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Lavialibera: “Che barba, che naja! Appunti per una scuola disarmata e disarmante”
DI FRANCESCO ROSSI SU LAVIALIBERA DELL’8 MAGGIO 2026 Segnaliamo un interessante articolo della rivista Lavialibera in cui si riassumono, fra altro, anche i punti salienti della militarizzazione della scuola in Italia dal 2014 ad oggi. Lavialibera è una rivista fondata nel 2019 come continuazione e crescita dell’esperienza trentennale del mensile Narcomafie, fondato nel 1993 dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio. Ha come direttore editoriale Don Luigi Ciotti, fondatore del Gruppo Abele e dell’associazione Libera, e come direttrice responsabile Elena Ciccarello, giornalista e docente all’Università del Piemonte orientale (dove insegna il corso di Sociologia della devianza). Leggiamo dalla loro pagina: > > «Il mondo è cambiato e sentiamo la necessità di parlare di mafie e > > criminalità organizzata in modo diverso: un fenomeno in continua evoluzione > > non può essere analizzato con strumenti vecchi o secondo un’unica > > prospettiva. Non possiamo ignorare le diverse e nuove minacce alla > > democrazia e i grandi rischi del pianeta.» E così si arriva all’articolo di Francesco Rossi sulla militarizzazione delle scuole in Italia: > «Negli ultimi 15 anni, la presenza delle forze armate a scuola si è fatta > sempre più ampia e strutturata. Eppure, ciò di cui ci sarebbe bisogno è > un’educazione disarmata e disarmante. Per fortuna, ci sono comunità educanti > che provano ad andare in questa direzione. Come a Colleferro, città fondata > sulla guerra, la cui storia è puntellata dall’attivismo intergenerazionale di > una collettività che lotta per il disarmo e l’ambiente. […] > > Mentre il ricordo della leva obbligatoria, sospesa dal 1° gennaio 2005, si è > fatto sempre più lontano e sbiadito, le forze armate e la cultura della difesa > (o sarebbe meglio dire “della guerra”?) hanno (ri)conquistato spazio e > visibilità nelle classi di ogni ordine e grado, sia attraverso attività > interne (conferenze, lezioni) che esterne (visite a caserme e basi militari, > PCTO). Di seguito, una breve cronistoria che certifica l’escalation…» …continua a leggere su Lavialibera. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Referendum: ha vinto la Costituzione
Si rassegnino. Non c’è nulla da fare. Quando chi sta al Governo decide di deformare in modo sostanziale la Costituzione, si innesca un fenomeno di rigetto. È successo nel 2006 a Silvio Berlusconi, nel 2016 a Matteo Renzi e nel 2026 a Giorgia Meloni. Se il governante di turno veste i panni del moderno Costituente, si vede con chiarezza che si tratta di un travestimento. Per questa ragione anzitutto non ha funzionato. Il quesito di questo referendum costituzionale si poteva semplificare così: “approvate che Giorgia Meloni e Carlo Nordio riscrivano gli articoli della Costituzione relativi alla Magistratura?”. Se confrontiamo le squadre in campo, il Governo attuale non poteva reggere il confronto. Per il No erano schierati Calamandrei, Dossetti, Moro, Ruini, ecc. Figuranti contro saggi. La Costituzione ha vinto anche per la partecipazione delle cittadine e dei cittadini. Un referendum senza quorum ha superato ampiamente il quorum. Quando si tocca la Costituzione, il livello di attenzione sale. Chi ha cercato di ridurre il referendum ad un aspetto soltanto tecnico, ha sbagliato in pieno. La significativa partecipazione alle urne dimostra che la questione è politica e soprattutto è costituzionale. La sconfitta dei promotori del referendum è doppia. Perché dopo questo stop, la strada del premierato è di fatto preclusa. Il No al referendum di fatto diventa anche un No al progetto del premier che ambiva a sottrarre al Presidente della Repubblica il potere di nomina del Governo e di scioglimento del Parlamento. Tenendo conto che la legge sull’autonomia differenziata è stata falcidiata della Corte Costituzionale, al Governo e alla maggioranza attuale resta soltanto una carta da giocare: la riforma della legge elettorale. Con la quale si vorrebbe ripristinare un premio di maggioranza, nonostante che sia già stato bocciato due volte dalla Consulta per il “porcellum” (di Calderoli) e per l’”italicum” (di Renzi). Degli errori del passato spesso non si ha memoria. O si fa finta di non ricordare, quando ogni altra via è occlusa. Oggi è un giorno positivo. Ma non è possibile che ogni dieci anni la Costituzione venga messa in discussione e in pericolo. Sull’onda della prevalenza dei No, sarebbe necessario cercare di mettere in sicurezza la Costituzione. Questa potrebbe essere davvero considerata una riforma della Costituzione, nel senso di una maggiore condivisione delle scelte istituzionali. Perché la Costituzione non debba essere elemento di divisione, ma costante punto di riferimento. L’aveva proposto con chiarezza Giuseppe Dossetti negli ultimi anni della sua vita, parlando di “emergenza costituzionale” e chiedendo “maggioranze rafforzate per l’adozione dei regolamenti delle Camere, per l’elezione del Presidente della Repubblica, per la nomina dei giudici Costituzionali, per l’elezione dei membri del Consiglio Superiore della Magistratura, e infine – assolutamente fondamentale – per le proposte di revisione costituzionale”. Alla fine resta ancora un compito. Quello di rimuovere gli ostacoli per impediscono la piena attuazione della Costituzione. Come ha recentemente detto don Luigi Ciotti, la Costituzione non deve essere cambiata, deve essere applicata. Rocco Artifoni
March 23, 2026
Pressenza