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Cagliari sotto controllo: chi decide chi può stare in città? Prorogata la zona rossa
Pubblichiamo il comunicato di Potere al Popolo – Cagliari sulla proroga  fino al 30 settembre della zona rossa da parte della prefetta di Cagliari. Mentre nei giorni scorsi Sanremo catturava l’attenzione del Popolo della rete, in sordina a Cagliari la prefetta Paola Dessì, con grande soddisfazione dell’attuale primo cittadino, ha prorogato la zona rossa fino al 30 settembre per salvaguardare l’ordine pubblico e, soprattutto tutelare, visto l’inizio della primavera, le serate tranquille di turisti e turiste e gli introiti delle esercenti e degli esercenti. A stabilire chi possa attraversare o stazionare nelle aree del centro storico allargato saranno le forze di polizia sempre pronte, che già da mesi, seguendo la linea del colore attraverso lo strumento della profilazione razziale, tentano di arginare le presenze considerate sgradite e moleste. Fino a dieci anni fa, una scelta di questo genere avrebbe suscitato un dibattito acceso, ma la sinistra di buoni sentimenti che governa la città, sempre generosa di chiacchiere di facciata per dichiarare il proprio antifascismo e antirazzismo, quando si tratta di scegliere tra la tutela di diritti fondamentali e quella del portafoglio dei propri potenziali elettori e elettrici non ha mai dubbi. Via quindi chi non consuma e chi non produce, meno problemi per chi invece sarà dispostə a spezzarsi la schiena nei ristoranti e locali del centro storico, sottopagatə, dispostə a turni di lavoro massacranti e privi di previdenza sociale, come coloro che lavorano come rider di Glovo e Deliveroo, spesso giovani e razzializzatə, che si affannano in mezzo al traffico: tolleratə finché producono valore e garantiscono i consumi, invisibilizzatə quando rivendicano diritti. Poco importa inoltre se le persone scacciate, spesso soggetti fragili, senza un tetto sopra la testa, che vivono in condizioni quotidiane di marginalità e disagio vengono spostate in periferia, dove la città non le vede e tutto resta “pulito” agli occhi di chi decide chi può attraversarla e chi no. Non è la prima volta che con la scusa di una qualche emergenza ci vengono fatte digerire delle misure di restrizione della libertà che poi diventano permanenti, per questo è necessario contrastarle subito. Nella Cagliari da cartolina, costruita per turisti e profitto ci rifiutiamo, come cittadini e cittadine, di fare le comparse. Redazione Cagliari
March 3, 2026
Pressenza
Dormitori a Catania, occorre fare di più
Ancora irrisolti a Catania i problemi dei senza tetto e dei senza dimora. Il Movimento/Rete in strada, che raggruppa varie associazioni che se ne occupano, sollecita da tempo l’Amministrazione perché provveda a dotare la città di un dormitorio a bassa soglia, vale a dire di massima accessibilità, per accogliere le persone costrette in strada, senza trafile burocratiche, anche solo per una notte. Delle Rete fanno parte Civico Zero, Lhive Diritti Prevenzione, Centro Astalli, Casa della Mercede, OULP, Sunia, Restiamo umani e Incontriamoci, che lavorano – a vario titolo – nel campo delle marginalità sociali. Esperienze di dormitori a bassa soglia sono già attive in altre città italiane e sono state raccontate nel corso del Seminario dello scorso ottobre a Palazzo Platamone, dove è stato possibile ascoltare le testimonianze di chi lavora sul campo a Torino, Parma, Bologna. A Catania, dal mese di novembre è diventato operativo il progetto Un altro luogo, con il previsto centro diurno di via della Plaia, nella struttura dell’ex cinema Concordia, e un centro notturno in via Stazzone, che accoglie persone senza fissa dimora purché in possesso di un documento di riconoscimento. Si tratta di un servizio utile ma che non ha il requisito della massima accessibilità, oltre al fatto che il numero di posti letto (da progetto, 18 maschili e 12 femminili) è del tutto inadeguato alle necessità delle circa 150 persone che mediamente dormono in strada. La città è, quindi, ancora priva di un dormitorio a bassa soglia. La Rete/Movimento in Strada ha sollecitato da tempo un incontro con l’arcivescovo, nella speranza che la Curia potesse mettere a disposizione qualche struttura di sua proprietà. Dopo vari rinvii, l’incontro si è svolto sabato 31 gennaio ma non ha dato i risultati sperati. Quanto all’Amministrazione, c’è forse speranza che qualcosa si muova. In seguito ad un rimpasto interno alla Giunta, l’assessore ai servizi sociali non è più Bruno Bruccheri, con cui le associazioni avevano avviato una interlocuzione che, al di là delle generiche professioni di disponibilità, non aveva prodotto nessun risultato concreto. E’ parsa più attiva la nuova assessora, Serena Spoto, che ha dato qualche risposta concreta, sia pure transitoria, per accogliere i senza tetto nei giorni in cui vento e pioggia del ciclone Harry hanno colpito la città. Ma servono risposte risolutive e a lungo termine, che sono state ulteriormente sollecitate qualche giorno addietro con una lettera aperta, inviata all’assessora dai legali che assistono le associazioni che si occupano, a vario titolo, dei senzatetto, italiani e stranieri. La lettera è stata firmata dagli avvocati Laura Distefano, Nello Papandrea, Giuseppe Giuffrida e Diego Trigilia. Ecco il testo Oggetto: Richiesta chiarimenti in merito ai dormitori istituiti nella Città Metropolitana di Catania. Richiesta incontro. Gent.ma Avv. Serena Spoto, nell’interesse e per conto del Movimento/Rete in strada, rappresentiamo quanto appresso. Il predetto movimento, composto da associazioni e cittadini che, a vario titolo, si occupano delle esigenze di persone in condizioni di emarginazione o in difficoltà, da circa un anno ha intrapreso un dialogo con Codesto Spett.le Ufficio, per l’istituzione di servizi/dormitori cd. “a bassa soglia” nella Città Metropolitana di Catania. In particolare, il 29 ottobre 2025, presso il Palazzo della Cultura, su iniziativa di detto Movimento, si è tenuto un proficuo incontro proprio sulle tematiche dei servizi a bassa soglia, incontro in seno al quale il Movimento ha ribadito l’urgenza di istituire strutture diurne e notturne, alcune delle quali facilmente raggiungibili dai beneficiari al centro città, il cui accesso sia privo di barriere burocratiche o amministrative. Come legali, siamo consapevoli delle lacune normative relative alla materia in oggetto; proprio per questo, riteniamo certamente applicabili “Le Linee Guida per il contrasto alla grave emarginazione adulta in Italia”, frutto di un accordo tra il Governo, le Regioni, le Province Autonome e le Autonomie Locali in sede di Conferenza Unificata del 5 novembre 2015, alle quali interamente rinviamo e che alleghiamo alla presente. Non ultimo, rileviamo come la recente comunicazione, avente ad oggetto “Avvio e modalità operative dei servizi Housing First, Polo Diurno Radici e Camper Solidale”, inviata dalla Direzione Famiglia e Politiche Sociali, non fornisca indicazioni circa strutture di accoglienza notturna né informazioni specifiche (es. requisiti di ingresso, responsabili, contatti telefonici, etc.) dei servizi in seno alla stessa dettagliati. Per tutto quanto sin qui esposto, con la presente chiediamo voler fornire: * Una lista di dormitori notturni, con indicazione dei posti disponibili, facilmente raggiungibili da beneficiari privi di mezzi di locomozione (e, quindi, nelle zone centrali di Catania), e indicazione dei responsabili o delle responsabili dell’accoglienza; * Un regolamento interno delle summenzionate strutture, sufficientemente specifico circa le modalità di fruizione dei servizi offerti (es. modalità di identificazione per l’ingresso, tempi di possibile permanenza, progetti di reinserimento sociale, etc.). Quanto innanzi avrebbe, ad avviso degli scriventi, l’indubbio vantaggio di verificare la rispondenza dei servizi offerti alle regole della bassa soglia che rappresenta, lo si ripete, metodo di accompagnamento dei beneficiari irrinunciabile per le associazioni che assistiamo. Da ultimo, chiediamo voler fissare con cortese urgenza un appuntamento presso il Suo ufficio, al fine di meglio rappresentare le istanze, sopra soltanto accennate, e che, siamo certi, essere già alla Sua attenzione, tanto quanto alla nostra. In attesa di Suo riscontro, porgiamo Cordiali saluti.   Redazione Sicilia
February 7, 2026
Pressenza
​Mostafa: vivere e morire abbandonato​ ​in uno spazio abbandonato​
Mostafa è morto la mattina di sabato 27 dicembre, nell’ex fabbrica OSI-Ghia in corso Dante a  Torino . Le fonti riportano che Mostafa abbia un’età compresa tra i 50 e i 70 anni, che sia di nazionalità marocchina e che da circa sette anni si fosse stabilito nell’ex complesso  industriale insieme a una ventina di altre persone. I compagni si sono allarmati quando l’uomo aveva smesso di rispondere e hanno chiamato i soccorsi, ma Mostafa era deceduto. Dai primi accertamenti, le cause della morte sembrerebbero naturali; i compagni riportano  alle autorità la rigidità delle temperature delle notti natalizie. Ma cosa c’è di naturale nella morte di un uomo in un contesto simile? L’accezione medica “cause naturali” è quasi paradossale nel definire la morte di un  uomo che ha trascorso diversi anni della sua vita in un edificio industriale dismesso. Il   freddo non è una calamità imprevedibile, così come non lo è il deterioramento fisico di chi per anni dorme su un pavimento di cemento ed erba senza servizi né protezioni. La loro casa, il triangolo industriale tra Corso Dante e la stazione ferroviaria di Porta Nuova, un tempo ospitava le vecchie Officine Stampaggi Industriali e la carrozzeria Ghia. Il luogo è abbandonato da una quindicina d’anni, ma per non tornare troppo indietro nella storia basta guardare agli avvenimenti dello scorso 2 dicembre. Lo stabile aveva visto  l’intervento dei Vigili del Fuoco per un incendio di modeste dimensioni e due degli abitanti erano stati portati al vicino Ospedale Mauriziano. Sembra che le loro condizioni non fossero gravi. Quale sia stata la fonte dell’incendio, accidentale o un fuoco per scaldarsi, è una  domanda che passa in secondo piano di fronte alla consapevolezza delle condizioni di pericolosità dell’edificio e della presenza di persone che vi trovano riparo. Il fatto che un tempo l’edificio ospitasse uno degli ingranaggi della grande e aurea  macchina Fiat offre un ulteriore spunto di riflessione. Ciò che era uno spazio di produzione   di lavoro, ricchezza e identità urbana – il nostro grande vanto torinese dell’età dell’oro della  Fiat – oggi è teatro della più estrema esclusione. La questione non è solo urbanistica, ma sociale . Spazi abbandonati presi da persone abbandonate. Cosa riusciamo a garantire agli abitanti più fragili? La morte di Mostafa è stata causata da una violenza strutturale: una violenza indotta, silenziosa e soprattutto sistemica. Per anni l’unica possibilità è abitare in edifici che  pullulano di rischi per la salute: malattie infettive, fumi tossici, abuso di alcol e sostanze,   malattie cardiovascolari, ipotermia e colpi di calore, disturbi mentali, aggressioni e rapine. Questo è un elenco mescolato di cause e conseguenze sanitarie, ambientali e sociali. In   queste condizioni, il rischio è dunque sistemico . Non è una scelta individuale ma il risultato di una società che tollera condizioni di vita prive della maggior parte dei diritti umani fondamentali . La stigmatizzazione e le barriere burocratiche non sono solo le conseguenze   della condizione dei senza fissa dimora ma fattori attivi che contribuiscono a mantenerla e ad  aggravarla, in un circolo vizioso di marginalità sociale. La burocrazia è pensata per cittadini stabili e in queste vesti finisce per creare esclusione. L’estremo disagio delle persone senza fissa dimora viene dunque cronicizzato, con effetti cumulativi sulla salute fisica e mentale. La casa non è un merito o un premio finale: il diritto all’abitare rientra tra i diritti fondamentali. Siamo a conoscenza della morte di Mostafa perché è diventata un fatto di cronaca. Le  vite di queste persone rimangono invisibili finché il loro destino non si consuma nell’emergenza. In una città come Torino, in cui la presenza di persone senza fissa dimora è  un fenomeno noto e documentato, continuare a considerare questi episodi come fatalità  significa non solo ignorarne e negarne l’urgenza, ma affermare che esistano cittadini di serie A e B e addirittura Z. È su questa frattura sociale che dovremmo risvegliare una responsabilità collettiva.   Redazione Torino
December 29, 2025
Pressenza
La povertà dall’altra parte di una cancellata
Chiusura del portico in viale Masini, lettera delle volontarie/i che hanno affisso uno striscione per protestare contro "il paradigma culturale dello scarto, che produce e rigetta ogni giorno di più orde di miserabili, dalle cui ombre erranti sente poi di doversi difendere ostentando una spietata indifferenza".
“Più alloggi, meno sbarre!”
Protesta di un gruppo di volontari, che ogni mercoledì porta vestiti e cibo alle/i senza tetto del centro, dopo la chiusura di un anfratto del portico di via Masini dove erano solite ripararsi molte persone: riceviamo e pubblichiamo.