Faccio l’avvocata penalista e voterò NO
di VALENTINA RESTAINO.
Faccio l’avvocata penalista e al referendum costituzionale voterò NO.
Non perché la magistratura mi sia particolarmente simpatica — anzi. Chi fa
questo mestiere sa bene cosa significhi confrontarsi con decisioni ingiuste,
atteggiamenti arroganti, talvolta veri e propri squilibri di potere. Ma non si
vota per antipatia. E non si decide per ritorsione.
Si vota dentro un quadro. E il quadro, oggi, è questo.
In queste settimane si moltiplicano letture rassicuranti della riforma: un
intervento tecnico, quasi igienico; una razionalizzazione del sistema; una
separazione delle carriere che renderebbe i giudici più imparziali e
riequilibrerebbe il rapporto tra accusa e difesa. Tutto molto neutro, molto
ordinato. E profondamente fuorviante.
Perché — e questo è il punto — le riforme costituzionali non vivono nel vuoto
pneumatico. Non sono mai “solo tecniche”. Si collocano dentro un contesto
politico, e quel contesto ne orienta il senso, ne determina gli effetti, ne
rivela le finalità reali.
E il contesto, oggi, racconta altro.
Racconta di decreti sicurezza che anticipano la soglia dell’intervento penale,
che estendono l’area della repressione, che rendono più facile colpire il
dissenso e la marginalità. Racconta di un linguaggio pubblico in cui i
magistrati che adottano decisioni sgradite — su migranti, ambiente, lavoro,
libertà personali — diventano bersagli polemici quotidiani. Racconta, infine, di
una proposta di legge elettorale con un premio di maggioranza talmente ampio da
trasformare la “governabilità” in una sostanziale blindatura dell’esecutivo.
Ora, ciascuna di queste scelte, presa singolarmente, può essere condivisa o
contestata. Ma la Costituzione non si legge per compartimenti stagni. È un
sistema di equilibri; e quando più interventi si muovono nella stessa direzione,
il baricentro si sposta.
Separare le carriere non è un gesto neutro. Significa incidere sulla struttura
di uno dei poteri dello Stato. E qui conviene ricordare una cosa semplice: la
separazione dei poteri non è un vezzo teorico, ma un dispositivo di difesa. Non
serve a rendere il sistema più elegante; serve a impedire che uno dei poteri —
storicamente, l’esecutivo — prevalga sugli altri.
Quando si interviene su quell’equilibrio, la domanda da farsi non è “funzionerà
meglio?”, ma “chi diventa più forte?”.
E allora la domanda diventa inevitabile: se il pubblico ministero smette di
appartenere a un corpo unitario e diventa un segmento distinto, non diventa
forse più semplice — nel tempo — intervenire sul suo statuto, sulle sue
priorità, sulle sue dinamiche interne?
Non serve immaginare scenari espliciti di controllo politico. Basta molto meno.
Basta incidere sui criteri di priorità dell’azione penale.
L’obbligatorietà, formalmente, resterà. Ma sappiamo bene — chiunque pratichi il
diritto penale lo sa — che l’obbligatorietà vive dentro la selezione concreta
dei casi. E la selezione passa dalle priorità. Decidere cosa perseguire con
maggiore energia e cosa con minore intensità è già fare politica criminale.
E allora viene da chiedersi: quali saranno queste priorità?
Davvero pensiamo che saranno i reati finanziari? L’evasione sofisticata? Le
grandi responsabilità economiche? Oppure, più realisticamente, conflitto
sociale, ordine pubblico, migrazioni?
Non serve molta immaginazione. Basta ascoltare il discorso pubblico di questi
anni.
Pochi giorni fa il Ministro Nordio ha detto che i criteri di priorità potrebbero
essere stabiliti dal Parlamento. E qui il cerchio si chiude: perché, nello
stesso tempo, si lavora a una legge elettorale che rischia di trasformare il
Parlamento in una sede di ratifica delle decisioni dell’esecutivo.
E allora il problema non è più tecnico. È strutturale.
Quando l’esecutivo si rafforza — grazie a meccanismi elettorali che ne
amplificano il peso — e contemporaneamente si riorganizza il sistema che
dovrebbe controllarlo, il punto non è se ogni singola riforma sia, in astratto,
difendibile. Il punto è l’effetto combinato.
Non si tratta di difendere una categoria professionale. Non si tratta — davvero
— di “stare con i magistrati”. Si tratta di ricordare che la democrazia
costituzionale nasce dalla diffidenza verso il potere concentrato.
Se il Parlamento diventa sempre più funzione dell’esecutivo, e la magistratura
viene resa più frammentata — e quindi più esposta a interventi esterni —
l’equilibrio non crolla all’improvviso. Si assottiglia.
Ed è proprio così che le libertà si perdono: non in un giorno drammatico, ma in
una lenta erosione. Quando i limiti al potere vengono raccontati come ostacoli.
Quando i contrappesi diventano fastidi da rimuovere. Quando l’efficienza diventa
l’argomento che giustifica tutto.
La democrazia esiste solo dove il potere incontra limiti reali.
Quando quei limiti si indeboliscono, non si rafforza lo Stato: si restringe lo
spazio delle libertà.
E no, non è una questione di simpatia. È una questione di equilibrio.
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