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Terroristi bloccati a Cuba: denunciati da anni, ma rimanevano liberi di agire
Ieri [26/02/2026] le nostre autorità hanno denunciato un tentativo di infiltrazione a fini terroristici da parte di 10 persone, a bordo di un’imbarcazione con targa dello Stato della Florida, negli Stati Uniti. Fin dal primo momento, e avendo rilevato che il mezzo navale proveniva dal territorio degli Stati Uniti, le […] L'articolo Terroristi bloccati a Cuba: denunciati da anni, ma rimanevano liberi di agire su Contropiano.
March 1, 2026
Contropiano
“Niente giochi su un pianeta morto”. Attivisti travestiti da ermellini invadono il centro di Milano
Esponenti di Extinction Rebellion e Rete Artivismo travestiti da ermellini hanno dato vita a una performance nella metropolitana e nelle vie del centro di Milano, per denunciare gli effetti del cambiamento climatico e la falsa soluzione dei Giochi Olimpici, incapaci di dare un futuro alla montagna italiana. Extinction Rebellion, insieme a Rete Artivismo, torna a far sentire la propria voce attraverso una performance che si è svolta sulla metropolitana e nelle vie centrali di Milano. Un gruppo di attiviste e attivisti, travestiti da ermellini, hanno incontrato la popolazione e i turisti presenti in città per i Giochi Olimpici, dando vita a brevi pièce teatrali che denunciano gli effetti del cambiamento climatico, le responsabilità del governo e la falsa soluzione delle Olimpiadi invernali, presentate, per bocca di Matteo Salvini, Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, come un’opportunità: “Sono reo confesso: grazie all’Olimpiade facciamo cose che non hanno a che fare solo con lo sport e che resteranno aiutando tutto il Paese”. “Non vogliamo negare il valore dello sport, ma smentire la narrazione ufficiale delle “Olimpiadi a impatto zero” dichiara Extinction Rebellion. “A fronte di spese ingenti (circa 3,4 miliardi secondi i dati ufficiali), i benefici per i territori montani sono limitati e anzi emergono molte criticità: disboscamento, consumo di suolo, opere realizzate in aree a rischio geologico e infrastrutture che resteranno probabilmente inutilizzate dopo i Giochi”. Secondo i dati scientifici più recenti l’altezza media stagionale del manto nevoso sulle Alpi è diminuita di oltre l’8% ogni dieci anni, mentre la durata della copertura nevosa si è ridotta di circa il 6%. Le proiezioni climatiche indicano che, nel corso del XXI secolo, la neve diventerà sempre più rara al di sotto dei 1.500–2.000 metri di quota, con conseguenze dirette sul turismo invernale, sulla gestione delle risorse idriche e sui servizi ecosistemici.  “Le Alpi si stanno riscaldando a velocità doppia rispetto alla media globale – denuncia Extinction Rebellion – e i territori alpini stanno subendo trasformazioni rapide e devastanti. Secondo le previsioni, tra pochi anni non ci sarà più neve sotto i 2mila metri. Le politiche attuali si sforzano di mantenere vivo il turismo legato allo sci grazie all’innevamento artificiale, una soluzione dispendiosa e ad alto impatto ambientale. Per questo ci chiediamo: stiamo celebrando una festa dello sport o il funerale della montagna?”. La crisi degli sport invernali è già evidente. Il monitoraggio annuale di Legambiente mostra una situazione paradossale:  in Lombardia, Veneto e Trentino sono stati censiti 78 impianti e edifici dismessi legati allo sci, mentre crescono gli investimenti nell’innevamento artificiale, spesso in territori sempre più poveri d’acqua. In alcuni casi si è arrivati a soluzioni estreme, come il trasporto della neve in elicottero. Un vero e proprio “accanimento terapeutico” su un settore strutturalmente compromesso, che continua a ricevere risorse pubbliche pur restando elitario e poco accessibile, se pensiamo che uno skipass giornaliero sulle Dolomiti costa circa 80 euro. La scelta dell’ermellino come specie simbolo non è casuale. Questo piccolo mammifero, scelto come mascotte dei Giochi, è noto per la sua capacità di cambiare colore durante i mesi invernali: dal marrone al bianco, per mimetizzarsi nel manto nevoso ed eludere così i predatori. Oggi, a causa della mancanza di neve, questa strategia di sopravvivenza è diventata controproducente: il pelo bianco rende infatti l’animale più visibile e facile preda di volpi e rapaci. “Con questa azione vogliamo rilanciare il dibattito sul futuro della montagna italiana, che non può dipendere dal turismo dello sci e dai grandi eventi come i Giochi invernali, che concentrano risorse e investimenti in modo poco trasparente. Riteniamo fondamentale coinvolgere le popolazioni e i soggetti della società civile nelle decisioni che riguardano i loro territori, come è anche previsto dalla Convenzione di Aarhus, sottoscritta dall’Italia”. FONTI Borgna I. (2025), «Da mascotte delle olimpiadi di Milano-Cortina a specie a rischio estinzione: ma gli organizzatori dei giochi invernali hanno però la possibilità di aiutare gli ermellini» https://www.ildolomiti.it/altra-montagna/ambiente/2025/da-mascotte-delle-olimpiadi-di-milano-cortina-a-specie-a-rischio-estinzione-gli-organizzatori-dei-giochi-invernali-hanno-pero-la-possibilita-di-aiutare-gli-ermellini Gobiet A. et al. (2014), «21st century climate change in the European Alps – A review», Science of The Total Environment, 493, 1138-1151, https://doi.org/10.1016/j.scitotenv.2013.07.050. Intergovernmental Panel on Climate Change (2021), Climate Change 2021: The Physical Science Basis, in www.ipcc.ch. Legambiente (2025), Nevediversa. Una montagna diversa è possibile? Il punto sul turismo invernale nell’era della crisi climatica, https://www.legambiente.it/attivita-scientifiche/nevediversa. Kotlarski S. et al. (2023) «21st Century alpine climate change», Climate Dynamics 60, 65–86, https://doi.org/10.1007/s00382-022-06303-3. Matiu M. et a. (2021), «Observed snow depth trends in the European Alps: 1971 to 2019», The Cryosphere 15, 1343-1382, https://doi.org/10.5194/tc-15-1343-2021. Michelini L. – Vacchiano G. (2024), «L’impatto simbolico ed ecologico del taglio del bosco di larici a Cortina per la pista di bob», Altreconomia, https://altreconomia.it/limpatto-simbolico-ed-ecologico-del-taglio-del-bosco-di-larici-a-cortina-per-la-pista-di-bob/. Portale delle opere per Milano-Cortina 2026: https://www.simico.it/piano-delle-opere/. UNCEM Unione Nazionale Comuni Comunità Enti Montani (2025), Rapporto Montagne Italia 2025: Istituzioni movimenti innovazioni. Le Green Community e le sfide dei territori, Rubbettino, Soveria Mannelli.   Extinction Rebellion
February 21, 2026
Pressenza
Lettera aperta al mondo: da Cuba una donna denuncia il crimine che nessuno vuole vedere
All’umanità intera, alle madri del mondo, ai medici senza frontiere, ai giornalisti con dignità, ai governi che credono ancora nella giustizia: Il mio nome è come quello di milioni di altre persone. Non ho cognomi famosi né cariche importanti. Sono una cubana comune. Una figlia, una sorella, una patriota. E scrivo questo con l’anima straziata e le mani tremanti, perché quello che oggi vive il mio popolo non è una crisi. È un omicidio lento, calcolato, freddamente eseguito da Washington. E il mondo guarda dall’altra parte. Denuncia per i miei nonni: Denuncio che a Cuba ci sono anziani che muoiono prematuramente perché il blocco impedisce l’arrivo di farmaci per il cuore, la pressione e il diabete. Non è una questione di mancanza di risorse. È un divieto deliberato. Le aziende che vogliono vendere a Cuba vengono multate, perseguitate, minacciate. I loro governi tacciono. E nel frattempo, un nonno cubano stringe il petto e aspetta. La morte non avvisa. Il blocco sì. Denuncia per i miei bambini: Denuncio che a Cuba ci sono incubatrici che hanno dovuto essere spente per mancanza di carburante. Che ci sono neonati che lottano per la vita mentre il governo degli Stati Uniti decide quali Paesi possono venderci petrolio e quali no. Che ci sono madri cubane che hanno visto mettere in pericolo la vita dei loro figli perché un ordine firmato in un ufficio di Washington vale più del pianto di un bambino a 90 miglia dalle sue coste. Dov’è la comunità internazionale? Dove sono le organizzazioni che difendono tanto l’infanzia? O forse i bambini cubani non meritano di vivere? Denuncia per la fame intenzionale: Denuncio che il blocco è fame programmata. Non è che manchi il cibo perché sì. È che ci impediscono di comprarlo. È che le navi con i generi alimentari vengono perseguitate. È che le transazioni bancarie vengono bloccate. È che le aziende che ci vendono cereali, pollo, latte vengono sanzionate. La fame a Cuba non è un incidente. È una politica di Stato del governo degli Stati Uniti, affinata nel corso di 60 anni, aggiornata da ogni amministrazione, inasprita da Donald Trump e attuata con ferocia da Marco Rubio. Loro la chiamano “pressione economica”. Io la chiamo terrorismo della fame. Denuncia per i miei medici: Denuncio che i nostri medici, gli stessi che hanno salvato vite umane durante la pandemia mentre il mondo intero crollava, oggi non hanno siringhe, né anestesia, né apparecchiature a raggi X. Non perché non sappiamo produrli. Non perché non abbiamo talento, ma perché il blocco ci impedisce di accedere alle forniture, ai ricambi, alla tecnologia. I nostri scienziati hanno creato cinque vaccini contro il COVID-19. Cinque. Senza l’aiuto di nessuno. Contro venti e maree. Contro il blocco e le menzogne. Eppure, l’impero ci punisce per averlo realizzato. Al mondo dico: Cuba non chiede l’elemosina. Cuba non chiede soldati. Cuba non chiede che ci amiate. Cuba chiede giustizia. Niente di più. Niente di meno. Vi chiedo di smettere di normalizzare la sofferenza del mio popolo. Vi chiedo di chiamare il blocco con il suo nome: crimine contro l’umanità. Vi chiedo di non lasciarvi ingannare dalla favola del “dialogo” e della “democrazia” mentre ci strangolano. Non vogliamo carità. Vogliamo che ci lascino vivere. Ai governi complici che tacciono: La storia vi presenterà il conto. Ai media che mentono: La verità trova sempre una via d’uscita. Ai carnefici che firmano sanzioni: Il popolo cubano non dimentica e non perdona. A coloro che hanno ancora umanità nel cuore: Guardate Cuba. Guardate cosa le stanno facendo. E chiedetevi: da quale parte della storia voglio stare? Da questa piccola isola, con un popolo gigante, una cubana comune che si rifiuta di arrendersi. Ikay Romay Tradotto e divulgato da Associazione Svizzera-Cuba, Sezione Ticino ticino@cuba-si.ch https://www.facebook.com/ASCTicino/?locale=it_IT https://www.cuba-si.ch/it/   Redazione Italia
February 16, 2026
Pressenza
No alla campagna mediatica contro associazioni palestinesi in Italia
Come giornaliste/i e operatori dell’informazione, condanniamo con forza la campagna mediatica orchestrata da molte/i colleghe/i e testate giornalistiche contro associazioni e gruppi palestinesi in Italia. Esprimiamo la nostra piena solidarietà al Centro Culturale Handala Ali, ai Giovani Palestinesi d’Italia (GPI), all’Unione Democratica Araba Palestinese (UDAP), all’Associazione dei Palestinesi in Italia (API), e a Mohammad Hannoun, Mohamed Shahin, Suleiman Hijazi, Anan Yaeesh, Omar Korichi, Brahim Baya e tutti coloro che vedono costantemente i propri nomi e volti esposti sulle pagine dei giornali, subendo gogna mediatica, diffamazione, pressione psicologica e il terrore di esprimere liberamente le proprie opinioni. L’arresto di Mohamed Shahin – ora libero – avvenuto il 24 novembre 2025 a seguito di un articolo de La Stampa che ha innescato l’interrogazione parlamentare di Augusta Montaruli (Fratelli d’Italia) ci ha allarmati profondamente. E ci costringe ad essere ancora più rigorosi su ciò che scriviamo, poiché può avere conseguenze devastanti per le persone. Riteniamo estremamente pericolosa questa pratica di articoli e servizi televisivi che prendono di mira singole persone, soprattutto con origini arabe e palestinesi. Negli ultimi due anni, assistiamo a uno schema inquietante: durante le mobilitazioni per la Palestina, le persone arabe subiscono conseguenze più severe sia sul fronte legale che mediatico. Costantemente violiamo la deontologia professionale quando pubblichiamo i volti di persone ancora sotto processo, accostandoli ad aggettivi diffamatori e associandole al “terrorismo”. Diffondere nomi e cognomi di indagati o già assolti viola il principio della presunzione di innocenza. Questo modo di fare giornalismo non solo crea gravi problemi legali alle persone coinvolte, ma provoca danni psicologici permanenti per l’esposizione mediatica improvvisa, soprattutto quando accompagnata da articoli denigratori e epiteti offensivi, non solo ai singoli, ma all’intera comunità. Il giornalismo richiede rigore e cautela, deve tutelare chi non ha voce nei media e proteggere i soggetti vulnerabili. Non può diventare uno strumento del potere per reprimere. Diversi avvenimenti provano che le istituzioni italiane stanno prendendo di mira la comunità palestinese in Italia. La recente circolare del Ministero dell’Istruzione che chiede alle scuole di indicare il numero di studenti palestinesi presenti senza specificare obiettivi, tutele o progetti educativi rappresenta un passaggio molto grave. Anche la scuola pubblica rischia di essere coinvolta in pratiche di controllo e sospetto, trasformando i minori in categorie da monitorare. Al di là delle smentite ufficiali, questa richiesta è un segnale politico inquietante: invece di proteggere, lo Stato espone e isola una comunità già sotto pressione. Si tratta di una deriva autoritaria che rigettiamo in toto. Tutto questo porta come conseguenze il silenziamento della comunità palestinese italiana, la distrazione dal genocidio del popolo palestinese perpetrato da Israele, il rafforzamento delle organizzazioni filo-israeliane in Italia, e il rinforzo della narrazione e dell’immagine del governo Meloni, di cui la premier Giorgia Meloni, il Ministro degli Esteri Antonio Tajani, e quello della Difesa Guido Crosetto sono stati denunciati per “concorso in genocidio” alla Corte Penale Internazionale. Questi attacchi si inseriscono in un contesto più ampio di schedature di palestinesi e solidali, sorveglianza politica e proposte di legge come il DDL Gasparri e il DDL Delrio, che ampliano gli strumenti repressivi e confondono deliberatamente antisionismo e antisemitismo. Il DDL sull’antisemitismo – ovvero l’adozione della definizione di antisemitismo dell’Alleanza Internazionale per la Memoria dell’Olocausto (IHRA), che tra le varie cose descrive come “antisemita” anche molte forme di critica ad Israele, e le manifestazioni in cui vengono pronunciati diversi slogan  –   è stato appena approvato dalla maggioranza alla Commissione Affari costituzionali del Senato. Noi denunciamo la pericolosità di questa decisione. Ribadiamo con forza che l’antisionismo è l’opposizione ad un progetto colonialista, suprematista, razzista e imperialista, mentre l’antisemitismo è una forma di razzismo, che non ha nulla a che fare con Israele e il genocidio del popolo palestinese. Rifiutiamo categoricamente questo accostamento che mira a limitare la libertà di espressione, di critica e la solidarietà con il popolo palestinese. Condanniamo le colleghe e i colleghi che non rispettano la deontologia professionale e mettono in pericolo la comunità palestinese italiana e chiediamo all’Ordine dei Giornalisti di applicare le sanzioni previste per questi casi. FIRMATARI Sara Manisera – FADA Collective Arianna Poletti – FADA Collective Anna Toniolo – FADA Collective Pierluigi Bizzini – FADA Collective Arianna Pagani – FADA Collective Dalia Ismail Stefania Cingia Federica Bonalumi Marina Lombardi Nuri Fatolahzadeh Cecilia Dalla Negra – Orient XXI Italia Filippo Taglieri Sara Tanveer Carolina Sophia Pedrazzi Alessandro Stefanelli Federica Rossi Dario Morgante Rivista La Rivolta Aurora Campus Leonardo Passeri Adil Mauro Isabella Balena Nicolò Cozzolino Camilla Donzelli Melissa Aglietti Davide Traglia Gabriele Grosso Ciro Giso – Marea Media Carla Monteforte Sara Ramzi Federico Tisa Ludovica Jona Flavio Novara Lucrezia Tiberio Elena Del Col Alae Al Said Alessia Manzi Lavinia Nocelli Sofia Turati – Marea Media Benedetta Pagni Angelo Boccato Lorenzo Di Stasi Davide Lemmi – FADA Collective Teresa Di Mauro Simone Manda Marco Simoncelli – FADA Collective Vittoria Torsello – Marea Media Valeria Rando Beatrice Cambarau Tommaso Siviero – FuoriFuoco Cecilia Ferrara Angela Falconieri Chiara Pedrocchi Marco Albertini Benedetta Torsello Francesca Maria Lorenzini Giulio Tonincelli Pamela Cioni Federica D’Alessio Martina Ucci Chiara Paolini Alba Nabulsi Marianna Lentini Monica Alessandra Lupo Lara Gigante Roberta Lippi Luca Gringeri Laura Lesèvre Raffaele Riccardo Buccolo Francesca Fornario Lorenzo Forlani Shady Hamadi Claudia Carpinella Carolina Trocchia Tonia Scarano Ilario D’Amato Salvatore De Rosa Savin Mattozzi – Marea Media Francesca Ferrara Fabrizio Ferraro Giuseppe Carrella Carlotta Therry Parrotta Gianluca Grimaldi Antimafia Duemila Marta Bellingreri – SyriaUntold Antonio Antonucci Redazione Italia
February 8, 2026
Pressenza
Donne in Nero, protesta e solidarietà
Credo che prima o poi tutti si siano imbattuti in un presidio di Donne in Nero. Nel mondo se ne contano molti gruppi, si stima più di 10mila donne. Ma chi sono, quando sono nate? Ebbene, il primo gruppo fu costituito da 9 donne israeliane a Gerusalemme nel 1988, ai tempi della prima Intifada. Loro non erano sioniste, anzi, protestavano contro l’occupazione dei territori palestinesi da parte di Israele. Volevano sostenere in modo pacifico la lotta palestinese, perciò cominciarono a stare in piedi nelle vie cittadine con cartelli neri a forma di mano che chiedevano la fine dell’occupazione. In silenzio e vestite di nero, a lutto, in modo semplice e visibile. Presto furono affiancate da donne arabe e si diffusero anche altrove, con gruppi autonomi senza gerarchie. Attraverso una visione femminista utilizzarono i loro corpi anche per stabilire un legame simbolico tra l’occupazione dei territori palestinesi e l’occupazione  maschile del corpo della donna non consenziente: brutalità violenta militare e patriarcato. Anche oggi in Israele si tengono regolarmente veglie in quattro località. Nel nostro piccolo anche a Viareggio una dozzina di donne in nero si trovano ogni giovedì (giorno di mercato). Il loro striscione “storico” porta una frase lapidaria e definitiva di Lidia Menapace: fuori la guerra dalla storia. A questo si aggiungono svariati cartelli con slogan pacifisti. Oggi il tema particolare era il sostegno alle donne kurde del Rojava, un prezioso esperimento di democrazia partecipata a guida femminile che rischia di essere distrutto dalle forze siriane. La Casa delle Donne di Viareggio ha un rapporto privilegiato con queste comunità. A loro va tutta la nostra solidarietà. Redazione Toscana
January 29, 2026
Pressenza
I diffamatori… denunciano per diffamazione!
Nella scia del crescente clima repressivo che si respira nel paese, quattro nostri militanti, tra cui Giorgio Cremaschi e Bianca Tedone del Coordinamento Nazionale di Potere al Popolo, sono stati raggiunti dall’accusa di diffamazione per il presidio dello scorso 10 luglio sotto la sede della redazione de “Il Giornale” e […] L'articolo I diffamatori… denunciano per diffamazione! su Contropiano.
January 21, 2026
Contropiano
Assange denuncia la Fondazione Nobel: “trasformato il Premio per la pace in “strumento di guerra”
Julian Assange ha presentato una denuncia penale oggi in Svezia accusando 30 individui associati alla Fondazione Nobel, compresa la sua leadership, di aver commesso presunti crimini gravi, tra cui il reato di appropriazione indebita grave di fondi, facilitazione di crimini di guerra e crimini contro l’umanità e finanziamento del crimine […] L'articolo Assange denuncia la Fondazione Nobel: “trasformato il Premio per la pace in “strumento di guerra” su Contropiano.
December 18, 2025
Contropiano
Solidarietà a Francesco Rizzo colpevole di aver lottato contro il regime Morselli
L’Unione Sindacale di Base esprime la solidarietà di tutta l’organizzazione al proprio dirigente sindacale Francesco Rizzo, già dipendente dell’ex Ilva, denunciato dall’allora Amministratore Delegato di Arcelor Mittal, Lucia Morselli e dal direttore delle risorse umane della stessa azienda Arturo Ferruccio ai sensi dell’art.595 del Codice di procedura Penale per il […] L'articolo Solidarietà a Francesco Rizzo colpevole di aver lottato contro il regime Morselli su Contropiano.
December 13, 2025
Contropiano
Censura, anche Milano si muove
La sera di martedì 9 dicembre si è tenuta presso Casa Rossa un’assemblea popolare particolarmente partecipata, convocata dal Coordinamento per la Pace di Milano. Erano presenti circa quaranta persone provenienti da realtà diverse: alcune in rappresentanza dei propri movimenti, partiti politici, sindacati, comitati e molte persone individualmente interessate al tema dell’appello: il sistema guerra, la propaganda e la censura. L’invito all’assemblea è scaturito dal secondo grave episodio di censura che si è consumato a Torino nell’arco di un mese ai danni del Prof. Angelo D’Orsi (già ospite in diverse occasioni a Milano) e del Prof. Alessandro Barbero. Numerose e prestigiose le adesioni che sostenevano l’evento: Elena Basile, Moni Ovadia, Alessando Di Battista e Marco Travaglio, solo per citarne alcune. L’evento che si sarebbe dovuto svolgere il 9 dicembre presso il Teatro Grande Valdocco dei salesiani, “Democrazia in tempo di guerra. Disciplinare la cultura e la scienza, censurare l’informazione” è stato pretestuosamente annullato. Chi segue l’informazione indipendente sa che ad oggi si sono verificati molteplici episodi di censura e di intimidazione, colpendo il pensiero che non si allinea a quelle “fonti istituzionali” (come voleva la mostra su Complottismo e fake news alla facoltà di filosofia della Statale di Milano nel febbraio 2024) dove si vorrebbe che tutti ci abbeverassimo. Ricordo solo alcuni casi: il Teatro Oscar di Giacomo Poretti che ha censurato a Milano un convegno dell’Associazione Verità Nascoste a una settimana dalla sua realizzazione per la presenza di un relatore russo; un’interrogazione alla Commissione Europea con richiesta di chiusura del canale televisivo BYOBLU, da parte della sua vicepresidente Pina Picerno, per aver avuto l’ardire di realizzare un’intervista on-line con il giornalista russo Vladimir Soloviev;  il giornalista Gabriele Nunziati licenziato dall’Agenzia Nova dopo aver posto una domanda giudicata “fuori luogo” alla portavoce della Commissione Europea, Paula Pinho, sulla possibilità che Israele finanzi la ricostruzione di Gaza, paragonandola al caso dell’Ucraina e della Russia; la censura di YouTube che ha eliminato 3 canali e oltre 700 video di organizzazioni palestinesi per i diritti umani che testimoniavano i massacri ad opera di Israele in Palestina; la chiusura dei conti correnti bancari di Frédéric Baldan per aver denunciato Ursula von der Leyen nel suo libro “Ursula Gates – La von der Leyen e il potere delle lobby a Bruxelles”; artisti e musicisti a cui è stato vietato di esprimersi e così via… una tristezza infinita. La folta partecipazione all’assemblea milanese testimonia dell’urgenza, della preoccupazione e del bisogno di fare qualcosa, di unirsi per denunciare la deriva antidemocratica e anticostituzionale in cui siamo già precipitati e di farlo in una città come Milano, che rispetto al tema pare piuttosto dormiente. Dopo una breve introduzione, hanno preso la parola i partecipanti per allargare la discussione attraverso uno scambio di opinioni, opportunità e modalità pratiche organizzative, quali luoghi dove ripetere l’evento torinese a Milano. Si è vista la necessità di fare rete con altre città, di tenere vivo l’interesse mediante iniziative rivolte direttamente alla gente nelle piazze, oltre al grande evento che si vuole replicare. Sono stati creati tre gruppi di lavoro: verifica spazi, comunicazione, relazione con relatori e gruppi. L’obbiettivo è dare una spinta per la creazione di un gruppo che si occupi di censura particolarmente declinato sui temi: No censura! No russofobia! No riarmo e guerra! Il fatto di Torino è grave in sé, ma è solo l’ultimo in ordine di tempo. Ciò che è cambiato è il calibro dei personaggi coinvolti e in particolare quello del prof. Barbero che, con oltre un milione di followers, di cui tantissimi giovani, ha suscitato articoli su giornali, dichiarazioni di sostegno e un sit-in di protesta davanti al Comune di Torino il 9 dicembre. Una delle tattiche che usa il potere per agire indisturbato verso i suoi obbiettivi è quella di censurare, ma in questa occasione sarebbe stata forse più opportuna quella dell’ignorare (tattica che ben conosciamo e che abbiamo subito) perché è rischioso attaccare frontalmente personaggi di questo calibro. Ma tant’è, i volonterosi carnefici del potere sono per nostra fortuna anche stupidi e arroganti. Questo scivolone, frutto probabilmente di un eccesso di zelo, o forse di tanta paura, è un’occasione unica per costruire finalmente un fronte comune, sia per essere solidali, ma anche e soprattutto per stigmatizzare, denunciare e resistere a  quello che è il fattore fondamentale che muove indisturbato le guerre, scatena odio e separazione, induce paure e plagia coscienze: la censura, la manipolazione dell’informazione e la propaganda! Non basteranno una manifestazione o un evento, ma la stigmatizzazione della censura dovrà essere un leitmotiv di tutte le nostre iniziative e azioni. Loretta Cremasco
December 10, 2025
Pressenza
Borse di studio per studenti e studentesse palestinesi: un’umanità dimezzata
La Conferenza dei rettori delle università italiane (CRUI) coordina un progetto di borse di studio deliberate e messe a disposizione dalle università italiane e destinate a studenti e studentesse palestinesi residenti nei Territori Palestinesi affinché possano iscriversi a corsi di studio in Italia per l’anno accademico 2025/2026 (Progetto IUPALS – Italian Universities for Palestinian Students). Ai primi di ottobre riceviamo questa lettera da Maha, un’architetta di Gaza destinataria di una di queste borse: Mi chiamo Maha. Sono un’architetta palestinese di 31 anni originaria di Gaza e, soprattutto, sono una madre. Oggi scrivo con il cuore pieno di speranza, ma anche oppresso dalla paura: speranza per il futuro di mio figlio e paura che questo futuro gli venga portato via. Mio figlio di 7 anni non conosce altro nella vita che il rumore della guerra. Ora è in grado di distinguere i diversi suoni dei jet da combattimento e delle esplosioni. Questo non è qualcosa che un bambino dovrebbe mai imparare. Dovrebbe andare a scuola, fare sport, imparare la musica, non addormentarsi con la “musica” delle bombe. Recentemente mi è stata concessa una borsa di studio in Italia attraverso il programma IUPALS per conseguire il master in architettura, un’opportunità per cui ho lavorato instancabilmente, anche in mezzo alla guerra. Questa borsa di studio rappresenta un nuovo inizio sia per me che per mio figlio, un’occasione per ricostruire le nostre vite con dignità, sicurezza e speranza. Dopo aver preparato tutti i documenti richiesti, ho informato sia l’università (Università RomaTre) che l’amministrazione della borsa di studio che dovevo essere accompagnata da mio figlio. La richiesta di mio marito di unirsi a noi è stata respinta e, nell’interesse di nostro figlio, ho accettato di viaggiare da sola con lui. L’università ha approvato la mia richiesta e ha confermato che, secondo la legge italiana, uno studente ha il diritto di essere accompagnato dal proprio figlio. Anche il programma IUPALS ha approvato la nostra richiesta e inoltrato le nostre informazioni al Consolato italiano a Gerusalemme. Tutto era pronto, finché non ho ricevuto una telefonata dal Consolato. L’impiegata mi ha chiesto: “È interessata a essere evacuata da sola?”. Sono rimasta scioccata. Ho spiegato che il nome di mio figlio era incluso insieme al mio. Lei ha risposto: “Sì, ma solo lei è stata approvata per l’evacuazione, non suo figlio”. Quelle parole mi hanno distrutta. Come si può pretendere che una madre lasci il suo unico figlio in una zona di guerra? Ora mi trovo di fronte a una scelta impossibile: perdere la borsa di studio che ho guadagnato con anni di sforzi e sacrifici, o separarmi da mio figlio, cosa che semplicemente non posso fare. Lasciare mio figlio a Gaza significherebbe abbandonarlo a una vita senza sicurezza, istruzione o cure. Mio marito lavora dalle 7 del mattino alle 7 di sera tutti i giorni solo per garantire il minimo indispensabile per la sopravvivenza. La mia famiglia vive fuori Gaza e i genitori di mio marito sono anziani e sfollati dopo che la nostra città natale, Beit Hanoun, è stata completamente rasa al suolo. Ora viviamo senza un riparo adeguato a Deir al-Balah. In tali condizioni, mio figlio rimarrebbe completamente solo, vulnerabile, spaventato e privato anche dei più semplici diritti dell’infanzia. Non sto chiedendo un sostegno finanziario per mio figlio; sono pienamente disposta a coprire tutte le sue spese. Non si tratta di una questione finanziaria, ma umanitaria. Si tratta di salvare la vita e il futuro di un bambino. Prima della guerra, la mia vita a Gaza era piena di significato e di successi. Mi sono laureata seconda nella mia classe in Architettura e ho continuato a lavorare come designer e project manager, costruendo una carriera promettente. Gaza è il luogo in cui ho costruito sia la mia vita professionale che la mia famiglia. Nonostante abbiamo sopportato quattro guerre, siamo sempre riusciti a ricostruire e a mantenere viva la speranza. Ma dopo oltre 733 giorni di guerra continua, non c’è più nulla da ricostruire. Ho perso la mia casa, i miei averi e molti dei miei cari: amici e parenti la cui assenza continua a spezzarmi il cuore. Vivo nella paura costante di perdere altro, terrorizzata persino dall’idea di essere separata da mio marito o da mio figlio anche solo per un istante, perché qui le perdite di vite arrivano senza preavviso. Eppure mi rifiuto di arrendermi, non per me stessa, ma per mio figlio. Lui merita un futuro in cui le sue giornate siano piene di apprendimento, non di paura. Merita di vedere un mondo pacifico, non in fiamme. Merita la possibilità di sorridere di nuovo.   Mi appello alle autorità italiane e a tutti coloro che hanno il potere di aiutarmi: per favore, non costringetemi a scegliere tra la mia istruzione e mio figlio. Permettetemi di viaggiare con mio figlio, come madre, come studiosa e come essere umano che ha sopportato più di quanto chiunque dovrebbe sopportare. Ho visto con quanto orgoglio il Ministro degli Affari Esteri ha accolto gli studenti dell’IUPALS durante la precedente evacuazione. È stato un momento bellissimo, simbolo di speranza e solidarietà. Dopo tutto quello che ho passato, ora mi verrà negato lo stesso diritto, solo perché mi rifiuto di lasciare mio figlio in una zona di guerra? Chiedo alla dirigenza dell’Università di intervenire immediatamente e di comunicare direttamente con il governo italiano e il Consolato per aiutare a risolvere questa situazione urgente. Mi appello anche alla comunità universitaria – professori, personale e studenti – che negli ultimi due anni ha dimostrato solidarietà al popolo palestinese, affinché ora mi sostenga personalmente e mi aiuti a garantire il mio legittimo diritto di viaggiare insieme a mio figlio. Sogno il giorno in cui io e mio figlio arriveremo insieme a Roma, scendendo dall’aereo per iniziare una nuova vita all’insegna della sicurezza e della dignità. Aiutatemi a realizzare questo sogno.  Maha Con perfetto tempismo, all’approssimarsi dall’imbarco dei primi contingenti di borsiste/i il 27 ottobre 2025 la CRUI aggiorna la propria pagina dedicata al progetto IUPALS, che peraltro richiede praticamente una corsa ad ostacoli quasi impossibile per potervi accedere, specificando che: (…)  il Progetto IUPALS, per cui è attivata l’evacuazione da Gaza con l’assistenza del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, prevede esclusivamente borse di studio deliberate e gestite dagli atenei aderenti e non si occupa di ricongiungimenti familiari. Come segnalato dalle autorità compenti, gli interessati potranno attivare le richieste di ricongiungimento familiare una volta regolarizzata la propria posizione in Italia con permesso di soggiorno e presentando domanda presso le Prefetture del luogo di residenza. A fine ottobre riceviamo un’altra mail da Maha, che tra le altre cose ci spiega come ci sia una totale chiusura burocratica che definiremmo a questo punto disumanizzante: (…) È stata inviata una lettera congiunta a nome mio e di tutti gli altri studenti che hanno una famiglia – circa 10 studenti su 150 che sono stati ammessi – al Ministero degli Affari Esteri. Siamo rimasti sorpresi dalla dichiarazione pubblica ufficiale del Ministero, in cui si affermava che gli studenti non sono autorizzati a viaggiare con le loro famiglie perché i Paesi di transito non lo consentono. Hanno aggiunto che avremmo potuto richiedere il ricongiungimento familiare in un secondo momento, ma tale processo richiede anni. L’evacuazione a cui dovevo partecipare è avvenuta il 22 ottobre e i 49 studenti sono partiti senza di me, perché non sono riuscita a ottenere la conferma che mio figlio potesse unirsi a me. Ma come posso lasciare mio figlio di 7 anni in una zona di guerra che non è sicura? D’altra parte, come posso rinunciare a questa opportunità di studio conquistata con tanta fatica, per la quale ho lavorato così duramente, anche mentre le bombe cadevano sulle nostre teste? Avevo già accettato con tristezza di partire senza mio marito, ma partire senza mio figlio è impossibile. Ci sono anche altre tre madri nello stesso programma di borse di studio, alcune con bambini di pochi mesi.  Ci siamo guadagnate questa opportunità con merito, ma ora ci viene negata semplicemente perché siamo madri. Noi rivolgiamo questi stessi dubbi a tutte le autorità competenti: quando si tende una mano questa poi deve stringersi, altrimenti l’altra persona rimane lì. La “fortezza Europa” che ha grandi responsabilità in ciò che avviene in Palestina, nell’apartheid in territorio israeliano contro ciò che oggi è una minoranza palestinese, ma di dimensioni significative, in alcuni casi addirittura residente ma non cittadina, ma anche in ciò che avviene nei lager libici o in quelli che si costruiranno in Mali o in Niger. Non riesce più ad esprimere un’umanità pienamente compiuta: Maha è stata, di fatto, costretta dal nostro governo a rimanere a Gaza con figlio e marito…”in ottemperanza alle normative che regolano i ricongiungimenti familiari”.     Stefano Bertoldi
November 22, 2025
Pressenza