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STRAGE FERROVIARIA DI VIAREGGIO. SENTENZA STORICA IN CASSAZIONE, È LA PRIMA VOLTA CHE UN VERTICE DI FS VA IN CARCERE
Definitive le condanne per la strage alla stazione di Viareggio del giugno 2009, con un convoglio di Gpl deragliato nel centro della Versilia e un bilancio catastrofico: 32 morti e 25 feriti. La Cassazione ha rigettato i ricorsi confermando i 5 anni per Mauro Moretti, ex vertice delle Ferrovie dello Stato, e per gli altri dieci imputati, tra dirigenti e alti funzionari. Lo stesso Moretti, ex ad di Fs e Rfi, si è costituito. Tra pochi giorni saranno 17 anni dalla strage ferroviaria in provincia di Lucca, avvenuta il 29 giugno 2009, quando un treno carico di Gpl andò a fuoco entrando nella stazione toscana. Il convoglio, con 14 vagoni carichi di cisterne di gasl liquefatto deragliò nei pressi della stazione ferroviaria toscana, sbattendo a forte velocità contro un ostacolo e causando il rovesciamento su un fianco di una delle cisterne, con un conseguente e devastante incendio che avvolse i binari e le abitazioni affacciate sulla linea ferroviaria. Dopo quasi 17 anni di iter giudiziario, nella serata di giovedì 25 giugno la notizia delle condanne definitive per la strage. Rigettando i ricorsi, l’ex amministratore delegato di Ferrovie dello Stato Mauro Moretti va ora in carcere. “è una sentenza storica nonostante le condanne minime, perchè per la prima volta sono stati condannati i vertici di Ferrovie dello Stato e non le ultime ruote del carro”, sottolinea Daniela Rombi, presidente dell’Associazione il Mondo che vorrei e madre di Emanuela una delle vittime della strage ferroviaria di Viareggio. Qui l’intervista completa. Ascolta o scarica.
June 26, 2026
Radio Onda d`Urto
Palestinesi arrestati in Italia. Cassazione annulla la conferma del carcere. Il riesame chiamato a decidere
Qui di seguito il comunicato degli avvocati del collegio di difesa alla luce della motivazioni con cui la Corte di Cassazione ha smontato l’operazione che ha portato a dicembre agli arresti di Mohammed Hannoun e altri esponenti palestinesi in Italia. Una montatura commissionata da Israele andata a male. **** Presunti […] L'articolo Palestinesi arrestati in Italia. Cassazione annulla la conferma del carcere. Il riesame chiamato a decidere su Contropiano.
May 29, 2026
Contropiano
La truffa del salario giusto
Esiste un modo molto efficace per mascherare un attacco al lavoro: chiamarlo difesa del lavoro. Esiste un modo ancora più sofisticato per cancellare un diritto costituzionale: dichiarare che lo si sta finalmente attuando. Il decreto-legge approvato dal Consiglio dei ministri il 28 aprile 2026, varato a tempo di marcia in […] L'articolo La truffa del salario giusto su Contropiano.
May 5, 2026
Contropiano
Il ricatto come contratto
Quando minacciare il licenziamento è un reato — e perché ci vuole così tanto a riconoscerlo C’è un tipo di violenza che non lascia lividi. Non compare nelle statistiche della criminalità, non finisce nei notiziari della sera, non mobilita campagne. Eppure è una delle forme di coercizione più diffuse nel mercato del lavoro italiano: la minaccia del licenziamento usata come leva per imporre condizioni che il lavoratore non accetterebbe mai liberamente. Orari non pagati. Rinunce a contributi maturati. Buste paga firmate per cifre mai corrisposte. Il tutto accompagnato da un messaggio implicito, chiaro e brutale: o accetti, o perdi il posto. La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 11253 del 2026 della seconda sezione penale, ha detto una cosa che sembra ovvia ma che nel dibattito giuridico e pubblico fatica ancora ad affermarsi: quella condotta è estorsione. Non una violazione lavoristica. Non un abuso contrattuale da rimettere all’ispettorato o al giudice civile. Un reato, punibile con la reclusione fino a dieci anni. La notizia è rilevante. Ma lo è ancora di più il fatto che ci sia bisogno di ribadirlo. Un fenomeno ordinario Parliamo di qualcosa che milioni di lavoratori conoscono direttamente o indirettamente. Il ricatto occupazionale non è un’eccezione nel tessuto produttivo italiano: è una pratica strutturale, che prospera nell’informalità, nella dipendenza economica, nella difficoltà di trovare alternative. Prospera soprattutto là dove il lavoratore non può permettersi di perdere il reddito — e il datore lo sa. Non riguarda solo il lavoro nero, anche se nel lavoro in nero raggiunge la sua forma più spudorata. Riguarda i contratti part-time firmati da chi lavora a tempo pieno, i pagamenti in nero che completano stipendi ufficialmente regolari, le ferie mai godute che spariscono dai cedolini, i premi di risultato promessi a voce e negati per iscritto. Riguarda i lavoratori assunti con contratti a termine rinnovati di trimestre in trimestre, ciascuno dei quali è un’occasione per ricalibrare le condizioni verso il basso. Riguarda, in sostanza, chiunque dipenda da una sola fonte di reddito e non abbia potere contrattuale per difenderla. Il denominatore comune è sempre lo stesso: l’asimmetria. Da un lato c’è chi può decidere se mantenere o revocare un posto di lavoro. Dall’altro c’è chi, se quel posto perde, rischia di non pagare l’affitto il mese successivo. Questa asimmetria non è un accidente del mercato: in molti settori è progettata, alimentata, gestita consapevolmente come strumento di controllo. Cosa è successo nel caso deciso dalla Cassazione Il caso è emblematico proprio per la sua ordinarietà. Una società aveva sistematicamente indotto i propri dipendenti ad accettare condizioni peggiorative, prospettando il licenziamento a chi si fosse opposto. Non si trattava di episodi isolati. Era una pratica organizzata, reiterata, costruita sulla certezza che i lavoratori non avrebbero avuto la forza di resistere. Le corti di merito avevano condannato gli imputati per concorso in estorsione. La difesa aveva tentato di ricondurre tutto alla fattispecie dell’art. 603-bis del codice penale, il reato di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro — norma introdotta nel 2011 per combattere il caporalato, che prevede pene significativamente inferiori. La Cassazione ha respinto questa lettura. Dove ricorrono gli elementi dell’estorsione — la minaccia, la coartazione della volontà, il profitto ingiusto, il danno patrimoniale — l’art. 629 del codice penale si applica. Le due norme non si escludono, e l’una non può diventare un rifugio per chi pratica l’altra. C’è un elemento tecnico che la Corte chiarisce con precisione e che vale la pena capire anche fuori dai circuiti specialistici: la minaccia di licenziamento integra estorsione quando il rapporto di lavoro è già in essere. Se il datore impone condizioni illegittime a chi è già suo dipendente — anche in nero, anche senza contratto scritto — e lo fa prospettando la perdita del posto, sta usando uno strumento contrattuale come mezzo di coercizione. Il lavoratore perde diritti che aveva già acquisito. Quel danno è reale, è quantificabile, e il diritto penale lo riconosce come tale. Perché il diritto del lavoro da solo non basta Chi conosce le vertenze lavorative sa che il sistema degli strumenti civili e amministrativi è spesso inadeguato rispetto alla realtà che deve fronteggiare. I tempi della giustizia del lavoro sono lunghi, i costi legali sono proibitivi per chi guadagna poco, l’onere della prova ricade quasi sempre su chi ha meno risorse per raccoglierla. L’ispettorato del lavoro è cronicamente sottorganico. Le sanzioni amministrative, quando arrivano, sono spesso inferiori al vantaggio economico ottenuto dalla violazione. Ma il problema più profondo è un altro: il lavoratore che subisce il ricatto difficilmente denuncia mentre il rapporto è in corso. Lo farà forse dopo, quando ha già perso il posto o si è già dimesso. E in quel momento dovrà ricostruire prove di pratiche che si sono svolte in modo informale, orale, intenzionalmente non tracciabile. La difficoltà non è solo giuridica. È psicologica, economica, pratica. L’estorsione cambia questa geometria in modo significativo. La procedibilità d’ufficio significa che non è necessaria una querela della vittima: può essere il pubblico ministero ad agire, ad esempio su segnalazione dell’ispettorato o a seguito di un’indagine più ampia. La pena fino a dieci anni di reclusione ha una capacità dissuasiva reale, quella che le sanzioni amministrative da sole non riescono a produrre. E l’applicazione della norma penale manda un messaggio che il solo diritto del lavoro non riesce a inviare con altrettanta chiarezza: certe condotte non sono irregolarità da sanare, sono crimini. La normalizzazione dello sfruttamento C’è una narrazione diffusa che tende a trattare il ricatto occupazionale come una zona grigia, un’area di confine in cui la colpa è distribuita, in cui il lavoratore ha sempre qualche alternativa che non vuole esercitare, in cui “si sa come funziona”. È una narrazione funzionale a chi pratica lo sfruttamento, e va contrastata. Il lavoratore che firma una busta paga per un importo che non ha ricevuto non ha una scelta libera. Il lavoratore che rinuncia a ferie o permessi per non “creare problemi” non sta negoziando: sta cedendo sotto pressione. Il lavoratore che accetta un peggioramento delle proprie condizioni per non perdere l’unica fonte di reddito che ha non è complice: è vittima. Chiamare queste situazioni con il loro nome è il primo passo per trattarle seriamente. La sentenza della Cassazione va letta anche in questa chiave. Non è un pronunciamento tecnico su un oscuro punto di diritto penale. È una risposta dell’ordinamento a una pratica che l’ordinamento stesso ha tollerato troppo a lungo attraverso la via della qualificazione attenuata. Dire che quella condotta è estorsione significa dire che chi la pratica è un estorsore. Non un datore di lavoro creativo. Non un imprenditore che fa quel che può in un mercato difficile. Un estorsore. Una sentenza che dovrebbe circolare Le sentenze della Cassazione non cambiano da sole la realtà. Lo sa chiunque lavori nel diritto e abbia visto pronunce importanti restare lettera morta perché nessuno le ha rese operative sul territorio. Ma questa sentenza ha le caratteristiche per diventare un punto di riferimento pratico, se entra nel patrimonio di conoscenza di chi lavora sul campo: gli ispettori del lavoro, i sindacalisti, gli avvocati dei lavoratori, i patronati, le associazioni che offrono supporto a chi si trova in condizioni di vulnerabilità lavorativa. Sapere che la minaccia di licenziamento usata per imporre condizioni illegittime può configurare estorsione cambia la geometria delle consulenze, delle segnalazioni, delle strategie difensive. Cambia anche la prospettiva di chi subisce: sapere che quello che gli è stato fatto non è solo una violazione contrattuale ma un reato può essere la differenza tra rassegnarsi e agire. Non si tratta di invocare la repressione penale come soluzione a tutti i problemi del mercato del lavoro. Si tratta di usare gli strumenti che l’ordinamento già offre, dove i presupposti ci sono, senza lasciare che la via della qualificazione attenuata continui a fare da schermo a condotte che, nella loro essenza, sono ricatto. La Cassazione lo ha detto. Il compito ora è farlo sapere. Redazione Napoli
April 14, 2026
Pressenza
La Cassazione smonta il teorema giudiziario contro Mohammed Hannoun e i palestinesi in Italia
La Corte di Cassazione ha annullato le ordinanze del Tribunale del Riesame che avevano confermato gli arresti del gip del tribunale di Genova nei confronti del presidente dell’Associazione dei Palestinesi in Italia Mohammad Hannoun, Ra’ed Dawoud, Yaser Elasaly e Ryad Albunstanji, in carcere con l’accusa di avere finanziato Hamas. La […] L'articolo La Cassazione smonta il teorema giudiziario contro Mohammed Hannoun e i palestinesi in Italia su Contropiano.
April 9, 2026
Contropiano