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Il silenzio che ci rende complici
Oggi, 13 aprile, scade il termine utile per impedire il rinnovo automatico del Memorandum di cooperazione militare tra Italia e Israele, firmato nel 2003. Se non sarà presentata una formale disdetta – come è ormai certo –, l’accordo si rinnoverà automaticamente per altri cinque anni, senza voto del Parlamento, senza dibattito pubblico e senza alcuna assunzione trasparente di responsabilità politica. Non stiamo parlando di un dettaglio amministrativo. Stiamo parlando di un accordo che, da oltre vent’anni, lega l’Italia a una cooperazione militare strutturata con Israele: programmi congiunti, scambio di tecnologie, integrazione tra apparati della difesa e industria bellica. Non è un meccanismo neutro, non è un protocollo tecnico, ma una scelta politica precisa, reiterata nel tempo. Ed è proprio qui il punto. Questo accordo non è diventato oggi improvvisamente insostenibile. Non lo è mai stato. È stato costruito e mantenuto dentro una logica che ha sempre rimosso la questione fondamentale: l’occupazione dei territori palestinesi, le violazioni sistematiche del diritto internazionale, un conflitto gestito per decenni attraverso la forza. Per anni si è fatto finta che la cooperazione militare potesse essere separata da tutto questo, come se le armi e le tecnologie fossero strumenti neutri. Non lo sono mai state. Oggi però la situazione è ancora più grave, in quanto nessuno può essere inconsapevole di ciò che sta accadendo in Palestina. La guerra in corso a Gaza ha prodotto una devastazione umana e materiale senza precedenti recenti. A gennaio 2026 si contavano oltre 70 mila vittime, in larghissima parte civili, con un numero enorme di bambini uccisi o feriti. Interi quartieri rasi al suolo, infrastrutture civili distrutte, una popolazione privata di acqua, cure ed elettricità. Non è più possibile nascondersi dietro formule diplomatiche: siamo davanti a una catastrofe umanitaria che sempre più osservatori internazionali definiscono, senza mezzi termini, un genocidio. Se questo accordo è sempre stato moralmente e politicamente indifendibile, oggi lo è ancora di più, alla luce di ciò che sta accadendo. Continuare a mantenerlo significa accettare che anche l’Italia resti dentro una filiera militare che contribuisce, direttamente o indirettamente, a questa distruzione. Non esistono più alibi, non esistono più zone grigie. Il meccanismo del rinnovo automatico rende tutto questo ancora più grave. Il cosiddetto silenzio-assenso non è una procedura neutra, ma uno strumento politico che consente di evitare il confronto e di sottrarre una scelta pesante al Parlamento e all’opinione pubblica. È una forma di deresponsabilizzazione consapevole. Si decide di non decidere e, così facendo, si permette che tutto continui esattamente come prima. Qui non siamo davanti a un vuoto. Siamo davanti a una scelta politica precisa, anche quando si presenta come inerzia. C’è poi un punto che per noi è decisivo: la Costituzione. L’articolo 11 afferma che l’Italia ripudia la guerra. Non dice che la limita, non dice che la regola, ma che la ripudia. Questo significa che non può esistere una politica estera che, nei fatti, contribuisce a sostenere apparati militari impegnati in operazioni di guerra di questa natura. Se quel principio ha ancora un valore, deve valere adesso. Altrimenti è solo una formula svuotata. Il Governo guidato da Giorgia Meloni porta una responsabilità piena. Se il Memorandum si rinnoverà automaticamente non sarà un incidente, non sarà un automatismo inevitabile, ma una scelta precisa. Una scelta di continuità, una scelta di allineamento, una scelta di complicità, anche quando questa non viene dichiarata. E allora le parole devono essere chiare. Non siamo di fronte a una questione tecnica, ma a una questione politica e morale di prima grandezza. Non si può invocare la pace nei comunicati ufficiali e poi mantenere in piedi accordi che rafforzano la cooperazione militare con un Paese impegnato in operazioni di questa portata. Non si può richiamare il diritto internazionale e poi aggirarlo nei fatti. Da parte nostra non c’è ambiguità: questo accordo va cancellato, non semplicemente ridiscusso. Va interrotto perché è sbagliato nelle sue basi e perché oggi produce effetti ancora più gravi. E va aperta una discussione pubblica vera su tutto il sistema di cooperazione militare, sulle relazioni industriali nel settore della difesa e sul ruolo che l’Italia vuole giocare in uno scenario internazionale segnato da guerra e riarmo. Il 13 aprile non è una scadenza formale. È uno spartiacque politico. Segna la linea tra chi sceglie di assumersi la responsabilità delle proprie decisioni e chi preferisce nascondersi dietro il silenzio. Ma il silenzio, oggi, non è neutralità. È complicità. Giovanni Barbera
April 13, 2026
Pressenza
Verdure invece di mitragliatrici: costruire la pace con l’agricoltura biologica
Laddove prima infuriava una guerra civile, ora non c’è più fame, poca povertà e praticamente nessuna criminalità. Ciò che un sindaco filippino ha realizzato con il suo programma “Arms to Farms” nella città di Kauswagan, che conta 27.000 abitanti e 13 villaggi (barangay), non ha eguali. È la storia di successo di un comune dell’isola di Mindanao, nel sud delle Filippine, che si propone come modello a livello mondiale per la risoluzione delle sfide sociali. Dimostra inoltre che le cause dei conflitti bellici spesso risiedono in tutt’altro rispetto a quanto sembri a prima vista. L’iniziatore e la mente dietro questo successo ispiratore è il sindaco Rommel C. Arnado. L’uomo d’affari di successo si è rivelato un grande visionario e un pragmatico uomo d’azione. Aveva vissuto con la sua famiglia negli Stati Uniti per 28 anni, finché durante una visita nella sua terra d’origine non trovò condizioni desolate: una guerra civile decennale tra ribelli islamici e truppe governative aveva il suo epicentro nella provincia di Lanao del Norte e in particolare nella sua città natale. Quando i ribelli del Moro-Islamic Liberation Front (MILF) occuparono la città e presero 300 ostaggi, il presidente filippino si recò personalmente a Kauswagan e dichiarò letteralmente al MILF la «guerra totale». Ciò non portò alla pace, ma solo al protrarsi del conflitto violento e delle uccisioni. Rommel Arnado, invece, aveva una visione di «pace totale». Sebbene non avesse alcuna esperienza politica, decise di assumersi delle responsabilità. Nel 2010 si candidò a sindaco. Secondo le sue parole, la motivazione principale era un profondo senso di giustizia e responsabilità politica per il benessere delle persone – ma soprattutto la sua fede cristiana. Mentre tutti vedevano nella guerra civile principalmente un conflitto tra religione cristiana e islamica, Arnado giunse a una diversa conclusione, ovvero che le cause effettive degli scontri sanguinosi erano la grave povertà, la fame estrema e la corruzione dilagante. Ha così avviato l’audace e ambizioso progetto “From Arms to Farms”, che può essere descritto in modo più appropriato con lo slogan del movimento per la pace della DDR “Trasformare le spade in aratri”. L’AGRICOLTURA BIOLOGICA PORTA PACE, SALUTE E BENESSERE Il sindaco riuscì inizialmente a instaurare un dialogo con i capi ribelli, estremamente diffidenti e delusi da accordi politici o promesse non mantenute, e a conquistarli poco a poco alla sua idea: portare pace e benessere a Kauswagan e nella regione circostante attraverso l’agricoltura e una politica responsabile. All’inizio era rischioso raggiungere i campi dei ribelli nella giungla. Probabilmente sarebbe stato ucciso già lungo il tragitto se non avesse conosciuto alcuni dei “kumander” dai tempi della scuola e dal campo da basket. Una consulente per l’agricoltura biologica accanto a un ribelle a Kauswagan. © Bernward Geier Per il sindaco Arnado era chiaro che il suo programma agricolo sarebbe stato sostenibile solo se basato sui metodi naturali dell’agricoltura biologica e non gravato dai costi elevati di fertilizzanti, sementi e pesticidi. I capi ribelli della regione e le loro truppe si sono quindi fatti formare all’agricoltura biologica e reintegrare nei loro villaggi. Alla fine, 15 “kumander” del MILF con le loro truppe aderirono al programma “From Arms to Farms”, grazie al quale circa 5.000 guerriglieri smisero di combattere e uccidere e si impegnarono per la pace. Il sindaco Rommel non ottenne il consenso con l’approccio pacifista «creare la pace senza armi», poiché non aveva chiesto ai combattenti di consegnare le armi. Al contrario, li esortò dicendo: «Non voglio che consegniate le vostre armi, ma che apriate i vostri cuori». Questo approccio si rivelò vincente. Quando si apre il proprio cuore al nemico, non si vuole più ucciderlo. E l’incredibile è avvenuto: oggi cristiani e musulmani vivono insieme nella regione di Kauswagan in modo pacifico, solidale e amichevole. “Non solo ha trasformato i guerriglieri in agricoltori biologici. Nel suo consiglio comunale, in una regione a maggioranza musulmana, un quarto dei membri sono donne e ha riservato un seggio nel consiglio a un giovane, che può essere eletto dai giovani a partire dai 15 anni”, così il leader ribelle “Kumander Bravos” descrive la sua visione dello sviluppo avviato da Arnado e da “Arms to Farms”. «Ogni villaggio è rappresentato nel consiglio comunale da un “capitano” eletto dagli abitanti», continua. Rommel ha anche avviato un ampio programma di formazione in cui giovani e adulti possono qualificarsi per diverse professioni. Le esperienze con l’agricoltura biologica hanno portato anche a una protezione sistematica della natura a Kauswagan. «Così, quasi tutta la costa è stata dichiarata riserva naturale». LA FIDUCIA È IL FONDAMENTO DELLA PACE La maggior parte dei ribelli è tornata alle proprie radici come agricoltori. Non solo hanno ricevuto una formazione sull’agricoltura biologica, ma hanno anche ottenuto assistenza tecnica da un consorzio di macchine agricole, oltre a prestiti per l’acquisto di sementi e fertilizzanti biologici. Ciò è stato possibile, tra l’altro, grazie al sostegno della Fondazione cattolica Francesco d’Assisi. Gli ex combattenti hanno così sperimentato per la prima volta nella loro vita che un politico mantiene le promesse. Grazie a questa base di fiducia, in un tempo straordinariamente breve è stato possibile convertire al 100% l’agricoltura di Kauswagan ai metodi biologici. L’organizzazione per l’agricoltura biologica di Kauswagan durante la distribuzione di piantine. © Comune di Kauswagan, Lanao del Norte, via FB Ciò ha portato a un aumento significativo della produzione alimentare, incrementando così del 40% il reddito degli agricoltori. Insieme ai programmi per circa 150 pescatori, ciò ha contribuito in modo significativo a far sì che oggi a Kauswagan non ci sia più fame. Tutto questo è stato reso possibile soprattutto grazie al potenziamento del dipartimento agricolo dell’amministrazione comunale. Dei 300 dipendenti del municipio, ben 50 concentrano le loro energie e il loro lavoro sul settore agricolo, compreso un liceo agrario con 120 studenti. Attualmente, in collaborazione con l’Università statale di Mindanao, è in fase di realizzazione un campus dedicato all’agricoltura. Ulteriore prosperità è derivata dall’insediamento di una centrale a carbone, che oggi dà lavoro a 500 persone, nonché dalla rinascita del turismo, che si era arrestato durante la guerra civile. Sulla scia della ripresa sono sorte molte piccole imprese e attività commerciali nei settori più disparati, che a loro volta garantiscono posti di lavoro sicuri e un reddito agli abitanti. Di conseguenza, dal suo primo mandato nel 2010 (nel frattempo è stato rieletto quattro volte), il sindaco ha aumentato in modo significativo il gettito fiscale della città, che era praticamente pari a zero, consentendo oggi numerosi investimenti nell’ulteriore sviluppo di Kauswagan. L’ISTRUZIONE È LA BASE DELLO SVILUPPO Per gli enormi progressi nel campo dell’alfabetizzazione, Kauswagan è stata insignita per quattro volte del premio nazionale per l’istruzione. Il sindaco è riuscito a tenere sotto controllo anche il problema della tossicodipendenza, grave anche nelle Filippine. Da un lato, il consumo di droga è strettamente legato alla povertà e, dall’altro, con il “Balay Silangan Center” ha creato un centro di riabilitazione noto ben oltre i confini di Kauswagan, dove anche persone provenienti da altre città e province possono seguire una terapia di disintossicazione gratuita. Ormai in città non c’è praticamente più criminalità. Campagna pubblicitaria del Comune di Kauswagan contro il consumo di droga. © Comune di Kauswagan, Lanao del Norte, via FB «Il sindaco Arnado è un dono del cielo», afferma con entusiasmo l’ex tesoriere comunale Laudacio Lacang descrivendo i cambiamenti avvenuti nell’ex città fantasma. «Ha trasformato questo comune dalle ceneri in un paradiso. È un modello di eccellenza, un pacificatore e un promotore dello sviluppo economico». Il sindaco Arnado è sinonimo di lungimiranza, coraggio, saggezza e umanesimo vissuto. Egli stesso, tuttavia, non lascia dubbi sul fatto che tutto ciò sia stato possibile solo perché si sono riunite persone accomunate da un sogno di pace. La storia di successo di Kauswagan ha quindi un padre e molti genitori. In primo luogo i leader ribelli e i capi di quartiere (Barangay Captains), nonché il consiglio comunale e i dipendenti dell’amministrazione comunale. Il processo di pace e lo sviluppo sostenibile esemplare di Kauswagan hanno ormai raggiunto un alto grado di notorietà nelle Filippine e in Asia. L’anno scorso Kauswagan ha vinto (tra quasi 1.500 candidati) il concorso nazionale per il comune più innovativo e sostenibile del Paese. A dicembre, a Ginevra, Rommel Arnado ha ricevuto l’International Policy Award del World Future Council, noto anche come «Oscar della politica». Questo evento è un chiaro segnale che il mondo può trarre ispirazione e motivazione dall’iniziativa «Arms to Farms». INTERVISTA A ROMMEL ARNADO Bernward Geier: Signor Arnado, quando nel 2010 è diventato sindaco di Kauswagan, si è trovato di fronte a una sfida enorme. Qual era? Arnado: All’inizio ero un vero e proprio novellino in politica. La gente viveva in uno stato di paura costante e spesso scappava letteralmente per salvarsi la vita, perché la nostra regione era l’epicentro di una guerra civile. Non c’era alcuna fiducia nel governo locale e regionale. La sfida principale era ristabilire la pace e l’ordine e organizzare la ricostruzione. Qual era la causa della violenza e della distruzione? Il motivo principale era la situazione disperata della popolazione a causa della grande povertà. Il fallimento totale della politica e dell’amministrazione aveva portato addirittura a una carestia e questa, a sua volta, alla guerra civile. Nel suo piano per la pace e la ricostruzione, l’agricoltura biologica ha svolto un ruolo centrale. Perché? Dovevo ricostruire la fiducia nella politica e restituire dignità alle persone. Volevamo che Kauswagan diventasse non solo una regione di pace, ma anche un centro per la produzione di alimenti sicuri e sani. La visione del programma «From Arms to Farms» si basa su due pilastri: la pace e lo sviluppo sostenibile. Era chiaro per noi che l’agricoltura biologica fosse una chiave per combattere la fame. Grazie all’agricoltura biologica siamo riusciti a evitare la dipendenza, i costi e il degrado ambientale causati dai metodi di coltivazione industriali, aumentando così in modo significativo il reddito delle famiglie contadine. Ciò ha portato sicurezza alimentare e progresso sostenibile. Cosa offriva il programma «From Arms to Farms»? Abbiamo offerto ai ribelli di deporre le armi in cambio di terra e formazione in agricoltura biologica. Inizialmente hanno accettato alcuni comandanti e 100 guerriglieri. Poi sono diventati 600 e alla fine migliaia di guerriglieri hanno deposto le armi. Al Global Forum for Food and Agriculture (GFFA) nel gennaio 2025, il sindaco Arnado ha parlato su invito del Ministero federale tedesco dell’economia. © GFFA Com’è oggi la situazione a Kauswagan? Qual è il tasso di povertà? I nostri programmi hanno cambiato radicalmente in meglio la situazione socio-economica della popolazione. Il tasso di povertà è sceso in nove anni da quasi l’80% al 9%. Ciò è stato possibile, tra l’altro, grazie al fatto che tutte le famiglie sono ora in grado di produrre autonomamente i propri generi alimentari. Con il nostro programma di formazione non abbiamo raggiunto solo gli ex ribelli, ma alla fine tutti gli abitanti della regione. Abbiamo creato orti comunitari nei villaggi e da cinque anni è obbligatorio per ogni famiglia aderirvi, se non è in grado di provvedere al proprio sostentamento con il proprio orto. In città non c’è più fame. Collaborate anche con Demeter, Naturland e Misereor. A quale scopo? Con Demeter International collaboriamo soprattutto per migliorare la nostra agricoltura biologica e stiamo passando gradualmente, insieme, alla coltivazione biodinamica. Stiamo inoltre sviluppando congiuntamente un sistema di certificazione. Con Naturland e Misereor abbiamo concluso un progetto per l’istituzione di un sistema di controllo partecipativo per la commercializzazione locale e regionale dei prodotti dei nostri agricoltori biologici. Attualmente stiamo valutando la possibilità di proseguire questa collaborazione significativa. La vostra storia di successo può servire da ispirazione per altre regioni? Molte città e regioni del nostro Paese stanno già adottando le nostre strategie. Attualmente, circa 500 sindaci fanno parte dell’Associazione Nazionale dei Sindaci Biologici. Inoltre, intratteniamo rapporti a livello mondiale con Paesi interessati come Colombia, Guatemala, Cina, Mongolia e Brasile. Siamo lieti di trasmettere le nostre conoscenze ed esperienze, in particolare nelle regioni in guerra, che purtroppo al momento sono più di 30 in tutto il mondo. Quali sono i vostri progetti per il futuro? Stiamo lavorando affinché Kauswagan diventi un centro nazionale e internazionale per l’apprendimento ecologico e sostenibile. A tal fine, stiamo anche creando un istituto per l’agricoltura biologica in collaborazione con l’università. In questo modo vogliamo aiutare molte regioni a intraprendere il percorso verso un’agricoltura biologica al 100%. Ha qualche consiglio da dare anche al Nord del mondo? Il mio consiglio ai politici è soprattutto quello di ascoltare le persone, ma anche di far seguire alle parole i fatti. È di fondamentale importanza garantire il soddisfacimento dei bisogni essenziali. Storicamente, il Nord del mondo ha sfruttato in modo estremo e brutale le risorse naturali e le persone del Sud attraverso il colonialismo, cosa che vale in modo particolare per il mio Paese. Purtroppo, in definitiva, questo accade ancora oggi e deve finire. Cosa dovrebbe cambiare? La maggior parte dei paesi del Sud del mondo desidera svilupparsi in modo ecologico e sostenibile. A tal fine, è necessario rafforzare in modo significativo il sostegno proveniente dal Nord. L’Europa, e in particolare la Germania, con la sua forte economia, dovrebbero sostenere maggiormente questo sviluppo sostenibile e la lotta contro la catastrofe climatica a livello mondiale. -------------------------------------------------------------------------------- L’autore: Bernward Geier è, fin da giovane, un pacifista impegnato, attivista ambientale e pioniere dell’agricoltura biologica, giornalista, autore di libri e regista. È stato per 18 anni direttore della Federazione Internazionale dei Movimenti per l’Agricoltura Biologica (IFOAM – Organics International) e vive in una fattoria biologica in Germania. -------------------------------------------------------------------------------- TRADUZIONE DAL TEDESCO DI THOMAS SCHMID CON L’AUSILIO DI TRADUTTORE AUTOMATICO. Pressenza Muenchen
March 29, 2026
Pressenza
La Solidarietà Deportata
di Maurizio Giacobbe – Micropolis Intervista a Meri Calvelli – ACS ONG e Centro Culturale Vik In questo momento siamo esiliati. Io sono in Giordania, ad Amman, e opero da qua per continuare a seguire i progetti che abbiamo avviato. In questo momento siamo esiliati. Io sono in Giordania, ad Amman, e opero da qua per continuare a seguire i progetti che abbiamo avviato. Questo dipende dal blocco dei permessi alle Ong che non intendono sottostare alle richieste di Israele? Sì, certo, noi avevamo le registrazioni che ci per- mettevano di operare in Israele e nei territori palestinesi, le avevamo da decenni con il Ministero degli Affari Sociali israeliano. Lo scorso anno quel ministero è stato cancellato e sostituito con il Ministero della Diaspora e dell’Antisemitismo e quindi ci hanno chiesto una nuova registrazio- ne che prevedeva la cessione dei dati dello staff locale e dei loro familiari. Una profilazione completa del personale? Era richiesta una serie di dati sensibili che ci sia- mo rifiutati di cedere; stiamo facendo pressioni sugli avvocati, però per il momento la situazio- ne è questa ed è così per tutte le organizzazioni internazionali, a partire dalla Caritas, da Medici senza frontiere, che in questo momento su Gaza è l’organizzazione più attiva ed è riuscita a por- tare nella Striscia medici per coprire la grande necessità di cure. Ora però stanno cominciando a vietarne l’entrata. E così è per noi. Questo ren- de tutto più difficile: al posto nostro operano i palestinesi, riescono a farlo perché sono a casa loro, provano a tenere insieme tutto e noi li so- steniamo da fuori. Quali sono i progetti che ACS ha portato avanti negli anni? ACS opera dal 1999 e su tutti e due i territori; io personalmente vivo e lavoro nella striscia di Gaza e in Cisgiordania da 25 anni. A Gaza si poteva entrare soltanto con permessi militari già da allora, ma quando è arrivata l’autorità di Ha- mas, quindi dal 2006, hanno proprio sigillato tutto; noi entravamo perché c’era un accordo, un visto di lavoro che ce lo permetteva. Abbiamo cominciato con l’agricoltura – abbia- mo ancora adesso progetti sull’agricoltura con le varie associazioni di base di contadini, sia in Cisgiordania che a Gaza – e poi abbiamo nel tempo allargato anche ad altro, in particolare attività educative, socio educative, psicosociali, di sviluppo, sui rifiuti. I settori da coprire a Gaza non mancavano sicuramente. Avevamo anche allargato gli scambi culturali con le università, con gli Erasmus, avevamo tantissime attività sportive, soprattutto rivolte ai giovani, per i quali in genere non c’era molta attenzione. Ne è un esempio il progetto Gaza Freestyle. Quando ancora era possibile far entrare a Gaza ragazzi e ragazze per fare attività con i giovani, abbia- mo costruito impianti sportivi, rampe di skate, il tendone del circo per le scuole circensi, che ancora esistono e vogliono lavorare. Il tendone era stato molto difficile portarlo dentro, però è stato bombardato, così come le rampe di skate e il parco. Erano progetti che avevano una vera funzione sociale e che purtroppo oggi non ci sono più, anche se i ragazzi continuano a fare attività fuori da quegli spazi. So che ci sono anche gruppi di giovani che praticano il parkour, disciplina sportiva che mette alla prova l’abilità di compiere un per- corso superando qualsiasi genere di ostacolo in modo rapido, efficace, spettacolare. Nel documentario One more jump queste squa- dre si allenano sulle macerie della Gaza bom- bardata. Quel documentario lo abbiamo promosso noi; abbiamo cercato di stare dietro a queste cose e diffonderle il più possibile, perché pensiamo che sia una delle dinamiche necessarie. La diploma- zia culturale, piuttosto che altri tipi di diploma- zia che non danno risposte, può essere una delle modalità più giuste per connettersi con quel mondo. Domanda: Con quali fondi avete realizzato quei pro- getti? I fondi che utilizzavamo venivano da bandi pub- blici gestiti dalla Cooperazione internazionale italiana, quindi dal nostro Ministero degli Este- ri, che ha sede a Gerusalemme, oppure dall’U- nione Europea o da fondazioni private. Negli ultimi due anni la Cooperazione italiana, come altre, ha tolto o tagliato i fondi, quindi abbiamo Gli olivi e tutto il resto li hanno piantati e curati i palestinesi. Chiaramente a Gaza la situazione è più disperata, hanno distrutto tutto e non c’è più la possibilità di usare i terreni, perché in questo momento gli abitanti stanno nelle ten- de sul mare, sulla spiaggia. Man mano che gli toglievano i terreni, ripiegavamo sugli orti do- mestici, costruivamo serre; quando si trovava un pezzettino di terra si continuava a piantare quel che era possibile. Gli aiuti alimentari, invece, da sempre andavano ai profughi. Poi chiaramente sono cresciuti bisogni differenti, questa non è stata la prima guerra, questa è la più lunga, la soluzione finale che Israele vuole dare alla questione palestinese, quindi ci sono bisogni che riguardano la condizione psicologica della popolazione, gli interventi educativi, socio educativi, psicosociali, per tutto quello che cominciato a sostenere i progetti attraverso dei crowdfunding e stiamo andando avanti così. Prima del 7 ottobre avevamo avviato un altro progetto, che è stato immediatamente bloccato, era un progetto finanziato dalla Cooperazione italiana sulla gestione dei rifiuti, la chiusura di una discarica e la riabilitazione dei terreni e dei parchi pubblici. Avevamo già costruito i desalinizzatori ma ci hanno bloccato i fondi e ci stanno chiedendo di spostare il progetto in Cisgiordania perché il nostro governo non ha nessuna intenzione di finanziare alcunché su Gaza, ma Gaza è un po’ diversa dalla Cisgiordania e chia- ramente dovremo cambiare diverse cose. Torniamo per un momento all’agricoltura: nei primi anni 2000; prima della chiusura to- tale della striscia, che peso aveva l’agricoltura a Gaza? Era possibile fare conto sui prodotti locali per l’autonomia alimentare? A Gaza c’era tantissima terra molto fertile; l’a- gricoltura, insieme alla pesca, era una delle atti- vità remunerative con le quali i gazawi si sostenevano. Esportavano fragole, anche Israele se le comprava e poi le rivendeva come produzione propria, ma erano le fragole di Gaza, così come tutti gli altri alimenti. Gaza era un’oasi. Negli anni, un po’ per volta, gli hanno tagliato gli alberi da frutto: aranci, limoni… Come fanno in Cisgiordania con gli olivi… Anche in Cisgiordania l’agricoltura era molto avanzata e la terra fertile. I giardini fioriti non li hanno costruiti gli israeliani, ma i palestinesi. le guerre scaricano sulla popolazione civile. In questa situazione di emergenza di camion per le distribuzioni di beni primari, cibo, coperte ecc. ne abbiamo potuti mandare pochi perché Israele ha da subito bloccato tutto l’aiuto materiale. Solo i camion commerciali entrano. Quello che riusciamo a mandare sono i soldi che poi vengono ridistribuiti tra le famiglie bisognose, le più vulnerabili, per comprare il cibo al mercato nero. La popolazione di Gaza però non abbandona l’idea di restare su quella terra. Oggi abbiamo molti progetti, che sono quelli che loro ci propongono, le attività che permettano loro di sopravvivere, tra cui appunto le scuole tenda. Le scuole non ci sono più, però ci sono gli studenti. A partire dalle scuole dell’infanzia per fi- nire con le università, gli studenti vogliono studiare, aspirano ancora a un futuro di studi che non hanno mai voluto abbandonare, oggi con- sentito dagli operatori che ancora ci sono e che fanno scuola dentro queste tende. Da qui partono anche i gemellaggi con le scuole italiane, per un verso simbolici, però importanti per gli studenti, per far loro sapere che c’è chi è attento alla loro condizione; per l’altro, un sostegno economico per pagare gli insegnanti e comprare i materiali didattici. Gli educatori si danno un gran da fare e molti hanno iniziato anche come volontari perché nessuno li ha più pagati. Avete esteso questo progetto ad aree della Cisgiordania oppure è attivo soltanto su Gaza? In Cisgiordania l’attività delle scuole tenda è limitata ad alcune zone dove vivono i beduini: le scuole UNRWA sono state svuotate e adibite ad altro perciò vengono allestite le tende, che peral- tro rispecchiano la loro cultura. È difficile dire quanti sono oggi gli studenti che riescono a proseguire gli studi, ma penso nell’ordine delle centinaia di migliaia. Ogni ten- da scuola ospita 40-50 alunni; nelle zone degli sfollati, dove gli studenti sono più numerosi, la frequenza è organizzata in turni. Sul fronte universitario, dal 2015 avevamo atti- vato un Erasmus, sia a Gaza che in Cisgiordania, con l’Università di Siena. Gli studenti italiani erano accolti nelle università palestinesi e i palestinesi a Siena. In questi ultimi anni di guerra gli atenei erano chiusi, talvolta distrutti, ma la richiesta degli studenti era di continuare a dare gli esami; hanno avuto la possibilità di farlo online supportati da un altro nostro progetto, quello degli Alberi della Rete, grazie al quale si dava la possibilità di avere la connessione in alcune aree che ne era- no sprovviste. Gli Alberi della Rete, che stiamo continuando a realizzare, li abbiamo ulteriormente ampliati con degli Hub Center, centri di connessione che in alcuni casi, dove ci sono ancora strutture agibili, sono forniti di tavolini e connessione wifi, in atri sono realizzati in tende. Ci sono difficoltà per procurarsi il materiale per una didattica tradizionale? E per le metodologie basate sulle nuove tecnologie? Di diversi libri, in partenariato con alcuni editori, abbiamo supportato la stampa, di altri testi scolastici abbiamo fornito la versione digitale. I materiali didattici per bambini ora si riescono a trovare anche dentro la Striscia, comprandoli sempre al mercato nero. La questione digitale, la connessione, l’elettricità, sono cose che si stanno risolvendo pian piano perché per l’elettricità siamo riusciti ad attivare un po’ di pannelli solari e c’è un sistema che fa uso di un gruppo elettrogeno, dal momento che la benzina costa un po’ di meno, però non è una cosa stabile. È stata anche riattivata parzialmente la connessione wifi attraverso la rete Jawal, che è la compagnia mobile palestinese, e Paltel che è la compagnia di telecomunicazione palestinese. Durante le azioni militari o quando circolano droni, però, la connessione è disturbata. Che la tregua a Gaza non sia mai davvero ini- ziata è noto ai più, ed è comprensibile che un rallentamento delle operazioni militari abbia lasciato spazio alla speranza, ma pochi giorni dopo l’intervista è circolata la notizia che l’esercito israeliano sta preparando i piani per una ripresa massiccia delle ostilità. Il pretesto è che Hamas non ha deposto le armi e questo non permette di avviare la fase due del “piano di pace”. Le migliaia di violazioni della tregua da parte di Israele, i 600 palestinesi uccisi e i 1500 feriti nella ‘fase uno’ non sono neppure presi in considerazione, così come il perdurare dell’occupazione militare di gran parte del territorio della striscia. Con ogni probabilità i problemi che a Meri parevano lentamente avviati a soluzione si acutizzeranno e noi torneremo a parlare degli Alberi della rete, cui abbiamo solo accennato, sperando che riescano, come prima, a connettere Gaza col resto del mondo, mantenendo vivi i legami affettivi e non permettendo lo sradicamento delle relazioni umane, obiettivo non secondario della guerra.
March 9, 2026
ACS italia
Philip Dick e il gioco del labirinto mortale
Un romanzo mai scritto di Philip Dick che si sarebbe dovuto chiamare: "Il nome del gioco è morte". La sua trama costituisce una metafora del conflitto che a breve potrebbe caratterizzare le nostre società. Il romanzo, avrebbe dovuto narrare la contrapposizione tra due filosofie dell'uomo, della "natura umana". La prima è quella che vede l'uomo come un individuo isolato, proteso in una permanente lotta contro i suoi simili per affermarsi e prevalere, l'altra è quella che vede il genere umano come una sorta di unico organismo "poliencefalico" la cui caratteristica principale consiste nel condividere esperienze e conoscenze. Sembra soltanto una versione aggiornata dell'ormai frusta diatriba tra individualismo e collettivismo. La mia opinione è che la posizione di Dick non dovrebbe essere letta in termini così manichei... Continua a leggere→
February 26, 2026
Rizomatica
PALESTINA: ISRAELE CONTINUA A IMPEDIRE IL LAVORO DELLE ORGANIZZAZIONI UMANITARIE E DI SOLIDARIETÀ
Fin da quando si è insediato il governo guidato da Netanyahu, ma soprattutto dopo il 7 ottobre 2023, è stato sempre più difficile lavorare per le organizzazioni non governative attive nella cooperazione e nella solidarietà con la popolazione palestinese. Ai microfoni di Radio Onda d’Urto abbiamo raggiunto ad Amman, in Giordania, Meri Calvelli, storica cooperante che per due decenni ha vissuto nella Striscia di Gaza. Meri ha spiegato che “le autorità israeliane hanno avviato un progressivo divieto alle ONG che lavorano direttamente con i palestinesi nei territori palestinesi”. Il cambiamento è passato da una ristrutturazione dei ministeri (con la sostituzione del Ministero degli Affari Sociali con il Ministero della Diaspora e dell’antisemitismo) a una serie di procedure di ri‑registrazione obbligatorie per le organizzazioni internazionali. Tra le modifiche più impattanti, la richiesta di consegnare i dati personali di tutto lo staff locale, “una pratica rifiutata da molte ONG perché mette a rischio il personale palestinese”. Questo rifiuto ha portato alla cancellazione di molte organizzazioni, e l’impossibilità di operare nella Striscia, anche per le organizzazioni sanitarie. La scadenza è imminente e tra qualche giorno le ONG saranno costrette a lasciare del tutto le operazioni. “L’attività comunque non si è fermata”, ha sottolineato Meri Calvelli, “e i progetti continuano grazie allo staff palestinese residente”. La realtà è che “nonostante le dichiarazioni di tregua, i convogli di aiuti umanitari non arrivano in maniera significativa. Continuano i bombardamenti ogni giorno. Non entrano quei famosi aiuti umanitari che dovevano entrare immediatamente con l’inizio di questa seconda fase. La frontiera di Rafah, prevista per lo scambio di persone e beni sanitari, è quasi chiusa: da un centinaio di persone al giorno il passaggio è sceso a quattro‑cinque al giorno, con denunce di violenze e ricatti a chi la attraversa per rientrare”. Meri si sofferma anche sul cosiddetto Board of Peace, a cui l’Italia parteciperà come paese osservatore, sottolineando che non c’è alcuna rappresentanza palestinese. Nonostante tutto questo, i contatti quotidiani che Meri Calvelli riesce ad avere con la Striscia di Gaza le permettono di raccontare la sorprendente forza di volontà palestinese nonostante la devastazione provocata da Israele. “Hanno ancora la capacità di rimettere in piedi quello che c’era una volta. Ad esempio creando scuole tenda, volendo riaprire i caffé, costruendo sistemi di comunicazione”. Ascolta l’intervista completa a Meri Calvelli, cooperante di ACS, raggiunta mentre si trova ad Amman, in Giordania. Ascolta o scarica
February 18, 2026
Radio Onda d`Urto
Negri oltre Negri (II) | Forma stato, potere costituente e Impero nel regime di guerra globale. Call per convegno a Salerno: 18-19 giugno 2026
CALL FOR ABSTRACT Negri oltre Negri (II). Forma stato, potere costituente e Impero nel regime di guerra globale La figura di Toni Negri rappresenta una delle esperienze più radicali e originali del pensiero politico contemporaneo. Filosofo e teorico della trasformazione sociale, Negri ha posto al centro della propria riflessione la relazione costitutiva tra produzione [...]
January 27, 2026
Effimera
Incutere timore per sentirsi al sicuro: un’illusione mortifera
> «Per essere temuti, occorre essere potenti. E per essere potenti in questo > mondo così brutale, occorre essere più veloci e dimostrarsi più forti». Con > queste parole, pronunciate da Emmanuel Macron in occasione del discorso > prenatalizio alle forze armate, il presidente della Repubblica francese > trasmette sì un messaggio di sostegno ai militari, ma soprattutto ribadisce > una visione del mondo ormai obsoleta, profondamente radicata nell’immaginario > guerrafondaio degli Stati moderni: quella per cui la sicurezza si fonda sulla > potenza distruttrice accumulata e sulla capacità di colpire più velocemente > l’avversario, due elementi che servono a incutere timore al nemico. Una storia già nota. Da diversi secoli, infatti, costituisce le fondamenta del pensiero strategico delle potenze militari: incutere timore per sentirsi al sicuro. Accumulare strumenti militari per dissuadere l’avversario. Accelerare per non essere superati. Ma questa logica, presentata come “realismo”, merita di essere indagata per quello che è realmente: una spirale che non fa altro che generare violenza, che contribuisce meno a prevenire la guerra di quanto non la renda sempre più probabile. E questo perché, contrariamente a quanto afferma il Presidente della Repubblica francese, voler essere temuti non equivale a voler essere rispettati. Il timore non genera stabilità né tantomeno fiducia, ma paura, sfiducia e non fa altro che preparare allo scontro. Un mondo in cui ogni potenza cerca di essere più veloce e più forte dell’altra non è un mondo più sicuro; è un mondo messo sotto scacco in modo permanente, in cui l’escalation diventa normalità e l’errore, l’incidente o la cattiva interpretazione possono condurre a conseguenze irreversibili. La storia militare è piena di esempi in cui la corsa alla potenza invece di dissuadere ha condotto alla catastrofe. Nel 1914, per esempio, la paura di essere battuti sul tempo portò gli Stati europei più importanti a privilegiare l’attacco rapido e massivo, rendendo la guerra non solo possibile, ma anche inevitabile. Questa filosofia strategica condivisa ha trasformato la paura del ritardo in motore della catastrofe. E l’orribile risultato è sotto gli occhi di tutti. In tempi più recenti abbiamo la minaccia nucleare, spesso presentata come garanzia di pace, ma che in realtà si basa sulla minaccia di una distruzione di massa, ovvero sulla possibilità reale dell’annientamento. Possiamo davvero considerare questa una politica di sicurezza? Affermando che «il mondo è brutale», il discorso presidenziale avalla questa brutalità come un danno imprescindibile, quasi naturale. Trasforma uno status del mondo storicamente prodotto dalle rivalità tra potenze, dalle logiche imperiali, dalle illegalità di massa, dalle economie militarizzate in fatalità, alla quale non possiamo fare altro che adattarci. Orbene, spesso quello che la politica chiama «realtà» altro non è che quello che lei stessa contribuisce a creare. Essere «più veloci e più forti» non è una strategia neutra. È una scelta politica che porta con sé tutta una serie di conseguenze. Vuol dire decidere di investire in modo massiccio sulle capacità militari a discapito di altre forme di sicurezza. Vuol dire convogliare colossali risorse verso l’armamento invece che verso la prevenzione dei conflitti, la diplomazia, la giustizia sociale, la resilienza delle società. E, soprattutto, vuol dire rafforzare il concetto secondo cui la violenza armata resta, in ultima istanza, l’arbitro supremo dei rapporti internazionali. Da parte nostra, siamo convinti che la sicurezza reale delle popolazioni dipenda meno dal timore ispirato e più dalla capacità di ridurre le cause strutturali della violenza: le illegalità, le umiliazioni, le dominazioni, le logiche predatorie dell’economia e le eredità coloniali ancora irrisolte. In altre parole, essere potenti significa investire nella cooperazione piuttosto che nella competizione armata. Vuol dire rafforzare il diritto internazionale invece di limitarlo; e ancora, vuol dire sviluppare abilità civili di prevenzione, di mediazione e di resistenza civile, invece di affidarsi sempre di più alla dissuasione e alla minaccia. A forza di voler incutere timore, gli Stati finiscono per non essere più compresi, e ancora meno ascoltati. E a forza di «essere più veloci e più forti», perdono di vista la meta verso la quale tendono. La vera questione politica non è di sapere come vincere la prossima guerra (nella quale tutti saranno perdenti!), ma come uscire da questo mondo reso brutale proprio da coloro che pretendono di metterlo in sicurezza. La priorità dovrebbe essere quella di cambiare paradigma di sicurezza, ma per questo bisogna avere il coraggio di abbandonare le illusioni letali degli Stati, che hanno come principali vittime sempre i popoli. -------------------------------------------------------------------------------- TRADUZIONE DAL FRANCESE DI ADA DE MICHELI. Alain Refalo
January 26, 2026
Pressenza
Il comandante Kirk contro Trump
Questo scoop è un’esclusiva mondiale – anzi intergalattica – della “bottega” grazie al fanta-archivista Fabrizio Melodia (*). Per chi non lo sapesse James Tiberius Kirk è il Capitano della USS Enterprise NCC-1701 (**). E stasera troverete un altro post (primo di una serie) di Giuliano Spagnul sul “centenario” della fantascienza. Un work in progress, fortemente polemico. # Io sono James
January 20, 2026
La Bottega del Barbieri
Lo strano caso di Alberto Trentini, operatore umanitario arrestato in Venezuela
Il 15 Novembre di un anno fa veniva arrestato Alberto Trentini e in questi giorni tutti i giornali e le tv italiane si stanno occupando del suo caso con una narrazione sensazionalistica ma omertosa e ricca di zone d’ombra. Trentini viene presentato come un povero operatore umanitario giunto in Venezuela […] L'articolo Lo strano caso di Alberto Trentini, operatore umanitario arrestato in Venezuela su Contropiano.
November 17, 2025
Contropiano
Il corpo delle donne come campo di battaglia: la violenza sessuale sulle donne durante il conflitto nella Repubblica Democratica del Congo
> RACCONTARE E’ UN ATTO POLITICO.  RACCONTA, DIFFONDI, PARTECIPA AL CROWDFUNDING > DADAxCONGO. > > Trasformiamo la solidarietà in azione, insieme.   Réseau des Femmes pour un Développement Associatif Réseau des Femmes pour la Défense des Droits et la Paix International Alert CAPITOLO 3 La posizione delle donne e le percezioni socio-culturali della violenza sessuale nel Sud Kivu Per comprendere le ragioni per cui si verificano tali atti di violenza sessuale, è necessario prendere in considerazione la situazione sociale ed economica delle donne nel Sud Kivu. Una conoscenza approfondita del modo in cui vengono percepite le relazioni di genere nella società e, soprattutto, delle attitudini degli uomini nei confronti del corpo femminile in tempo di pace — sia nel Sud Kivu che nei Paesi limitrofi da cui provengono alcuni autori di queste violenze — permette di capire più chiaramente come tali atrocità abbiano potuto verificarsi. Questo capitolo analizza quindi brevemente la posizione delle donne nella società del Sud Kivu, e il contesto socio-culturale ed economico in cui vivono. 3.1 La posizione delle donne La posizione delle donne nel Sud Kivu è caratterizzata, da un punto di vista economico, dalla “femminilizzazione della povertà”, aggravata dall’assenza di politiche o meccanismi per la promozione femminile; e, da un punto di vista socio-culturale, dalla persistenza di costumi, pratiche e leggi discriminatorie nei confronti delle donne. Questi fattori le rendono particolarmente vulnerabili in un contesto di conflitto armato: non solo aumentano la probabilità che si verifichino violenze di genere, ma — agli occhi degli autori — contribuiscono persino a legittimarle. 3.1.1 La femminilizzazione della povertà Quando scoppiò la guerra nella Repubblica Democratica del Congo, la popolazione locale — e in particolare le donne — era già stata resa vulnerabile dal malfunzionamento delle strutture statali e dalla mancanza di infrastrutture economiche e sociali adeguate, dovuta a trent’anni di regime dittatoriale sotto il presidente Mobutu. Per decenni gli stipendi dei funzionari pubblici e dei dipendenti delle imprese statali non erano stati pagati regolarmente, e così la popolazione era stata costretta ad assumersi compiti che avrebbero dovuto spettare allo Stato: costruzione di scuole, pagamento degli insegnanti, manutenzione delle strade e fornitura di servizi sanitari. In questo contesto di impoverimento generalizzato, il peso della sopravvivenza è ricaduto sempre più sulle donne. La mancanza di sviluppo economico e sociale ha determinato un ulteriore impoverimento della popolazione femminile, soprattutto nelle aree rurali e semi-urbane. Le donne costituiscono la forza trainante dell’economia di sussistenza del Sud Kivu, basata essenzialmente su agricoltura e allevamento. Circa l’80% della popolazione della provincia si dedica all’agricoltura, e il 70% di queste persone sono donne. Le donne sono attive anche nel settore informale, in particolare nel piccolo commercio, nella sartoria, nella tintura, nella ceramica e nella lavorazione dei cesti. Operano inoltre ai margini dell’industria mineraria, dove vengono impiegate come manodopera sfruttata e sottopagata. La guerra ha avuto un effetto devastante sulle attività economiche e sociali delle donne. Le risorse già scarse e i mezzi di produzione delle organizzazioni femminili di base sono stati distrutti o saccheggiati. Oltre alla situazione di insicurezza, le donne devono affrontare problemi strutturali che aggravano ulteriormente la loro povertà: * difficoltà di accesso alla terra a causa della sovrappopolazione e dell’eccessivo sfruttamento dei terreni fertili, e per via delle tradizioni patriarcali; * distruzione delle infrastrutture economiche o loro assenza; * tassazione pesante imposta dal Rassemblement Démocratique Congolais (RCD), che ha contribuito a erodere ulteriormente i redditi femminili. La guerra ha inoltre prodotto un elevato numero di vedove e donne sfollate, improvvisamente divenute capofamiglia senza alcuna preparazione. Esse vivono al di sotto della soglia di povertà e dipendono in larga misura dagli aiuti alimentari (quando disponibili) per sopravvivere. I tassi di HIV/AIDS sono elevati, anche a causa della diffusione degli stupri commessi dai gruppi armati. La guerra e la povertà hanno costretto molte donne e ragazze alla prostituzione di sopravvivenza, che le rende particolarmente vulnerabili alla violenza sessuale. Tale fenomeno crea condizioni “in cui le relazioni sessuali abusive sono più largamente accettate e in cui molti uomini, civili e combattenti, considerano il sesso come un servizio facilmente ottenibile mediante coercizione”. Parallelamente, la violenza domestica è aumentata, a causa della disoccupazione maschile, delle tensioni e dell’incertezza sul futuro politico del Paese. Questo aumento della violenza domestica durante i periodi di guerra è un fenomeno diffuso, confermato da studi — ad esempio — sull’ex Jugoslavia, dove durante il conflitto si verificarono episodi di violenza sessuale di crudeltà senza precedenti. 3.1.2 Costumi, pratiche e legislazione discriminatori Alcuni costumi, pratiche e leggi ostacolano l’accesso delle donne alla proprietà, all’istruzione, alle tecnologie moderne e all’informazione. Le donne soffrono spesso di analfabetismo o di scarsa istruzione, poiché in molte famiglie i maschi continuano a essere privilegiati rispetto alle femmine nell’accesso alla scuola. Molte ragazze appartenenti ai gruppi più svantaggiati abbandonano gli studi per matrimonio o gravidanza precoce. È difficile per le donne accedere ai mezzi di produzione come terra, proprietà o credito. Alcuni aspetti della legislazione congolese discriminano ancora le donne: ad esempio, una donna sposata deve ottenere il permesso del marito per aprire un conto bancario o richiedere un prestito. Tradizionalmente, le donne non possono ereditare dai padri o dai mariti. Nelle zone rurali, le donne producono e gestiscono il 75% della produzione alimentare, trasformano i prodotti per il consumo familiare e vendono circa il 60% nei mercati locali, ma spesso non ricevono alcun guadagno, poiché i proventi vanno direttamente ai mariti. Molti gruppi etnici mantengono pratiche tradizionali che perpetuano la sottomissione femminile, riducendo le donne allo status di proprietà privata. Tra i Bashi, Bavira, Fulero e Bembe, la consuetudine del levirato — per cui una vedova viene “ereditata” dal fratello del marito — è ancora viva, privando le donne della libertà di scegliere un nuovo coniuge. Tra i Banyamulenge, le donne erano considerate proprietà collettiva del clan: il suocero, il cognato o il marito della cognata avevano il diritto, con il consenso del marito, di avere rapporti sessuali con lei. Sebbene tali pratiche siano state in parte limitate dall’influenza del cristianesimo, non sono del tutto scomparse. Alcuni Bami (capi tradizionali) rivendicavano il droit de seigneur sulle donne della comunità che desideravano, facendole “consegnare” alle proprie case per un matrimonio forzato o per rapporti sessuali. Tali costumi persistono tuttora in alcune etnie (Lega, Fulero, Bembe e Bashi), e i genitori spesso li tollerano per il prestigio e i vantaggi che derivano dai legami con i Bami. 3.1.3 L’assenza di politiche e meccanismi di promozione femminile La provincia del Sud Kivu dispone di pochissimi meccanismi di promozione femminile. Un Ministero per gli Affari Femminili fu creato a livello nazionale all’inizio degli anni ’80, con una sede provinciale a Bukavu. Tuttavia, molte organizzazioni femminili lo consideravano solo uno strumento politico per mobilitare l’elettorato femminile a favore del presidente Mobutu. I fondi destinati alla promozione delle donne furono poi ridotti, e il ministero fu assorbito da quello per gli Affari Sociali, diventandone un semplice dipartimento. Durante l’amministrazione del Rassemblement Démocratique Congolais (RCD), al potere nel Sud Kivu dal 1998 al 2003, fu istituito un Consiglio Provinciale delle Donne (marzo 2001), indipendente dal ministero di Kinshasa ma privo di risorse per sviluppare progetti di sviluppo femminile. Strumenti internazionali come la Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione contro le donne (CEDAW) e la Piattaforma di Pechino sono stati raramente applicati, a causa della mancanza di finanziamenti. Un’indagine condotta nel 2001 dal governo della RDC e dall’UNICEF su tutto il territorio nazionale ha rivelato un quadro allarmante, mostrando che la situazione delle donne e dei bambini era peggiorata sotto quasi tutti gli aspetti dal 1995.   > RACCONTARE E’ UN ATTO POLITICO.  RACCONTA, DIFFONDI, PARTECIPA AL CROWDFUNDING > DADAxCONGO. > > Trasformiamo la solidarietà in azione, insieme.   Questo paper rappresenta un estratto tradotto di uno studio più ampio dal titolo: Il corpo delle donne come campo di battaglia: la violenza sessuale contro donne e ragazze durante la guerra nella Repubblica Democratica del Congo  Sud Kivu (1996–2003) Réseau des Femmes pour un Développement Associatif Réseau des Femmes pour la Défense des Droits et la Paix International Alert 2005 Questo studio è stato condotto e redatto da un team di consulenti composto da: Marie Claire Omanyondo Ohambe Professoressa Associata Institut Supérieur des Techniques Médicales Sezione Scienze Infermieristiche Kinshasa Repubblica Democratica del Congo Jean Berckmans Bahananga Muhigwa Professore Dipartimento di Biologia Centre Universitaire de Bukavu Bukavu Repubblica Democratica del Congo Barnabé Mulyumba Wa Mamba Direttore Institut Supérieur Pédagogique Bukavu Repubblica Democratica del Congo Revisione a cura di: Martine René Galloy Consulente internazionale Specialista in Genere, Conflitto e Processi Elettorali Ndeye Sow Consigliera Senior International Alert Catherine Hall Addetta alla Comunicazione International Alert I dati sul campo sono stati raccolti da un team composto da: Donne del Réseau des Femmes pour un Développement Associatif (RFDA), che hanno condotto la ricerca a Uvira, nella Piana della Ruzizi, a Mboko, Baraka, Fizi e Kazimia: 1. Lucie Shondinda 2. Gégé Katana 3. Elise Nyandinda 4. Jeanne Lukesa 5. Judith Eca 6. Brigitte Kasongo 7. Marie-Jeanne Zagabe Donne del Réseau des Femmes pour la Défense des Droits et la Paix (RFDP), che hanno condotto la ricerca a Bukavu, Walungu, Kabare, Kalehe e Shabunda: 1. Agathe Rwankuba 2. Noelle Ndagano 3. Rita Likirye 4. Venantie Bisimwa 5. Laititia Shindano 6. Jeanne Nkere La ricerca è stata coordinata da: Annie Bukaraba Coordinatrice Programma “Women’s Peace” di International Alert, Repubblica Democratica del Congo orientale    
November 13, 2025
ACS italia