Fenomenologia di Marco Rizzo: dai bombardamenti in Kosovo, all’antifemminismo, al Sì alla Riforma NordioMarzo Rizzo è uno politico storico membro della sinistra radicale affermatosi
tra la fine della Prima Repubblica e gli inizi della Seconda Repubblica. Nel
1982 entrò in contatto con Armando Cossutta, allora dirigente del partito, e
conobbe anche gli ex comandanti partigiani Giovanni Pesce e Alessandro Vaia.
Aderì all’area cossuttiana di cui fu esponente fino allo scioglimento del PCI. È
stato componente della Direzione Provinciale del Partito Comunista Italiano di
Torino dal 1986 al 1991; oltre ad essere stato consigliere provinciale di Torino
nel quadriennio 1991/1995.
È stato tra i fondatori di Rifondazione Comunista, legato all’area cossuttiana,
e dal 1994 è il primo coordinatore nazionale dell’organizzazione giovanile del
partito, i Giovani Comunisti, carica che copre per circa un anno. Dal 1995 al
1998 ricopre il ruolo di coordinatore della segreteria nazionale.
Fin dai primi tempi è stato un trascinatore di area del suo partito determinando
una lunga storia di scissioni all’interno della sinistra radicale, oltre che al
suo indebolimento. Nel 1998, durante la rottura definitiva fra Armando Cossutta
e Fausto Bertinotti, Rizzo sostiene la linea contraria al ritiro del sostegno
del PRC al Governo Prodi I propugnata da Cossutta. Come tale è stato, nel 1998,
uno dei principali organizzatori della scissione della cosiddetta “ala destra”
del Partito della Rifondazione Comunista. Marco Rizzo contribuisce a fondare il
Partito dei Comunisti Italiani (PdCI), di cui ricopre la carica di coordinatore
della segreteria nazionale sino al 2004, diventando il numero “tre” tra i
principali dirigenti (coordinatore della segreteria nazionale) dopo Cossutta e
Diliberto.
Quando Bertinotti era stato costretto, a malincuore, a rompere col
centrosinistra sfiduciando Prodi, i cossuttiani avevano rotto con lui per
continuare a sostenere il governo; governo che in realtà era stato sostituito da
Governo D’Alema I, in cui i cossuttiani erano entrati a pieno titolo, ottenendo
il ministero della Giustizia, affidato a Diliberto, e quello degli affari
regionali, a Katia Bellillo.
“Rizzo pelato, servo della NATO” era lo slogan apparso sui muri di Torino nel
lontano 1999. Il motivo era allora chiaro: fu questo il Governo D’Alema I che
nel 1999 partecipò alla guerra della NATO contro la Jugoslavia, bombardando
Belgrado con aerei italiani, mentre tutti gli aerei NATO partivano dalla base
italiana di Aviano. Nonostante nella storia del suo Partito Comunista (PC)
fondato nel 2014 si afferma che il rapporto tra lui e gli altri dirigenti del
PdCI cominciò ad incrinarsi all’epoca della guerra del Kosovo cui egli «cercò
inutilmente di opporsi», Rizzo non mosse un dito contro l’appoggio del suo
partito al governo di guerra, anche quando una minoranza dei delegati del PdCI
ad un congresso del partito sollevò obiezioni, salvo poi capitolare con il
profondo argomento che tanto la guerra “stava per finire con la vittoria della
NATO”. Questo è stato il primo grande “peccato originale” di Marco Rizzo: aver
rifiutato di ritirare la fiducia al governo Governo D’Alema I, sostenendo
l’intervento militare italiano nella guerra del Kosovo nell’ambito
dell’Operazione Allied Force della NATO.
Dopo la fine di questa guerra e, successivamente del Governo D’Alema I, Rizzo
cercò di accreditarsi come il capo della cosidetta “ala destra” del PdCI. Nel
2001 si pronunciò contro la partecipazione del PdCI alle manifestazioni contro
il G8 a Genova sulla base del motivo per cui non erano presenti i lavoratori:
dato assolutamente falso, dal momento che – nelle piazze dove si scontò la “la
più grave sospensione dei diritti umani e democratici in un Paese occidentale
dopo la seconda guerra mondiale” (definizione di Amnesty International) – erano
presenti la CGIL, la FIOM in particolare e il grande movimento del sindacalismo
di base.
Nel 2003, mentre si stava discutendo dell’ipotesi della costituzione di un
“Partito del Lavoro”, in pieno Comitato Centrale del PdCI Rizzo affermò
testualmente: «il Partito del lavoro c’è già, e Cofferati è il suo capo». Questo
mentre Cofferati si pronunciava, insieme a governo e Confindustria, per il
boicottaggio del referendum per l’estensione dell’articolo 18 dello Statuto dei
lavoratori.
In quegli anni Rizzo era stato eletto alla Camera (dal 1994 al 2004), diventando
nel 2001 anche presidente del gruppo parlamentare.
Nel 2004 viene eletto deputato del Parlamento europeo nella circoscrizione
Nord-Ovest, ricevendo oltre 10.000 preferenze. Il PdCI aveva dato indicazione di
voto per eleggere europarlamentari Armando Cossutta e Iacopo Venier, ma le
preferenze li videro piazzarsi: Cossutta secondo nel Nord-Ovest, e Venier terzo
nel Centro. Rizzo non rinunciò al seggio guadagnato a favore del presidente del
partito, cosa che fece Oliviero Diliberto rinunciando a favore del
secondo, Umberto Guidoni. Rizzo si dimise quindi dalla Camera e s’iscrive al
gruppo parlamentare della Sinistra Unitaria Europea/Sinistra Verde Nordica
(GUE). Nel 2005, al Parlamento europeo, insieme a Guidoni si distinse dal resto
del gruppo della Sinistra Europea (GUE) per aver votato a favore dei trattati
europei, mentre tutto il GUE, con un minimo di dignità, votava contro.
Dopo tutti questi strafalcioni politici, Rizzo inizia ad emergere – qui a
ragione – come voce critica nei confronti del Governo Prodi II, rivendicando la
necessità di rivedere il rapporto con il centrosinistra e di lavorare per
l’unità delle forze comuniste e anticapitaliste e che non basta l’opposizione al
berlusconismo per fare cose di sinistra. In questo frangente però criticherà
paradossalmente il referendum sul protocollo del welfare svoltosi fra l’8 e il
10 ottobre 2007, parlando di “referendum finto”: referendum che sarà vinto dai
favorevoli all’accordo, con l’81,6% dei 5.041.810 voti validi.
Rizzo sarà contrario alla costruzione de La Sinistra l’Arcobaleno, l’alleanza
nata nel 2007 tra i partiti di sinistra e sinistra radicale, esprimendo
nettamente la propria contrarietà alla scelta di presentare un simbolo
elettorale privo della “falce e martello”. Il 19 dicembre 2007, infine, con una
lettera aperta a Diliberto scritta insieme ad altri dirigenti locali, chiede di
ritirare la delegazione del PdCI dal Governo Prodi. Alle elezioni politiche del
2008, con il mancato superamento dello soglia di sbarramento (del 4%)
della lista elettorale La Sinistra l’Arcobaleno, sono la conferma, per Rizzo,
dell’esigenza di un nuovo partito comunista, fortemente alternativo al neonato
Partito Democratico. Alla Direzione nazionale del PdCI del 18 aprile 2008, con
Diliberto che si presenta dimissionario, Rizzo in polemica non partecipa al
voto.
In vista delle elezioni europee del 2009 nasce la Lista Anticapitalista che
raccoglie Rifondazione, Comunisti Italiani, Socialismo 2000 e, in un primo
momento, i Consumatori Uniti. L’esito delle elezioni vedrà la seconda sconfitta
ancora una volta sotto la soglia di sbarramento del 4%. Dopo la sconfitta, il
PdCI convoca l’Ufficio Politico il 9 giugno, dove Diliberto si presenta
dimissionario. Alla fine della riunione l’UP vota contro le dimissioni con
l’eccezione proprio di Marco Rizzo che vota a favore. Alcuni dirigenti del
partito invocano allora misure disciplinari contro Rizzo perché in campagna
elettorale non avrebbe sostenuto la lista del partito, nonostante Rizzo fosse
candidato alle amministrative come sindaco di Collegno (dove aveva ottenuto il
2,8% delle preferenze) e presidente della provincia di Grosseto (1.48% delle
preferenze).
Il 22 giugno 2009, dopo un’audizione alla Commissione Nazionale di Garanzia,
Rizzo viene espulso con l’accusa di aver fatto campagna elettorale per le
europee a favore dell’Italia dei Valori e in particolare di un suo
candidato, Gianni Vattimo (filosofo ed ex esponente dei Comunisti Italiani).
Rizzo contestò l’espulsione, accusando Diliberto di essere in rapporti con un ex
iscritto alla P2 di Licio Gelli, Giancarlo Elia Valori. Per queste accuse
Diliberto annunciò una querela contro Rizzo, che però non vi è stata; viene
invece richiesta dal professore sardo una citazione danni per 1.000.000 di euro.
Il 3 luglio 2009 Rizzo annuncia la fondazione del movimento politico Comunisti
Sinistra Popolare, rifacendosi ai principi del marxismo-leninismo, che diventerà
poi nel gennaio 2012 Comunisti Sinistra Popolare – Partito Comunista, e infine,
dal gennaio 2014, semplicemente Partito Comunista (PC). Con la nascita del suo
Partito più volte farà elogi alla figura di Iosif Stalin e si dichiarerà
“stalinista”.
E’ proprio da quell’anno che Rizzo si ricostruisce una verginità, sull’onda
della sua opposizione al Governo Prodi II e alla degenerazione neoliberale del
centro-sinistra sfociato nella fondazione del Partito Democratico (fondato dai
lasciti di Margherita, Unione, Ulivo, DS ed ex-democristiani). Dal 2014 in poi,
anno della fondazione del Partito Comunista (PC), diventa un personaggio
popolare e televisivo presente nei talk show come volto “alternativo” che offre
una narrazione “alternativa” al sistema. Da quegli anni inizia a diventare
popolare soprattutto a quella fetta di popolazione italiana che per anni non era
stata intercettata dalla vita politica, o che era insoddisfatta, o che non aveva
mai conosciuto la storia politica di Marco Rizzo. Interessanti saranno,
soprattutto in politica internazionale e geopolitica, le sue analisi molto
lucide sulla guerra in Libia, in Siria, sugli attacchi imperialistici ai Paesi
progressisti dell’America Latina (Cuba, Nicaragua, Venezuela, Argentina di
Kirchner e Fernandez).
Inizia a criticare in modo molto più ferreo la grande finanza internazionale, la
«gabbia euroatlantica» che lede «la sovranità dell’Italia», il signoraggio
bancario, l’Euro come moneta senza Stato, l’Europa delle banche e dei poteri
lobbyistici distruttrice dei diritti sociali, il neoliberismo e la
globalizzazione capitalista, l’assolutismo del mercato, il fatto che ogni guerra
ha origine economiche e quindi ha interessi imperialistici (sopratutto prendendo
di mira l’imperialismo USA), oltre a prendere sempre più posizione per un’uscita
unilaterale dell’Italia dall’UE, dall’Euro e dalla NATO. Marco Rizzo diventa, da
sostenitore dei Trattati europei, a feroce nemico della Troika (BCE, Commissione
Europea, Fondo Monetario Internazionale).
In questo frangente inizia ad essere ospite di tv e canali della
controinformazione alternativa, poichè veramente sembra dire qualcosa che pochi
o nessuno afferma con chiarezza nel panorama politico italiano. E’ qui che
l’autoreferenzialità inizia ad accrescere e il suo stalinismo lo porta a
sostenere certe posizioni sovraniste che schiacciano l’occhio ad una certa
destra. Inizia a battersi contro l’immigrazionismo, che sarebbe un’ideologia
della potenti lobby finanziarie volta a pianificare l’immigrazione per importare
nuovi schiavi da sfruttare. Si oppone all’arrivo dei migranti, tirando in ballo
in modo decontestualizzato Marx, citando la sua teoria dell’esercito industriale
di riserva.
Pur essendo uno dei pochissimi a criticare giustamente le politiche pandemiche,
l’introduzione del Green Pass e l’obbligatorietà vaccinali per i vaccini
anti-Covid, negli ultimi anni ha preso posizioni di negazionismo riguardo
l’origine antropica del cambiamento climatico attuale, sia nelle comparse in
canali televisivi tramite la sua attività su social network definendo la
questione una “balla”.
Il 10 maggio 2021 Marco Rizzo ha ottenuto una pagina intera sulla Verità di
Maurizio Belpietro per esporre le proprie idee a proposito del ddl Zan e più in
generale sui diritti civili.
L’intervistatore chiede: «come mai, con una pandemia in corso, il PD insiste
così tanto sul ddl Zan?» La sua risposta è stata: «Se vogliamo dirla tutta, la
mutazione genetica della sinistra italiana inizia negli anni settanta, con
l’avvento del femminismo e dell’ecologismo da salotto. Nel nome dei diritti
civili hanno buttato a mare i diritti sociali: il lavoro, la casa, la salute, la
scuola.»
Attribuire al ’68 e all’«avvento del femminismo» i colpi subiti dal lavoro è un
distillato della vecchia cultura dominante e dei luoghi comuni più reazionari.
Ma volendo essere seri, perché contrapporre i diritti sociali ai diritti civili?
Proprio l’esperienza degli anni ’70 dimostra l’opposto. Furono anni di grande
avanzata del movimento operaio e delle sue conquiste sociali su tutti i terreni
indicati: nel campo del lavoro (Statuto dei lavoratori), della casa (equo
canone), della salute (riforma sanitaria del 1978), della scuola
(scolarizzazione di massa). E proprio per questo, guarda caso, furono gli anni
della conquista del divorzio, del diritto all’aborto, più in generale dei
diritti delle donne. Cosa dimostra questo se non che l’avanzata del movimento
operaio porta con sé l’avanzata di tutti i diritti democratici più elementari?
La controprova è stata l’esperienza dei decenni successivi, quando
l’arretramento del movimento operaio, per responsabilità delle direzioni
politiche e sindacali della sinistra, ha finito col trascinare nel baratro o
sotto processo i diritti democratici conquistati negli anni ’70, spianando la
strada alla rivincita delle destre peggiori. Quelle che contrappongono i diritti
sociali ai diritti civili. Quelle che vogliono abolire la legge 194 e i diritti
delle persone LGBT, quelle che celebrano la vecchia cara famiglia patriarcale
contro i guasti della modernità.
Nella stessa intervista il giornalista chiede a Rizzo: «Sta contestando la
cosiddetta “ideologia gender”?». Rizzo risponde: «È un’ideologia piegata al
consumo. Ci sono dati statistici oggettivi: due single presi separati consumano
più di una coppia sotto lo stesso tetto». Questa è un’assurdità in termini
concettuali e analitici, poichè il concetto di “ideologia gender” non è un
concetto e non è una categoria analitica. L’espressione “ideologia gender” è un
dispositivo retorico reazionario creato dal Vaticano, dalla destra teologica e
dai movimenti ultra-integralisti cristiani dopo la Conferenza Onu delle donne di
Pechino del 1995 con il fine di opporsi alle rivendicazioni dei diritti LGBTQ+ e
al femminismo con il fine specifico di delegittimare gli studi di genere,
etichettandoli come un’imposizione ideologica che minaccia l’ordine naturale
uomo-donna, descrivendo l’ordine sessuale come non storico e non politico.
Come ha spiegato bene la sociologa Sara Garbagnoli, ricercatrice indipendente
associata al centro di ricerca LEGS dell’Università Parigi 8 ed attivista
femminista, l’ideologia gender è una “etichetta patacca” che esiste solamente
nelle parole di chi la combatte.
Ma questo non è nulla in confronto alla degenerazione attuale. Nel 2022 alle
elezioni politiche è uno dei promotori della lista Italia Sovrana e Popolare
insieme ad altri movimenti come Ancora Italia di Francesco Toscano,
Riconquistare l’Italia di Stefano D’Andrea, Azione Civile di Antonio Ingroia,
Italia Unita di Francesco Nappi, Patria Socialista di Igor Camilli e Rinascita
Repubblicana della ex-leghista Francesca Donato, che uscirà poco dopo
dall’alleanza. l 21 gennaio 2023 il comitato generale del Partito Comunista
elegge come suo nuovo segretario Alberto Lombardo, mentre a Rizzo viene affidato
l’incarico di presidente onorario.
Due giorni dopo il Partito Comunista, Azione Civile, Fronte per la Sovranità
Popolare e Ancora Italia fondano Democrazia Sovrana Popolare (DSP) per
proseguire l’esperienza di ISP. A luglio 2023 vengono però espulsi dalla
coalizione sia Azione Civile che il Fronte per la Sovranità Popolare.
DSP non riuscirà a raccogliere le firme necessarie per presentare le liste per
le elezioni europee del 2024 in tutte le circoscrizioni, riuscendo, grazie al
supporto di un suo “storico avversario politico” Gianni Alemanno (proveniente
storicamente dal MSI), a presentarsi solo in quella centrale dove Rizzo da
capolista raccoglie oltre 6.500 preferenze contribuendo allo 0,15% totale della
lista. Alemanno e Rizzo sostengono insieme il candidato di DSP del medico
ex-forzista Daniele Giovanardi (1,40%) alle elezioni comunali di Modena e anche
Patrizio Sgarra a Giaveno (1,59%).
In vista dei referendum popolari sul lavoro promossi dalla Cgil l’8 giugno 2025,
Marco Rizzo invita all’astensione contro le proposte della Cgil, che in sostanza
sostenevano fermamente tutte le conquiste sociali che lo stesso Rizzo fin dal
2014 ha sostenuto con fermezza.
Sicuramente ciò che più ha mostrato in questi anni una sua attuale
ri-degenerazione politica è il suo sostegno alla Riforma della giustizia del
Ministro Carlo Nordio (appartenente al Governo Meloni) e il suo sostegno
esplicito al Sì al referendum costituzionale del 22 e del 23 marzo 2026. Una
presa di posizione totalmente vaga, di pancia, fatta di slogan di bassissimo
livello senza mai entrare nel merito della riforma. Sui social, in sostegno al
Sì, si è abbassato a parlare del caso di sua moglie derubata: un circo
social-mediatico che gli ha fatto guadagnare clamore e visibilità (cosa che lui
a quanto pare cerca in modo spasmodico, non avendo invece il corrispettivo in
voti e consenso popolare).
È un fatto che Marco Rizzo sia stato per sedici anni (1992-2008) un fervente
governista: prima a sostegno di Prodi (votando lavoro interinale, campi di
detenzione per i migranti, il record delle privatizzazioni in Europa, i tagli
sociali per entrare nell’Europa di Maastricht…); poi a sostegno dei governi
D’Alema ed Amato (votando i bombardamenti della NATO in Serbia e la
parificazione tra scuola pubblica e privata); poi nuovamente a sostegno del
secondo governo Prodi, seppur con una postura più critica (detassazione
massiccia dei profitti, missioni militari, nuovi tagli sociali, truffa sul
TFR…).
Nella “sinistra radicale” italiana nessuno ha governato quanto Rizzo, a
braccetto col centrosinistra e i liberali.
Ora – dopo le alleanze con il postfascista Alemanno e l’astensione ai referendum
popolari sul lavoro del 2025 – con il Sì alla Riforma Nordio, mostra veramente
ciò che è sempre stato.
Lorenzo Poli