Ci uniamo al dolore di compagni, compagne, amici e familiari per la perdita di
Sara e Sandrone. Che la loro estrema determinazione sia da esempio per quanti si
adoperano per una società senza ingiustizie e sopraffazione, contro la barbarie
dell’imperialismo e del colonialismo. A quanti si indignano per le azioni
dirette e a quanti agitano …
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Il parere dell’Orbo sull’aggressione all’Iran e al Libano
Riceviamo e diffondiamo:
Il parere dell’Orbo sull’aggressione all’Iran e al Libano
Nel nostro primo testo – l’Appello del settembre 2023 – scrivevamo che il
conflitto in Ucraina era il primo capitolo di una più vasta guerra mondiale in
formazione tra le potenze egemoni dell’Occidente e tutti i loro rivali
capitalistici in ascesa, e che era necessario mobilitarsi per avere una voce,
come sfruttati e come rivoluzionari, in un contesto che andava in quella
direzione. Se si trattava di una facile previsione, nel Paese dei ciechi l’orbo
è re, e i fatti ci hanno dato purtroppo ragione.
Mentre Israele continua il genocidio a Gaza (con più di 1000 morti dallo scorso
ottobre) e si annette per legge la Cisgiordania; mentre il movimento per la
Palestina appare paralizzato dalla falsa pax trumpiana e l’osceno progetto
neofeudale del Board of Peace non conosce contestazioni significative; dopo mesi
di propaganda sulle trattative fasulle riguardo un «programma nucleare di
Teheran» sostanzialmente inesistente, e sulle brutalità del «regime degli
Ayatollah»1… il 28 febbraio Israele e USA hanno attaccato l’Iran e il Libano,
facendo precipitare il secondo fronte della guerra globale. Se è probabile che
l’iniziativa sia partita dal governo Netanyahu, ossessionato dal delirio
teocratico del «Grande Israele» e deciso a sradicare la resistenza palestinese
(cosa irrealizzabile senza l’eliminazione dei suoi sostenitori regionali, da cui
anche l’attacco al Libano per eliminare Hezbollah), si tratta anche, dopo il
Venezuela, del secondo attacco statunitense in due mesi contro uno dei
principali fornitori di petrolio della Cina e contro un ganglio strategico delle
sue «vie della seta», nonché contro un membro dei BRICS. Oltre a ciò, è
piuttosto evidente la volontà degli USA di mettere le mani sulle vaste risorse
iraniane (per dirne solo alcune: petrolio, gas, litio, terre rare) e di frenare
i processi di dedollarizzazione avviati nella regione dalla penetrazione
commerciale cinese, che alla lunga rischierebbero di far saltare il sistema dei
«petrodollari» (le riserve di biglietti verdi detenute in tutto il mondo che
hanno una funzione centrale nel mantenerne il valore). Se quindi la guerra
mondiale non si sta allargando in modo lineare, con un attacco a Mosca che
finisce per tirare in ballo Pechino, la direzione rimane la stessa: un massacro
planetario, in cui a ogni capitolo gli Stati attaccati tendono a stringere e
rinsaldare alleanze e l’Occidente moltiplica gli attacchi – in una spirale senza
fine.
In Iran e in buona parte dell’Asia Occidentale si sta scatenando l’inferno.
Inaugurata, nello stesso giorno dell’uccisione di Khamenei senior, dal
bombardamento di una scuola elementare in cui sono morte almeno 165 bambine,
l’impresa dei liberatori è proseguita a colpi di bombe contro altre scuole,
ospedali, centrali elettriche, siti nucleari e anche impianti di
desalinizzazione. Lo scorso 7 marzo, il bombardamento delle raffinerie di
Teheran ha oscurato il cielo, sprigionando una nube tossica da cui cadono piogge
acide, e che si è spostata rapidamente su Uzbekistan, Kazakistan, Kirghizistan,
considerati a rischio di contaminazione. Dal canto suo, la Repubblica islamica
ha reagito bombardando basi americane in tutti i Paesi circonvicini, colpendo
ripetutamente Tel Aviv con missili e bloccando lo stretto di Hormuz, con
l’immediato effetto di far salire il prezzo del petrolio. Se questa guerra
continuerà anche solo per qualche mese (e potrebbe durare di più…), gli effetti
sull’economia mondiale saranno devastanti, con una spirale inflazionistica in
cui il costo dei carburanti trascinerà con sé quello di tutte le altre merci, a
partire dai prodotti agricoli. Quello che ci viene annunciato è, come minimo, un
immiserimento generalizzato, cui gli Stati non potranno far fronte che alla
solita maniera: repressione, arresti, galera per chi dissente. Letti in
controluce, la produzione a ciclo continuo di pacchetti sicurezza in Italia, il
tentativo di estendere il 41-bis ai compagni cominciato dall’internamento di
Alfredo Cospito, la legge detta “contro l’antisemitismo” (in realtà pro-Israele)
o l’illegalizzazione della solidarietà a Palestine Action in Gran Bretagna, ci
dicono una cosa: al di là dei suoi singoli capitoli, lo stato di guerra
permanente inaugurato con l’Ucraina durerà a lungo. Da qui una legislazione che
non solo vieta di combatterlo, ma persino – sempre più – di contestarlo.
Di fronte a questo quadro, tocca porsi una domanda: per quale diavolo di motivo
un movimento contro la guerra, ovvero contro gli interventi militari dei
“nostri”, stenta a prendere piede? Al di là di ragioni più generali –
l’assuefazione al militarismo indotta da trent’anni e più di “missioni di pace”,
l’assenza di un qualche palestinese per cui tifare – crediamo che su questo pesi
non poco il soft power dei media occidentali. Che cerca di incastrare tutti
quanti – “comuni cittadini” e ancor più militanti – in una falsa dialettica: o
con i “liberatori”, o con gli Ayatollah. Per questo, non casualmente, lo
sguinzagliamento dei borghesi della diaspora iraniana contro le prime, poche
manifestazioni di protesta. Una tattica volta a confondere le idee e fiaccare
psicologicamente chi non intende scivolare nella spirale della guerra mondiale.
Da qui la necessità di chiarirsi le idee: non tanto per sapere cosa fare, ma
soprattutto per capire cosa dire, e sbloccare la situazione prima che sia troppo
tardi.
Noi non siamo tra quelli che riducono le sommosse iraniane a tentativi di
rivoluzione colorata. Se quelle rivolte sono state certamente infiltrate, se non
innescate, da spie e provocatori USA-sionisti (del Mossad e non solo), quando si
tengono manifestazioni di migliaia e migliaia di persone in qualcosa come 800
città, è chiaro che esse contengono ed esprimono un malcontento reale che ha le
sue ottime ragioni – tra le quali, va ricordato, anche la crisi economica che ha
attraversato l’Iran con l’inasprimento dell’embargo USA, e che ha determinato
una sollevazione molto più estesa delle precedenti. Ora, mentre siamo abbastanza
convinti che la gran maggioranza di quegli stessi che sono scesi in piazza non
vuole affatto l’intervento dei massacratori sionisti e statunitensi (come è
emerso da numerosi comunicati della varia sinistra e degli anarchici del Paese,
e come emerge dai cortei armati che adesso sfilano a Teheran contro gli
aggressori), il punto è che solo gli iraniani – poveri o ricchi, fedeli o
infedeli al regime – possono decidere del loro destino. Anziché chiederci cosa
faranno loro, il punto è chiederci cosa possiamo fare noi.
Su questo vogliamo essere molto chiari. Se il nostro orizzonte ideale è
l’internazionalismo proletario e rivoluzionario (solidarietà con tutti gli
sfruttati del mondo contro i loro padroni e oppressori, nazionali e
internazionali), in caso di guerra l’unico modo coerente per declinarlo è una
pratica disfattista. Il che significa dare sempre addosso ai padroni nostrani e
non fare mai nulla che possa favorirli. Se anche volendo non potremmo trovare,
alle nostre latitudini, nessun bersaglio concreto per aiutare direttamente gli
iraniani a liberarsi dal loro governo e dalla loro borghesia (per l’assenza di
collaborazioni di qualsiasi tipo data dall’embargo), fare quel poco che si
potrebbe – come protestare sotto le ambasciate iraniane nel caso di nuove
repressioni – sarebbe semplicemente deleterio, perché ci arruolerebbe nelle file
dei padroni di casa nostra (e li favorirebbe nel diventare i nuovi padroni
dell’Iran). Per questo la nostra solidarietà con i rivoltosi iraniani
(beninteso: con quelli che sono o stanno dalla parte della nostra classe, non
quelli che perseguono il regime change occidentale per fare meglio i loro
affari) non può essere che indiretta, cominciando dall’aiutare il popolo
iraniano a sgombrarsi la strada dai suoi affamatori e bombardatori, sui quali
possiamo e dobbiamo agire. Sapendo anche che se questi vincessero,
applicherebbero all’Iran le stesse ricette già viste in Iraq, Libia e Siria,
affidando il Paese – più che a un insostenibile «ritorno dello Scià» – a bande
di predoni lasciati agire purché garantiscano gli interessi economici e militari
dell’Occidente (o a una qualche giunta al servizio del FMI come quella
installata a Kiev). Pensiamo che questo gli sfruttati iraniani lo sappiano
meglio di noi, e che non abbiano alcune intenzione di passare dalla padella
degli Ayatollah alla brace dei razziatori occidentali. Quanto ai borghesi di cui
sopra, i loro cori per il genocida Netanyahu, le loro bandiere israeliane, i
loro applausi per un intervento militare che si abbatte indiscriminatamente sul
loro stesso popolo (e che ha già fatto morire circa 600 bambini), bastano a
denunciarli per quello che sono.
In seconda battuta, una reale liberazione dell’Iran (e non un regime change) non
può che avvenire nel quadro di uno sconvolgimento di tutta la regione, il quale
a sua volta può essere provocato solo dalla disfatta dell’imperialismo mondiale.
In questo senso, attaccare la nostra classe dominante e le sue manovre militari
non è solo l’unica posizione possibile per dei sovversivi: si tratta anche
dell’unico intervento che in prospettiva – da un lato indebolendo la presa dei
“nostri”, dall’altro dando forza e coraggio alle masse oppresse dell’Asia
Occidentale – potrebbe contribuire anche al crollo dei vari regimi
monarchico-islamici nella regione (nient’affatto meno oppressivi di quello
iraniano). La maggior parte dei quali – conviene ribadirlo – è schierato con
l’Occidente e con Israele, e la cui caduta travolgerebbe in breve l’infame Stato
sionista. Se queste possono sembrare ipotesi campate in aria a chi non conosce
la situazione locale, e non considera l’effetto-domino che potrebbe essere
innescato dalla disfatta dell’imperialismo, si pensi che le folle che assaltano
le ambasciate USA in Iraq, Bahrein e Pakistan stanno già andando in questa
direzione.
Se queste sono ovviamente delle ipotesi, non possiamo e non vogliamo sottacere
un pensiero (ma sarebbe il caso di dire: un fatto) che in questo momento ci
angoscia come angoscia tutti i sinceri nemici di questo mondo: nelle condizioni
presenti, la caduta dello Stato iraniano sarebbe un colpo forse mortale per la
resistenza palestinese, oltre che l’ennesima soddisfazione per l’imperialismo,
che lo confermerebbe nelle proprie capacità e attizzerebbe la sua volontà di
sferrare attacchi ulteriori anche altrove. Se l’Asse USA-Israele non incontrasse
una disfatta contro l’Iran – diciamo una sua “Stalingrado” –, la conferma del
suo delirio di onnipotenza sarebbe la più grave minaccia per le sorti
dell’umanità. Gaza diventerebbe un Metodo. Se la Repubblica islamica cadesse, il
proletariato iraniano dovrebbe farsi carico in proprio della resistenza armata
contro gli sterminatori di Tel Aviv e di Washington, cioè qualcosa di una
difficoltà titanica. Viceversa, la ritirata degli Stati Uniti (dovessero pure
cantare vittoria!) e a rimorchio la fine dei bombardamenti sionisti fornirebbero
uno straordinario carburante materiale e spirituale agli oppressi del mondo
intero. E rimetterebbero al centro la lotta di classe (antimperialista e tout
court) anche in Iran. Per questo non ci può essere alcuna equidistanza da parte
nostra nello scontro tra USA-Israele e Iran! Noi auspichiamo con tutto il cuore
la disfatta del suprematismo occidentale! Se poi il pensiero degli iraniani
oppressi e duramente repressi dal loro Stato ci riempie di rabbia, il genocidio
compiuto sui palestinesi, che non troverebbe più argine se venisse smantellato
«l’Asse della resistenza», ci angoscia e ci fa infuriare ancora di più, essendo
obiettivamente più grave. Si tratta di contraddizioni che – prima ancora di
aprirsi nelle nostre teste – sono nella realtà: finché ci saranno gli Stati (e
le classi), gli sfruttati (gli esseri umani) saranno sempre divisi. Solo un
movimento internazionale per la Palestina molto più contudente di quanto ha
saputo essere finora (e che non potrebbe che fare tutt’uno con un movimento più
generale contro l’imperialismo occidentale) potrebbe sciogliere questo nodo,
sostituendo al protagonismo della Repubblica islamica quello della mobilitazione
diretta degli sfruttati e delle persone di buona volontà.
Ci conforta l’idea che se nell’ora attuale non è sempre facile capire cosa dire
(e bisognerebbe cercare di calibrarlo a seconda dei fatti che accadono
concretamente, i quali andrebbero attentamente studiati), non abbiamo dubbi su
cosa fare: solo dare addosso al nostro imperialismo potrà farlo cadere; solo la
caduta dell’imperialismo potrà destabilizzare l’ordine internazionale; solo la
caduta di quest’ordine potrà aprire un processo che abbatta le separazioni,
permettendo a tutti gli sfruttati del mondo (occidentali, iraniani, russi,
cinesi, africani e di ogni Paese) di ritrovarsi sempre più vicini contro tutto
ciò che li opprime e li umilia.
Per il resto, lasciare che la guerra imperialista prosegua indisturbata sarebbe
semplicemente una disfatta per il proletariato mondiale, aprendo un abisso in
cui rischiamo di scomparire anche noi – come sfruttati e ribelli occidentali. Se
poi si considera che da entrambi gli schieramenti vengono bombardati siti
atomici, e che tra gli aggressori c’è anche Israele, ovvero l’unica potenza
nucleare al mondo che detiene un numero segreto di testate in barba a qualsiasi
trattato e trattativa, il rischio è anche di scomparire tout court come umanità
– e buonanotte ai suonatori.
Mentre la guerra del capitale minaccia la nostra stessa esistenza, a noi la
scelta: o approfittare dell’occasione per scatenare la rivolta contro i padroni
di casa nostra, che sono anche i padroni del mondo intero, o lasciargli fare il
loro gioco. Che se non si concluderà per forza nella catastrofe nucleare, ci sta
già facendo scivolare in un regime di controllo e repressione, necessario ad
amministrare la nostra crescente miseria.
Mentre il governo italiano (insieme ad altri otto Stati, tra i quali i pacifisti
spagnoli) invia una fregata militare nelle acque di Cipro; mentre aerei e droni
già fanno la spola tra l’Asia Occidentale e le basi di Sigonella e
Trapani-Birgi; mentre il MUOS di Niscemi è attivo 24 ore su 24 per permettere ai
liberatori di concordare via radio il prossimo bombardamento; mentre si
accelerano i piani di mobilità militare per le ferrovie… ricordiamoci che appena
trent’anni fa, durante la prima guerra del Golfo, le reti venivano tagliate e le
basi invase. Ricordiamoci che le fabbriche che producono ordigni, i vagoni e le
navi che trasportano munizioni e soldati, le televisioni e i giornali che
sostengono i massacratori, possono essere disturbati, ostacolati, attaccati.
Mentre scriviamo queste righe, infine, un treno carico di armamenti è stato
bloccato a Pisa da alcune decine di dimostranti, e costretto a tornare indietro.
Se anche solo azioni come questa si moltiplicassero, il costo già alto che i
belligeranti sono costretti a pagare per questa guerra diventerebbe
insostenibile. Per andare in questa direzione, dobbiamo scomporre il
mondo-guerra nei suoi diversi ingranaggi.
Paradossalmente, questa lezione ci viene impartita dall’alto proprio dall’Iran,
la cui risposta all’aggressione israelo-statunitense si basa su una sorta di
guerriglia di Stato, cioè su di un uso assai intelligente dell’asimmetria delle
forze (secondo la dottrina difesa a mosaico decentralizzata). Non solo perché un
drone iraniano costa 35 mila dollari, mentre il costo per intercettarlo si
aggira per USA-Israele sui 4 milioni di dollari; non solo perché la costosissima
difesa di Israele lascia sguarnite le basi statunitensi nel Golfo; ma perché
l’Iran sta colpendo, nei suoi gangli essenziali, la logistica globale e la
capacità degli USA di proteggere i propri alleati-servi nella regione (una
pessima pubblicità per la deterrenza statunitense). Dal punto di vista sociale e
di classe, la presunta onnipotenza dei nostri padroni deriva dal fatto che ci
pensano come forze inerti, o tutt’al più capaci di muoverci soltanto “a volo
uniforme”. Per questo il transumanista e afrikaner Peter Thiel – i cui sistemi
di IA vengono usati anche nei bombardamenti in Iran – ha dichiarato: «Nel XXI
secolo, l’Anticristo è un luddista che vuole fermare tutta la scienza». Il
sabot, allora, è l’arma dell’apocalisse proletaria…
La posta in gioco è oggi totale.
Si tratta di non abituarsi alla guerra, ma fermarla – e rivolgerla contro chi la
vuole, la provoca, la estende. Persino l’Orbo vede di chi si tratta – e tutti
possiamo prendere la mira.
22 marzo 2026
assemblea “sabotiamo la guerra”
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Mentre chiudiamo queste riflessioni, siamo straziati da una tragedia. Due
anarchici, Sara e Sandro, sono morti a Roma per l’esplosione di un ordigno che
stavano fabbricando in un casolare abbandonato. Erano compagni nostri e anche
amici stretti di diversi tra noi, e entrambi avevano preso parte in più
occasioni alla nostra assemblea. Non possiamo ovviamente sapere contro cosa
sarebbe stata diretto l’esplosivo che li ha uccisi: conoscendoli siamo sicuri
che Sandro e Sara ne avrebbero fatto buon uso, colpendo strutture o responsabili
del sistema di dominio e sfruttamento, e non altri oppressi e sfruttati come
loro, come noi.
Ricordiamo la loro grande sensibilità e generosità, la loro schiettezza e
onestà, la loro convinzione anarchica e rivoluzionaria. Continueranno a
camminare con noi, perché li porteremo sempre nei nostri cuori.
Ciao Sandro. Ciao Sara.
Una donna iraniana in piazza durante la guerra dei 12 giorni del giugno 2025:
«Non donnavitalibertàteci, assassini!»
¹ Cosa pensiamo di questo regime l’abbiamo già detto nel nostro testo sulla
«guerra dei 12 giorni» del giugno 2025:
https://ilrovescio.info/2025/06/19/finche-ci-sara-uno-stato-presa-di-posizione-sulla-guerra-israele-iran/
Mentre non dubitiamo della brutalità della Repubblica islamica, sia in generale
che nella repressione delle sommosse, va anche detto in quest’ultimo caso che il
numero di uccisi spacciato da ONG e mass media – arrivato sulle televisioni
italiane addirittura a 30 o 40 mila morti! – è pura propaganda, con cui il
nostro regime ha cercato affannosamente di “controbilanciare” l’enorme
impressione prodotta sull’opinione pubblica dal genocidio a Gaza.
CON SARA E ALESSANDRO
Più forti della morte C’è un’enorme differenza fra la violenza degli oppressi e
quella degli oppressori: la prima segue un’etica, la seconda nessuna.(Sara
Ardizzone) La nostra capacità di dire e comunicare non consente di avventurarsi
sui sentieri inesplorati della responsabilità per i rischi assunti in prima
persona. Ogni discorso in questa direzione resta inevitabilmente provvisorio, …
Leggi tutto "CON SARA E ALESSANDRO"
NOTIZIE, UN VIDEO E UN AUDIO DAL CPR DI MACOMER
Dal CPR di Macomer arrivano informazioni che mostrano nuove forme in cui lo
Stato articola razzismo e caccia al migrante. Molti degli uomini sequestrati
nella struttura di Macomer vi sono stati deportati non solo dopo essere stati
catturati nel corso di rastrellamenti eseguiti nelle strade della Sardegna e di
varie parti d’Italia. Sempre con più …
Leggi tutto "NOTIZIE, UN VIDEO E UN AUDIO DAL CPR DI MACOMER"