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Milano, in Piazza Mercanti si leggono i nomi e le testimonianze dei prigionieri politici palestinesi
Se in piazza Duomo a Milano si lotta, nella vicina piazza dei Mercanti ci si raccoglie, si riflette. In quella piazza, le donne del Silenzio per la pace, il gruppo di Porti Aperti contro le morti nel Mediterraneo e altri uomini e donne da anni si trovano regolarmente per denunciare le tante ingiustizie di questo mondo. Così il gruppo che si ritrova in piazza Duomo per la Palestina, quotidianamente, da mesi, trasversale a decine di lotte, di gruppi, di iniziative di questa città, si è dato appuntamento nella stessa piazza dove sei mesi fa aveva letto i nomi delle migliaia di bimbi uccisi a Gaza. In quell’occasione si era deciso di cercare i nomi dei 10mila prigionieri politici palestinesi per leggerli in piazza. Giusto e importantissimo leggere i nomi di coloro che sono stati uccisi, ma urgente e decisivo ricordare coloro che sono a un passo dall’abisso, rinchiusi negli inferni delle carceri israeliane. Liberarli deve essere una priorità. Se quella tra israeliani e palestinesi fosse davvero una guerra, ci sarebbero prigionieri da una parte e dall’altra, ci sarebbero le carceri israeliane e quelle palestinesi. Ogni tanto si farebbe uno scambio di prigionieri, come avviene in tutte le guerre. I gruppi armati palestinesi quel 7 ottobre ci hanno provato, malamente. Hanno cercato di avere prigionieri da scambiare. Li abbiamo chiamati per due anni ostaggi. Va bene, erano ostaggi, ma allora lo sono anche i 10mila palestinesi nelle mani degli aguzzini delle prigioni israeliane. Quei gruppi armati palestinesi ci hanno provato, gli è andata malissimo. In quanti abbiamo pensato che in fondo siano caduti in una trappola? E invece in questi due anni si è palesato il volgare razzismo coloniale dello Stato di Israele, e, ahimè, di buona parte del popolo israeliano. Da queste pagine abbiamo sempre sostenuto quella fetta di popolazione israeliana che lotta a fianco dei palestinesi, gruppi importantissimi, ma ancora insufficienti, devono crescere e crescere. Il razzismo è ancora dominante. Quel regime di apartheid si è squadernato nel momento in cui si è passati da quel rapporto che usarono i nazisti di dieci morti a uno, a quello ordinato dal governo criminale israeliano di 100 a uno. Solo 100 morti palestinesi bilanciano un morto israeliano, un ostaggio israeliano vale 100 ostaggi palestinesi. Ma è uno scambio truccato. Gli ostaggi israeliani sono stati rilasciati a poco a poco: erano uomini e donne ai quali i gruppi che li detenevano davano comunque da mangiare, quando fuori dai nascondigli, nella distruzione totale di Gaza, i bambini morivano di fame. Uomini e donne sui quali non si è sfogata la vendetta, il sadismo, non sono state inferte torture. Non sto separando questa vicenda tra “buoni” e “cattivi”, sarebbe troppo facile e ingenuo. Sto restituendo delle immagini che a gran parte dei potenti del mondo (e quindi a ruota a tutti i loro mezzi di disinformazione e propaganda) sono sembrate normali. È normale vedere uscire dalle carceri israeliane uomini distrutti, fatti a pezzi. È normale che decine e decine di prigionieri siano morti nelle carceri israeliane. È normale che molte volte non siano neppure restituiti i corpi dei morti ai loro cari, o che a questi siano stati espiantati organi. Qual è il limite? C’è? Qualcuno che ha più mezzi delle migliaia di uomini e donne che riempiono le piazze, vuole decidersi a porlo? Se fossimo nella situazione di 90 anni fa, nel 1936 in Spagna, migliaia di giovani starebbero partendo a sostenere una resistenza antifascista. Oggi credo non si faccia non perché non ci siano quei giovani, ma perché la sproporzione degli armamenti è tale che sarebbe solo un massacro in più. Forse già alla partenza ci esploderebbero i telefonini nelle tasche. In questi giorni stanno salpando ancora una volta decine di imbarcazioni verso la striscia di Gaza. Hanno armi? Neanche una. Hanno aiuti. A proposito: che fine hanno fatto gli aiuti della precedente Global Sumud Flotilla? Quelli che erano stati raccolti nei porti, che erano stati caricati? Quelli che il nostro governo a suo tempo disse: “Ma bastava dirlo, li portavamo noi, tornate pure a casa, grazie…” Vergogna. Torniamo a ieri, 17 aprile, Giornata internazionale per i prigionieri politici palestinesi. Decine e decine di donne e uomini si sono raccolti in Piazza Mercanti intorno a un leggio e a un microfono. La piazza era stata allestita magnificamente. Passando si capiva subito di cosa si trattasse. Alle 16.30 è iniziata questa Via Crucis: fogli in mano a persone che erano in fila per leggere la testimonianza di qualcuno che da dentro il carcere raccontava torture, vessazioni, violenze subite, incubi. Stringevano quei fogli come se fossero passati sotto una porta o volati da una feritoia. Parole scritte con mani tremanti da qualcuno che è riuscito ad uscire vivo (?) da quegli inferni. Scritte con le lacrime agli occhi che rende quasi impossibile scrivere. O scritte da uomini o donne che sono riusciti a farlo su pezzi di carta igienica o cartine di sigarette, o che semplicemente hanno passato queste parole di bocca in bocca fino a portarle fuori, come una piccola fiammella accesa che non deve spegnersi. Altro che fiaccola olimpica, qui c’erano lumini protetti da venti e piogge, difesi da corpi martoriati, per far uscire questi brandelli di preziosissime verità, senza le quali nulla sarebbe successo. Quelle parole dicono semplicemente questo: è successo, continua a succedere e dobbiamo fare tutto il possibile per fermare i responsabili di tali atrocità. Dobbiamo, sì, noi. Solo noi che siamo fuori possiamo salvare queste vite. Le resistenze interne non sono più possibili, il cappio si è stretto troppo. Per salvare il pilota statunitense, due settimane fa, si è mobilitato un intero esercito. Noi dobbiamo mobilitare il mondo. Ieri in Piazza Mercanti si sono ascoltate parole messe dentro a bottiglie e gettate in mare, non si è fatta una “celebrazione”. È stato un atto politico, la forte e decisa denuncia di una situazione insostenibile, ma anche una giornata di formazione per attivisti e attiviste i quali, mentre leggevano ed ascoltavano, si ripetevano dentro, uniti, stretti, con accenni di lacrime e con cuori gonfi, la versione del 2026 del motto di allora: “No pasaran!” Per la cronaca: hanno letto tra gli altri l’anziano e amato Basilio Rizzo, a lungo consigliere comunale e  l’ottantenne, ma traboccante energia Moni Ovadia; ha terminato la splendida cantante Silvia Zaru che da pochi giorni ha imparato a memoria, e con ottima pronuncia, una canzone palestinese. Grazie alle donne e agli uomini che hanno organizzato e dato vita a questo ennesimo tassello di un puzzle che somma pezzi ogni giorno, e che dovrà presto “precipitare” in una marea, a riempire le piazze, le strade, al seguito di un popolo che resiste. Oggi intanto a Milano, si misureranno le forze di una destra arrogante, capace di mentire e di ferire, simile a quella di sempre, che riesce a trascinare gente delusa e incattivita; dall’altra parte ci sarà chi si oppone a una deriva raccapricciante e vuole un mondo dove l’amore prevalga sull’odio, la vita sulla morte, la pace e la giustizia su guerra e ingiustizia.     Andrea De Lotto
April 18, 2026
Pressenza
Le carenze alimentari tornano a Gaza mentre Israele inasprisce le restrizioni agli aiuti nascondendole dietro la sua guerra contro l’Iran
di Tareq S. Hajjaj,   Mondoweiss, 19 marzo 2026.  Le restrizioni israeliane sull’ingresso degli aiuti a Gaza inasprite dopo la guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran hanno portato a carenze di beni di prima necessità e a un aumento astronomico dei prezzi, alimentando timori di un ritorno alla carestia. Mercato del Ramadan a Khan Younis in vista dell’Eid al-Fitr, 18 marzo 2026. (Foto: Tariq Mohammad/APA Images) Yousef al-Lahham, 54 anni, ha attraversato la scorsa settimana il mercato di Khan Younis in cerca di cibo, ma non è riuscito a trovare nulla che si potesse anche lontanamente permettere di comprare. I prezzi dei beni di prima necessità nella Striscia di Gaza hanno continuato a salire da quando Stati Uniti e Israele hanno iniziato la loro guerra contro l’Iran. Per i palestinesi a Gaza, che hanno vissuto ripetute ondate di carenze alimentari, carestie causate intenzionalmente da Israele e prezzi alimentari alle stelle, tutto questo sembra familiare. I gazawi hanno iniziato ad avere difficoltà nel mettere insieme abbastanza cibo per preparare un pasto adeguato per le loro famiglie, racconta al-Lahham a Mondoweiss, alimentando timori che la carestia possa presto tornare sulla Striscia. A fine febbraio, il governo israeliano ha ordinato la chiusura totale di tutti i valichi di frontiera verso Gaza all’inizio della guerra con l’Iran, che includeva il taglio di cibo e aiuti umanitari. I prezzi sono subito schizzati alle stelle, aggravati ulteriormente dal fatto che le persone affollano i mercati per fare scorta di beni di prima necessità in previsione di eventuali carenze. Il 3 marzo, Israele ha iniziato a permettere piccole quantità di cibo nella Striscia attraverso il valico di Karam Abu Salem a sud, mentre il valico di Rafah con l’Egitto e quello di Zikim a nord sono entrambi rimasti chiusi. Eppure il numero di camion assegnati per entrare in un solo giorno — oltre 200 che trasportano latticini, bibite, frutta, verdura, cioccolato, cibi surgelati, biscotti e torte — è stato distribuito nelle prime due settimane di marzo. Tra il 1° e il 10 marzo, sono entrati in totale 214 camion, riducendo di fatto il conteggio giornaliero a 40-50. Il 6 marzo, l’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA) ha riferito che la chiusura dei valichi sollevava preoccupazioni riguardo “alla disponibilità di forniture e servizi umanitari, e beni del settore privato.”Le chiusure non hanno solo influenzato l’ingresso di aiuti, carburante e forniture commerciali, ma si estendono anche al “coordinamento dei movimenti umanitari nelle aree e nelle vicinanze dove le truppe israeliane sono ancora dispiegate, evacuazioni mediche, il ritorno di residenti dall’estero e la rotazione del personale umanitario dentro e fuori dall’enclave costiera”, secondo l’OCHA. Al-Lahham afferma che l’effetto più immediato è stato sul costo di tutte le merci essenziali, con i commercianti locali che hanno aumentato i prezzi poco dopo l’inizio della guerra, intuendo che i loro prodotti sarebbero presto scomparsi dal mercato.Al-Lahham racconta che, quando passeggia nei mercati, il suo obiettivo è trovare un tipo di verdura e un tipo di proteina animale, sia pollo che carne. Questo sarebbe sufficiente per il pasto dell’iftar durante il Ramadan. Ma la maggior parte dei giorni torna a mani vuote dopo aver fatto diversi giri al mercato. I mercati stessi sono scarsi e ciò che è disponibile è proibitivamente costoso. In una giornata tipo, poteva trovare cipollotti e prezzemolo, abbastanza per aggiungere un po’ di colore a un piatto. Munis Abu Jazar, lavoratore della Helmi Barbakh Trading Company, afferma che una ragione importante per l’aumento drammatico dei prezzi è l’esperienza passata. Lo scorso Ramadan, i gazawi stavano vivendo una carestia (che fu poi ufficialmente dichiarata dal principale organismo mondiale per il monitoraggio delle carestie). Questo Ramadan, una volta che Israele ha annunciato la chiusura dei valichi, ci fu una corsa al panico verso i mercati. “L’aumento della domanda ha fatto salire i prezzi”, racconta Abu Jazar a Mondoweiss. “La gente ha iniziato a accumulare scorte alimentari per assicurarsi di poter trovare cibo, specialmente durante il Ramadan.” Abu Jazar afferma che ci sono ancora merci nei magazzini che non sono ancora finite, ma la domanda continua sta impedendo ai prezzi di scendere. Se gli attraversamenti restano chiusi, si prevede che le scorte finiranno entro poche settimane. Tuttavia, dice, le istituzioni umanitarie hanno iniziato a portare forniture di prima base, il che ha contribuito a mitigare, ma non a risolvere, l’aumento dei prezzi. Non hanno nemmeno fermato le carenze; L’olio da cucina è completamente finito, soprattutto perché viene usato anche come combustibile per accendere incendi e persino per far funzionare le automobili, mentre alcuni hanno anche iniziato a mescolare olio da cucina con il normale diesel per far funzionare bulldozer per la rimozione delle macerie. Abu Jazar osserva che le merci attualmente in arrivo attraverso i passaggi arrivano a goccia e sono ben lontane dal soddisfare i bisogni della popolazione. Finora, è integrato da riserve, dice. Un altro risultato del cambiamento nella consegna degli aiuti è il forte aumento delle cosiddette “commissioni di coordinamento” che facilitano l’ingresso delle merci attraverso i valichi di frontiera. Questo si basa su un sistema preesistente al confine in cui i commercianti designati responsabili dell’importazione delle merci e della consegna ai venditori locali applicano una tariffa, che molti a Gaza considerano una forma formalizzata di corruzione. Questi mercanti hanno ora iniziato a chiedere tariffe più alte, che giustificano citando l’instabilità causata dalla guerra. Questo contribuisce anche a far salire il prezzo base dei beni importati. Le autorità locali tentano di istituire controlli sui prezzi La maggior parte dei gazawi non accetta la spiegazione di Abu Jazar. Younes al-Lahham afferma che i mercati sono vuoti e la maggior parte dei mercanti ora accumula i propri beni, aspettando che i prezzi salgano ancora di più per ottenere maggiori profitti. “Passo per il mercato ancora e ancora, ma trovo solo cibi che vendono al doppio del prezzo originale,” dice. “Le nostre vite sono dettate da queste fluttuazioni,” si lamenta al-Lahham. “Se i mercanti sentono che il valico chiudrà, aumentano i prezzi o accumulano beni. Se sentono parlare di una guerra, aumentano i prezzi.” Al-Lahham dice che alcune sere può offrire solo pane alla famiglia con il tè. “E anche il tè che beviamo è privo di zucchero, perché lo zucchero non è disponibile a prezzi accessibili,” dice. Gli aumenti dei prezzi hanno spinto interventi governativi, inclusi scorrimenti di mercato volti a imporre controlli sui prezzi dei beni. L’Ufficio Media del Governo di Gaza ha rilasciato una dichiarazione durante la seconda settimana di marzo confermando di aver lanciato una campagna volta a prevenire monopoli e abusi di prezzi, sottolineando che non tollererà alcuna violazione che possa portare allo “sfruttamento dei cittadini.” Secondo la dichiarazione, durante una visita di ispezione sul campo nel governatorato di Khan Younis, sono stati sequestrati circa 3.511 chilogrammi di verdure e frutta da un commerciante che ha deliberatamente aumentato i prezzi. La quantità è stata poi venduta al prezzo ufficiale approvato dalle autorità locali, si legge nel comunicato. L’Ufficio Media elencò anche una serie di altre misure punitive adottate dalle autorità locali contro i commercianti accusati di sovrapprezzo emarginato; A un commerciante di surgelati fu ordinato di vendere 800 chilogrammi di carne e 160 chilogrammi di pollo al prezzo autorizzato250 chilogrammi di carne furono confiscati a un altro mercante; e a Rafah e nei governatorati centrali, le autorità locali detenevano mercanti che avevano aumentato i prezzi e adottavano le “misure necessarie” contro di loro, inclusa la confisca di prodotti alimentari o l’obbligo di venderli al prezzo ufficiale. > Food shortages return to Gaza as Israel tightens aid restrictions under the > cover of its war on Iran Traduzione a cura di AssopacePalestina Non sempre AssopacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.
March 24, 2026
Assopace Palestina
“Occupied Territories” – Libano: una guerra che Israele non ha mai smesso
“È passato meno di un anno e mezzo dall’ultimo conflitto, seguito da una tregua mai rispettata, ed ora una nuova guerra in tre settimane ha già lasciato più di un milione di persone senza casa”, esordisce Fabio Bucciarelli, fotoreporter che per 10 anni ha documentato la realtà quotidiana in Cisgiordania, Striscia di Gaza e Libano con tanti ‘scatti’, 100 in esposizione a Vinovo fino al 3 maggio prossimo. Nella pagina oggi online su Il mondo in cui viviamo, Fabio Bucciarelli spiega: > Dopo più di un anno sono tornato in Libano. > > Era l’ottobre del 2024, quando, a seguito del genocidio di Gaza e > dell’uccisione di Hassan Nasrallah, Israele bombardava il paese, causando > migliaia di morti civili e oltre un milione di sfollati. > > Il primo giorno che sono arrivato, dopo aver preso l’accredito stampa, sono > stato in un cimitero temporaneo a Dahieh, quartiere sciita della città > considerato una roccaforte di Hezbollah. Il cimitero provvisorio, tra terra e > fango, dedicato ai martiri in attesa di una sepoltura migliore, quel giorno ha > accolto quattro vittime: Mohamed Serri, giornalista della televisione > Al-Manar, sua moglie, un combattente e un paramedico. > > A causa dei continui bombardamenti israeliani, delle incursioni terrestri e > degli ordini di evacuazione, molte persone hanno trovato rifugio in scuole > trasformate in centri di accoglienza, lungo il lungomare della città o nello > stadio adattato a shelter temporaneo. In questi giorni, le piogge torrenziali > peggiorano ulteriormente le condizioni dei profughi interni, costretti a > vivere nelle tende. > > Gli attacchi si sono intensificati, provocando numerose vittime e la > distruzione di infrastrutture civili, con oltre un milione di persone che, > secondo le stime, sono state sfollate. > > Oggi la guerra è tornata, con la stessa violenza ma con una nuova maschera. > Dopo l’attacco americano e israeliano all’Iran e la risposta di Hezbollah, che > ha lanciato razzi verso Israele in supporto alla Repubblica Islamica, il > Libano è di nuovo ostaggio di un conflitto che sembra ripetersi come un > copione già scritto. > > I bombardamenti israeliani colpiscono ovunque, dalla capitale al sud. Gli > ordini di evacuazione si moltiplicano e arrivano fino al fiume Litani, nella > parte meridionale del paese che molti in Israele auspicano come nuovo confine, > o almeno come zona cuscinetto. Il rischio è quello di un nuovo massacro in > stile Gaza: distruzione sistematica, bombe per abbattere edifici e > infrastrutture, preparare il terreno all’invasione di terra e nuovi territori > occupati. > > Nemmeno la resilienza delle persone è cambiata, né la resistenza dei > combattenti che, come fantasmi, cercano di fermare l’avanzata dell’IDF. Poco o > nulla si sa di Hezbollah: non ci sono fotografie recenti, non si conosce il > numero delle vittime, nè chiaramente i loro nascondigli o strategia. > > Dal 2 marzo, questa nuova offensiva israeliana ha già causato più di mille > vittime e costretto ancora una volta oltre un milione di persone a lasciare le > proprie case. Oggi, in Libano, circa una persona su cinque è sfollata, il 20% > della popolazione. > > Come in un film già visto, la guerra continua senza fine, alimentata solo > dalla necessità di combattere e di seminare il caos in un paese, dove lo > spettro della guerra civile non è mai scomparso. In occasione dell’esposizione della collezione Occupied Territories a Le Gallerie del Museo Storico del Trentino, il direttore dell’Atlante delle Guerre e dei conflitti nel mondo, Raffaele Crocco, ha commentato: «Questa mostra vuole essere un grido d’allarme. Vicino a noi, poche centinaia di chilometri al di là del mare, si sta consumando una tragedia che ha pochi precedenti, per ferocia e determinazione di chi vuole uccidere. Nel vicino Oriente, Israele ha deciso l’annientamento di un popolo e, contemporaneamente, ha avviato una politica di aggressione in nome di una ipotetica “pace duratura”, da realizzare con la sconfitta definitiva e totale dei nemici: l’Iran e Hezbollah. Quello che si deve fare è documentare il massacro, raccontare il crimine. Fabio Bucciarelli lo ha fatto. È sceso all’inferno per raccontarci cosa accade con le sue foto». Dopo la presentazione nel 2025 a Sarajevo e l’esposizione a Modena e a Trento, fino al 3 maggio 2026 la collezione è in mostra al Castello Della Rovere di Vinovo. “Le immagini prendono vita lungo un percorso fatto di cinquanta steli in ferro che sorreggono le foto, creando una sorta di costruzione fisica che guida i passi dei visitatori tra le sale del castello – spiega la recensione su GUIDA TORINO – Questa scelta di allestimento, curato da Lejla Hodzic, trasforma la visita in una camminata lenta dove ogni scatto – dal ritratto intimo alla scena di strada – aiuta a capire la frammentazione dello spazio e la perdita della libertà di movimento. Le fotografie, nate originariamente per un libro edito da Dario Cimorelli, si allontanano dalla fretta della cronaca per restituire un racconto umano e complesso. Si scoprono così le vite di persone che resistono alla cancellazione della propria identità in un mondo che sembra essersi fermato in un’attesa infinita”. Occupied Territories: Stories from The West Bank, Gaza, and Lebanon – antologia di 100 fotografie di Fabio Bucciarelli, edita con prefazione di Fabio Tonacci, inviato di la Repubblica, a cura di Elena Caldara, Dario Fanelli, Laura G. Maggioni, Daniela Meda e Joan Roig nel 2025 stampata in 1˙300 copie e pubblicata da Dario Cimorelli Editore.   OCCUPIED TERRITORIES STORIES FROM THE WEST BANK, GAZA, AND LEBANON Castello della Rovere – Vinovo (TO) sabato e domenica e festivi, fino al 3 maggio 2026 sabato 15-18.30; domenica 10.30-12.30 e 15-18.30 aperture straordinarie: 6 aprile, 25 aprile 1° maggio orario 10.30-12.30 e 15-18.30       Maddalena Brunasti
March 23, 2026
Pressenza
“Io mi sento a casa quando”: ecco perché bisogna cambiare la narrazione sulle persone migranti
È il momento di cambiare la visione delle persone con fragilità o con background migratorio. È questo l’obiettivo di IMpatto Inclusivo, da perseguire attraverso una narrazione differente. Punto di partenza, un video dal titolo “Io mi sento a casa quando”. Quando si parla di migrazioni, la mente attiva subito dei pre-concetti, degli stereotipi e delle posizioni preconfezionate che, qualunque sia la propria posizione sul tema, generano una percezione distorta, che categorizza e limita milioni di esseri umani in un cliché finendo con il cancellare la loro identità. Se questo è vero in generale, lo è ancor di più in luoghi che spesso assurgono alle cronache. Un esempio è quello del confine di Ventimiglia, la provincia di Imperia, i flussi raccontati come emergenza, i volti che diventano simboli di dolore, di pericolo e che magari vengono strumentalizzati in un verso o nell’altro da questo o quel politico. Nel tempo queste rappresentazioni si sono sedimentate fino a trasformarsi in una lente stabile attraverso cui leggere ogni percorso individuale, ogni mondo interiore. Dentro questo paesaggio simbolico si colloca IMpatto Inclusivo, una rete di realtà del territorio nata nel quadro del programma Territori Inclusivi della Fondazione Compagnia di San Paolo. Per diciotto mesi il progetto ha lavorato su ambiti concreti come casa, lavoro, orientamento e benessere, costruendo percorsi di accompagnamento per persone con fragilità e background migratorio. Accanto alla dimensione operativa, la rete ha scelto di intervenire su un piano meno consueto nei progetti sociali: quello della narrazione. A coordinare IMpatto Inclusivo è Anna Fraioli, progettista sociale attiva da anni nella provincia di Imperia. Quando le chiedo cosa significhi cambiare narrazione, risponde così: «Significa lavorare per cambiare la visione delle persone con fragilità o con background migratorio nel nostro contesto». Il contesto è quello imperiese, fatto di piccoli centri e relazioni ravvicinate. Per Fraioli il punto è spostare lo sguardo dalla figura del “ragazzo che arriva col barcone” verso la persona nella sua interezza. Una persona con competenze, desideri, potenzialità, capace di contribuire alla vita collettiva. Nei primi mesi la rete ha attraversato un percorso di formazione e capacity building proprio su questo tema. Per il territorio si è trattato di un passaggio nuovo. Operatrici e operatori abituati a lavorare sull’inclusione hanno iniziato a interrogarsi sul linguaggio, sulle immagini utilizzate, sui sottintesi che accompagnano anche la comunicazione quotidiana. «È un processo difficile – racconta Fraioli – perché la narrazione è intrinseca in ognuno di noi». Anche chi opera con intenzioni di cura può scivolare in una distinzione implicita tra chi aiuta e chi viene aiutato. La sorpresa è arrivata proprio da questa presa di coscienza. «Ci siamo accorti che esiste questo pensiero stereotipato che crea una distinzione fra noi e loro». Da qui si è aperto un lavoro di riallineamento. La fragilità viene riconosciuta come una condizione che attraversa una fase della vita, mentre l’identità della persona resta più ampia, fatta di risorse, aspirazioni, capacità di generare valore per il territorio. Cambiare narrazione significa far emergere storie che normalmente non vengono raccontate e scegliere con attenzione il modo con cui farle conoscere Il tema della narrazione, in questo quadro, assume una dimensione politica nel senso più concreto del termine. La Fondazione Compagnia di San Paolo insiste su questo aspetto dentro Territori Inclusivi perché le politiche sociali agiscono dentro un immaginario collettivo già formato. Se quell’immaginario è rigido, ogni intervento rischia di essere percepito come concessione o come costo. Se l’immaginario si apre, le stesse azioni vengono lette come investimento comune. Lavorare sulle parole significa intervenire su quella infrastruttura invisibile che orienta le decisioni pubbliche e le relazioni quotidiane. Nel Ponente ligure questo passaggio assume un peso particolare. Il confine ha reso il territorio un luogo simbolico nel racconto nazionale delle migrazioni. Intervenire qui sulla narrazione significa misurarsi con immagini forti e radicate. La rete ha scelto di farlo a partire dall’esperienza concreta delle persone, cercando di tenere insieme dimensione materiale e dimensione culturale. Il video “Io mi sento a casa quando”, realizzato al termine dei diciotto mesi di progetto, raccoglie questa traiettoria. Le testimonianze mostrano storie diverse che convergono su elementi comuni: casa, lavoro, famiglia, benessere mentale, integrazione nel territorio. «Ognuno ha la sua storia e il suo background – spiega Fraioli – ma mettendole vicine sono molto simili». Il bisogno di stabilità come individuo nel mondo attraversa chi arriva da altri Paesi e chi vive da sempre nella provincia di Imperia. Il lavoro sulla narrazione si intreccia anche con la comunicazione verso l’esterno, soprattutto nel rapporto con gli enti pubblici. Qui la sperimentazione è solo all’inizio. Tradurre un cambio di sguardo in pratiche istituzionali richiede continuità e coerenza. La narrazione orienta le priorità, definisce le categorie con cui si leggono i fenomeni, incide sulle scelte. Tutte le esperienze coinvolte in IMpatto Inclusivo indicano che la realtà è più articolata rispetto alla rappresentazione polarizzata che domina nel dibattito pubblico. Le persone cercano condizioni di vita dignitose, relazioni significative, possibilità di partecipazione. La rete ha lavorato su questi ambiti in modo integrato, costruendo connessioni che tengono insieme servizi, accompagnamento e riconoscimento reciproco. Cambiare narrazione significa allora far emergere storie che normalmente non vengono raccontate e scegliere con attenzione il modo con cui farle conoscere. Significa far emergere punti di contatto che permettono a chi ascolta di riconoscersi. In quel riconoscimento si gioca una parte della coesione sociale a cui mira Territori Inclusivi. Come abbiamo riassunto alla fine del video che accompagna questo articolo, “la casa non è un luogo. È qualcosa che costruiamo insieme”. E allora costruiamola questa casa, mattone dopo mattone. Italia che Cambia
March 11, 2026
Pressenza
Processo naufragio Cutro: la Capitaneria negò ai carabinieri l’acquisizione diretta delle conversazioni
Il Comando generale delle Capitanerie di Porto non ha permesso ai carabinieri di Crotone l’acquisizione diretta delle conversazioni intercorse nella notte tra il 25 e il 26 febbraio 2023, quando sulla spiaggia di Steccato di Cutro naufragò il caicco Summer Love, causando la morte di 94 persone. Il dato è emerso nel corso della sesta udienza del processo sui presunti ritardi nei soccorsi alla barca. Sul banco degli imputati figurano quattro militari della Guardia di Finanza e due della Capitaneria di porto accusati di naufragio e omicidio colposo. Un dato fatto emergere dai difensori di due degli ufficiali della Guardia di finanza. Processo naufragio Cutro, testimoniano i carabinieri A dichiararlo, rispondendo alle domande dei legali, sono stati alcuni Carabinieri del Comando provinciale di Crotone che hanno svolto l’attività d’indagine su delega della Procura della Repubblica. In particolare, gli avvocati Tiziano Saporito (difensore di Antonino Lopresti, ufficiale in comando tattico della Guardia di Finanza) e Liborio Cataliotti (difensore di Alberto Lippolis, all’epoca comandante del ROAN di Vibo Valentia) hanno chiesto chiarimenti ai militari dell’Arma — che hanno eseguito l’accesso alla centrale dell’IMRCC (Italian Maritime Rescue Coordination Center) di Roma — sulle modalità di ottenimento dei dati. Motivi di sicurezza, l’Imrcc riversò dati su un dvd “Per motivi di sicurezza non è stato consentito al consulente della Procura di acquisirle direttamente e ci hanno consegnato un DVD sul quale sono stati registrati i dati delle comunicazioni avvenute tra il 24 e il 27 febbraio 2023”, ha spiegato il maresciallo maggiore Salvatore Talerico del Nucleo Investigativo dei carabinieri di Crotone. Alla domanda su chi avesse posto il diniego all’accesso diretto, il luogotenente Cosimo Minosa ha risposto: “Siamo stati ricevuti dal capitano Gianluca D’Agostino (all’epoca dei fatti capo dell’Imrcc) che ci ha illustrato il problema della sicurezza. Il Comando centrale della Capitaneria di Porto non ha consentito di inserire i nostri supporti informatici nei loro apparati, ma ha riversato i dati su un DVD vergine per evitare di ‘contagiare’ i sistemi con possibili spyware o malware. Accanto all’operatore che estraeva i dati richiesti c’erano il consulente della Procura, l’ingegnere Fausto Colosimo e noi”. Parti di audio mancanti Nel corso del controesame dei testimoni è emersa anche una discrepanza tra gli audio delle conversazioni estrapolate al Comando generale delle Capitanerie di Porto e quelli del V MRSC di Reggio Calabria. In pratica, nel file prelevato a Roma non si sente una parte di conversazione che invece è presente negli audio di Reggio Calabria, relativa allo scambio tra le sale operative del Comando regionale della Guardia Costiera e il ROAN della Finanza di Vibo. La frase pronunciata dall’operatore del V MRSC di Reggio Calabria, mancante nell’audio proveniente da Roma, è: “Al momento… noi… unità da far uscire… non”. Opposizione difese ad acquisire trasmissioni tv In apertura di udienza l’avvocato Alice Massara, difensore di Nicolino Vardaro (all’epoca comandante del Gruppo Aeronavale della Finanza di Taranto), si è opposta all’acquisizione nel fascicolo del dibattimento di alcune immagini del caicco Summer Love recuperate dai carabinieri da internet e di una puntata fatte dalla trasmissione il Cavallo e la Torre sul livello politico. Il pm Matteo Staccini si è opposto evidenziando che si trattava di acquisizioni fatte da fonti aperte. Il presidente del collegio penale, Alfonso Scibona, ha spiegato che “sono argomenti che entrano nel fascicolo a prescindere”. I fruscii sull’audio delle conversazioni della Gdf L’avvocato Marilena Bonfiglio, che difende Francesca Perfido, ufficiale della Guardia Costiera in servizio la notte del naufragio presso l’IMRCC, ha chiesto se fosse vero che in alcuni audio prelevati presso il Gran di Taranto della Guardia di Finanza c’erano dei fruscii: “Quando abbiamo aperto le conversazioni – ha detto il maresciallo maggiore Talerico – c’erano dei fruscii, ma non abbiamo fatto accertamenti tecnici si questo: dovete chiedere al consulente”. Fissate le prossime udienze: cambia il calendario Il collegio penale ha modificato il calendario delle udienze annullando quella del 31 marzo per l’impedimento di alcuni avvocati degli imputati. Il nuovo calendario prevede udienze fissate al 24 marzo ore 14.30 con le testimonianze tre le altre dei consulenti della Procura che hanno estratto gli audio (Colosimo ed Indaimo); il 7 aprile alle 14.30 l’udienza sarà dedicata all’esame del consulente tecnico della Procura, ammiraglio Maurizio Carannante; altra udienza il 17 aprile, alle ore 9, per sentire il tecnico del radar della società Almaviva, i pescatori che erano sulla spiaggia la mattina del 26 febbraio 2023, il medico legale  Massimo Rizzo; infine il 28 aprile alle ore 9 previsto il controesame di Carannante. Redazione Italia
March 11, 2026
Pressenza
Processo naufragio Cutro: le comunicazioni tra Guardia di Finanza e Guardia Costiera
Analisi delle conversazioni tra sale operative di Guardia di Finanza e Capitanerie di Porto. La Guardia di Finanza aveva consapevolezza dello scenario in mare e la Guardia Costiera ha fatto affidamento su quello che le veniva comunicato dalla Finanza. Sono questi i due “cluster” che caratterizzano quanto accaduto la notte tra il 25 ed il 26 febbraio 2023 nelle sale operative di chi doveva attivarsi per intercettare e soccorrere il caicco Summer Love, che quella notte naufragò a Cutro causando la morte di 94 persone. Queste parole, “consapevolezza” e “affidamento”, hanno caratterizzato il 17 febbraio la lunga e particolareggiata testimonianza davanti al collegio penale del Tribunale di Crotone del maggiore dei carabinieri Roberto Nicola Cara, nel corso della terza udienza del processo sui presunti ritardi nei soccorsi alla barca schiantatasi sulla spiaggia di Steccato di Cutro. Sul banco degli imputati figurano quattro militari della Guardia di Finanza e due delle Capitaneria di porto. Processo naufragio Cutro, time line degli eventi L’ufficiale dei carabinieri, che ha condotto le indagini delegate dalla Procura della Repubblica di Crotone, ha proseguito nella ricostruzione di quanto accaduto nella notte tra il 25 ed il 26 febbraio, iniziata nella precedente udienza. Una ricostruzione, quella contenuta nell’informativa dei carabinieri, dalla quale emerge la timeline degli avvenimenti: dalla ricezione dell’allarme – alle 23.36 del 25 febbraio – alla partenza delle motovedette della Guardia di Finanza dal porto di Crotone, avvenuta alle 2.30 del 26 febbraio per intercettare il caicco Summer Love. Operazione poi non riuscita per via delle condizioni meteo, a causa delle quali le unità delle Fiamme Gialle hanno dovuto fare rientro nel porto di Crotone. La consapevolezza meteo e la presenza di migranti Durante la sua deposizione al processo sul naufragio di Cutro – che ha riguardato principalmente per ora gli assetti della Guardia di Finanza – il maggiore dei carabinieri ha ribadito che dalle relazioni di servizio e dagli scambi di messaggi si evince la consapevolezza delle condizioni meteo – Mare 4, vento 6 – e il fatto che su quella barca naufragata a Cutro ci fossero dei migranti. Sottolineando che la ricostruzione cronologica dei fatti visti dalla Guardia di Finanza è stata basata esclusivamente su relazioni di servizio perché “al ROAN (Reparto Operativo Aeronavale) di Vibo Valentia non c’era la registrazione delle telefonate”, il maggiore Roberto Nicola Cara ha riportato alcuni dei messaggi scambiati tra ufficiali della Guardia di Finanza, dai quali emergeva la consapevolezza delle condizioni meteo e della natura dell’imbarcazione. “Tra le 23.20 e le 23.32 – ha raccontato Cara – il tenente colonnello Lippolis (che è tra gli imputati) scriveva che si trattava di un natante con migranti a bordo avvistato da Eagle one di Frontex. Il tenente colonnello scrive ‘so migranti’. La replica del maggiore Caiazza (non indagato) è che in realtà non si è visto nessuno, ma è una barca tipica. Poi Lippolis evidenzia che ‘sotto il flier è nero’ riferito alle frequenze infrarosse: significa che c’è presenza termica”. Le chiamate tra ROAN e Guardia Costiera Dagli atti di indagine, inoltre, emerge che alle 23:45 del 25 febbraio il ROAN di Vibo Valentia aveva contattato la Guardia Costiera la quale, pur informata, non aveva ravvisato nell’immediato elementi di criticità tali da avviare un evento SAR, pur dando disponibilità all’impiego di unità in caso di necessità. In questo ambito il maggiore Cara ha riportato la registrazione telefonica acquisita presso la Capitaneria di Porto di Reggio Calabria tra un operatore ROAN e un operatore della Guardia Costiera, nella quale il militare delle Fiamme Gialle dice: “Diciamo che per il momento è attività di polizia che gestiamo noi, eventualmente abbiano necessità vi contattiamo.” L’avvistamento radar non comunicato Nel corso dell’udienza del processo sul naufragio di Cutro, l’ufficiale dell’Arma ha anche segnalato che “alle 3.50 del 26 febbraio l’operatore radar del ROAN segnalava la presenza del target a due miglia da Capo Rizzuto, ma in effetti l’orario corretto è quello delle 3.34 secondo l’acquisizione tecnica fatta presso il radar: il dato è importante perché parliamo di un quarto d’ora, ma è anche vero che allo stesso orario c’è comunicazione con Capitaneria di porto nella quale si dice che non viene battuto nulla al radar”. Sul punto il maggiore ha poi fatto riferimento a una conversazione delle 3.48 registrata presso il V MRSC di Reggio Calabria. Nella conversazione tra l’operatore del ROAN, Giuseppe Grillo (indagato), e quello della Capitaneria reggina “non viene comunicato che 14 minuti prima il radar di Campolongo ha localizzato il natante. L’operatore Roan ammette che l’ultima informazione era delle 21, ma in effetti alle 3.34 il caicco viene visto dal radar di Campolongo e i radaristi sono nella stessa sala accanto all’operatore. È chiaro che dalla lettura delle conversazioni emerge che l’operatore del ROAN, Grillo, che è insieme al radarista nella sala operativa, non comunica la posizione del target conosciuta dalle 3.34. Il ROAN comunica alla Guardia Costiera che le loro unità navali stanno tornando. Da tenere presente che la Guardia Costiera sapeva che in mare c’era solo la motovedetta V5600 e non il pattugliatore Barbarisi”. Inoltre, ha evidenziato il maggiore, solo in questo momento viene chiesto se la Guardia Costiera avesse qualche mezzo in caso di situazione critica. Le comunicazioni della Capitaneria e il rinvio Nella parte finale dell’udienza del processo, il maggiore Cara ha iniziato poi a ricostruire la timeline degli eventi che hanno portato al naufragio di Cutro vista dalla parte della Capitaneria di Porto, sottolineando l’affidamento da parte della Guardia Costiera alle informazioni che arrivavano dalla Guardia di Finanza su condizioni meteo e assetti navali in mare. “In questo caso – ha detto l’ufficiale – oltre alle acquisizioni documentali abbiamo anche il supporto delle registrazioni delle telefonate avvenute sia tra i vari uffici della Capitaneria che di quelle tra Capitaneria e ROAN”. Dall’indagine viene fuori un primo momento di comunicazioni interne ed esterne tra le 23:36 del 25 febbraio (quando il ROAN chiama il comando marittimo di Reggio Calabria per dire che si trattava di un’operazione di polizia) e la mezzanotte del 26 febbraio (con una serie di telefonate tra vari comandi delle Capitanerie di porto per segnalare la situazione e tenersi pronti nel caso di necessità); poi le comunicazioni si interrompono fino alla chiamata delle 3.48 con il ROAN. Udienza processo naufragio Cutro, il 24 superstiti in aula L’udienza del processo sul naufragio di Cutro è stata rinviata al prossimo 24 febbraio, quando in aula dovrebbero essere presenti anche alcuni superstiti e parenti delle vittime. Due giorni dopo, infatti ci saranno le iniziative di commemorazione del terzo anniversario del naufragio. Redazione Italia
February 23, 2026
Pressenza
Processo Naufragio Cutro, i Carabinieri: “Capimmo subito l’emergenza”
In aula i Carabinieri che ricevettero l’SOS. Il racconto della notte della strage Le testimonianze di due brigadieri dei Carabinieri hanno aperto l’udienza del 10 febbraio presso il Tribunale di Crotone. Si tratta della seconda tappa del processo Cutro, incentrato sui presunti mancati soccorsi al caicco Summer Love, il cui tragico naufragio provocò la morte di 94 persone e numerosi dispersi. A rispondere dei reati di naufragio colposo e omicidio colposo plurimo compaiono quattro appartenenti alla Guardia di Finanza e due alla Guardia Costiera. Sul banco degli imputati figurano Giuseppe Grillo, 57 anni, capo turno della sala operativa del Reparto operativo aeronavale (ROAN) della Guardia di Finanza di Vibo Valentia; Alberto Lippolis, 51 anni, comandante del ROAN di Vibo Valentia; Antonino Lopresti, 52 anni, ufficiale in comando tattico della Guardia di Finanza; Nicolino Vardaro, 53 anni, comandante del Gruppo aeronavale della Finanza di Taranto; Francesca Perfido, 41 anni, ufficiale della Guardia Costiera in servizio presso l’IMRCC di Roma e infine Nicola Nania, 52 anni, in servizio al V MRSC della Capitaneria di Porto di Reggio Calabria. Naufragio Cutro, le voci dei testimoni in aula In aula è risuonata la voce dei primi soccorritori, chiamati come testimoni dell’accusa. Sia il collegio penale che le difese avrebbero preferito acquisire le testimonianze già agli atti per accelerare i tempi, ma sono stati gli avvocati di parte civile a opporsi. L’avvocato Verri ha sottolineato l’importanza del dibattimento affermando: “In un processo come questo è importante svolgere l’audizione dei testimoni, nel rispetto della verità e del contraddittorio. È importante che il Tribunale li ascolti e possa porgere domande. Una cosa è la fretta, altra è velocità”. La testimonianza del brigadiere Nicoletta “Ho capito subito che erano dei migranti”, ha dichiarato durante la sua deposizione il brigadiere Lorenzo Nicoletta, in servizio tra il 25 e il 26 febbraio alla centrale operativa dei Carabinieri. Fu lui a ricevere, quasi contemporaneamente, la richiesta di supporto del ROAN e la chiamata di aiuto proveniente dal caicco. Il brigadiere ha raccontato nel dettaglio quei momenti: “Alle 4.08 chiama alla centrale operativa dei carabinieri il Roan della finanza di Vibo Valentia per dirmi che non riuscivano a trovare un target segnalato loro da Frontex alle 23.55 del 25 febbraio e che la loro motovedetta era dovuta rientrare per condizioni meteo avverse. In contemporanea arriva chiamata da un numero internazionale turco. Telefonata durata pochissimi secondi durante i quali una persona diceva di essere in Italia e pronunciava parole al momento incomprensibili. Per esperienza, visto che era già capitato, ho fatto due più due e ho pensato subito che fossero migranti”. Nicoletta ha poi riferito di aver contattato la Capitaneria di Porto di Crotone: “Ho dato per scontato che se la finanza non era arrivata poteva arrivare la Guardia Costiera. La capitaneria mi dice che via terra non poteva mandare nessuno e che in mare c’era la Guardia di finanza che invece mi aveva appena detto che non aveva alcun mezzo”. Il brigadiere, trovandosi al telefono con entrambi gli enti, fece da tramite comunicando i dati meteo forniti dal ROAN alla Guardia Costiera: “Mare 4, vento 5, mi ha detto il Roan”. Nel frattempo, grazie a un applicativo in uso all’Arma, aveva localizzato il numero turco: “Era a Steccato di Cutro”. “Ho avvisato tutti in sei minuti” Il militare ha quindi allertato tutte le unità disponibili, dalla sua pattuglia a Rocca di Neto, giunta sul posto verso le 5:00, a quelle di Petilia Policastro, Cirò Marina e Sellia, chiamando anche i Vigili del Fuoco. “Al 118 già erano stati allertati, non ho chiesto chi li ha chiamati” ha precisato. “In sei minuti ho avvisato tutti”, ha ribadito Nicoletta, aggiungendo un dettaglio drammatico: “Alle 4.31 richiama lo stesso numero turco con urla in sottofondo. Chiedo se era in un’imbarcazione in mare e lui dice yes. Poi cade la linea. Informo la Capitaneria, ma avevo percepito il pericolo già quando mi ha chiamato il Roan”. All’arrivo della Radiomobile di Crotone a Steccato, il capopattuglia comunicò la tragedia alla centrale: “Qui è una strage, ci sono bambini morti, donne morte”. Rispondendo alle parti civili, Nicoletta ha concluso: “Il Roan non chiede di inviare mezzi nautici. Ho anticipato io mandando mezzi via terra. Loro non stavano andando sul luogo”. L’arrivo dei soccorsi e il dramma in spiaggia Dopo Nicoletta ha testimoniato il brigadiere Gianrocco Tievoli, il primo a giungere sulla spiaggia, il quale ha descritto la scena con parole dure: “C’erano persone incastrate sotto la barca. Con il collega ci siamo immersi in acqua per liberarle. Alcune erano in vita. Ad altre abbiamo fatto il massaggio cardiaco”. Il brigadiere ha poi riflettuto sull’intervento: “Se fossimo arrivati prima? Non so quando c’è stato lo schianto, al nostro arrivo c’erano persone che annaspavano. Posso dire che le persone rimaste in vita lo devono anche a noi”. L’udienza del processo Cutro è poi proseguita con la testimonianza del maggiore dei Carabinieri Nicola Roberto Cara. Redazione Italia
February 13, 2026
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