La guerra dei padri, la ferita dei figli
Perché i nostri ragazzi soffrono come i reduci di una guerra che non hanno
combattuto, e perché la risposta è un rito da ritrovare insieme
C’è una frase che sempre più spesso gli adulti sentono dire dai ragazzi: non
voglio più esistere. Quasi mai è un capriccio. È il modo più nudo per dire: ho
paura, il mondo mi fa paura, e non vedo un posto per me tra gli altri. Questo
articolo prova a prenderla sul serio, come il segno di una lacerazione che
riguarda tutti: quella del tessuto che tiene insieme l’io e l’altro, il noi e il
voi. Una lacerazione che ha una storia, e un nome antico: guerra.
I NUMERI
Secondo l’OMS un adolescente su sette, nel mondo, convive con un disturbo
mentale; il suicidio è tra le prime cause di morte tra i 15 e i 19 anni. La
Lancet Psychiatry Commission parla di un declino della salute mentale giovanile
che dura da vent’anni. In Italia il 62,8% dei ragazzi tra 16 e 19 anni si dice
molto preoccupato per il futuro (Censis, 2026), e circa 54.000 studenti vivono
chiusi nella propria stanza (Cnr-Ifc e Gruppo Abele, 2023). In dieci paesi, il
75% dei giovani tra 16 e 25 anni risponde che “il futuro fa paura” (Hickman et
al., 2021).
Le curve di queste sofferenze, e di molte malattie croniche, si impennano più o
meno nella stessa zona: dagli anni Sessanta del Novecento. Tra il 1914 e il 1945
passano trentun anni, l’arco di una sola vita, e nessuna generazione europea è
sfuggita alla guerra: chi non ha avuto l’infanzia sotto le bombe ha avuto
l’adolescenza sotto la dittatura, o i vent’anni al fronte. I ragazzi di oggi
sono la terza, a volte la quarta generazione dopo quelle guerre.
L’IPOTESI
L’ipotesi è forte, e va detta come ipotesi: quel trauma non si è fermato a chi
lo ha vissuto, ma si è trasmesso. Gli studi di Michael Meaney mostrano che la
cura ricevuta nei primi giorni di vita modifica l’espressione dei geni che
regolano lo stress. I bambini concepiti durante la carestia olandese del 1944-45
portano, sessant’anni dopo, più malattie metaboliche e tracce misurabili nel
loro DNA. Rachel Yehuda ha trovato segni simili nei figli dei sopravvissuti
all’Olocausto. Nessuno può dire che le guerre siano la causa unica del disagio
di oggi: negli stessi decenni sono arrivati inquinanti e nuovi stili di vita,
che la ricerca di Ernesto Burgio ha documentato con rigore. Ma le guerre possono
aver consegnato ai figli e ai nipoti un sistema nervoso più vicino alla soglia
di rottura.
C’è un indizio che rende l’ipotesi difficile da liquidare: la sofferenza degli
adolescenti somiglia, sintomo per sintomo, a quella dei reduci. Ansia e crollo
depressivo, aggressività rivolta fuori o contro se stessi, incapacità di
costruire legami stabili: Bessel van der Kolk ha descritto proprio questa
sovrapposizione. E non è un’analogia letteraria: il trauma sensibilizza in modo
duraturo gli stessi circuiti cerebrali della paura, della collera e del dolore
da separazione individuati da Jaak Panksepp, e nei ragazzi esposti ad avversità
precoci si trovano gli stessi marcatori di infiammazione dei reduci. Se il corpo
di un adolescente risponde come il corpo di un reduce, a quale minaccia sta
rispondendo?
LA SEDIA VUOTA
La trasmissione è passata anche per le case. Si cresceva accanto alla sedia
vuota di un padre che non sarebbe tornato, o di chi tornava con uno sguardo che
i figli imparavano a non disturbare. Ciò che non si racconta si trasmette lo
stesso, ma senza parole, e quindi senza poter essere elaborato. Poi, nel 1945, è
arrivata la possibilità che la specie intera finisca: prima la bomba, oggi il
clima. Robert Jay Lifton ha chiamato nuclearismo l’anestesia con cui gli adulti
hanno imparato a conviverci. I ragazzi non la rimuovono: la sentono. Quel 56%
che risponde “l’umanità è condannata” non è irrazionale: è la risposta più
coerente di un sistema nervoso a un mondo che gli ha mostrato la possibilità
della propria fine.
DOLORE, PAURA, RABBIA
Un ragazzo di oggi eredita tre sentimenti intrecciati. Il dolore per un noi che
manca: il Sé nasce dentro esperienze di protezione, cura, appartenenza,
riconoscimento e valore, e se cade il noi, cado anch’io. La paura di restare
soli ed esclusi: l’esclusione accende nel cervello le stesse aree del dolore
fisico. E la rabbia di chi nasce in un mondo pieno di guerra e senza futuro
visibile. Il soldato di un tempo aveva un nemico; il ragazzo di oggi no, e la
sua rabbia si disperde o si rivolge contro se stesso. Ansia, ritiro e
depressione si possono leggere così: come malattie della relazione.
La stessa lacerazione si vede nelle solitudini: secondo l’Istat quasi nove
milioni di italiani sentono di non poter contare su nessuno in caso di
difficoltà; nel Regno Unito, dove Margaret Thatcher aveva detto che “la società
non esiste”, nel 2018 è nato un ministero per la solitudine. E la solitudine
uccide: legami sociali solidi aumentano del 50% la probabilità di sopravvivenza
(Holt-Lunstad et al., 2010). Si vede nei corpi separati dagli schermi. E si vede
nella guerra, che è la sua forma estrema: dichiarare nemico chi, con un tempo di
ascolto, forse non lo sarebbe. La guerra distrugge l’altro e insieme i legami, e
lascia ai figli lo stesso dolore, la stessa paura, la stessa rabbia da cui è
nata.
IL RITO POSSIBILE
Ogni civiltà prima della nostra aveva uno strumento per accompagnare i giovani
attraverso la paura: il rito di passaggio. Una prova vera, una soglia, ma con
tutto il villaggio intorno a proteggere e riconoscere. Chi la attraversava ne
usciva con un Sé più forte e con un posto nel noi. Nel Novecento questo rito è
mancato proprio quando serviva di più: al suo posto i ragazzi hanno ricevuto un
arruolamento. Oggi, mentre in Europa si torna a parlare di leva, la storia
rischia di ripetersi.
Eppure il rito risponde esattamente a questa ferita. Dove la paura isola, fa
attraversare la paura insieme. Dove manca il noi, lo ricostruisce nel corpo e
nella prova condivisa. Dove la rabbia non trova direzione, le offre un limite da
superare e una responsabilità verso l’altro. Elabora un Sé interconnesso, capace
di cooperare, responsabile e solidale. Ed è un piacere, non solo quello di
crescere sani e forti, ma quello semplice di stare insieme: ridere, sostenere il
peso di un compagno, cadere e rialzarsi davanti a chi ti incoraggia.
Per questo parlo ai giovani. Esiste un’altra strada rispetto alla chiusura e
alla caserma. Diamo vita a un’esperienza di prova e di passaggio, scelta
liberamente, mai imposta: che lo Stato offra i luoghi e il tempo, che educatori
preparati la conducano. Dentro, si torna a stare insieme nel gioco, nella prova,
nel rischio, nell’avventura.
Ma non vi propongo di essere curati: vi propongo di diventare voi la cura, per
il compagno chiuso nella sua stanza, per l’anziano solo, per chi dice non voglio
più esistere. Un mondo che non ha saputo fare altro che la guerra cambierà
quando una generazione avrà imparato nel corpo che l’altro è un rifugio e non
una minaccia. Da lì nasce un nuovo Sé, un nuovo noi, un mondo altro: scrivere
nel profondo Sé di ognuno: NO ALLA GUERRA. Non sono i vostri padri a poterlo
costruire: siete voi.
Nei prossimi articoli racconterò come questo rito può prendere forma,
concretamente: che cosa si fa, dove, con chi.
di Marco Bizzozzero
Articolo originale:
https://essereutopia.substack.com/p/la-guerra-dei-padri-la-ferita-dei
Marco Bizzozero, ricercatore indipendente, studia da oltre cinquant’anni i
rapporti tra corpo, coscienza ed educazione alla pace. Il suo ultimo libro è
“Perché le guerre. La schiavitù della violenza. Una possibile educazione alla
pace”.
Redazione Italia