Difesa: la filiera militare in Europa e in Italia
L’obiettivo della nostra ricerca è quello di fornire una lettura agile e
sintetica sullo stato della Difesa europea e italiana. Lo studio è orientato a
comprendere la posizione dell’UE e dell’Italia nell’ambito del settore – con i
vari punti di forza e le debolezze – e quali siano le strategie politiche di
sviluppo militare prefigurate dai governi per il futuro. Perché il settore
militare sarà sempre più al centro degli investimenti e dei processi di ricerca
e sviluppo e anche perché dietro al Riarmo non c’è solo l’aumento delle spese
militari, bensì un vero e proprio processo riorganizzativo dell’industria e
delle Istituzioni – a partire dalle scuole e dall’Università, sempre più
militarizzate e irregimentate.
In questo articolo proveremo a sviluppare dei ragionamenti partendo, una volta
tanto, non dalle conseguenze dei processi in atto ma dalle cause. Prima però
proviamo a precisare un paio di nozioni:
– la filiera della difesa è un complesso di attività imprenditoriali orientate
all’ideazione, la produzione, la movimentazione e la commercializzazione di
oggetti a uso militare o duale (sia bellico che civile), nonché delle loro
componenti industriali; pertanto, ingloba segmenti di settori produttivi
differenti, come ad esempio l’aerospazio, l’elettronica, la cantieristica navale
e l’automotive;
– il settore della difesa invece è una categoria più ampia, che oltre
all’infrastruttura produttiva, logistica e commerciale di tipo militare
comprende l’assetto istituzionale (Ministero della Difesa, Esercito e forze di
polizia, normativa di riferimento).
LA FILIERA EUROPEA DELLA DIFESA
«Il settore della difesa dell’UE è fondamentale per garantire l’autonomia
strategica dell’Europa nell’affrontare le crescenti minacce alla sicurezza
esterna, nonché per promuovere l’innovazione attraverso le ricadute sull’intera
economia».[1] Così Draghi sintetizza l’importanza della Difesa per l’Unione
Europea. Questa, infatti, oltre a garantire protezione militare degli interessi
capitalistici nazionali, offre un mercato molto ampio e in continua evoluzione,
all’interno del quale l’innovazione (sia di prodotto, che quella relativa ai
processi produttivi) gioca un ruolo fondamentale, di traino per portare anche
altri settori verso l’ammodernamento e il perfezionamento delle performance
produttive. Storicamente, del resto, «il settore della difesa è stato
all’origine di diverse innovazioni che ora sono state integrate nel mondo
civile. Un esempio è l’uso della fibra di carbonio per i componenti strutturali,
degli infrarossi per la sorveglianza, del lidar nelle automobili, di Internet,
del posizionamento GPS, delle immagini satellitari, della cintura di sicurezza a
tre punti (derivata dalle imbracature progettate per i piloti di jet militari).
(…) Più di recente, l’innovazione e le scoperte tecnologiche nei settori civili
sono sempre più applicate nel campo della difesa, soprattutto perché le
soluzioni di difesa diventano sempre più dipendenti dagli strumenti
digitali».[2]
La scommessa di Draghi è legata alla nascita e allo sviluppo di un polo
militar-industriale europeo in grado di competere con i prodotti statunitensi,
colmando il deficit di innovazione e riducendo le dipendenze dalle
importazioni.[3] Nel tempo, però, i principali paesi europei e le proprie
imprese belliche di riferimento hanno concluso alleanze e affari con
multinazionali statunitensi o hanno delocalizzato produzioni negli Usa stessi,
contribuendo alla frammentazione del mercato interno europeo. Ciò, nel
complesso, ha avvantaggiato il competitor Usa a discapito della filiera europea,
pertanto questa annosa situazione rappresenta – per Draghi e la parte del
capitale che lo sostiene – un ostacolo oggettivo alla crescita dell’UE.
ENTITÀ DELLA DIFESA EUROPEA
«L’Europa si trova ad affrontare una minaccia acuta e crescente. L’unico modo
per garantire la pace è essere pronti a fermare coloro che vorrebbero farci del
male».[4] Il contesto ideologico nel quale viene giustificato il riarmo europeo
è esattamente questo. Per conseguire obiettivi di prontezza militare, però,
occorre una filiera della difesa moderna ed efficiente. Nei piani del
legislatore europeo questa sarebbe da svilupparsi in tre fasi: aumentare
l’entità dei capitali nel settore della difesa; unificare e armonizzare il
mercato militare interno; creare un unico comparto industriale della difesa
comunitario.[5] La Difesa europea, invece, al momento è un settore composito e
frammentato, in cui gli interessi nazionali dei singoli Stati a volte
confliggono con quelli comuni: spesso infatti i Paesi membri concorrono fra loro
per sviluppare e vendere lo stesso prodotto, oppure tentano di aumentare
l’export militare sul mercato extra-UE – anziché su quello interno – perché
risulta conveniente. Dal canto proprio l’Unione sta mettendo in campo una serie
di misure di pressione volte a stimolare il coordinamento di una politica
comunitaria di sviluppo del settore, l’armonizzazione delle differenti
legislazioni nazionali e la facilitazione degli investimenti nella Difesa –
posti, questi ultimi, sotto un sempre minore controllo.
Complessivamente «Il settore europeo della difesa ha un fatturato annuo stimato
di 135 miliardi di euro nel 2022 e un forte volume di esportazioni (oltre 52
miliardi di euro nel 2022); si stima che il settore impieghi circa mezzo milione
di persone». Ciononostante la spesa per la Difesa è significativamente inferiore
a quella dei principali contendenti sul piano “geo-politico”: «la spesa per la
difesa degli Stati Uniti nel 2023 è stata stimata in 916 miliardi di dollari,
mentre la spesa cumulativa degli Stati membri dell’UE è stata stimata in 313
miliardi di dollari (espressi a prezzi correnti) [326 nel 2024][6]. Il budget
per la difesa della Cina è stato stimato in 296 miliardi di dollari».[7]
Un primo problema della Difesa comunitaria è l’efficacia degli investimenti, che
risultano disarticolati e relativamente poco redditizi, ma che soprattutto
tendono a fuggire verso mercati più grandi e armonizzati (come ad esempio quello
statunitense); questo avviene specie nel caso siano impiegati per lo sviluppo di
una nuova tecnologia, che altrove trova un miglior contesto economico per poter
essere perfezionata e commercializzata. Le istituzioni europee tentano di porre
rimedio agendo prevalentemente su due direttrici: la facilitazione dell’accesso
ai finanziamenti; la riduzione della frammentazione industriale.
FACILITARE L’ACCESSO AI FINANZIAMENTI
Per facilitare l’accesso ai finanziamenti l’Unione ha disposto varie misure:
l’aumento dei budget nazionali per la Difesa, consentendo agli Stati membri di
incrementare le spese militari in deroga al Patto di Stabilità[8] fino all’1,5%
del Pil all’anno e sino al 2028; l’aumento del budget comunitario, con altri 150
miliardi[9] presi in prestito dall’Unione sui mercati internazionali; la
possibilità di utilizzare i fondi di coesione europea e i capitali privati (ad
esempio quelli dei fondi pensione) per spese militari; l’allentamento delle
politiche anti-trust, di quelle prudenziali per gli investimenti bancari e di
quelle per le fusioni societarie, in modo da favorire la concentrazione
d’impresa nel settore militare; la rimozione dei vincoli d’investimento in
ambito militare per la Banca Europea degli Investimenti, che si vorrebbe scevra
da qualsivoglia tipo di controllo (in particolare, nel Maggio 2024 «il Gruppo
BEI ha eliminato il precedente requisito secondo cui i progetti a duplice uso
ammissibili al finanziamento nel settore della sicurezza e della difesa dovevano
ricavare più del 50% delle entrate previste dall’uso civile»,[10] ma ancora non
sono state operate modifiche all’elenco di ammissibilità delle tecnologie
finanziabili).[11]
Per facilitare l’accesso ai finanziamenti (privati) l’Unione fa pressioni anche
per aggregare la domanda di merci militari e ridurre, così, i costi complessivi:
«L’approvvigionamento collaborativo è il mezzo più efficiente per procurarsi
grandi quantità di “materiali di consumo” come munizioni, missili e droni. Ma
l’approvvigionamento collaborativo è fondamentale anche per la realizzazione di
progetti più complessi, poiché l’aggregazione della domanda limita i costi,
invia segnali di domanda più chiari agli operatori del mercato, riduce i tempi
di consegna e garantisce interoperabilità e intercambiabilità».[12]
È infine bene ricordare, sempre relativamente alla questione degli investimenti,
che l’UE soffre un grosso problema di stanziamento dei fondi: questi vengono
impegnati ma poi, per ragioni di conformità alle diverse legislazioni nazionali
e/o di adeguamento al mercato nazionale di intervento, non vengono
effettivamente stanziati: «144 miliardi di euro impegnati contro 77 miliardi di
euro stanziati [nel 2022]».[13]
In conclusione, per facilitare l’accesso ai finanziamenti nel settore militare
l’UE intende aumentare le risorse a disposizione (sia pubbliche che private) e
ridurre la frammentazione del mercato e i costi di conformità alla legislazione
vigente sugli investimenti. Ciò «attraverso una sorta di percorso virtuoso che
va dalla semplificazione delle procedure amministrative, l’eliminazione degli
ostacoli interni al mercato unico, linee di finanziamento rapide ed efficienti
fino a una sorta di unione dei risparmi e degli investimenti».[14] Come fatto
notare a suo tempo anche dall’azienda Leonardo, però, i governi non dovranno
dimenticare di rafforzare l’armonizzazione legislativa e amministrativa:
attualmente nell’Unione Europea coesistono ventotto differenti Ministeri della
Difesa, con normative e procedure differenti; «le duplicazioni, le
sovraccapacità e gli ostacoli nel settore degli appalti pubblici conducono a uno
spreco stimato di circa 26,4 miliardi di Euro all’anno [nel 2016]»;[15]
Chiaramente tutto ciò andrà di pari passo con la maggior pianificazione della
produzione industriale militare e con la coordinazione della logistica, sia
inbound (relativa al trasporto di componenti e materie prime) che outbound
(relativa al trasporto di truppe e prodotti finiti). A tal proposito giova
riportare quanto dichiarato dalla Commissione Europea: «La mobilità militare è
ostacolata dalla burocrazia, che spesso richiede sia l’autorizzazione
diplomatica specifica per i trasporti militari sia il rispetto delle normali
norme e procedure amministrative. (…) l’UE e gli Stati membri devono
semplificare e snellire immediatamente regolamenti e procedure e garantire alle
forze armate l’accesso prioritario alle infrastrutture, alle reti e ai mezzi di
trasporto».[16]
Questo comporterà, fra l’altro, non solo la militarizzazione delle
infrastrutture (come le banchine dei porti) ma anche il rifiuto sul nascere a
ogni richiesta dei cittadini di avere ad esempio notizia sul trasporto di armi
attraverso i loro territori o sugli ampliamenti dei canali di scorrimento (come
avvenuto con il Fosso dei Navicelli, che collega la base Usa di Camp Darby
direttamente al mare e al porto di Livorno). A tal proposito vogliamo citare le
significative proteste dei portuali, prevalentemente organizzati dall’Usb, dei
Ferrovieri contro la guerra e della Cub trasporti, che hanno efficacemente
denunciato e in vari casi ostacolato l’utilizzo delle infrastrutture civili per
il trasporto di armi, nonché i diversi scioperi politici contro la guerra degli
ultimi mesi.[17]
RIDURRE LA FRAMMENTAZIONE INDUSTRIALE
L’altro grande problema a cui facevamo riferimento è quello della frammentazione
industriale esistente in Europa. Questa è rilevabile sia al livello delle
difformità esistenti fra i vari Stati nazionali, relativamente alla produzione
(non si produce ciò di cui c’è bisogno ma ciò che conviene al singolo Paese) e
alla legislazione di riferimento, che al livello aziendale, soprattutto per via
della presenza di una moltitudine di Piccole e Medie Imprese che rappresentano
una buona quota del settore, rendendo difficile la coordinazione dei vari
passaggi che compongono la filiera produttiva. Per essere chiari, «il costo
associato alla frammentazione dei mercati della difesa in Europa è stato stimato
in oltre 100 miliardi di euro all’anno».[18]
Complessivamente la filiera della Difesa europea «è caratterizzata da attori
principalmente nazionali che operano in mercati nazionali relativamente piccoli,
producendo volumi relativamente ridotti»[19] e creando spesso duplicati e
sovrapposizioni delle stesse merci. Questo impedisce all’industria militare di
beneficiare dell’economia di scala[20] e determina una situazione in cui gli
strumenti finanziari messi a disposizione dall’UE non vengono utilizzati: «Gli
Stati membri non sfruttano sistematicamente i vantaggi del coordinamento a
livello UE, della standardizzazione e dell’interoperabilità, degli appalti
congiunti, dell’acquisizione e della manutenzione, o della messa in comune e
condivisione delle risorse. Ciò si traduce in una spesa per la difesa
inefficiente».[21]
Un altro motivo per cui l’industria militare europea è frammentata consiste
nella tendenza all’esportazione dei prodotti, che ha modellato l’intera filiera
sulle necessità dei Paesi acquirenti e non sulle esigenze “interne”: «La
percezione tra gli europei è che un mercato comune della difesa avvantaggi i
paesi con una solida base industriale della difesa più di quelli che dipendono
dalle importazioni. (…) Si teme che una maggiore concorrenza all’interno di un
settore della difesa europeo più cooperativo e integrato possa portare a una
perdita di quote di mercato».[22] Tuttavia questa situazione sta parzialmente
mutando con il riarmo degli ultimi tre anni e lo stanziamento di ingenti
forniture militari per l’Ucraina, che hanno portato un aumento della domanda
“interna”. Ad ogni modo, l’alto grado di frammentazione industriale si è
largamente manifestato proprio nell’operazione di sostegno a tale Paese: «per
quanto riguarda l’artiglieria da 155 mm, gli Stati membri dell’UE hanno fornito
all’Ucraina (dalle loro scorte) circa dieci tipi diversi di obici (senza contare
altri quattro tipi forniti dai Paesi della NATO). Alcuni sono stati consegnati
in diverse varianti, creando serie difficoltà logistiche alle forze armate
ucraine. (…) Attualmente in Europa vengono prodotti cinque tipi diversi di
obici, mentre gli Stati Uniti ne producono solo uno. Ci sono dodici tipi di
carri armati europei, mentre negli Stati Uniti ce n’è solo uno»;[23] «Il parco
europeo dei sistemi d’arma è composto da 178 tipi differenti, rispetto ai 30
negli USA».[24] Questa situazione ha reso penetrabile il mercato europeo agli
attori esteri, poiché all’aumento della domanda non si è risposto in maniera
coordinata ed efficiente e ciò ha accresciuto la concorrenza interna e
indebolito ulteriormente il tessuto produttivo industriale.
Per concludere questa breve analisi della Difesa europea, alcune parole sui suoi
specifici settori. In particolare spicca un buon posizionamento industriale
nell’aeronautica, con una filiera relativamente coordinata, investimenti
efficaci e rendimenti alti.[25] Il settore navale e quello terrestre risentono
invece della frammentazione industriale e, specie nel secondo dei due, questo
potrebbe determinare presto uno svantaggio competitivo forte, in quanto i costi
dell’avanzamento tecnologico (ad esempio per l’equipaggiamento di fanteria) sono
previsti in forte crescita e richiederanno investimenti elevati, che
difficilmente potranno essere sostenuti dalle Piccole e Medie Imprese. Il
settore informatico e quello spaziale, infine, vedono l’UE in ritardo sui
principali concorrenti “geo-politici” sia a livello tecnologico che nello
sviluppo delle infrastrutture necessarie.
LA FILIERA ITALIANA DELLA DIFESA
L’Italia è un Paese militarmente attivo. Attualmente è impegnato con circa 8.000
soldati in quarantatré missioni internazionali svolte sotto l’egida ONU, NATO o
UE, e nel mentre le esportazioni del settore si mantengono in crescita da anni e
hanno raggiunto i 7,6 miliardi di € nel 2024. L’export militare è considerato
importante non solo a livello di fatturato ma anche perché nel lungo termine può
migliorare le relazioni politico-diplomatiche con i Paesi acquirenti e stimolare
la nascita di contratti commerciali in altri settori industriali: in poche
parole favorisce quella che oggi viene chiamata la “proiezione di potenza”.
Tuttavia su questo il Governo italiano ha di fronte un problema politico serio:
a differenza di come avviene di norma negli altri Paesi, fortunatamente la
nostra giurisprudenza[26] ancora vieta allo Stato di costituirsi parte negoziale
nelle trattative militari. Ciò comporta che esso non possa gestire le attività
di vendita, logistica, consegna e post-vendita del prodotto direttamente col
Paese acquirente e che, di conseguenza, non possa beneficiare appieno della
“proiezione di potenza” che otterrebbe altrimenti. Inoltre nascono problemi
sulla pianificazione delle esportazioni sul lungo periodo, finendo, queste, per
dipendere dalla volontà e dalle opportunità delle singole imprese e non da una
garanzia statale. D’altro canto, in alcuni ambiti ciò può aver favorito la
diversificazione degli acquirenti e l’aumento della massa delle esportazioni,
però in un’ottica prettamente liberista che non è votata alla pianificazione e
alla collaborazione con gli alleati militari sparsi nel globo, a partire da
quelli europei, bensì al soddisfacimento degli interessi imprenditoriali
italiani.
Un altro aspetto non secondario riguarda la presenza di gruppi industriali
stranieri nella filiera produttiva bellica italiana, basti ricordare che «36
delle 100 aziende hanno una proprietà estera che controlla il 25,1% del
fatturato aggregato (di cui il 12,2% europeo e il 10,1% statunitense). Le
aziende a controllo familiare italiano contano per il 15,6% del totale, sebbene
siano più numerose (56) delle estere e quindi dimensionalmente più piccole. La
filiera della Difesa vanta una lusinghiera quota di esportazioni, pari al 68,2%
nel 2023 che, però, escludendo i due big player a forte vocazione internazionale
scenderebbe al 49,4%».[27]
Infine, un altro limite, capitalisticamente parlando, è rappresentato dagli
investimenti in Ricerca e Sviluppo, che attestandosi al 6% dei ricavi risultano
ancora troppo bassi.
IL SETTORE AERONAUTICO ITALIANO
Dal punto di vista dei singoli settori che compongono la filiera della Difesa
l’Italia risulta competitiva e tecnologicamente evoluta prevalentemente in campo
aeronautico. Fra i leader mondiali nel settore si trova infatti la nostrana
Leonardo, impegnata nella produzione di velivoli militari come l’Eurofighter
Typhoon o i moderni elicotteri AW139 ed esportatrice di questi e altri beni
militari in tutto il mondo.[28] Leonardo è internamente strutturata in sette
divisioni: Elicotteri; Velivoli; Aerostrutture; Sistemi Avionici e Spaziali;
Elettronica per la Difesa Terrestre e Navale; Sistemi di Difesa; Sistemi per la
Sicurezza e Informazioni. Tuttavia il fatturato è sostenuto dal comparto
aeronautico, mentre la fornitura di componentistica, i sistemi di difesa e le
tecnologie aerospaziali – che pure fanno parte a pieno titolo del business
aziendale – rivestono un ruolo relativamente marginale, consentendo di stipulare
contratti di fornitura dal valore limitato, in genere di qualche centinaio di
milioni.
Il predominio commerciale del settore aeronautico va compreso nel dettaglio se
si vuole arguire meglio la statura effettiva della potenza militare italiana.
L’aeronautica è una filiera complessa ed estremamente frammentata, in cui però
al contempo è presente un’elevata concentrazione di capitali e in cui i
rendimenti sono particolarmente alti. Una ragione di ciò sta nel fatto che si
tratta di una filiera ad alta intensità di capitale nella quale spesso contano
maggiormente le competenze nell’assemblaggio delle componenti tecnologiche che
quelle nello sviluppo di prodotto, proprio perché i velivoli sono il risultato
finale dell’assemblaggio di sistemi tecnologici complessi e fra loro
generalmente indipendenti.[29] Ciò favorisce lo sviluppo di aziende leader nel
campo dell’assemblaggio, più che in quello direttamente produttivo, e per queste
aziende genera un maggior potere sulla moltitudine dei produttori/fornitori:
Leonardo ha un notevole controllo della filiera produttiva dei propri
velivoli[30] e nel 2016 ha assorbito una buona parte delle aziende controllate,
«mantenendo inoltre il presidio su partecipate e joint venture che non sono
rientrate nel processo di riorganizzazione divisionale».[31] Per tali motivi,
nella filiera aeronautica l’elevata frammentazione proprietaria delle imprese
che la compongono si unisce a una maggiore coordinazione di filiera
(programmazione della produzione; riduzione dei tempi logistici di circolazione
di merci e componenti; ottimizzazione tecnologica dei processi produttivi),
dando luogo per l’Italia a un contesto economico in cui la compresenza di molte
PMI e di un “campione nazionale” come Leonardo non è da ostacolo ma anzi, al
contrario, rende più competitivi.
GLI ALTRI SETTORI MILITARI
L’Italia è legata a diverse grandi aziende leader nel settore militare, di cui
Leonardo è solo la più importante. Spiccano Fincantieri (cantieristica navale),
MBDA Italia (sistemi missilistici), Iveco Defence Vehicles (veicoli corazzati da
combattimento), Thales Alenia Space Italia (comunicazione satellitare a orbita
bassa)[32], Rheinmetall Italia (sistemi tecnologici di precisione) e Beretta
(armi da fanteria). Tra le aziende di dimensioni ridotte che rivestono un ruolo
chiave nella filiera citiamo, invece, Elettronica (guerra elettronica), Avio
Aero (motori aerospaziali), Microtecnica (sistemi di controllo per piattaforme
aeronautiche) e Mecaer Aviation Group (carrelli di atterraggio).
Il settore più debole è probabilmente quello dell’equipaggiamento da fanteria,
mentre un’attenzione particolare merita la filiera militare dell’aerospazio. Il
contesto degli ultimi anni vede gli Stati Uniti accaparrarsi il 46% degli
investimenti globali nella Space Economy, mentre l’Ue solo l’8,7%.[33] Dopo le
leggi emanate nei primi anni 2000 in diversi paesi europei,[34] che
rappresentavano il primo tentativo di fornire un quadro di sviluppo adeguato e
un ecosistema favorevole agli investimenti, lo sviluppo della Space Economy
europea si è parzialmente arenato. Probabilmente hanno pesato le difficoltà del
settore delle telecomunicazioni (con il ridimensionamento di Nokia e degli altri
ex-colossi nord-europei), che al pari delle tecnologie aerospaziali utilizza
componenti semiconduttori per la trasmissione dati. Nonostante per la Space
Economy l’Italia disponga di infrastrutture migliori che in altri campi e
nonostante, pure, l’esistenza di un sistema di aziende attive da lungo tempo nel
settore, il nostro Paese è ben lungi dal raggiungere posizioni avanzate e
prodotti all’avanguardia. Mancano capacità di innovazione e investimenti privati
(in aggiunta allo scarso peso del pubblico), e nel 2021 il settore ha raggiunto
appena il valore di 2,9 miliardi di €.[35] La strategia del capitalismo italiano
consiste nello sviluppare «la ricerca, la produzione e il commercio in orbita
terrestre bassa»[36] attraendo nuovi capitali privati e favorendo le soluzioni
di partnership pubblico-privato,[37] sulla base di uno stimolo iniziale fornito
dalle finanze pubbliche. Tale “stimolo”, però, è quantificabile in poche
centinaia di milioni, che principalmente provengono dai fondi per la crescita
sostenibile e per il sostegno alle Piccole e Medie Imprese. Il settore dello
spazio, dunque, ha un disperato bisogno di capitali privati e così si spiegano
le aperture dello scorso anno da parte del Governo verso l’azienda di Elon Musk,
Starlink, proprio per la fornitura di tecnologie satellitari moderne.
Ciononostante l’Italia rimane fra i principali finanziatori dell’Agenzia
Spaziale Europea ed è fra i Paesi più direttamente coinvolti nello sviluppo di
una filiera europea della Space Economy. Non si tratta di schizofrenia ma di un
difficile doppio-gioco – nel quale si resta “a galla” grazie al settore
aeronautico –, votato al solo tentativo di non perdere d’importanza e aumentare
i capitali a disposizione. Non per niente il Ministro della Difesa Guerini
(2019-2022) ebbe a dire che «la relazione con gli Stati Uniti rimane parimenti
strategica, in ottica complementare all’Europa, per assicurare il coinvolgimento
nell’innovazione tecnologica che trova negli USA uno dei principali
incubatori».[38] Infine un piccolo appunto: non è vero quanto dice Leonardo,
ossia che l’Italia avrebbe «la capacità di presidiare l’intera catena del valore
dell’industria spaziale»[39], come ha poi dimostrato la trattativa di Meloni con
Starlink.
A nostro parere si tratta di ideologia, utile soltanto a conoscere i desiderata
dei capitalisti o, meglio, a indirizzare sempre maggiori risorse al settore
militare e in particolare laddove i margini di profitto potenziale sono
maggiori. Siamo altresì convinti che Ricerca e Sviluppo rappresentino un ambito
privilegiato anche per il settore della Difesa, come si evince dalle note
aggiuntive alla Legge di Bilancio del Ministero della Difesa: «In tutti questi
nuovi terreni di scontro, emerge nettamente l’importanza che rivestono
l’utilizzo e la pervasività delle nuove tecnologie emergenti e dirompenti. La
corsa all’innovazione è un fattore determinante per acquisire e conservare un
vantaggio strategico e, di conseguenza, la principale sfida per la Difesa sarà
quella di evolvere di pari passo con l’evoluzione della tecnologia, prevedendone
la portata. Ma il processo di anticipazione degli sviluppi scientifici e
tecnologici dev’essere sostenuto e guidato, anche per le importanti ricadute
sulle strutture e infrastrutture nazionali. È importante dare un forte impulso
alla Ricerca e Sviluppo, militare e civile, che, in un contesto di scarsità di
risorse finanziarie, occorre più che mai implementare in modo sinergico,
individuando i campi di intervento, massimizzando gli investimenti, ottimizzando
le risorse ed evitando gli sprechi. La portata delle sfide presenti e future, e
dei rischi e minacce ad esse correlati, ha un impatto potenzialmente dirompente
in termini di sicurezza nazionale e travalica le competenze esclusive di un
unico soggetto, richiedendo un approccio multidimensionale, che metta a sistema
tutti gli strumenti nazionali: Diplomatico, Informativo, Militare ed
Economico».[40]
PROBLEMATICHE ECONOMICHE GENERALI DELLA DIFESA ITALIANA
L’Italia contiene una notevole quantità di PMI che fanno produzione ad alto
contenuto tecnologico, specie nei settori aeronautico e spaziale. La difficile
sopravvivenza di alcune di queste – dovuta principalmente ai ridotti capitali
aziendali – potrebbe però comportare «il rischio di perdita di know how e di
cluster tecnologici pregiati e di indebolimento dell’intero sistema industriale
nazionale».[41] Non essendovi la possibilità di favorire significativamente la
concentrazione imprenditoriale (ossia la nascita di grandi imprese in luogo di
tante PMI), la strategia dei nostri governi punta ad ampliare e meglio definire
il legame tra filiera militare e istituzioni, andando gradualmente a creare una
sorta di “Sistema Difesa” integrato ed efficiente. Del resto «la dimensione
ridotta [delle PMI], i limiti organizzativi e finanziari, l’instabilità
dell’assetto proprietario e la frammentazione territoriale rendono difficile
instaurare e mantenere un rapporto diretto con la Difesa e con le stesse grandi
aziende nazionali».[42]
Alcune leggi recenti, come il Decreto Sicurezza o l’AI Act europeo, riducono le
garanzie democratiche e lasciano alle istituzioni un maggior margine di manovra
in ambito militare, in maniera da favorire i progetti di sviluppo e integrazione
di filiera (come, per l’appunto, nel caso italiano). Tuttavia non è ancora
abbastanza ed è perciò lecito aspettarsi un’evoluzione ulteriore della normativa
sia italiana che europea, sempre in senso negativo, nel prossimo futuro.
Un altro problema è riscontrabile al livello della catena di fornitura delle
imprese militari, specie per quanto riguarda le materie prime rare e pregiate.
Secondo Federico Sesler[43] «la dipendenza da pochi fornitori per componenti
critici, spesso situati in regioni geopoliticamente instabili, rappresenta una
minaccia per l’intero settore della difesa. Un’interruzione delle forniture può
paralizzare segmenti produttivi essenziali».[44] In questo caso l’Italia non ha
la forza di muoversi autonomamente e per le forniture è sempre più dipendente
dall’Unione Europea, che facilita accordi e induce ad acquisti collaborativi di
più Paesi membri nei confronti del fornitore, il che riduce l’instabilità del
rapporto commerciale.
Infine, sempre a proposito delle strozzature delle catene di fornitura dobbiamo
ricordare l’elevata dipendenza dall’estero dell’Italia in fatto di chip. Questi
sono essenziali per la produzione di armamenti e sistemi tattici efficaci, per
cui in senso militare la dipendenza dalle importazioni rappresenta un fattore di
debolezza strategica. Per giunta, nella filiera dei semiconduttori il business
italiano è prevalentemente orientato ad attività che procurano un valore
aggiunto relativamente contenuto, come la produzione dei wafer in silicio (su
cui poi verranno stampati i circuiti dei chip) o la fabbricazione di macchinari
per i test produttivi e la riparazione, e non è in grado di produrre chip di
qualità elevata (e in generale questo è vero per l’intera Europa, malgrado la
prossima apertura di fonderie per chip di nuova generazione nell’area tedesca –
che comunque non arriveranno ai livelli di quelli prodotti a Taiwan, che sono i
più avanzati al mondo). Pertanto l’unica cosa che i governi italiani possono
fare è continuare a integrarsi nella filiera produttiva europea dei
semiconduttori e cercare, al contempo, di orientare le importazioni verso il
mercato interno comunitario, man mano che la filiera europea della Difesa si
sviluppi e diventi in grado di fornire prodotti adeguati.
FINANZIAMENTO DELLA DIFESA ITALIANA
Negli ultimi anni si è fatto un gran parlare dell’aumento del budget militare
sollecitato – per non dire “preteso” – da NATO e Unione Europea. Il Bilancio
della Difesa italiana è molto al di sotto dei parametri richiesti dalla NATO, ma
comunque aumenta di anno in anno. Nel 2025 è stato complessivamente di 31,3
miliardi di €, con un aumento di oltre 2 miliardi sull’anno precedente
(considerando anche i fondi destinati a uso militare ma gestiti da altri
Ministeri – MIMIT e MEF – si raggiungono addirittura i 3 miliardi di scarto). Si
consideri che l’inflazione nel 2025 è stata dell’1,5/1,6%, mentre l’incremento
di budget ha superato il 7%. A differenza di quanto avviene con i salari,
quindi, l’inflazione è stata ampiamente recuperata. Il rapporto spesa/PIL invece
rimane stabile o in leggero aumento: è previsto all’1,61% nel 2027.[45]
Nonostante le risorse aggiuntive, però, il bilancio rimane orientato alle spese
per il personale (74%) e a quelle correnti per l’esercizio (16%). Solo il 10%
delle risorse è destinato agli investimenti[46] e, fra queste, oltre 9 miliardi
vanno alle spese per “’Ammodernamento e Rinnovamento” e appena 86 milioni a
“Ricerca e Sviluppo”. Si denota perciò una destinazione delle risorse poco
votata all’innovazione, sintomo di una scarsa efficacia degli investimenti[47] e
di una filiera militare poco coordinata. Questa però è una caratteristica
generale del capitalismo italiano. Se si guarda in generale alla destinazione
dei fondi per l’innovazione, infatti, appare chiaramente come l’orientamento
politico dei governi attribuisca comunque una forte priorità alle spese
militari: il Fondo per il finanziamento degli investimenti e lo sviluppo
infrastrutturale del Paese, istituito con la Legge di Bilancio per il 2017, è
destinato per il 25% alla Difesa. Aggiungendo alle spese per l’investimento
anche i fondi assegnati agli altri Ministeri ma destinati sempre al settore
militare, inoltre, si arriva a circa 12 miliardi, contro i 4,3 del 2019,[48]
denotando un aumento considerevole. Infine va menzionata l’esistenza del NATO
Innovation Fund che, seppur per il momento ancora esiguo (7,7 milioni di €
annui), è politicamente rilevante e potrebbe assorbire una certa quota delle
maggiori risorse destinate alla spesa militare in futuro.
In conclusione… come si è potuto vedere leggendo questo articolo, “ci siamo
dentro fino al collo”.
E. Gentili, F. Giusti, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e
delle università
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[1] M. Draghi,The future of European competitiveness, p. 159.
[2] Ibidem.
[3] Cfr.
https://commission.europa.eu/topics/competitiveness/draghi-report_en?prefLang=it
e https://commission.europa.eu/topics/competitiveness/competitiveness-compass_it
[4] Commissione Europea, Libro Bianco per la Difesa Europea – Readiness 2030, p.
2.
[5] E. Gentili, F. Giusti, S. Macera, Analisi del nuovo piano per il riarmo
dell’Unione Europea,
https://diogenenotizie.com/analisi-del-nuovo-piano-per-il-riarmo-dellunione-europea/.
[6] Commissione Europea, Libro Bianco per la Difesa Europea – Readiness 2030, p.
16.
[7] Ivi, p. 160. Si consideri che la Cina può contare su un costo inferiore
della produzione per via della struttura del proprio mercato interno, per cui la
spesa di questo Paese ha un maggior valore d’acquisto.
[8] La base giuridica è costituita dall’aggiunta di motivazioni di ordine
militare a quelle circostanze eccezionali per le quali è prevista l’attivazione
dell’art. 26 del Regolamento SGP n. 2024/1263 per singoli paesi membri (cd.
“clausola di fuga nazionale”). L’art. 25 consentirebbe la deroga per l’intera Ue
(cd. “clausola di fuga generale”) ed è stato utilizzato in passato per far
fronte alla pandemia da Covid-19.
[9] Cfr. https://quifinanza.it/economia/fondo-safe-italia-ue-difesa/922383/.
[10] M. Draghi, op. cit., p. 161.
[11] «I piani mirano a conferire alla BEI poteri significativi per sostenere
attività legate alla difesa che vanno oltre l’attuale ambito dei progetti a
duplice uso» (E. Letta, Much more than a market, Aprile 2014, p. 74). Già nel
2024 era stata ampliata la lista delle tecnologie a duplice uso, ossia di quelle
ammissibili per finanziamenti della BEI (cfr. Banca Europea per gli
Investimenti, Comunicato stampa: EU Finance Ministers set in motion EIB Group
Action Plan to further step-up support for Europe’s security and defence
industry, 12 Aprile 2024).
[12] Commissione Europea, op. cit., p. 8.
[13] E. Letta, op. cit., p. 70.
[14] Commissione Europea, Bussola per la competitività,
https://commission.europa.eu/topics/eu-competitiveness/competitiveness-compass_it.
[15] The European House – Ambrosetti, Leonardo S. p. A., La filiera italiana
dell’aerospazio, della difesa e della sicurezza. Rapporto finale, Settembre
2018, pp. 151-152.
[16] Ivi, p. 8.
[17] Cfr.
https://www.pressenza.com/it/2025/11/armi-e-munizioni-su-tratte-ferroviarie-ordinarie-no-grazie/
e https://radioblackout.org/podcast/puntata-del-25-11-2025.
[18] E. Letta, op. cit., p. 73.
[19] M. Draghi, op. cit., p. 162.
[20] Con “economia di scala” si intende la riduzione del costo del singolo
prodotto causata dall’aumento della produzione complessiva.
[21] M. Draghi, op. cit., p. 167.
[22] E. Letta, op. cit., p. 72.
[23] Ibidem. Va inoltre ricordato che «Di tutte le attrezzature militari inviate
dai paesi europei all’Ucraina dall’inizio del conflitto, il 78% è stato
acquistato da produttori extra-UE» (E. Letta, op. cit., p. 70).
[24] The European House – Ambrosetti, Leonardo S. p. A., op. cit., pp. 151-152.
[25] «I modelli Airbus e MBDA [molto probabilmente ci si riferisce a dei nuovi
modelli di missili sviluppati dal consorzio MBDA], pur essendo di natura
diversa, offrono spunti interessanti e best practice per l’approccio industriale
militare europeo» (E. Letta, op. cit., p. 71). Negli ultimi anni il settore
militare aeronautico si sta dimostrando molto dinamico e innovativo, con «un
trend crescente [del numero di brevetti effettuati] soprattutto negli ambiti di
ricerca legati alle famiglie brevettuali di aeroplani ed elicotteri (tasso medio
annuo composto di crescita pari a +7,8%), equipaggiamenti per aeromobili
(+7,7%)» (The European House – Ambrosetti, Leonardo S. p. A., op. cit., p. 26).
[26] Cfr. D.P.R. 104/2015, art. 3. Inoltre è fatto divieto allo Stato di vendere
materiale militare nuovo, non in dismissione.
[27] Cfr.
https://www.startmag.it/spazio-e-difesa/leonardo-fincantieri-e-non-solo-come-le-aziende-della-difesa-vanno-allattacco-negli-affari-report-mediobanca/?_gl=1*psg1w3*_up*MQ..*_ga*ODY4OTUxNjI0LjE3NjgzOTA0MDU.*_ga_9HD1K76044*czE3NjgzOTA0MDQkbzEkZzAkdDE3NjgzOTA0MDQkajYwJGwwJGgw.
[28] Segnaliamo, fra i tanti contratti stipulati da Leonardo, la fornitura di
ventotto Eurofighter al Kuwait per circa otto miliardi di € nel 2016 e quella di
ventotto elicotteri NH90 al Qatar, nel 2018, per tre miliardi (valori convertiti
in € al tasso di cambio alla data di firma dell’accordo).
[29] Forniamo alcuni esempi di componenti aeronautiche complesse, che sono
prodotte da aziende differenti: motori, cabine, aerostrutture, apparecchiature
avioniche, carrelli di atterraggio, sistemi di monitoraggio per liquidi e
combustibili, profili alari, sistemi idraulici per il controllo di volo, per il
carrello di atterraggio o per il sistema di sterzo, sistemi di freno, hardware,
cuscinetti, componenti elettrici, raccordi idraulici, elementi di fissaggio.
[30] Cosiddette “relazioni industriali captive”, in cui l’azienda predominante
gestisce diverse aziende controllate.
[31] The European House – Ambrosetti, Leonardo S. p. A., op. cit., p. 106.
[32] Cfr. E. Gentili, F. Giusti, Cosa si nasconde dietro la legge italiana sulla
Space Economy,
https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-cosa_si_nasconde_dietro_la_legge_italiana_sulla_space_economy/42819_59703/#google_vignette
ed E. Gentili, F. Giusti, Accordo Starlink. Giù la MUSKera,
https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-accordo_starlink_gi_la_muskera/42819_58720/.
[33] DdL 2026 “Disposizioni in materia di economia dello spazio”, 10 Settembre
2024, p. 7.
[34] Per l’Italia segnaliamo il D. Lgs. 128/2003, che fra l’altro istituisce
l’Agenzia Spaziale Italiana.
[35] Fonte: Aiko, 2021.
[36] DdL 2026, art. 24, c. 1.
[37] DdL 2026, art. 24, c. 3.
[38] Ministero della Difesa, Direttiva per la politica industriale della Difesa,
Edizione 2021, p. 13.
[39] The European House – Ambrosetti, Leonardo S. p. A., op. cit., p. 153.
[40] Cfr.
https://www.rgs.mef.gov.it/_Documenti/VERSIONE-I/attivita_istituzionali/formazione_e_gestione_del_bilancio/bilancio_di_previsione/note_integrative/2026-2028/ni_dlb/DLBNOT1C_120.pdf
[41] Ministero della Difesa, op. cit., p. 4.
[42] Ivi, p. 9.
[43] Presidente dell’Ente di ricerca “Centro Italiano di Strategia e
Intelligence”.
[44] In M. de Francesco, Moody’s: «Con la nostra piattaforma renderemo
inviolabile la supply chain italiana della Difesa»,
https://www.industriaitaliana.it/moodys-piattaforma-supply-chain-difesa/.
[45] Cfr. G. Martinelli, Il Bilancio 2025 della Difesa italiana,
https://www.analisidifesa.it/2025/02/il-bilancio-2025-della-difesa-italiana/.
[46] The European House – Ambrosetti, Leonardo S. p. A., op. cit., p. 154.
[47] Un indicatore utile per misurare l’efficacia degli investimenti è la Total
Factor Productivity (TFP).
[48] Cfr. G. Martinelli, op. cit.
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