La guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran non si concluderà con un chiaro vincitore
di Sultan Barakat,
Al Jazeera, 19 marzo 2026.
Un accordo che consenta a ciascuna parte di affermare di aver raggiunto i propri
obiettivi fondamentali rappresenta la via d’uscita più probabile; e la Cina
potrebbe averne la chiave.
Le squadre di soccorso lavorano per estrarre una persona ferita dalle macerie,
dopo un attacco contro un edificio residenziale il 16 marzo 2026 nel centro di
Teheran. [Getty Images]
Mentre la guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran entra nella sua terza
settimana e continua a estendersi in tutta la regione, la domanda non è più chi
vincerà, ma come potrebbe concludersi questo conflitto. Ogni round di ritorsioni
approfondisce un ciclo che minaccia di trascinare l’intero Medio Oriente in una
prolungata instabilità. Eppure, anche le guerre più radicate alla fine cedono il
passo ai negoziati. La sfida consiste nel riconoscere il momento in cui
continuare a combattere diventa più costoso che fare un passo indietro.
All’inizio di questa settimana, l’Iran ha nuovamente negato ogni responsabilità
per i recenti attacchi alle infrastrutture civili nel Golfo e ha proposto di
istituire una commissione congiunta con gli stati della regione per indagare
sugli incidenti. Teheran ha suggerito che un meccanismo di cooperazione che
coinvolga i paesi del Golfo potrebbe chiarire l’accaduto e stabilire le
responsabilità. Se tale proposta sia sincera o semplicemente tattica è un’altra
questione. L’Iran ha ripetutamente insistito sul fatto che la sua guerra è
contro gli Stati Uniti e Israele, non contro i suoi vicini del Golfo. Tuttavia,
i continui attacchi con missili e droni in tutta la regione hanno acuito i
sospetti. Qualsiasi affermazione iraniana sarà esaminata con attenzione, se non
addirittura respinta.
Tuttavia, gli Stati del Golfo comprendono meglio di chiunque altro che questa
guerra non è nel loro interesse. Non si tratta di un conflitto da loro voluto, e
finora hanno avuto cura di non diventare partecipanti diretti. La loro reazione
si è limitata in gran parte a condannare gli «attacchi indiscriminati e
sconsiderati dell’Iran che prendono di mira territori sovrani e mettono in
pericolo le popolazioni civili», concentrandosi al contempo su misure difensive
quali le operazioni di difesa aerea. Tale moderazione non è casuale. I leader
del Golfo sanno che uno scontro diretto con l’Iran – un paese di oltre 90
milioni di persone dotato di notevoli capacità militari – potrebbe rapidamente
degenerare in una guerra regionale lunga e distruttiva. Il ricordo della guerra
Iran-Iraq degli anni ’80 aleggia ancora pesantemente su tutto il Golfo, a
ricordare quanto facilmente tali conflitti possano protrarsi per anni e
ridisegnare la regione.
C’è anche un’ansia più profonda in gioco. Le capitali del Golfo vedono poca
chiarezza a Washington su quale possa essere l’esito finale di questa guerra.
Allo stesso tempo, sono perfettamente consapevoli che il conflitto riflette le
priorità strategiche della leadership israeliana guidata da Benjamin Netanyahu.
La preoccupazione in molte capitali del Golfo è che, se la guerra dovesse
estendersi, potrebbero ritrovarsi a doverne sostenere gran parte dell’onere. Dal
loro punto di vista, un’escalation potrebbe lasciarle esposte mentre gli altri
si spostano su altri teatri. In effetti, Israele ha già iniziato a spostare
l’attenzione verso il Libano, da tempo un fronte centrale nella sua
pianificazione militare. La sfida irrisolta di Hezbollah e le ambizioni
israeliane di lunga data di occupare l’area a sud del fiume Litani continuano a
plasmare la sua strategia.
In questo contesto, sebbene l’Iran «non veda alcun motivo per negoziare con gli
Stati Uniti», la sua proposta di istituire un meccanismo investigativo congiunto
offre comunque una possibilità, significativa seppur limitata, di allentare le
tensioni nella regione. Gli stati del Golfo potrebbero decidere che esplorare
con cautela il dialogo con Teheran, anche se solo a livello tecnico, potrebbe
contribuire a prevenire un’ulteriore destabilizzazione nella loro immediate
vicinanza. La loro disponibilità a prendere in considerazione un tale impegno
potrebbe anche riflettere il complesso panorama dell’intelligence che è emerso
nella regione. Dal 7 ottobre 2023, si è assistito a un crescente riconoscimento
della straordinaria portata dei servizi di intelligence di Israele e della loro
capacità di operare oltre confine, anche all’interno dello stesso Iran. La
decisione di Israele di colpire il 18 marzo il giacimento di gas di South Pars
(la più grande riserva di gas al mondo, condivisa tra Iran e Qatar), nonostante
la sua evidente importanza economica a livello regionale e globale, sottolinea
fino a che punto Israele possa essere disposto ad agire in modi che rischiano di
coinvolgere più direttamente gli stati del Golfo nel conflitto. In un contesto
del genere, determinare la responsabilità degli attacchi è raramente semplice.
Un’indagine congiunta o indipendente potrebbe quindi costituire un primo passo
concreto verso l’allentamento delle tensioni.
È improbabile che questa guerra porti a una vittoria militare decisiva. Né è
probabile che sfoci in un processo di pace globale nel breve termine.
L’obiettivo più realistico nell’immediato futuro è un cessate il fuoco.
Storicamente, i cessate il fuoco si verificano quando tutte le parti giungono
alla stessa conclusione: che continuare la guerra costerà più che porvi fine. Ma
affinché un cessate il fuoco regga, ciascuna parte deve anche poter rivendicare
un certo grado di successo. In pratica, ciò significa elaborare un risultato che
consenta a tutte le parti di salvare la faccia in patria, mentre si allontanano
silenziosamente dall’escalation.
La via più plausibile da seguire parte da una riduzione graduale delle tensioni
piuttosto che da un accordo politico di ampia portata. In termini pratici, una
fase iniziale potrebbe concentrarsi sulla cessazione degli attacchi contro gli
stati del Golfo e le infrastrutture civili, accompagnata da chiare garanzie che
il territorio del Golfo non verrà utilizzato come base di lancio per attacchi
contro l’Iran. Affinché un accordo di questo tipo funzioni, i governi del Golfo
dovrebbero insistere affinché gli Stati Uniti si astengano dall’utilizzare le
proprie basi regionali per sferrare ulteriori attacchi sul territorio iraniano.
Allo stesso tempo, l’Iran dovrebbe interrompere gli attacchi alla navigazione
marittima e alle infrastrutture energetiche. La messa in sicurezza dello Stretto
di Hormuz creerebbe forti incentivi per gli attori internazionali, dall’Europa
all’Asia, a sostenere e, ove possibile, far rispettare un cessate il fuoco.
Una seconda fase potrebbe quindi concentrarsi sulla cessazione dello scontro
diretto tra Iran e Israele. A quel punto, le narrazioni politiche assumerebbero
un’importanza quasi pari a quella delle realtà militari. Per quanto riguarda
Israele e gli Stati Uniti, i leader sosterranno probabilmente che le loro
operazioni sono riuscite a indebolire le capacità nucleari e missilistiche
dell’Iran e a imporgli costi strategici significativi. Potrebbero inoltre
presentare la decisione di arrestare l’escalation come una scelta deliberata
volta a salvare vite civili. Presentata in questo modo, la cessazione della
campagna non apparirebbe come una ritirata, ma piuttosto come il completamento
con successo di un obiettivo militare limitato.
L’Iran, dal canto suo, darebbe un’interpretazione molto diversa dell’esito.
Teheran metterebbe in risalto la propria resilienza, sostenendo che la
Repubblica Islamica è sopravvissuta a un’intensa pressione militare e che i
tentativi di destabilizzare il regime sono falliti. I leader iraniani
affermerebbero probabilmente che la loro risposta all’assassinio della Guida
Suprema e alla guerra imposta ha ripristinato la deterrenza e costretto i loro
avversari a riconsiderare i rischi di un ulteriore scontro.
Queste narrazioni possono scontrarsi, ma non sono insolite in guerra. Molte
guerre finiscono proprio in questo modo: non con un chiaro vincitore, ma con un
accordo che consente a ciascuna parte di affermare di aver raggiunto i propri
obiettivi fondamentali.
Negoziati diretti tra l’Iran e i suoi principali avversari rimangono
politicamente delicati e difficili da portare avanti. In tali circostanze, e
alla luce dei recenti precedenti di uso inappropriato dei negoziati ospitati
nella regione, i progressi richiederanno il coinvolgimento di una grande potenza
esterna in grado di esercitare influenza su più parti contemporaneamente. La
Cina sembra ben posizionata per svolgere tale ruolo. Pechino ha coltivato solide
relazioni economiche e diplomatiche in tutto il Medio Oriente, mantenendo legami
di collaborazione con l’Iran, gli Stati del Golfo e Israele. Il suo crescente
peso politico, unito al suo interesse nel proteggere la stabilità dei mercati
energetici globali, le conferisce sia l’incentivo che la leva necessaria per
incoraggiare un allentamento delle tensioni.
La Cina ha già dimostrato la propria capacità di mediare nelle controversie
regionali. Nel marzo 2023, Pechino ha facilitato un accordo storico che ha
ripristinato le relazioni diplomatiche tra l’Arabia Saudita e l’Iran dopo una
rottura durata sette anni, portando alla riapertura delle ambasciate e alla
ripresa dei rapporti ufficiali. L’impegno ad alto livello tra Washington e
Pechino, nell’ambito dei preparativi per il viaggio in Cina del presidente
Donald Trump, recentemente rinviato alla fine di aprile a causa della guerra in
Iran, potrebbe creare una rara opportunità di coordinamento discreto tra le
grandi potenze, volto a prevenire una guerra regionale più ampia. Nonostante la
loro rivalità strategica, entrambe le potenze condividono un chiaro interesse
nell’evitare un conflitto che potrebbe destabilizzare i mercati globali,
interrompere le forniture energetiche e aggravare l’incertezza geopolitica.
Gli attori regionali, in particolare l’Arabia Saudita e la Turchia,
continuerebbero a svolgere un importante ruolo di supporto nell’incoraggiare la
Cina a partecipare. Paesi come l’Oman e il Qatar fungono da tempo da canali
discreti per il dialogo, in grado di ospitare discussioni informali e di
mantenere i contatti quando i negoziati formali si arenano. I governi europei e
le istituzioni internazionali potrebbero integrare questi sforzi coordinando
incentivi economici o l’alleviamento delle sanzioni nell’ambito di un più ampio
pacchetto diplomatico.
La sfida più ardua consisterà nell’affrontare le preoccupazioni in materia di
sicurezza di tutte le parti coinvolte. L’Iran chiede da tempo che la sicurezza
nel Golfo sia gestita dagli stessi stati della regione. Israele e i suoi
partner, dal canto loro, insistono per ottenere garanzie credibili che le
capacità militari iraniane non minaccino la loro sicurezza. Colmare questo
divario richiederà una diplomazia costante e attenta, oltre che pazienza.
Ciò che è certo è che questa guerra non finirà con richieste massimaliste o con
trionfi decisivi sul campo di battaglia. Finirà quando i leader riconosceranno
che il protrarsi del conflitto non serve agli interessi a lungo termine di
nessuno.
Sultan Barakat è professore di politiche pubbliche presso l’Università Hamad Bin
Khalifa, professore onorario presso l’Università di York e membro del Gruppo di
Esperti di Riferimento ICMD dell’Istituto Raoul Wallenberg.
https://www.aljazeera.com/opinions/2026/3/19/the-us-israel-war-with-iran-will-not-end-with-a-clear
Traduzione a cura di AssopacePalestina
Non sempre AssopacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma
pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.