Faccio l’avvocata penalista e voterò NO

EuroNomade - Wednesday, March 18, 2026

di VALENTINA RESTAINO.

Faccio l’avvocata penalista e al referendum costituzionale voterò NO.

Non perché la magistratura mi sia particolarmente simpatica — anzi. Chi fa questo mestiere sa bene cosa significhi confrontarsi con decisioni ingiuste, atteggiamenti arroganti, talvolta veri e propri squilibri di potere. Ma non si vota per antipatia. E non si decide per ritorsione.

Si vota dentro un quadro. E il quadro, oggi, è questo.

In queste settimane si moltiplicano letture rassicuranti della riforma: un intervento tecnico, quasi igienico; una razionalizzazione del sistema; una separazione delle carriere che renderebbe i giudici più imparziali e riequilibrerebbe il rapporto tra accusa e difesa. Tutto molto neutro, molto ordinato. E profondamente fuorviante.

Perché — e questo è il punto — le riforme costituzionali non vivono nel vuoto pneumatico. Non sono mai “solo tecniche”. Si collocano dentro un contesto politico, e quel contesto ne orienta il senso, ne determina gli effetti, ne rivela le finalità reali.

E il contesto, oggi, racconta altro.

Racconta di decreti sicurezza che anticipano la soglia dell’intervento penale, che estendono l’area della repressione, che rendono più facile colpire il dissenso e la marginalità. Racconta di un linguaggio pubblico in cui i magistrati che adottano decisioni sgradite — su migranti, ambiente, lavoro, libertà personali — diventano bersagli polemici quotidiani. Racconta, infine, di una proposta di legge elettorale con un premio di maggioranza talmente ampio da trasformare la “governabilità” in una sostanziale blindatura dell’esecutivo.

Ora, ciascuna di queste scelte, presa singolarmente, può essere condivisa o contestata. Ma la Costituzione non si legge per compartimenti stagni. È un sistema di equilibri; e quando più interventi si muovono nella stessa direzione, il baricentro si sposta.

Separare le carriere non è un gesto neutro. Significa incidere sulla struttura di uno dei poteri dello Stato. E qui conviene ricordare una cosa semplice: la separazione dei poteri non è un vezzo teorico, ma un dispositivo di difesa. Non serve a rendere il sistema più elegante; serve a impedire che uno dei poteri — storicamente, l’esecutivo — prevalga sugli altri.

Quando si interviene su quell’equilibrio, la domanda da farsi non è “funzionerà meglio?”, ma “chi diventa più forte?”.

E allora la domanda diventa inevitabile: se il pubblico ministero smette di appartenere a un corpo unitario e diventa un segmento distinto, non diventa forse più semplice — nel tempo — intervenire sul suo statuto, sulle sue priorità, sulle sue dinamiche interne?

Non serve immaginare scenari espliciti di controllo politico. Basta molto meno. Basta incidere sui criteri di priorità dell’azione penale.

L’obbligatorietà, formalmente, resterà. Ma sappiamo bene — chiunque pratichi il diritto penale lo sa — che l’obbligatorietà vive dentro la selezione concreta dei casi. E la selezione passa dalle priorità. Decidere cosa perseguire con maggiore energia e cosa con minore intensità è già fare politica criminale.

E allora viene da chiedersi: quali saranno queste priorità?

Davvero pensiamo che saranno i reati finanziari? L’evasione sofisticata? Le grandi responsabilità economiche? Oppure, più realisticamente, conflitto sociale, ordine pubblico, migrazioni?

Non serve molta immaginazione. Basta ascoltare il discorso pubblico di questi anni.

Pochi giorni fa il Ministro Nordio ha detto che i criteri di priorità potrebbero essere stabiliti dal Parlamento. E qui il cerchio si chiude: perché, nello stesso tempo, si lavora a una legge elettorale che rischia di trasformare il Parlamento in una sede di ratifica delle decisioni dell’esecutivo.

E allora il problema non è più tecnico. È strutturale.

Quando l’esecutivo si rafforza — grazie a meccanismi elettorali che ne amplificano il peso — e contemporaneamente si riorganizza il sistema che dovrebbe controllarlo, il punto non è se ogni singola riforma sia, in astratto, difendibile. Il punto è l’effetto combinato.

Non si tratta di difendere una categoria professionale. Non si tratta — davvero — di “stare con i magistrati”. Si tratta di ricordare che la democrazia costituzionale nasce dalla diffidenza verso il potere concentrato.

Se il Parlamento diventa sempre più funzione dell’esecutivo, e la magistratura viene resa più frammentata — e quindi più esposta a interventi esterni — l’equilibrio non crolla all’improvviso. Si assottiglia.

Ed è proprio così che le libertà si perdono: non in un giorno drammatico, ma in una lenta erosione. Quando i limiti al potere vengono raccontati come ostacoli. Quando i contrappesi diventano fastidi da rimuovere. Quando l’efficienza diventa l’argomento che giustifica tutto.

La democrazia esiste solo dove il potere incontra limiti reali.

Quando quei limiti si indeboliscono, non si rafforza lo Stato: si restringe lo spazio delle libertà.

E no, non è una questione di simpatia. È una questione di equilibrio.

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