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In nome della legge. Giù le armi, Leonardo
Mentre la guerra, con l’unilaterale attacco all’Iran da parte di Israele e Usa in totale violazione del diritto internazionale, fa un drammatico salto di qualità, diventando dimensione pervasiva delle nostre vite e della nostra società, un piccolo ma importante granello di sabbia prova a incepparne gli ingranaggi. Si terrà il prossimo 27 marzo, presso il Tribunale civile di Roma, la prima udienza relativa all’atto di citazione notificato a Leonardo spa e allo Stato italiano da una cittadina palestinese, che nei bombardamenti contro Gaza ha perso tutta la propria famiglia, e dalle associazioni A Buon Diritto, Acli, Arci, AssoPace-Palestina, Attac Italia, Pax Christi e Un Ponte Per. Leonardo spa è un’azienda controllata dallo Stato italiano, che detiene il 30,2% delle azioni, mentre tra i soci privati figurano gli onnipresenti grandi fondi finanziari come Blackrock e Vanguard. Si tratta di una multinazionale con oltre 60mila dipendenti che operano in Italia (60%), in Gran Bretagna (15%), negli Stati Uniti (13%), in Polonia (5%), mentre il restante 7% opera nel resto del mondo (fra cui Israele). Con questo atto – un inedito che potrebbe costituire un importante precedente – si chiede che vengano dichiarati nulli i contratti stipulati da Leonardo Spa e sue controllate con lo Stato di Israele, relativamente alla vendita e alla fornitura di armi all’IDF, le forze armate dello Stato d’Israele. Israele, da decenni, è responsabile di gravi e sistematiche violazioni dei diritti umani, non solo a Gaza dove quanto compiuto è stato qualificato come genocidio dalla Corte Internazionale di Giustizia, ma in tutta la Cisgiordania e a Gerusalemme. Secondo quanto denunciato dalle associazioni ricorrenti, la vendita e la fornitura di armi a Israele da parte di Leonardo è in contrasto: a) con l’articolo 11 della Costituzione, perché Israele sistematicamente usa la guerra come strumento di oppressione nei confronti di un popolo – quello palestinese – e come strumento di risoluzione delle controversie internazionali; b) con la legge n. 185 del 1990, nella parte in cui vieta la vendita “a paesi le cui politiche sono in contrasto con i principi dell’articolo 11 della Costituzione” e “a paesi i cui governi sono responsabili di gravi violazioni delle convenzioni internazionali sui diritti umani, accertate dagli organi competenti delle Nazioni Unite”; c) con il Trattato sul Commercio delle Armi dell’ONU (ATT); d) con quanto previsto nei Codici Etici e negli strumenti di due diligence della stessa Leonardo. Mentre la guerra imperversa e i listini di borsa delle industrie degli armamenti salgono alle stelle, questo atto, portato avanti da una semplice dottoressa palestinese e da alcune associazioni della società civile, può apparire velleitario. Ma è un atto che interroga non solo un giudice che darà le pertinenti risposte, ma un’intera classe politica, che oggi non solo collabora alle violazioni del diritto internazionale, bensì vuole cambiare la legge 185/90 sul commercio delle armi, e un’intera classe industriale che, nonostante le oceaniche piazze per Gaza dello scorso autunno, continua a riconoscersi nelle agghiaccianti parole di Roberto Cingolani, scienziato e Ceo di Leonardo spa, quando dice: “Il mercato risponde bene quando ci sono più di sessanta conflitti nel mondo. Noi abbiamo fatto del nostro meglio per cogliere le opportunità”. “La guerra non si può umanizzare, si può solo abolire” è una famosa frase di Albert Einstein, scienziato di ben altra levatura, non solo per gerarchia di meriti scientifici, ma per il suo profondo ancoraggio a quel “restiamo umani”, che accomuna quanti nelle piazze odierne combattono i re e le loro guerre. Attac Italia
March 7, 2026
Pressenza
A che punto sono i diritti in Italia? I dati del Rapporto di A Buon Diritto
63.868 persone sono attualmente detenute a fronte di 51.275 posti, con un sovraffollamento del 138,5%. Nel 2025 nelle nostre carceri ci sono stati 79 suicidi; l’Italia è al 49° posto nella classifica mondiale sulla libertà di stampa; il 70% dei trattenimenti nei CPR di Gjader in Albania non è convalidato dall’autorità giudiziaria; quasi una persona su dieci rinuncia alle cure, principalmente per le liste d’attesa; lo scorso anno ci sono stati 99 femminicidi, con il 73% delle donne che contattano il 1522 senza sporgere denuncia: sono alcuni dei dati del recente Rapporto sullo stato dei diritti in Italia, realizzato da A Buon Diritto grazie al sostegno dell’Otto per mille Valdese. Il Rapporto restituisce un quadro profondamente critico dello stato dei diritti fondamentali nel nostro Paese. Alcuni dati risultano particolarmente emblematici, fotografando un Paese in cui la libertà di stampa, come si diceva, scivola al 49° posto mondiale, mentre crescono discorsi d’odio e discriminazioni. Quasi una persona su dieci rinuncia alle cure e il 94,5% dei Comuni è esposto a rischio idrogeologico. L’istruzione diventa sempre più selettiva e diseguale, i salari reali continuano a diminuire, le persone con disabilità subiscono un aumento del 66% delle violenze. Il diritto d’asilo è svuotato da pratiche illegittime e le politiche migratorie restano securitarie. L’antiziganismo nei confronti delle persone Rom e sinti rimane a livelli altissimi sia nel discorso pubblico sia politico. Le persone LGBTQIA+ sono quasi prive di tutele e monitoraggi, le donne sono colpite da discriminazioni e violenza e da un accesso ostacolato all’autodeterminazione, oltre un quarto delle famiglie con minori vive a rischio povertà, il carcere soffoca e la salute mentale non migliora:  circa 1 italiano su 6 convive con un disturbo mentale, clinicamente diagnosticato o diagnosticabile e il diritto all’abitare si riduce più a un privilegio e a una questione di “sicurezza” che a un diritto che dovrebbe essere garantito a tutte e tutti. E a proposito di “sicurezza”, il 2025 è stato un anno in cui la maggioranza di governo è intervenuta attraverso la decretazione d’urgenza con norme che compromettono sempre di più la possibilità di manifestare liberamente il dissenso. “È da oltre dieci anni che realizziamo il monitoraggio dello stato di salute dei diritti sociali e di quelli soggettivi nel nostro Paese,” ha sottolineato Luigi Manconi, presidente di A Buon Diritto. “Nel biennio 2016-2017 sono state riconosciute importanti garanzie di libertà (le unioni civili, il testamento biologico e la legge contro la tortura), ma da allora i diritti della persona hanno conosciuto un periodo di oscuramento. Per quanto riguarda lo stato attuale dei diritti in Italia, un solo dato: un italiano su dieci rinuncia alle cure a causa delle liste d’attesa e dei costi esorbitanti. Questo dato, da solo, racconta l’erosione dei diritti fondamentali: quando un diritto come l’accesso alla salute risulta compromesso, il principio di uguaglianza viene svuotato. Ma la rinuncia alle cure è solo uno dei segnali di un arretramento più ampio che riguarda la libertà di informazione, il diritto di manifestare dissenso, le condizioni di vita in carcere, la tutela delle minoranze e di categorie discriminate, dalle donne alle persone con disabilità, dai minori alle persone migranti. Il Rapporto restituisce l’immagine di un Paese in cui la compressione dei diritti viene normalizzata, spesso in nome della sicurezza o dell’emergenza. Di fronte a questo quadro, il rapporto non mette solo in evidenza i dati, ma denuncia l’urgenza di cambiare al più presto paradigma, ricordando che i diritti non sono concessioni revocabili, ma il fondamento stesso della democrazia”. Nello specifico del capitolo su Salute e libertà terapeutica, a cura di Silvia Demma, il Rapporto evidenzia come il diritto alla salute in Italia continui a essere segnato da forti disuguaglianze territoriali e da una crescente rinuncia alle cure: nel 2024 quasi una persona su dieci ha rinunciato a prestazioni sanitarie, principalmente a causa delle liste d’attesa e il 23,9% dei cittadini ha sostenuto interamente il costo dell’ultima prestazione specialistica, senza alcun rimborso, in aumento rispetto al 19,9% del 2023. L’impatto della legge 107/2024 per la riduzione delle liste d’attesa è risultato limitato: a marzo 2025 il 27% delle strutture sanitarie presentava ancora irregolarità gravi, incluse chiusure illegittime delle agende di prenotazione e a novembre 2025 mancavano ancora 2 dei 6 decreti attuativi. Il Fascicolo Sanitario Elettronico resta poco utilizzato: a giugno 2025 solo il 43% dei cittadini aveva autorizzato l’accesso ai propri dati, con forti divari regionali (oltre 90% in Emilia-Romagna, Trento e Veneto contro 1-2% in Calabria e Campania). Sul fronte della cannabis terapeutica, nel 2024 sono stati venduti 1.694,8 kg, ma solo 211,28 kg provenivano dallo Stabilimento Chimico Farmaceutico Militare di Firenze, unico autorizzato alla produzione nazionale. Il resto del fabbisogno continua a essere coperto tramite importazioni, mentre alcuni pazienti ricorrono all’autocoltivazione e sono esposti a procedimenti penali. Sul fine vita, il Parlamento non ha ancora legiferato nonostante i ripetuti richiami della Corte Costituzionale: con la sentenza n. 132/2025, la Consulta ha ribadito il diritto della persona a essere accompagnata dal Servizio Sanitario Nazionale nel percorso di suicidio medicalmente assistito, chiarendo il ruolo di garanzia delle strutture pubbliche. L’insieme di questi elementi mostra un sistema sanitario sotto pressione, in cui la libertà terapeutica e l’uguaglianza nell’accesso alle cure restano diritti incompiuti. I ricercatori e le ricercatrici del Rapporto sullo Stato dei diritti in Italia sono: Antonio Ardolino per il capitolo Rom e Sinti; Angelica Gatti per il capitolo Istruzione; Federica Resta per il capitolo Prigionieri e il capitolo Dati sensibili; Benedetta Rinaldi Ferri e Chiara Pineschi per il capitolo Minori; Paola Finzi per il capitolo Salute mentale; Domenico Massano per il capitolo Persona e disabilità; Enrico Puccini per il capitolo Diritto all’abitare; Lorenzo Fanoli e Daniela Bauduin per il capitolo Lavoro; Silvia Demma per il capitolo Salute e Libertà Terapeutica; Ilaria Valenzi per il capitolo Pluralismo religioso; Francesco Damiano Portoghese per il capitolo Migrazione e integrazione; Rita Vitale per il capitolo profughi e richiedenti asilo; Gianfranco Nucera per il capitolo Ambiente; Marina de Stradis e Benedetta Caporusso per il capitolo LGBTQIA+; Marina de Stradis e Michela Pugliese per il capitolo Autodeterminazione femminile. Qui è disponibile il rapporto: www.rapportodiritti.it.   Giovanni Caprio
February 1, 2026
Pressenza
Amnesty International Italia e altre 12 associazioni chiedono il rilascio di Shahin
L’iniziativa coinvolge la sezione locale della struttura internazionale insieme alle italiane ARCI e A Buon Diritto e alle europee ELSC ed LDSF, all’italo-egiziana EgyptWide e alle egiziane CIHRS, ECFR, EFHR, EHRF e RPE con il Centro contro la violenza El Nadeem e la tortura e la Sinai Foundation for Human Rights. Alla data della diffusione del proprio appello, martedì 2 dicembre scorso, non era ancora arrivara risposta alla lettera che avevano inviato alla presidenza del Consiglio dei ministri e al ministero dell’Interno italiano per perorare la sospensione del procedimento di espulsione e, a spiegazione della motivazione, fornendo la documentazione e reportistica sullo stato dei diritti umani in Egitto. APPELLO Tredici organizzazioni della società civile chiedono al governo e al ministero dell’Interno italiani di fermare l’espulsione verso l’Egitto di Mohamed Mahmoud Ebrahim Shahin, in conformità ai propri obblighi in materia di protezione dei diritti umani, incluso il principio di non-refoulement. Mohamed Mahmoud Ebrahim Shahin, cittadino egiziano residente a Torino, in Italia, da circa vent’anni, è stato sottoposto a un procedimento giudiziario ingiusto, fortemente viziato da evidenti irregolarità procedurali, a partire dal giorno 24 novembre 2025. Su iniziativa del ministero dell’Interno, al sig. Shahin è stato revocato il permesso di soggiorno europeo di lunga durata ai sensi dell’art.13, comma 1 del Testo unico sull’immigrazione (decreto n. 286/1998) che, insieme alle successive modifiche, introduce la possibilità di espellere i cittadini stranieri qualora presentino un profilo di pericolosità sociale o costituiscano una minaccia per la sicurezza nazionale. Le accuse rivolte al sig. Shahin, che sono alla base del decreto di espulsione, includono “l’appartenenza a un’ideologia estremista” e l’aver partecipato a un blocco stradale durante una manifestazione contro il genocidio del popolo palestinese a maggio 2025. Nel decreto, il ministero dell’Interno fa anche riferimento a una presunta dichiarazione in cui Mohamed Shahin avrebbe commentato gli attacchi del 7 ottobre 2023 nel corso di un’altra manifestazione in solidarietà con la Palestina, a Torino, nell’ottobre 2025. Dopo essere stato trattenuto presso una stazione di polizia, Mohamed Shahin è stato trasferito presso il Centro di permanenza per i rimpatri (CPR) di Caltanissetta, lontano dai suoi familiari, dalla sua comunità e dai legali che lavorano alla sua difesa. La richiesta di protezione internazionale che ha presentato a seguito della revoca del permesso di soggiorno è stata rigettata a seguito di un procedimento di esame fortemente accelerato, sul quale ha certamente pesato la classificazione dell’Egitto come “paese di origine sicuro” e che non ha attribuito la giusta importanza ai rischi in cui Mohamed Shahin incorrerebbe qualora fosse espulso in Egitto, un paese dove la tortura è endemica e le autorità sottopongono le persone ad arresti e detenzioni arbitrarie, spesso nell’ambito di processi iniqui, sulla base delle sole opinioni. «Le autorità italiane devono riconoscere pienamente i gravi rischi cui Mohamed Shahin andrebbe incontro se fosse rimpatriato in Egitto. Procedere con la sua espulsione metterebbe l’Italia in diretta violazione dei suoi obblighi internazionali in materia di diritti umani. Il trattamento riservato dall’Italia a Mohamed Shahin è un altro esempio dell’arretramento globale dello Stato di diritto e dei diritti umani a cui stiamo assistendo. Nessuno Stato può credibilmente dichiarare che un altro paese sia “sicuro per tutte/i”, come fa l’Italia classificando l’Egitto come “paese di origine sicuro”, e nessuno Stato può semplicemente ignorare i propri obblighi fondamentali in materia di diritti umani» ha dichiarato Sayed Nasr, direttore esecutivo dell’associazione EgyptWide for Human Rights. Al momento della revoca del permesso di soggiorno, Mohamed Shahin era un individuo incensurato, attivamente coinvolto nella vita socio-culturale della sua città e della comunità islamica torinese. Nel suo ruolo di imam è stato spesso promotore di iniziative nell’ambito dei percorsi locali di dialogo interreligioso, e nel contesto delle manifestazioni a sostegno del popolo palestinese è ricordato dai movimenti locali per il ruolo di mediatore a garanzia dello svolgimento pacifico delle manifestazioni. L’inconsistenza dei fatti contestati a Shahin per giustificare il procedimento di espulsione emesso contro di lui ai sensi dell’art.13, comma 1 del Testo unico sull’immigrazione rappresenta un caso allarmante di strumentalizzazione del diritto in chiave repressiva e di repressione del dissenso pacifico per mezzo della normativa in materia di sicurezza nazionale. «Nella vicenda di Mohamed Shahin preoccupa l’utilizzo dello strumento del decreto d’espulsione e del trattenimento in CPR, una procedura amministrativa che non prevede le garanzie di difesa del procedimento penale. L’applicazione di tale misura altamente restrittiva si basa peraltro su un sospetto riguardante una condotta che non configura una fattispecie penalmente rilevante e su alcune dichiarazioni poi rettificate. Emerge che le persone straniere in Italia rischiano troppo facilmente di essere allontanate dal tessuto sociale in cui vivono, dove intessono relazioni e di cui sono parte integrante, e che non godono delle piene garanzie che lo Stato di diritto prevede per tutte e tutti. Riteniamo che sia un fatto gravissimo, lesivo dei diritti fondamentali», ha dichiarato Luigi Manconi, presidente di A Buon Diritto. «Se espulso in Egitto, stato di cui conosciamo bene la propensione alla tortura e alle sparizioni forzate, Mohamed Shahin rischierebbe la vita. Ciò a causa di un provvedimento iniquo e sproporzionato emesso dalle autorità italiane, frutto di politiche repressive in materia di sicurezza nazionale, provvedimento che chiediamo sia annullato», ha dichiarato Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia. Nel corso degli anni passati, le organizzazioni firmatarie hanno documentato numerosi casi in cui cittadini egiziani di rientro dall’estero, tanto volontariamente quanto a seguito di procedure di rimpatrio iniziate da Stati terzi, sono stati sottoposti a gravi violazioni dei diritti umani, compresi arresti arbitrari, sparizioni forzate, maltrattamenti e torture, per la loro reale o percepita opposizione al governo. Tra le vittime di queste pratiche rientrano oppositori politici, studenti universitari, attivisti e comuni cittadini senza una storia di attività politica o movimentista alle spalle. Esiste inoltre una pratica consolidata, da parte delle autorità egiziane, di ritorsioni e intimidazioni nei confronti dei familiari degli oppositori politici, che comprende arresti e processi arbitrari, detenzioni prolungate oltre i termini di legge, maltrattamenti, torture, sparizioni forzate. Dal momento che le autorità egiziane hanno già sottoposto la famiglia Shahin a procedimenti giudiziari iniqui a causa della loro opposizione pacifica al governo, abbiamo motivo di credere che egli andrebbe incontro a gravi violazioni dei diritti umani se rimpatriato in Egitto, tra cui detenzione arbitraria o sparizione forzata, maltrattamenti, torture, procedimenti penali ingiusti. Il provvedimento del ministero dell’Interno italiano che attribuisce al sig. Shahin un profilo di pericolosità sociale avrebbe inoltre l’effetto di aggravare notevolmente tali rischi. Alcune delle organizzazioni firmatarie hanno esposto preoccupazioni per le violazioni dei diritti umani in cui il sig. Shahin rischierebbe di essere sottoposto se venisse espulso in Egitto in una lettera alla presidenza del Consiglio dei ministri e al ministero dell’Interno italiano, chiedendo di sospendere il procedimento di espulsione e fornendo inoltre documentazione e reportistica sullo stato dei diritti umani in Egitto che illustra la serietà e la gravità di tali rischi, ma non abbiamo ad oggi ricevuto risposta. Chiediamo alle autorità italiane, in conformità ai propri obblighi in materia di diritti umani, ivi compresi il diritto di ogni persona a non essere sottoposta a trattamenti crudeli, inumani o degradanti, il diritto alla riservatezza familiare, e il principio di non-refoulement, di fermare l’espulsione di Mohamed Shahin verso l’Egitto, e di garantirgli il diritto a cercare protezione internazionale in Italia. ORGANIZZAZIONI FIRMATARIE: * Amnesty International Italia * ARCI * A Buon Diritto * European Legal Support Center (ELSC) * Law and Democracy Support Foundation (LDSF) * EgyptWide for Human Rights (EgyptWide) * Cairo Institute for Human Rights Studies (CIHRS) * Egyptian Commission for Rights and Freedoms (ECFR) * Egyptian Front for Human Rights (EFHR) * Egyptian Human Rights Forum (EHRF) * Refugees Platform in Egypt (RPE) * El Nadeem Center * Sinai Foundation AMNESTY ITERNATIONAL ITALIA, 2.11.2025 – Stop all’espulsione di Mohamed Shahin verso l’Egitto PRESSENZA, 2.11.2025 – Il ‘caso’ di Mohamed Shahin: dal suo rilascio dipende la tutela di tanti diritti  Amnesty International
December 3, 2025
Pressenza
DECRETO SICUREZZA: CONTINUA IL DIGIUNO A STAFFETTA. “UNA CATENA DI SOLIDARIETÀ PER I DIRITTI DI TUTTE E TUTTI”
Il 29 aprile scorso diverse associazioni e organizzazioni della società civile hanno lanciato un’azione collettiva di disobbedienza e resistenza civile contro il decreto Sicurezza. Si tratta di un digiuno a staffetta, una “catena di solidarietà per i diritti di tutte e tutti” che questa mattina, mercoledì 14 maggio, è stata portata in Senato. L’iniziativa – promossa e organizzata da A Buon Diritto, Acli, Antigone, Arci, Cgil, Cnca – Coordinamento nazionale comunità accoglienti, Forum Droghe, L’Altro Diritto, La società della Ragione e Ristretti Orizzonti – vuole offrire uno strumento di lotta in più per denunciare e ribadire “l’illegalità costituzionale, la prepotenza e la violenza istituzionale del decreto legge sicurezza approvato dal governo con un bliz l’11 aprile 2025”. “Attraverso il digiuno – sottolineano nel comunicato le realtà promotrici – vogliamo solidarizzare con tutte e tutti coloro che stanno già subendo le conseguenze violente del DL sicurezza, e allargare al massimo il fronte della protesta contro un provvedimento che limita gravemente lo spazio civico, criminalizza il dissenso pacifico e mette a rischio i diritti fondamentali di cittadine e cittadini”. La campagna ha già superato i 300 partecipanti e proseguirà fino al 30 maggio, vigilia della manifestazione nazionale a Roma contro il DL sicurezza chiamata dall’Assemblea Nazionale Rete No DDL Sicurezza – A Pieno Regime. Qui tutte le informazioni e il link al modulo predisposto per l’adesione. Ai microfoni di Radio Onda d’Urto il segretario di Forum Droghe, Leonardo Fiorentini, con cui siamo entrati nel dettaglio di questa azione di protesta, delle sue finalità e della sua presentazione al Senato proprio mentre alla Camera era in corso una riunione di maggioranza sul DL sicurezza durante la quale sarebbe stata data l’indicazione, secondo quanto si apprende, di procedere in maniera blindata sul provvedimento. Ascolta o scarica
May 14, 2025
Radio Onda d`Urto