Maya e palestinesi, due genocidi con un elemento in comune: IsraeleChe cos’ha in comune il genocidio dei Maya degli anni Ottanta del secolo scorso
con quello dei palestinesi?
Maya e palestinesi, geograficamente quasi agli antipodi del globo, si somigliano
per la relazione speciale che intrattengono con la loro terra. Non hanno bisogno
di alcuna propaganda per sentirsi patrioti: semplicemente nascono con questo
legame. Gli uni intrecciati alle radici degli ulivi, gli altri al respiro
possente della montagna. È il luogo che sceglie; imporsi con la forza per
dominarlo, per sfruttarne le risorse, è comportarsi da ladri e quella terra mai
li accoglierà.
Cercando in rete si trova molto materiale sul genocidio in Guatemala. Per chi è
interessato ad approfondire suggerisco la video intervista fatta da Chris Hedges
a Jennifer K. Harbury. A questo link si trova la trascrizione in italiano.
La popolazione del Guatemala è per quasi il 75% costituita da indios (e fra
questi l’etnia più corposa è riconducibile geneticamente e linguisticamente ai
maya; un altro 25% viene definita ladino, ossia un misto di maya e colonizzatori
europei e una parte infinitesima del totale è rappresentata dall’etnia
caucasica. Verso la fine di quella che nelle pagine di storia è conosciuta come
la guerra civile, dal 1960 al 1996, la popolazione indigena subì un genocidio
che è sconosciuto ai più. Ne parliamo con Carlos, figlio di Carlos Ovalle (maya
Qʼeqchiʼ), che a soli dieci anni si trovò catapultato da un giorno all’altro da
Città del Guatemala a Long Beach, nel Sud della California.
Raccontami la vostra storia
Mio padre era un gran lavoratore e un uomo pacifico, ma c’erano due cose che non
sopportava: la burocrazia e la corruzione. Era la fine degli anni Sessanta e nel
Paese il clima era teso. Mio padre era un cartografo e aveva un buon lavoro in
un’agenzia governativa; vedeva quotidianamente corruzione e abusi ai danni degli
indigeni e non stava zitto. Denunciava pubblicamente i fatti di cui veniva a
conoscenza. Iniziarono ad arrivare avvertimenti, ma lui tirò diritto per la sua
strada, fin quando un giorno un suo superiore gli disse che doveva partire per
fare un rilievo in una zona sperduta della foresta.
Carlos Ovalle
Mio padre si apprestò a preparare la sua solita squadra, ma gli fu comunicato
che avrebbe dovuto lavorare con uomini nuovi. Si insospettì, ma partì lo stesso.
Sul ciglio di un dirupo gli legarono mani e piedi, intenzionati a tagliargli la
testa con un machete, ma riuscì a saltare all’indietro, nel vuoto e
miracolosamente si salvò. La lama era però riuscita ad aprirgli mezza faccia. In
qualche modo riuscì a risalire la valle, dove fu soccorso da un gruppo di
taglialegna. Quando uscì dall’ospedale un amico americano che lavorava al
consolato lo aiutò a scappare in California. Ero piccolo, ma ricordo bene che
tutto accadde molto velocemente.
Che cosa è successo in Guatemala prima e dopo la vostra fuga?
Dopo decenni di terrore e governi dichiaratamente fascisti, nel 1954 fu
democraticamente eletto Jacobo Árbenz, che iniziò un programma di riforme
socialiste, ridistribuzione della terra e nazionalizzazione di compagnie e
infrastrutture. Finalmente per il popolo guatemalteco sembrava aprirsi un tempo
di rinascita e giustizia sociale, ma i grandi investitori privati, come la
United Fruit Company, che possedeva immensi latifondi, andarono su tutte le
furie e costrinsero gli Stati Uniti a intervenire provocando una serie di colpi
di Stato, assassinii, violenze e caos in tutto il Paese. Ma il popolo,
soprattutto il 75% indios, non mollava, anzi si organizzò facendo dell’impervia
montagna la propria sede e conducendo azioni di guerriglia.
E così arriviamo alla fine degli anni Settanta, quando venne eletto presidente
degli Stati Uniti Jimmy Carter, che amava definirsi un’anima semplice, un devoto
cristiano (era stato anche ordinato pastore), un amante della pace e un
difensore dei diritti umani. Carter non voleva avere niente a che fare con il
brutto affare del Guatemala e dunque qualcuno (Chi? La CIA? Qualche altra entità
segreta?) decise di passare la palla al Mossad, il servizio segreto israeliano;
di lì a poco la guerra civile entrò in una spirale di barbarie e violenze che
causò 200.000 morti (di cui l’83% erano civili inermi), 620 villaggi maya
completamente spazzati via, 15.000 scomparsi e un milione di sfollati. È
chiamato il genocidio silenzioso, perché allora quasi nessuno sapeva che cosa
stesse accadendo nel Paese centroamericano.
Neanche voi lo sapevate?
Nemmeno noi guatemaltechi all’estero riuscivamo ad avere notizie complete, era
tutto frammentario e confuso. Cominciammo a capire che stava succedendo qualcosa
di molto brutto quando qualcuno di noi iniziò ad andare sul posto e non fece più
ritorno. Solo vent’anni dopo grazie alle Ong internazionali furono trovate le
fosse comuni.
Sei tra coloro che nel 2023 hanno iniziato la pratica di calare striscioni dai
cavalcavia sulle autostrade per denunciare il genocidio dei palestinesi. Come ti
sei sentito quando le notizie dei massacri dell’IDF sulla popolazione civile di
Gaza hanno iniziato a circolare?
Ho capito subito dove si stava andando; ho visto le stesse tecniche all’opera. I
militari israeliani all’epoca del nostro genocidio arrivarono e istruirono
l’esercito del Guatemala in modo nuovo, più efficiente e riuscirono anche a
renderlo molto più feroce e senza scrupoli. I palestinesi per me sono fratelli e
sorelle: ci accomuna la qualità della resilienza. I maya sono sempre riusciti a
preservare la loro cultura attraverso dominazioni e tirannie esterne proprio per
questo viscerale attaccamento alla propria terra. Siamo un popolo pacifico e
molto paziente, come credo siano i palestinesi.
Com’è la situazione oggi in Guatemala?
In apparenza va abbastanza bene. Gli indigeni, almeno sulla carta, hanno
ottenuto dei diritti, ma siamo ancora molto lontani da una loro reale
rappresentanza politica. L’infinitesima minoranza bianca tiene ancora in mano le
fila del Paese; il sistema si è ammorbidito, ma è sempre quello. Te ne accorgi
se parli troppo: se sei un giornalista d’inchiesta e malauguratamente scrivi
qualcosa di scomodo, puoi ancora sparire da un giorno all’altro, come tentarono
di fare con mio padre. Gli indios di oggi però hanno imparato meglio le regole
del gioco e cascano meno nei tranelli dell’uomo bianco, per esempio stanno
nascendo le “corporazioni maya” che sanno dare filo da torcere ai colonialisti.
Negli Stati Uniti, ormai da più di un anno, l’ICE perseguita i migranti. Mi sono
commossa quando l’altra sera hai raccontato dei bambini deceduti in detenzione.
Che cosa sai in proposito?
Purtroppo poco, perché è molto difficile ottenere risposte chiare dall’agenzia
federale; offrono sempre la stessa scusa di “patologie pregresse”. Erano nove
bimbi di età compresa tra i nove e i quattordici anni, di cui sei indio
guatemaltechi. Dietro quei muri può succedere di tutto, ma è facile che siano
morti per incuria. Nella nostra zona è attiva la “Rapid Response”. Siamo un
gruppo di volontari che aiuta famiglie in difficoltà a causa delle operazioni
dell’ICE. In quest’ultimo anno, ho scoperto che le loro strutture sono delle
miserabili prigioni: non hanno medici interni, ma solo un presidio
infermieristico e per uscire da lì ci vuole una burocrazia infinita. Un nostro
assistito ha avuto ben due infarti e non lo portano in ospedale. Sta male e
siamo molto preoccupati per lui.
Che cosa fa la Rapid Response?
Al momento stiamo sostenendo e proteggendo quattro famiglie. Solo una è in una
condizione drammatica e dobbiamo aiutarli in tutto. Le altre riescono
parzialmente ad arrangiarsi, dunque gli offriamo un aiuto mirato. Per esempio a
una coppia abbiamo procurato una macchina usata perché possano raggiungere i
posti di lavoro evitando di usare i mezzi pubblici; per un’altra siamo riusciti
a ottenere una tutela legale sui figli piccoli nati negli Stati Uniti, cosicché
se dovesse accadere il peggio ai genitori verrebbero affidati a noi e non
sequestrati dai federali. Inoltre usiamo le nostre residenze private come loro
copertura.
Mi piace terminare la nostra chiacchierata con un pensiero positivo, qualcosa
che offra speranza. Nel periodo di grande turbolenza che stiamo attraversando
noti qualcosa di nuovo?
Sì. Da un po’ di tempo, quando dichiaro di essere socialista, spesso mi sento
rispondere: “Anch’io”. Fino a qualche anno fa le persone si stupivano ed erano
imbarazzate, oggi invece dimostrano molta più apertura. Credo che molti stiano
capendo che un sistema socialista non gli toglierebbe la libertà, come
credevano, e nemmeno li appiattirebbe come esseri umani, anzi dovrebbe favorire
una rinascita umanista.
Marina Serina