi militari. Camuffare un veicolo militare da ambulanza equivarrebbe a un inganno medico, un crimine di guerra secondo il diritto internazionale.

Hezbollah (non diversamente da Hamas) fornisce effettivamente vari tipi di servizi sociali e sanitari alla popolazione locale, e l’Associazione sanitaria islamica fa effettivamente parte di quella rete di assistenza sociale. Ma secondo il diritto internazionale si tratta di siti civili e il portavoce non ha fornito alcuna prova che le ambulanze o le infrastrutture mediche fossero state utilizzate in modo improprio. Né gli attacchi israeliani si sono limitati alle strutture dell’Iha: il Guardian riferisce che hanno colpito anche «il servizio statale di protezione civile, il servizio sanitario dell’Associazione Scout islamica del movimento Amal, un ente di beneficenza sanitario locale e la Croce rossa libanese».

In effetti, come ha osservato Drop Site, per il momento la parte implicata in perfidia medica durante l’attuale guerra è di fatto Israele. Una settimana prima, i paracadutisti israeliani erano entrati nel cimitero di Nabi Chit, una città nella valle della Bekaa, nel nord-est del Libano, nel tentativo di recuperare i resti che potrebbero essere appartenuti a un aviatore israeliano abbattuto e catturato dal gruppo militante Amal quarant’anni fa. Dopo che le forze israeliane hanno ucciso un combattente di Hezbollah, è scoppiato uno scontro a fuoco tra le truppe israeliane, i combattenti di Hezbollah e i residenti locali.

Quando le forze israeliane si sono ritirate, secondo il ministero della salute libanese, si contavano almeno quarantuno vittime. Intervistati dai giornalisti della Bbc, del Sydney Morning Herald e del quotidiano arabo londinese Asharq Al-Awsat, residenti hanno raccontato che alcuni soldati israeliani erano giunti sul posto a bordo di un’ambulanza libanese indossando uniformi associate all’Iha.

NON SAREBBE stata la prima volta, nella memoria recente, che le forze israeliane si fossero rese responsabili di un atto di perfidia medica: nel dicembre 2024 cinque soldati israeliani avevano usato un’ambulanza per entrare nel campo profughi di Balata, in Cisgiordania, in un raid che aveva ucciso due civili, tra cui una donna ottantenne; meno di un anno prima, assassini israeliani travestiti da donne musulmane e da medici avevano fatto irruzione in un ospedale di Jenin e giustiziato tre palestinesi fuori combattimento.

Negare accuse ben fondate di crimini e accusare i nemici di tali crimini senza prove serie: questi sono i preludi al passo ancora più radicale di rifiutare del tutto il diritto internazionale. Forse lo sviluppo più scioccante nella guerra attuale è che Israele e Stati uniti non si sono nemmeno preoccupati di giustificare i bombardamenti delle infrastrutture civili. «Nessuna tregua, nessuna pietà», ha detto Hegseth in una conferenza stampa il 13 marzo, facendo eco alla famigerata affermazione del presidente Trump, a seguito del rapimento illegale del presidente venezuelano Nicolás Maduro, secondo cui «non ho bisogno del diritto internazionale».

Riferendosi agli attacchi di Israele contro l’Iran e il Libano, Benjamin Netanyahu ha affermato il 12 marzo che «il drastico cambiamento nel nostro potere rispetto a quello dei nostri nemici è la chiave per garantire la nostra esistenza. Le minacce vanno e vengono, ma quando diventiamo una potenza regionale, e in certi campi una potenza globale, abbiamo la forza di allontanare i pericoli da noi e garantire il nostro futuro». I termini «legge» e «ordine giuridico» non sono stati menzionati nemmeno una volta.

QUESTE SONO le parole di uomini ubriachi del proprio potere. La dottrina Gaza è un riflesso diretto di questa ebbrezza, e la distruzione totale delle strutture sanitarie è solo una delle sue manifestazioni, che ora si possono vedere in tutto il mondo.

La Safeguarding Health in Conflict Coalition, un gruppo di oltre trenta organizzazioni che lavorano per proteggere gli operatori sanitari, i servizi e le infrastrutture, ha documentato una media di dieci attacchi al giorno contro unità mediche nel corso del 2024, un aumento di nove volte rispetto al 2016, anno in cui il Consiglio di Sicurezza Onu ha adottato una risoluzione che «condannava fermamente gli attacchi contro le strutture mediche e il personale in situazioni di conflitto».

A determinare questo aumento non sono state solo le guerre di Israele nei territori palestinesi occupati e in Libano, ma anche quelle in Sudan, Ucraina e Myanmar. Mentre l’attuale guerra erode ulteriormente l’ordine internazionale del dopoguerra, dovremmo chiederci quali nuovi strumenti possiamo sviluppare per proteggere il mondo da uomini per i quali solo la forza fa la ragione.

Questo articolo è apparso originariamente su The New York Review of Books

(da “il manifesto”, 25 marzo 2026)