Il dibattito sulla scuola: autonomia, autoritarismo, che fare
Continua la discussione sulla scuola sollevata dal documentario D’istruzione
pubblica e dal libro Contro la scuola neoliberale (Nottetempo). Fra i molti
temi sollevati vorremmo fissarne tre per noi importanti: il tema dell’autonomia
scolastica, quello dell’autoritarismo e il che fare.
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Continua la discussione sulla scuola sollevata dal documentario D’istruzione
pubblica e dal libro Contro la scuola neoliberale (Nottetempo). Fra i molti
temi sollevati vorremmo fissarne tre per noi importanti: il tema dell’autonomia
scolastica, quello dell’autoritarismo e il che fare.
1) Autonomia scolastica. Non basta affermare che l’autonomia scolastica sarebbe
nata a sinistra negli anni Settanta (decreti delegati, eliminazione delle classi
differenziali, coprogettazione, …), per poi diventare di destra negli anni
Ottanta in mano a Comunione e liberazione. L’elefante nella stanza dei processi
globali, non solo italiani!, degli anni Novanta continua ad essere – non capiamo
se inconsciamente o intenzionalmente – rimosso. Si tratta di processi tanto
profondi, identificabili nel passaggio dal fordismo al postfordismo, che la
distinzione stessa di destra e sinistra diventa secondaria: furono governi di
centro-destra e di centro-sinistra in tutta Europa e negli Usa ad assecondare
questa tendenza storica del sistema. Basteranno, crediamo, due citazioni,
sufficientemente eloquenti.
Nel Patto per il lavoro sottoscritto nel 1996 dal governo Prodi e dalle parti
sociali si legge:
> «L’assenza nel nostro Paese di un’offerta sufficientemente dimensionata e
> articolata di professionalizzazione per giovani ed adulti per un verso, la
> rigidità e impermeabilità della scuola dell’altro, hanno determinato una
> grande dispersione di risorse umane, una frattura fra sistema formativo e
> lavoro che rischia di avere ricadute negative sul nostro sistema produttivo.
> […] In questo contesto l’autonomia consentirà alle istituzioni scolastiche di
> dialogare efficacemente con tutti i soggetti interessati, sociali e
> istituzionali, e di rendere flessibile e personalizzare il percorso formativo.
> […]
>
> È necessario […] attivare un sistema di ricognizione permanente della
> quantità/qualità dell’offerta formativa che ne verifichi la coerenza con gli
> effettivi fabbisogni della domanda di lavoro richiesta dal sistema produttivo
> anche settoriale; […]
>
> riordinare l’assetto complessivo del sistema scolastico. Rivedere e
> riqualificare i programmi scolastici anche attraverso l’introduzione di
> metodologie didattiche idonee ad attivare abilità e a valorizzare propensioni
> in un rapporto costruttivo e dinamico con il mondo del lavoro».
Nelle Linee guida per la diffusione della qualità della scuola del 2001 (governo
Amato; al Ministero dell’istruzione c’era Tullio De Mauro) si legge:
> «È noto che la scuola dell’autonomia […] si propone come un soggetto culturale
> che attende al proprio ruolo e ai propri compiti con mentalità
> imprenditoriale, capacità progettuale, spirito di iniziativa e senso di
> responsabilità, razionalizzando e ottimizzando le proprie risorse e facendo sì
> che i risultati siano coerenti con gli obiettivi prefissati. […] L’autonomia
> scolastica si accompagna necessariamente al processo di valutazione del
> sistema […] atto di responsabilità necessario».
Dunque l’autonomia come strumento di realizzazione del new public management
neoliberale e della profonda ristrutturazione dei compiti dello Stato (da Stato
sovrano a Stato regolatore): questo si fa fatica a vedere. E c’è una ragione. La
lotta contro “il carrozzone” statale, come lo chiama Raimo, condotta dalla
sinistra a partire dagli anni Sessanta-Settanta, negli anni Novanta si è trovata
affiancata proprio dal processo “riformista” neoliberale, che ha fatto una
bandiera della lotta al medesimo carrozzone, alla sua burocrazia, corruzione,
inefficienza, nel nome della scanzonata flessibilità del mercato e della
spontanea creatività della società civile. Difficile fare l’esame di coscienza.
Più facile immaginare che la deformazione ideologica a una cosa buona e pura sia
provenuta solo dalla destra.
2) Autoritarismo.
Siamo convinti che neoliberalismo e autoritarismo possano andare perfettamente
d’accordo e non ci appassiona la diatriba se pesi di più il primo o il secondo.
Non è su questo piano che stanno gli argomenti decisivi. Gli strumenti con i
quali si governa autoritariamente cambiano nel tempo. Non viviamo più in una
società disciplinare (Foucault), ma in una società del controllo (Deleuze):
«Riformare la scuola, riformare l’industria, l’ospedale, l’esercito, il carcere:
ma ciascuno sa che queste istituzioni sono finite, a scadenza più o meno lunga.
Si tratta soltanto di gestire la loro agonia e di tenere occupata la gente fino
all’installazione di nuove forze che premono alle porte. Queste sono le società
del controllo che stanno per sostituire le società disciplinari» (Deleuze,
Poscritto sulla società del controllo). La società in cui viviamo governa coi
numeri, con la valutazione generalizzata, con l’autoefficientamento dei soggetti
e l’interiorizzazione di norme prestazionali, …
Chi continua a considerare come problema prioritario e, diciamo, strutturale,
l’autoritarismo scolastico e dei docenti, che non hanno più alcuna appartenenza
di ruolo e di ceto a dar loro una qualche forma di privilegio e diritto al
comando, forse è bene che aggiorni le proprie analisi (o la propria
bibliografia, volendo).
3) La scuola dopo Valditara.
Bisognerà fare i conti con il fatto che in un certo senso in molti “non
l’abbiano vista arrivare”. La scuola di Valditara è l’ultimo atto di
un’involuzione neoliberale che ha molti padri nobili, da Berlinguer, Gelmini,
Moratti, Renzi, Fedeli e Bianchi e che nasce da un contesto di ristrutturazione
internazionale della conoscenza ormai ben documentato. Il tentativo del Ministro
del Merito è quello di ri-politicizzare a destra la questione scolastica,
conquistando consensi tra i lavoratori e le famiglie offrendo soluzioni rapide
ed efficienti, apparentemente tecniche, a problemi politici complessi (decreto
Caivano, metal detector, condotta). Ma se oggi persino i parlamentari del PD che
10 anni fa sottoscrissero la Buona scuola e il Jobs Act ci sembrano Che Guevara,
noi siamo chiamati a uno sforzo in più: riannodare costantemente i fili della
storia politica, unire i puntini. È solo in una prospettiva di rottura radicale
con il paradigma neoliberale dell’istruzione che sarà possibile costruire
un’alternativa. La crisi della scuola non può essere affrontata su un piano
limitato o tecnico (gestione, formazione, organizzazione). Il problema va posto
su un piano più esigente, che riguarda simultaneamente molti aspetti dell’intero
sistema sociale. Potremmo, per cominciare, dismettere il nostro vocabolario
manageriale. Una nuova parola da pronunciare nei collegi, nel sindacato, nelle
associazioni e nelle sedi politiche potrebbe essere A.BO.LI.ZIO.NE. Chiediamo di
abolire il 4+2 di Valditara, il Decreto 62 della Buona Scuola che inserisce i
test INVALSI nel curriculum degli studenti, la legge 79 di Bianchi sulla
formazione e il reclutamento insegnanti. Apriamo cantieri e dibattiti. E
mettiamoci al lavoro.