Le storie che non si possono tradurre
La mediazione culturale non traduce soltanto parole. Traduce mondi, silenzi,
memorie e modi diversi di sopravvivere.
Negli ultimi anni ho compreso che la mediazione linguistica non può essere
considerata soltanto una pratica tecnica legata alla traduzione delle lingue. È,
prima di tutto, una pratica culturale, relazionale e profondamente umana.
Traduce memorie, sistemi simbolici, vissuti corporei, emozioni, traumi e
silenzi. E forse è proprio questo che le società occidentali contemporanee fanno
ancora fatica a riconoscere: il fatto che la comunicazione umana non passi
esclusivamente attraverso le parole.
Le neuroscienze cognitive, la psicologia transculturale e gli studi
antropologici mostrano oggi con sempre maggiore chiarezza che mente, corpo e
cultura non possono essere separati. Ogni individuo costruisce il proprio modo
di percepire il dolore, il tempo, la paura e l’identità all’interno di un
contesto culturale specifico. La sofferenza non viene espressa nello stesso modo
in tutte le società; persino il trauma assume forme narrative, corporee e
simboliche differenti a seconda della cultura di appartenenza.
Viviamo, soprattutto in Occidente, dentro società dominate dalla velocità e
dalla produttività cognitiva. Il sociologo Hartmut Rosa definisce questa
condizione “accelerazione sociale”: una forma di organizzazione della vita in
cui l’individuo è costantemente chiamato a produrre, rispondere, pianificare,
performare. Nelle economie avanzate il lavoro si è progressivamente spostato
dalla dimensione fisica a quella cognitiva. Crescono le professioni
amministrative, digitali e gestionali, mentre diminuiscono molte attività
manuali tradizionali.
Questo cambiamento ha modificato anche il modo in cui il corpo viene vissuto.
In gran parte delle professioni contemporanee occidentali il corpo rimane
immobile per ore, mentre la mente continua a lavorare senza interruzione.
L’attenzione costante, il multitasking, l’iperconnessione e la pressione
prestazionale producono un sovraccarico cognitivo permanente. Numerosi studi in
ambito neuropsicologico collegano questa iperattivazione all’aumento di stress
cronico, burnout, disturbi d’ansia e alterazioni dei sistemi attentivi ed
emotivi.
Forse è anche per questo che nelle società occidentali cresce sempre di più il
bisogno di pratiche meditative basate sul silenzio, sulla respirazione e
sull’immobilità: si cerca di fermare una mente che non riesce più a interrompere
il proprio flusso continuo di attività.
L’altro giorno parlavo con il mio psicoterapeuta, che è anche Professore
ordinario e docente nella mia scuola di psicoterapia transculturale, della
meditazione dinamica e del ruolo che il movimento assume in molte culture del
Medio Oriente, dell’Africa e dell’Asia. In questi contesti la danza, il ritmo e
il movimento collettivo non rappresentano soltanto forme artistiche o rituali:
diventano dispositivi di regolazione emotiva, relazionale e spirituale.
Attraverso il movimento del corpo, la mente rallenta.
Le neuroscienze contemporanee stanno progressivamente confermando ciò che molte
culture tradizionali conoscevano empiricamente da secoli. Il movimento ritmico e
coordinato stimola processi neurobiologici complessi: favorisce la regolazione
del sistema nervoso autonomo, riduce i livelli di cortisolo, l’ormone dello
stress, e facilita il rilascio di neurotrasmettitori associati al benessere
psicofisico, come dopamina, serotonina ed endorfine. Inoltre, le attività
corporee collettive aumentano i processi di sincronizzazione sociale ed emotiva,
rafforzando il senso di appartenenza e sicurezza.
Il trauma, infatti, non è soltanto un ricordo mentale. È anche un’esperienza
corporea.
Gli studi sul trauma complesso mostrano come eventi estremamente stressanti
possano alterare non soltanto la memoria narrativa, ma anche la percezione
corporea, la regolazione emotiva e i meccanismi neurofisiologici legati alla
sicurezza e alla paura. Per questo, in molte pratiche terapeutiche
contemporanee, il corpo sta tornando centrale: non come elemento separato dalla
mente, ma come parte integrante dell’esperienza psichica.
Ed è proprio qui che la mediazione linguistica e culturale assume un valore
fondamentale.
Quando ci si trova in contesti delicati; come tribunali, consultori, percorsi
psicoterapeutici o audizioni per la richiesta d’asilo, la presenza del mediatore
culturale non serve semplicemente a tradurre parole. Serve a tradurre sistemi
culturali, codici simbolici e modalità differenti di raccontare il dolore.
Non tutte le culture costruiscono il racconto della sofferenza nello stesso
modo.
In alcune società il trauma viene espresso in maniera lineare e cronologica; in
altre emerge attraverso immagini simboliche, riferimenti spirituali o
manifestazioni corporee. Alcune persone riescono a raccontare dettagli precisi
ma non ricordano la successione temporale degli eventi traumatici. Altre evitano
il contatto visivo con le autorità per rispetto culturale, mentre nei sistemi
occidentali questo comportamento può essere interpretato come segnale di
insincerità.
Senza una mediazione culturale competente, il rischio di fraintendimento diventa
enorme.
Ho lavorato per molti anni nelle commissioni territoriali italiane per il
riconoscimento della protezione internazionale. Ho quasi quarantadue anni e per
circa vent’anni ho attraversato luoghi legati all’asilo, alla migrazione e
all’accoglienza. E ho visto quante volte le parole sfuggono. Quante volte
sfuggono i significati profondi, le sfumature culturali, le implicazioni
emotive.
I funzionari che ascoltano i richiedenti asilo svolgono un lavoro estremamente
complesso e psicologicamente gravoso. In poche ore devono ascoltare,
comprendere, verbalizzare e valutare racconti spesso segnati da guerra, tortura,
persecuzione politica, violenza sessuale o perdita familiare. Contemporaneamente
devono mantenere criteri giuridici di coerenza narrativa e attendibilità.
Ma la memoria traumatica non funziona sempre secondo criteri lineari.
Le ricerche in psicotraumatologia mostrano che il trauma può frammentare il
ricordo, alterare la percezione temporale e rendere difficile la verbalizzazione
coerente degli eventi. Una contraddizione narrativa non è necessariamente una
menzogna. A volte è il risultato stesso del trauma.
Ed è qui che il ruolo del mediatore culturale diventa essenziale: non soltanto
come traduttore linguistico, ma come figura capace di contestualizzare
culturalmente il racconto umano.
Perché la cultura non è un dettaglio secondario dell’identità. È il modo
attraverso cui l’essere umano attribuisce significato all’esperienza.
È fondamentale riuscire a raccontare la propria storia, anche all’interno delle
famiglie, tra generazioni differenti, tra persone che hanno attraversato paesi,
guerre, migrazioni e trasformazioni culturali. La cultura va tradotta, spiegata,
trasmessa. E ogni traduzione comporta inevitabilmente una perdita, ma anche la
possibilità di costruire comprensione reciproca.
Per questo la domanda finale rimane aperta, etica e profondamente politica:
quanto è giusto decidere della vita di un richiedente asilo dopo un’unica
audizione di due o tre ore, sapendo che il trauma, la cultura e la memoria non
sempre riescono a diventare immediatamente linguaggio?
Nurgül ÇOKGEZİCİ
Unione Donne Italiane e Kurde (UDIK)