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IoCiSto, la voce della Palestina
MEMORIA, DOLORE E SPERANZA NELLA PRESENTAZIONE DEL LIBRO LA COLLANA DI YASMIN “Ho pianto davanti alle immagini strazianti di migliaia e migliaia di uomini, donne, ma soprattutto bambini palestinesi massacrati a Gaza dall’esercito israeliano. Quindicimila bambini: un orrore che non può trovare alcuna spiegazione”. Sono le parole che padre Alex Zanotelli ha scritto in una lettera dedicata a Souzan Fatayer, autrice del libro La collana di Yasmin, presentato venerdì alla Libreria IoCiSto, nel cuore del Vomero a Napoli. Venerdì 15 maggio non era una data qualunque. È il giorno che ricorda l’esodo forzato di circa 800mila arabi palestinesi durante la guerra del 1948. È il giorno dell’esproprio delle terre e delle case, della negazione dell’identità di un popolo attraverso la mancata fondazione di uno Stato palestinese. È anche il giorno della nascita dello Stato di Israele. Per il popolo palestinese, il 15 maggio resta il giorno del lutto: l’anniversario della Nakba, la “catastrofe”, il disastro che continua a vivere come una ferita lacerante nella memoria collettiva. Alla Libreria IoCiSto, nella saletta intitolata a Giancarlo Siani, non si è svolta soltanto la presentazione di un libro, come accade ogni giorno, ma qualcosa di molto più profondo. C’erano il peso della memoria, il dolore di una terra martoriata, la rabbia e l’impotenza di non poter fare di più. C’era il pianto trattenuto delle studentesse palestinesi che, accolte a Napoli per continuare a studiare, hanno salvato sé stesse e il proprio futuro, lasciando però dietro di sé affetti, famiglie e una terra devastata dalla guerra e dalla morte. Ma c’era anche la forza della testimonianza e una luminosa speranza di chi continua a credere ostinatamente che un nuovo orizzonte di giustizia e umanità sia ancora possibile. La sala gremita ha accolto con profonda partecipazione la presentazione de La collana di Yasmin e, da subito, l’incontro si è trasformato in un intenso momento collettivo di riflessione e commozione. La collana di Yasmin, scritto a quattro mani con Domenico Borriello, non è solo un racconto intimo e delicato, nonostante le atrocità narrate, ma anche un atto di testimonianza civile. Attraverso la storia personale dell’autrice e quella della piccola Yasmin, il libro intreccia memoria, dolore e dignità, esplorando la vita tra Nablus, città natale della scrittrice, e Napoli, dove oggi vive. Con il suo racconto, Souzan Fatayer ha consegnato ai presenti non soltanto una testimonianza, ma una ferita aperta che continua a sanguinare. Con una scrittura semplice e limpida, ricca di proverbi, immagini e aneddoti, il libro assume una dimensione corale e diventa la voce di un intero popolo. Un’opera che prova a contrastare il rischio dell’indifferenza di fronte alla tragedia palestinese. Ad aprire l’incontro è stato Massimo Angrisano, referente dell’Associazione Oltremani Napoli APS, rete cittadina nata dall’impegno di attivisti e famiglie con l’obiettivo di trasformare l’accoglienza in un modello concreto di inclusione familiare, solidarietà e sostegno per le persone più fragili. Angrisano ha spiegato come l’associazione si fondi sull’idea di una comunità aperta, costruita sulla reciprocità, la gratuità e l’autenticità delle relazioni. “Cerchiamo di riempire un vuoto lasciato dalle istituzioni, che troppo spesso non promuovono reali percorsi di accoglienza e integrazione”, ha detto. “Lavoriamo per cambiare, passo dopo passo, una cultura che demonizza lo straniero, l’altro da sé. In realtà siamo tutti portatori di umanità: tutti diversi, tutti uguali”. Nel suo intervento ha poi allargato lo sguardo al contesto internazionale, definendo la tragedia palestinese “la metafora di un degrado umano e politico che attraversa il mondo contemporaneo, in Palestina come a Cuba e in Venezuela: un nuovo colonialismo che rischia di corrodere le basi stesse della convivenza civile e del rispetto reciproco”. L’impegno di Oltremani è rivolto a superare barriere e pregiudizi verso chi vive condizioni di fragilità e marginalità sociale ed economica, attraverso progetti di accoglienza per rifugiati e studenti stranieri, offrendo percorsi di vita e formazione per restituire la speranza a chi vede il proprio futuro spezzato. E proprio grazie a questi progetti, tre ragazze palestinesi oggi vivono presso famiglie napoletane che le hanno accolte, sottraendole alla guerra e permettendo loro di continuare gli studi. “Sono piccoli passi — è stato sottolineato — ma non bisogna arrendersi”. Particolarmente toccante la testimonianza di Luca, che ha raccontato come lui e sua moglie avessero inizialmente accolto con timore e scetticismo l’idea dell’ospitalità. All’inizio doveva essere una soluzione temporanea, un progetto per permettere a una studentessa di accedere a una borsa di studio e studiare a Napoli. Poi, però, qualcosa è cambiato. La conoscenza diretta della giovane Hara, il contatto umano e la condivisione quotidiana hanno abbattuto paure e diffidenze, trasformando quell’esperienza in un autentico percorso di solidarietà e crescita umana anche per la loro famiglia. Con parole semplici ma profonde, Luca ha invitato a non avere paura di aprire la propria casa a chi non ha più nulla, perché tutto gli è stato sottratto, perfino i sogni. “Apriamo la nostra casa, ma soprattutto il nostro cuore. Questo impegno ci è tornato indietro con un’enorme ricchezza umana”. E ha aggiunto: “Vedere Hara sorridente e capace di gioire per quello che oggi ha, pur portando dentro il dolore per ciò che ha lasciato dietro di sé, è stato per tutti noi una grande lezione di vita”. Poi Souzan Fatayer, palestinese di Nablus, napoletana d’adozione, docente all’Orientale e appassionata attivista per i diritti del popolo palestinese, ha catturato da subito il pubblico in un silenzio denso, quasi sospeso. Con gli occhi lucidi e la voce spezzata dall’emozione, ha ripercorso la propria vita intrecciando ricordi personali agli orrori vissuti dal popolo palestinese a Gaza. Le sue parole, cariche di tensione emotiva, hanno restituito il volto umano della guerra: quello delle famiglie spezzate, delle case distrutte, dell’infanzia violata dalla paura e dall’assenza di futuro. “Eppure il popolo palestinese è un popolo d’amore che abbraccia tutti come fratelli, oltre ogni differenza di religione”, ha detto Souzan. “Durante l’Olocausto i palestinesi hanno accolto tanti ebrei. Ma oggi l’olocausto lo subisce il popolo palestinese proprio per mano degli ebrei”. Alla domanda sul perché abbia scritto questo libro, ha risposto: “Perché gli altri devono conoscere il dolore immenso di un popolo definito terrorista, un popolo a cui vengono tolti la casa, gli affetti, la memoria, la vita stessa. Provate a immaginare se vi privassero della vostra casa, se si impossessassero della vostra acqua. Gli israeliani occupano le nostre falde acquifere e ci erogano acqua una volta alla settimana. Non potete immaginare la gioia di potersi lavare. Soffriamo la sete”. Oggi a Gaza non si muore più solo per le armi, ma si muore di fame, di freddo. Si muore per l’invasione degli insetti e dei topi che dilagano nei campi e nelle tende 4×4, che sono oggi le nuove case. Non viene permesso che entrino veleni per distruggere i topi. Si muore perché non è consentito curarsi: non esistono più ospedali né medicine. Le operazioni che vengono eseguite sono praticate senza anestesia e muoiono soprattutto i più fragili, bambini e anziani. “E le decine di migliaia di ostaggi nelle carceri senza alcuna colpa, tra cui molti medici? Azioni disumane, torture inspiegabili, come quella del medico ucciso con l’estintore nell’ano. Il progetto di Israele appare chiaro: dal fiume al mare, dal Nilo all’Eufrate, dall’Egitto all’Arabia Saudita, il sogno della Grande Israele. Ma noi vogliamo vivere nella nostra terra. Noi siamo forti come i nostri ulivi, noi non ci fermeremo. Ma abbiamo bisogno di voi: non abbandonateci”. “Ho scritto questo libro perché è necessario che la gente comune conosca la verità nelle sue proporzioni drammatiche e non soltanto ciò che l’informazione ufficiale consente di sapere. Gaza merita di essere ricostruita, l’Olocausto non lo abbiamo fatto noi”. “Non abbandonateci, parlate ogni giorno della Palestina” è stato anche l’appello accorato della giovane palestinese Shuruk, oggi studentessa alla Federico II di Napoli, che parla ancora solo in arabo e che ha ringraziato la famiglia che la ospita. Ha raccontato la gioia e, allo stesso tempo, lo strazio provato quando le è stata data la possibilità di venire a Napoli, ma al prezzo di lasciare nella disperazione tutti i suoi affetti. Tra le lacrime ha ricordato come sia stato suo padre a spingerla a non guardarsi indietro, ma a correre verso il proprio futuro. Una testimonianza di forte impatto emotivo. Con la voce rotta dall’emozione ha raccontato il distacco dalla propria terra, la sofferenza per chi è rimasto sotto le bombe, ma anche la gratitudine verso tutte quelle famiglie che hanno scelto di aprire le porte delle proprie case. Racconti semplici e autentici che hanno attraversato la sala con una forza disarmante, lasciando il pubblico immerso in un lungo e rispettoso silenzio. Nella Libreria IoCiSto ogni parola sembrava scavare nel profondo. Non c’era distanza tra chi parlava e chi ascoltava. Solo volti attenti, occhi lucidi e una partecipazione intensa e collettiva. Al termine, dopo il lungo silenzio carico di emozione, l’intera sala si è alzata in piedi in un applauso lungo, sentito, liberatorio. Un applauso che non celebrava soltanto un libro, ma il coraggio della memoria, la dignità del dolore, la speranza ostinata che, anche nei tempi più bui, non smette di credere che una nuova umanità possa ancora trovare spazio. “Non abbandonateci, non abbandonate la Palestina. Continuate a parlarne, a tenere alta l’attenzione. Abbiamo bisogno di voi, noi vogliamo sconfiggere la Morte perché amiamo la Vita”. È stato questo l’appello finale, intenso e commosso, di Souzan Fatayer. L’impegno continua. Il prossimo appuntamento è il 24 maggio, alle ore 17.30, a piazza Dante. Organizzato da Life for Gaza, vedrà sfilare in corteo un lungo sudario su cui saranno scritti i nomi dei 20.000 bambini uccisi dagli israeliani. https://www.iocistolibreria.it Gina Esposito
May 18, 2026
Pressenza
E quando gli invisibili
di Mauro Armanino Tra frontiere, stanze senza finestre e vite cancellate dal potere, gli invisibili continuano a costruire mondi alternativi: quando prenderanno coscienza della propria forza, la storia cambierà finalmente …
10 artigiani di pace raccontano le proprie storie e descrivono il loro cammino
Le loro testimonianze raccolte dalla Fondazione PerugiAssisi sono trasmesse in una serie di 10 podcast in onda su Spotify e Apple Podcast: > Non si può veder ammazzare la gente per strada e non fare niente! > > Mentre il mondo sta precipitando nella terza guerra mondiale, c’è chi sceglie > di non restare a guardare. > > Per questo la Fondazione PerugiAssisi per la Cultura della Pace ha realizzato > un podcast sulla madre di tutte le marce per la pace: la PerugiAssisi. > > Da Alex Zanotelli a Francesca Albanese, da Tomaso Montanari a Erica Boschiero, > 10 attivisti, insegnanti, intellettuali e artisti raccontano come battersi per > la pace. «Mentre nell’inerzia politica si consumano i peggiori crimini contro l’umanità – afferma Flavio Lotti, presidente della Fondazione PerugiAssisi per la Cultura della Pace – ci sono persone responsabili che si danno da fare per difendere la pace e costruire un mondo un pò meno schifoso. Battersi per la pace resta la cosa più umana che possiamo fare. Una pace vera che sia non solo assenza di guerre ma pienezza di diritti». Intitolata PerugiAssisi. La via per la pace, la serie di podcast che mira a “rigenerare una coscienza, una cultura e una politica di pace e nonviolenza” è stata progettata da un gruppo di Giovani costruttori e costruttrici di Pace, prodotta dal Gruppo Icaro per la Fondazione PerugiAssisi per la Cultura della Pace con il sostegno della Fondazione Perugia progetto “PerugiAssisi Cantiere di pace e sviluppo sostenibile”) e realizzata dal direttore di produzione, Francesco Cavalli, con cura editoriale di Serena Saporito, montaggio e sound design di Diego Zicchetti e assistenza tecnica di Francesco Fais, anche autore di alcuni contributi musicali. Sono già online il trailer e i primi tre della collezione di 10 podcast che documentano altrettante storie emblematiche, ciascuna raccontata dai protagonisti, una decina di artigiani di pace, insieme a Myriam Barba e Nicolò Ermolli, due giovani costruttori di pace che li hanno incontrati in occasione della Marcia PerugiAssisi: 1. Facciamoci sentire, con Alex Zanotelli – L’appello di chi ha dedicato la vita agli ultimi: la pace ci chiede di rompere il silenzio e diventare una forza politica e morale. 2. Una rivoluzione di pensieri, con Monicah Malith – L’appello di una giovane donna, rifugiata del Sud Sudan: i giovani devono prendere l’iniziativa per migliorare sé stessi e cambiare questo mondo. 3. Non nel mio nome, con Jean Fabre – Ho detto No! alle armi. Sono un obiettore di coscienza, cittadino del mondo, membro della famiglia umana. Voglio cambiare l’economia che uccide. 4. Sono uscito da Gaza, con Yousef Amdouna – Sono vivo per miracolo. Mia mamma, molti miei amici, no. A Gaza i giovani continuano a fare cose meravigliose. Nonostante il genocidio in corso. 5. Vogliamo essere pari, con Paola Palazzoli – La guerra porta disabilità a tutti i livelli, a cominciare da quella mentale, e ci toglie la salute. Le più colpite sono le donne e le bambine. 6. Sbellichiamoci!, con Sara Ferrari – Ho messo i ragazzi al centro e ho aperto le porte della mia scuola per educare alla pace. Con Bergonzoni diciamo: “togliamoci la guerra dalla testa”. 7.  Studia e impara, con Tommaso Montanari – Per fare la rivoluzione della pace dobbiamo studiare ed essere credibili. Chi ha il monopolio della forza non può avere anche il monopolio della verità. 8. La pace è tutto, con Francesco Tagliaferri – Sono il giovane Sindaco di Barbiana. Mi occupo della mia comunità. Alla scuola di don Milani ho capito che si può agire nel piccolo e nel grande. 9. Un’artivista per la pace, con Francesca Boschiero – Canto e suono le cose in cui credo. Con l’arte e la musica si vincono l’indifferenza e la solitudine… e alla Marcia Perugiassisi è meraviglioso. 10. Respingiamo e spingiamo, con Francesca Albanese – Ho denunciato il genocidio del popolo palestinese per conto dell’Onu. Ho pianto ma dopo 25 chilometri di cammino con tutti voi sono fiera e serena. Maddalena Brunasti
April 1, 2026
Pressenza
21 marzo 99: primo sciopero dello sguardo
di Giuseppe Callegari. Domenica 21 marzo 1999 si è svolto in Italia il Primo Sciopero dello Sguardo che consisteva nel lasciar spento il televisore per l’intera giornata con lo scopo di esprimere un crescente disgusto verso la mediocrità e lo squallore dei programmi televisivi. L’idea è stata del regista Silvano Agosti, mentre il sottoscritto, allora responsabile del Centro Audiovisivi di