STANDING TOGETHER PUÒ REGGERE IL PESO DELLE SUE CONTRADDIZIONI?
Foto: Attivisti di Standing Together protestano contro la guerra di Gaza, a Tel
Aviv, 16 gennaio 2025. (Yahel Gazit)
Il movimento arabo-ebraico celebra il suo decimo anniversario dopo un periodo
di rapida espansione. Ma con la sua crescita, crescono anche gli interrogativi
sulle sue posizioni politiche, le sue ambizioni elettorali e i limiti
dell'organizzazione binazionale. Di Samah Watad,* 19 dicembre 2025
https://www.972mag.com/standing-together-israel-palestinians-10-years/
All'ingresso del Centro Congressi Internazionale di Haifa, famiglie palestinesi
in lutto sedevano in silenzio con in mano i ritratti dei loro figli uccisi a
causa della spirale di criminalità violenta che affligge le comunità arabe in
Israele. Nel frattempo, a pochi metri di distanza, giovani attivisti israeliani
distribuivano adesivi con slogan incoraggianti e persino pieni di speranza, come
"Solo insieme possiamo" e "Costruiamo il potere insieme". Il contrasto era
disorientante. Dolore, ottimismo e fervore ideologico coesistevano a disagio
alla convention che, a fine novembre, celebrava i 10 anni dalla fondazione di
Standing Together.
Fondata da membri del Partito Comunista Israeliano, tra cui l'ex parlamentare
della Knesset Dov Khenin e l'attuale co-direttore nazionale dell'organizzazione
Alon-Lee Green, Standing Together si propone come un movimento ebraico-arabo di
base basato sull'organizzazione di strada, sulla comunicazione bilingue e
sull'azione di massa coordinata, che aspira a ricostituire la sinistra
israeliana, da tempo stagnante. Dopo una crescita costante durante i suoi primi
otto anni, la visibilità del movimento è aumentata vertiginosamente durante la
guerra genocida di Israele contro Gaza, che ha portato a un rinnovato esame, sia
a livello locale che internazionale, del suo ruolo nella lotta per un futuro
giusto in Israele-Palestina. La rapida espansione di Standing Together negli
ultimi due anni – il movimento vanta ora quasi 6.000 membri e il suo sito web
conta quasi 80 dipendenti – è stata alimentata in parte dal suo crescente appeal
tra i giovani palestinesi in Israele, disillusi dalla politica di partito
tradizionale. Ma con la crescita del movimento, crescono anche le domande sulle
sue ambizioni elettorali, sulla sua posizione su questioni spinose come il
sionismo e il carattere ebraico di Israele, e sulla sua capacità di affrontare
in modo significativo le contraddizioni che i cittadini palestinesi di Israele
si trovano ad affrontare sotto un governo israeliano sempre più fascista.
Un mezzo per l'azione Per comprendere la recente impennata di popolarità
del movimento, è necessario innanzitutto comprendere la situazione
particolarmente tesa in cui si sono trovati i cittadini palestinesi di Israele
durante la guerra. Negli ultimi due anni, le autorità israeliane hanno represso
con aggressività praticamente ogni attività politica legata a Gaza. Centinaia di
persone, tra cui importanti personalità pubbliche palestinesi, sono state
arrestate anche solo per aver pubblicato post sui social media in solidarietà
con i cittadini di Gaza sotto attacco; le proteste sono state represse con il
pugno di ferro ed organizzazioni politiche sono state minacciate di chiusura. In
questo vuoto si è insinuata Standing Together, le cui manifestazioni binazionali
hanno offerto ai cittadini palestinesi di Israele un ombrello di protezione per
esprimere il loro dolore e la loro rabbia.
Allo stesso tempo, le autorità hanno anche represso le campagne per fornire
aiuti umanitari alla popolazione di Gaza, chiudendo di fatto le porte di
organizzazioni umanitarie arabe consolidate (tra cui l'Associazione Al-Rahmoun e
Igatha 48) nelle settimane successive al 7 ottobre. In questo clima di paura e
impotenza, Standing Together ha lanciato una campagna su larga scala nell'estate
del 2024 che invitava i cittadini a donare cibo e aiuti umanitari a Gaza, in
risposta alla politica della fame ad opera di Israele.
Offrendo un prezioso canale legale per i cittadini palestinesi desiderosi di
fornire un contributo, il movimento ha organizzato raccolte di cibo in almeno 15
città arabe, da Nazareth a Wadi Ara, e ha affermato di aver raccolto aiuti
sufficienti a riempire 400 camion, metà dei quali ha raggiunto i bisognosi a
Gaza prima che il governo israeliano bloccasse ulteriori consegne nella
Striscia, costringendo il movimento a distribuire il resto tra le comunità più
vulnerabili della Cisgiordania. Standing Together non è stata l'unica
organizzazione a cercare di raccogliere fondi per i bisogni umanitari dei
palestinesi a Gaza. Altri attori politici, tra cui il partito arabo-ebraico
Hadash, hanno condotto campagne parallele, spesso optando per trasferimenti di
denaro tramite ONG locali o internazionali per aggirare le restrizioni
israeliane, ma queste iniziative erano di portata minore e gli organizzatori si
sono intenzionalmente astenuti dal promuoverle sui social media per timore di
repressioni governative. La campagna di Standing Together ha sollevato
interrogativi persistenti tra i palestinesi in Israele: come ha fatto
un'operazione di così vasta portata a evitare ripercussioni legali quando ad
altre è stato persino impedito di partire? Come sono stati effettivamente
distribuiti gli aiuti? E l'impatto poi è stato più simbolico che materiale?
Tuttavia, centinaia di persone hanno messo da parte i loro dubbi per sostenere
una campagna che poteva salvare vite umane a Gaza.
Per un altro verso, per gli altri palestinesi che hanno partecipato alla
convention per il decimo anniversario, e in particolare per le persone di mezza
età e gli anziani, ciò che li ha spinti principalmente verso il movimento è
stata la necessità di affrontare l'esplosione della violenza armata e della
criminalità organizzata che ha causato 248 vittime solo nell'ultimo anno,
trasformando la vita quotidiana nelle città arabe in una continua convivenza con
il pericolo. "Criminalità e violenza sono le questioni più urgenti nella nostra
comunità, ma l'attivismo su di esse è solitamente frammentato e limitato agli
ambienti politici", ha dichiarato a +972 Rawyah Handaqlu, fondatrice di Eilaf –
The Center for Advancing Security in Arab Society. "Standing Together ha colmato
questo vuoto, soprattutto raggiungendo le famiglie delle vittime di reati e
trasformando il loro dolore in azioni visibili e durature, sia sul campo che
online".
Attivisti di Standing Together protestano fuori dal quartier generale della
polizia nazionale israeliana a Gerusalemme contro la crescente violenza
criminale nelle comunità arabe, 23 novembre 2025. (Chaim Goldberg/Flash90)
Alcuni si sono chiesti se la visibilità di Standing Together nelle proteste
contro la violenza criminale rifletta un impegno a lungo termine per un
cambiamento politico o se stia semplicemente sfruttandone il dolore che produce
per ottenere vantaggi simbolici. Ma la costante attenzione del movimento su
questo tema – la presenza ai funerali, l'organizzazione di proteste e
l'accompagnamento delle famiglie in lutto – si è verificata in luoghi ed
occasioni in cui le istituzioni statali erano assenti e i partiti politici e le
organizzazioni con leadership arabe non sono state in grado di offrire soluzioni
o di organizzare iniziative efficaci. Standing Together ha anche assunto una
persona apposita per coordinare questi sforzi nel nord di Israele, raggiungendo
e mantenendo relazioni continuative con le famiglie in lutto, con l'obiettivo
finale di coinvolgerle nel movimento e guidarle nella lotta per il cambiamento.
Rula Daood, co-direttrice nazionale palestinese del movimento insieme a Green,
che per tutta la durata della convention si è data da fare tra le famiglie in
lutto, vede tutti questi aspetti quali fattori di crescente popolarità di
Standing Together tra i palestinesi in Israele. "La nostra presenza negli sforzi
di soccorso per Gaza e nella lotta contro la criminalità e la violenza ha fatto
sì che le persone vedessero il movimento come qualcosa di tangibile, non solo
discorsi", ha spiegato. In effetti, mentre per molti membri ebrei, soprattutto i
più giovani attivisti, l'attrattiva del movimento risiede maggiormente nella
promozione della giustizia sociale, nella coesistenza ebraico-araba o nella
speranza di far rivivere un'identità israeliana progressista, per gli attivisti
palestinesi rappresenta uno degli ultimi spazi rimasti per affrontare la
violenza strutturale e la criminalità organizzata. Questa differenza tra ebrei e
palestinesi era più che evidente al centro congressi di Haifa. Attivisti ebrei
anziani hanno espresso gioia, persino sollievo, alla vista di un movimento
binazionale dopo due anni in cui il razzismo ha pervaso ogni aspetto della vita
– una preziosa prova che la sinistra israeliana ha ancora vitalità. Per molti
partecipanti palestinesi, l'atmosfera risultava invece più pesante, venata da un
senso di urgenza che aveva poco a che fare con la nostalgia politica e molto a
che fare con la sopravvivenza.
Ambiguità strategica Standing Together mira a far crollare le tradizionali
distinzioni all'interno della società israeliana e a costruire "una nuova
maggioranza politica" sulla base di interessi materiali condivisi: un ampio
campo che includa palestinesi ed ebrei, sia coloro che si dichiarano di sinistra
sia coloro che tradizionalmente non si identificano come tali. Come ha spiegato
Sally Abed, una delle leader del movimento e membro del consiglio comunale di
Haifa: "Non stiamo cercando di mettere tutti nella stessa stanza. Stiamo
organizzando una massa critica di persone che possano convincere gli altri della
[necessità di] un blocco strategico attorno a [questioni come] alloggi,
giustizia, uguaglianza e libertà".
Abed ha messo a confronto queste posizioni con quelle dei partiti politici
arabi in Israele, che, ha detto, si sono aggrappati ossessivamente a idee
rivoluzionarie astratte. “Dal punto di vista sosciologico è chiaro che la gente
di Tel Aviv è diversa da quella del Negev, e credo sia possibile sostenere idee
rivoluzionarie impegnandosi al contempo su problemi meno esplicitamente
"politici" come la criminalità e la violenza. Stiamo cercando di costruire
qualcosa di vivo: un progetto politico che non sia solo uno slogan, ma una
struttura. Eppure, anche tra gli attivisti esperti, pienamente impegnati nei
principi del movimento, lo squilibrio di potere tra ebrei e palestinesi (che
rappresentano rispettivamente circa il 60% e il 40% dei membri) è un aspetto che
è impossibile ignorare. In questa realtà, un tema rimane particolarmente
delicato: il sionismo. Tra i leader di Standing Together, la questione del
sionismo è spesso descritta come "complicata" e il rapporto del movimento con
esso è lasciato deliberatamente indefinito. Il timore di molti attivisti ebrei è
che qualsiasi tentativo in tal senso possa alienare potenziali membri. Ma per i
palestinesi, il tema è inevitabile e non qualcosa di confinato all'astratto;
piuttosto, tocca il cuore di chi sente di poter appartenere a questo movimento.
Questa tensione è emersa pubblicamente durante una recente intervista con Green
e Abed su Zeteo News, la società di media digitali fondata da Mehdi Hasan. Green
ha sottolineato che "il movimento è impegnato per la completa uguaglianza tra
tutte le persone che vivono tra il fiume e il mare", ma tuttavia ripetendo la
consueta frase secondo cui "noi non stiamo lì alla porta a chiedere alle persone
se sono sioniste prima di farle entrare”.
Abed invece ha parlato di come i palestinesi vivono il sionismo – non come
un'identità o un'etichetta, ma come un sistema di dominio responsabile della
"pulizia etnica del mio popolo" e del mantenimento dei palestinesi "sotto il
giogo" – pur sostenendo che i palestinesi non possono permettersi il lusso della
purezza ideologica: "Se vogliamo essere in grado di creare... una massa critica
nella società israeliana per porre fine al controllo militare, all'apartheid,
all'assedio... dobbiamo capire come [possiamo] creare un dialogo fruttuoso". La
posizione di Abed riflette un calcolo difficile: un rifiuto del sionismo sia
come idea che come struttura, abbinato a un'accettazione per realpolitik del
fatto che persone che si qualificano ancora come sioniste possano essere accolte
all'interno del movimento – non perché Abed si senta a suo agio con questa
situazione, ma perché i palestinesi non possono permettersi di rifiutare
potenziali sostenitori che condividono in parte, ma non in toto, la loro visione
di un futuro giusto.
Tuttavia, questo approccio, sebbene pragmatico, solleva una domanda più
profonda: come può un movimento affermare di combattere l'ingiustizia e al tempo
stesso accogliere persone impegnate nel sistema che lo sostiene? Per molti
cittadini palestinesi, questo riflette i limiti più profondi dell'attivismo
binazionale che si rifiuta di indicare e riconoscere le strutture di
oppressione. La mancanza di una posizione chiara contro il sionismo e il
colonialismo di insediamento è anche in parte ciò che ha portato il PACBI,
braccio ufficiale del movimento BDS, a denunciare Standing Together per motivi
di normalizzazione della situazione attuale. Per gli attivisti ebrei del
movimento, nel frattempo, la questione del sionismo si risolve spesso attraverso
una graduale assunzione di consapevolezza interna. Molti lo hanno descritto un
graduale processo di "disimparare" il sionismo. Al centro congressi di Haifa,
un'attivista ebrea sulla cinquantina ha dichiarato a +972: "Sono stata cresciuta
credendo che il sionismo fosse la strada giusta. Mi ci sono voluti alcuni anni
per passare dal Meretz [il partito sionista più a sinistra in Israele]
all'Hadash, e capisco perché sia difficile per le persone abbandonare il
sionismo, soprattutto ora che la società israeliana si sta spostando sempre più
verso l'estrema destra". Molti degli attivisti ebrei con cui ho parlato hanno
chiesto di rimanere anonimi. Hanno descritto le reazioni negative di familiari e
amici e un senso di isolamento anche all'interno delle loro cerchie sociali.
Questa realtà solleva un'altra domanda: se sostenere Standing Together comporta
già dei costi sociali per gli ebrei israeliani, quanto può realisticamente il
movimento espandersi oltre la sua base attuale?
Tra i palestinesi che ho intervistato, l'ambiguità strategica è stata l’aspetto
più difficile da accettare. Rabea Alasam, attivista beduina del Naqab/Negev e
membro della leadership nazionale del movimento, ha sottolineato che mentre gli
attivisti ebrei possono permettersi percorsi ideologici graduali, i palestinesi
sono costretti a convivere quotidianamente con le conseguenze del sionismo –
nella legge, sulla loro terra e nei loro corpi. È in questo spazio tra il
gradualismo ebraico, l'urgenza palestinese e l'ambiguità strategica del
movimento che sia le promesse che i limiti di Standing Together emergono
chiaramente. Eppure, per molti dei membri palestinesi del movimento, compresi
coloro che si sentono a disagio con queste ambiguità, la politica di ampio
respiro di Standing Together ha allo stesso tempo fornito un mezzo tanto
necessario per la politicizzazione di quella identità che Israele ha lavorato
incessantemente a sopprimere. Angela Mattar, studentessa palestinese al Technion
di Haifa, ha descritto un lungo e difficile percorso verso l'attivismo politico.
"Non sono cresciuta in una famiglia politica", ha detto. "Ma sapevo di voler
cambiare le cose". Alla fine ha trovato la sua strada verso Standing Together
dopo aver affrontato reazioni negative per aver sostenuto studenti arabi nel
campus che protestavano contro il genocidio israeliano a Gaza. "Era l'unico
posto che mi permetteva di parlare liberamente, di sentirmi al sicuro nella mia
identità palestinese e di non sentirmi costretta a comprometterla". Enrare a
far pare di un movimento ebraico-arabo non è stato facile per lei. "Avevo paura
che la gente dicesse che mi stavo normalizzando", ha ammesso Matar. "Ma ho
capito che non stavo rinunciando a nulla. Potevo parlare di Gaza, della Nakba, e
sentirmi sostenuta. Non è qualcosa che do per scontato". Alasam ha descritto in
modo simile Standing Together come la sua prima casa politica. "È stato solo
grazie a Standing Together che ho iniziato a dire di essere beduino e
palestinese", ha detto. Ma le domande nella sua mente persistono. "Che tipo di
partnership è questa? È giusta? Ogni notte mi addormento con questa domanda". I
leader del movimento sostengono che accettare queste contraddizioni sia l'unico
modo onesto per costruire un progetto politico veramente condiviso. "Nessun vero
movimento nella storia è mai stato allineato ideologicamente al 100%", ha detto
Abed. "Le persone vengono per motivi diversi. Alcuni per la criminalità. Alcuni
per la guerra. Alcuni per l'affitto. Questo non è un difetto. Questa è la
realtà". Queste tensioni – tra solidarietà e disuguaglianza strutturale, lotta
condivisa e interessi diseguali – non sono una novità per Standing Together. Ma
sono diventate più difficili da nascondere con la crescita del movimento. Come
mi ha detto in privato un attivista palestinese presente alla convention: "Siamo
qui perché non abbiamo scelta. Loro sono qui perché vogliono credere in
qualcosa".
L'area poliica condivisa Tra i membri dei principali partiti politici
arabi in Israele – in particolare Hadash e Balad, tradizionalmente in prima
linea nella lotta per i diritti dei palestinesi sia in Israele che nei territori
occupati – Standing Together è generalmente visto con un misto di scetticismo e
disagio. Data la storia dei fondatori del movimento con il partito, alcuni in
Hadash vedono sovrapposizioni, o addirittura concorrenza. Un membro del partito
che ha chiesto l'anonimato ha criticato le tattiche di "visibilità" del
movimento. "Vengono alle manifestazioni indossando le loro magliette ufficiali,
nonostante ci sia un accordo condiviso tra tutti i partiti di non issare
bandiere o indossare marchi del partito e di attenersi a slogan condivisi", ha
detto. "Vanno persino alle tende del lutto per le vittime indossando quelle
magliette. Per noi, questo è inappropriato e inaccettabile". Ha anche respinto
l'idea che Standing Together sia più attivo sul campo rispetto ai partiti. "Non
è vero. Abbiamo scelto, in base alla situazione del momento, di raccogliere
fondi per Gaza, non cibo, [perché] sapevamo che il governo israeliano non
avrebbe permesso il passaggio di cibo. L'impatto del 7 ottobre si sente ancora
profondamente. La gente ha paura di essere politicamente attiva." Tuttavia, ha
ammesso che "c'è stato un declino e un ritiro dai partiti, e forse non siamo
riusciti a dare spazio ai giovani. Ed è anche vero che Standing Together sta
colmando una lacuna che non abbiamo sfruttato come avremmo dovuto. Investono
chiaramente molto nei media e nella visibilità." Balad, che adotta una posizione
più esplicita contro il carattere etnocratico di Israele, non vede il movimento
come un concorrente diretto. Il messaggio politico del partito, che invoca uno
"stato di tutti i suoi cittadini", non è in linea con la deliberata elusione
della questione da parte di Standing Together. Green, nell'intervista a Zeteo,
ha criticato quello che descrive come uno stato ebraico oppressivo o
suprematista e ha spostato l'attenzione sull'uguaglianza, ma si è fermato prima
di rifiutare esplicitamente il quadro dello stato ebraico – un altro caso in cui
l'ambiguità strategica del movimento diventa un punto centrale di contesa quando
entra negli spazi politici palestinesi, dove molti considerano tale quadro
stesso intrinsecamente diseguale.
Un membro anziano di Balad che ha chiesto di rimanere anonimo ha anche
ridimensionato il peso di Standing Together: "Al di fuori dei circoli politici e
dell'attivismo online, molte persone non saprebbero nemmeno chi sono, se non
forse come il gruppo che ha raccolto donazioni per Gaza. Ed è lì che finisce".
Il membro di Balad si è anche chiesto cosa succederà quando i finanziamenti del
movimento si esauriranno; A differenza dei partiti politici in Israele, Standing
Together ha accesso a risorse internazionali che consentono al movimento di
costruire la propria infrastruttura, coordinare campagne e accrescere la propria
visibilità pubblica.
Le tensioni tra Standing Together e i partiti sono esplose durante le recenti
elezioni per l'Alto Comitato di Monitoraggio, l'organismo di leadership
apartitico per i cittadini palestinesi di Israele. Daood, co-direttrice
nazionale di Standing Together, si è candidata per diventare la nuova leader
dell'organismo. Questa è stata la prima volta da anni che qualcuno al di fuori
della struttura politica tradizionale si è candidato alle elezioni, ed è stata
percepita come una sfida sgradita. Nonostante l'ampio sostegno a Daood online,
gli organismi che compongono l'Alto Comitato di Monitoraggio, il cui appoggio
era necessario per ottenere, hanno infine ceduto alle pressioni, portando alla
sua eliminazione dalla competizione . Jamal Zahalka, ex leader di Balad che è
stato per molti anni membro della Knesset è uscito vincitore. L'episodio ha
evidenziato un'importante frattura: Standing Together sta spingendo per entrare
più seriamente nella vita politica palestinese, incontrando una silenziosa
resistenza da parte di coloro che ancora ne controllano gli accessi.
I co-direttori nazionali di Standing Together, Rula Daood e Alon-Lee Green,
parlano sul palco durante la convention per il decimo anniversario del
movimento, presso l'International Convention Center di Haifa, il 27 novembre
2025. (Per gentile concessione di Standing Together)
Per ora, nonostante le crescenti valutazioni positive – alimentate in parte
dalla candidatura del movimento, come Abed, alle elezioni locali, oltre alla
candidatura di Daood a leader dell'Alto Comitato di Monitoraggio – i leader di
Standing Together insistono sul fatto che non è previsto un salto nella politica
nazionale a breve. "Non crediamo nelle scorciatoie", ha detto Abed a +972. "Un
vero cambiamento richiede infrastrutture, istituzioni e tempo". Secondo il
sondaggista Yousef Makladeh, direttore di StatNet, un centro di sondaggi che
esamina le comunità palestinesi in Israele, al momento non c'è spazio politico
per un nuovo partito arabo. "Non abbiamo nemmeno incluso [Standing Together] nel
nostro recente sondaggio", ha spiegato. "Non vediamo alcuna possibilità che
possano superare la soglia elettorale." Tuttavia, ha sostenuto Makladeh,
l'influenza del movimento può essere avvertita in altri modi. I sondaggi
mostrano che, dopo anni di frammentazione e stanchezza politica, la maggior
parte dei cittadini palestinesi di Israele desidera un partito arabo unificato.
Anche senza che si candidi, ha affermato, la presenza di Standing Together –
soprattutto come progetto binazionale – potrebbe contribuire a ripristinare tra
i palestinesi in Israele la consapevolezza che l'organizzazione politica ha un
significato. Solo questo, ha detto, potrebbe motivare più persone a votare alle
elezioni del prossimo anno.
Di ritorno al centro congressi di Haifa, l'attivista sociale Jumana Khalaileh
ha aperto i lavori sul palco raccontando la storia dell'omicidio di suo fratello
per mano di criminali violenti. Mentre piangeva, il pubblico piangeva con lei.
La decisione degli organizzatori di invitare Khalaileh come prima relatrice
riflette la consapevolezza che il pubblico palestinese in Israele desidera
disperatamente un movimento che li sostenga in quella che è diventata una
battaglia per la loro stessa sopravvivenza, una battaglia che i loro partner
ebraico-israeliani non conosceranno mai. Mentre la folla ascoltava attentamente,
il netto divario di privilegi tra questi due gruppi nazionali incombeva
pesantemente sullo sfondo.
Decimo anniversario di Standing Together’s a Haifa, 27 nov 2025.
*Samah Watad è una giornalista e ricercatrice investigativa palestinese con sede
in Israele, che si occupa di politica e questioni sociali.
Traduzione a cura di Claudio Lombardi, Associazione di Amicizia Italo
Palestinese