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Davos e quelle mani invisibili sull’abitare
Articolo di Chiara Davoli Il World Economic Forum, svoltosi a Davos, ha confermato lo strapotere dei grandi fondi d’investimento nel determinare non solo le dinamiche economiche globali, ma anche le scelte politiche e territoriali che impattano direttamente sulle nostre vite come il rapporto tra finanza e settore immobiliare. Quest’anno la co-presidenza ad interim del Forum è stata assunta da due figure emblematiche: Larry Fink, amministratore delegato di BlackRock, e André Hoffmann, imprenditore svizzero alla guida di Roche, una delle maggiori multinazionali farmaceutiche del pianeta. Un’accoppiata che rende evidente l’intreccio tra grande finanza e industria strategica.  Larry Fink non è un nome qualunque nel panorama finanziario internazionale. È l’uomo al vertice di BlackRock, uno dei tre colossi – insieme a Vanguard e State Street – che dominano la maggior parte della gestione patrimoniale mondiale. Nel gennaio 2026, BlackRock ha raggiunto i 14 trilioni di dollari in asset gestiti, mentre Vanguard si attesta intorno agli 11 trilioni e State Street sui 5,7 trilioni. Complessivamente, questi tre giganti controllano quasi un quinto di tutti gli asset investibili a livello globale. Inoltre, detengono quote azionarie significative di grandi imprese come Nvidia, Microsoft, Apple e di aziende attive nei settori degli armamenti e delle infrastrutture. Attraverso i diritti di voto associati alle azioni, possono incidere sulla governance societaria, influenzando nomine nei consigli di amministrazione, indirizzi strategici e politiche aziendali.  Non è un caso che Larry Fink abbia rafforzato la saldatura tra potere economico e politico dimostrando la capacità di mobilitare vertici del potere globale, come nel caso dell’invito rivolto a Donald Trump a intervenire a Davos. Particolarmente significativa è stata anche la presenza di tantissimi amministratori delegati di importanti imprese, banche ed hedge fund più potenti al mondo. Tra le presenze più significative figurano anche dirigenti che da anni non prendevano parte al Forum, come Jensen Huang di Nvidia e Ken Griffin di Citadel Hedge Found, tornato a Davos dopo quindici anni di assenza. CONCENTRAZIONE DI RICCHEZZA E DI POTERE  Secondo Oxfam nell’ultimo anno la ricchezza dei miliardari è cresciuta a un ritmo tre volte superiore a quella degli ultimi cinque anni, aumentando del 16% dal 2024 al 2025. Ad oggi, l’1% più ricco della popolazione mondiale controlla il 43% di tutte le attività finanziarie globali. A questo dato si contrappone una realtà opposta: quasi la metà degli abitanti del pianeta vive in condizioni di povertà estrema. Il mercato immobiliare, una delle principali forme di accumulazione di ricchezza a livello globale, costituisce la più grande classe di asset al mondo, con un valore stimato di circa 393 trilioni di dollari all’inizio del 2025, superiore al valore complessivo di azioni, obbligazioni e oro messi insieme. Per dare un’idea, tutto l’oro estratto nella storia rappresenta poco più del 5% del valore totale degli immobili. Il nodo centrale, però, non è soltanto il denaro depositato in banca, il controllo di imprese o l’accumulo di immobili o beni di lusso, ma il potere che quella ricchezza è in grado di generare: la capacità di influenzare un governo, orientare le politiche economiche, controllare piattaforme di comunicazione di massa o amministrare i risparmi di milioni di persone.  Già nel 2017 l’ex relatrice speciale dell’Onu per il diritto alla casa, Leilani Farha, scriveva che «il sistema finanziario globale è cresciuto in modo esponenziale e ha ormai superato l’economia reale in termini di ricchezza, e l’edilizia abitativa rappresenta una parte rilevante di questa crescita». L’ex relatrice denunciava come gli immobili, soprattutto residenziali, siano diventati uno degli investimenti privilegiati della grande finanza. In molte città del mondo fondi e imprese acquistano edifici e intere aree urbane a ritmi rapidissimi, tanto che oggi il patrimonio immobiliare costituisce oltre il 60% del valore delle attività globali. Questa trasformazione, accelerata dopo la crisi del 2007-2008, ha reso la casa uno degli spazi più colpiti dalla logica capitalistica: migliaia di sfratti e pignoramenti si sono verificati in Europa e negli Stati Uniti e, nelle metropoli più attrattive per i capitali internazionali, i prezzi sono saliti oltre le possibilità dei residenti. Abitare – e restare nel proprio quartiere – diventa così un privilegio per poche persone.  IL MECCANISMO DI ESTRAZIONE  Ma come funziona questo sistema finanziario e immobiliare? Un fondo di investimento è un’entità finanziaria che raccoglie il denaro di molti investitori; questo capitale viene impiegato in strumenti finanziari come azioni, obbligazioni e titoli di Stato, con l’obiettivo di ottenere un rendimento. La gestione di questi capitali è affidata alle Sgr (Società di gestione del risparmio). Spesso, le risorse investite provengono da fondi pensione complementari, polizze assicurative e sanitarie. Negli ultimi anni, infatti, parallelamente al progressivo ridimensionamento dello Stato sociale, servizi fondamentali come pensioni, sanità e protezione sociale sono stati sempre più affidati a strumenti privati. I capitali così raccolti, gestiti dalle Sgr, sono talvolta destinati – non sempre con piena consapevolezza da parte dei risparmiatori – a operazioni immobiliari. Il fondo immobiliare è una tipologia specifica di fondo di investimento che utilizza il capitale principalmente per acquistare edifici, terreni e immobili commerciali o residenziali.  Secondo l’ultimo rapporto di Scenari Immobiliari, in Italia i fondi immobiliari possiedono immobili per un valore totale di 149,5 miliardi di euro. Questi immobili sono gestiti da 60 società di gestione e suddivisi in 715 fondi immobiliari.  Milano è la città che concentra una delle quote più alte di immobili appartenenti ai fondi immobiliari in Italia: quasi il 16% dell’intero patrimonio nazionale. Qui i fondi controllano circa 950 edifici, soprattutto destinati a uffici e funzioni direzionali. Roma ha oltre 6,4 milioni di metri quadrati di immobili gestiti, pari a circa il 15% del totale italiano. Nella capitale, però, la presenza dei fondi nel settore ricettivo e abitativo è molto più forte rispetto a Milano: gli immobili residenziali superano le 1.200 unità, un numero circa quattro volte maggiore. Inoltre, negli ultimi anni, la capitale è diventata una delle mete preferite dagli investitori per gli hotel di lusso. Gli immobili dei fondi si concentrano soprattutto nelle zone meglio collegate, vicino alle stazioni e nelle aree centrali e storiche delle città, perché sono più facili da valorizzare.  Le operazioni dei fondi rispondono principalmente a una logica di rendimento economico, poiché hanno il dovere fiduciario nei confronti degli investitori, ovvero l’obbligo di massimizzare i profitti di chi ha conferito il capitale. Ma perché allora investono proprio nel settore abitativo?  Qui emerge un’evidente asimmetria di potere, perché ciò che per i fondi è un asset finanziario, per milioni di persone costituisce un bisogno primario. L’ingresso massiccio di capitali orientati al profitto e alla rendita nel mercato abitativo tende a trasformare la casa da diritto sociale in strumento di investimento, concentrando ricchezza e potere nelle mani di pochi. LE IMPLICAZIONI PER I TERRITORI Il fenomeno dei cosiddetti studentati privati è oggi uno dei settori più redditizi del mercato immobiliare italiano. Si tratta in gran parte di grandi complessi residenziali dotati di servizi comuni, gestiti come strutture alberghiere da operatori professionali, che non accolgono esclusivamente studenti ma vengono affittati anche a turisti e ad altri utenti temporanei della città. Mentre le università pubbliche faticano a garantire alloggi economicamente accessibili ai propri iscritti, i fondi di investimento, sia nazionali sia internazionali, hanno individuato in questo segmento un’area di investimento particolarmente vantaggiosa. La narrazione ufficiale presenta questi interventi come risposta all’emergenza abitativa studentesca, ma i prezzi delle stanze e dei letti raccontano una storia diversa. Spesso hanno canoni mensili che superano gli 800 euro, configurandosi come prodotti immobiliari di fascia medio-alta, destinati a una clientela selezionata, benestante e internazionale.  Ciò che emerge è un paradosso evidente: risorse pubbliche (come gli oltre 1,2 miliardi stanziati dal Pnrr), terreni comunali, convenzioni e agevolazioni vengono messe a disposizione di operatori privati che costruiscono alloggi teoricamente destinati a rispondere a un bisogno sociale, ma che nei fatti rimangono inaccessibili proprio a chi ne avrebbe maggiore necessità. Il risultato è una forma di privatizzazione mascherata della tutela del diritto all’abitare, dove il pubblico fornisce le condizioni favorevoli e il privato raccoglie i profitti, senza che vi sia un reale controllo sulla sostenibilità economica dell’offerta, né tantomeno una redistribuzione degli introiti.  Tantissime città – Milano, Padova, Torino, Bologna, Firenze, Roma, Napoli – stanno diventando laboratorio di questa nuova frontiera dell’accumulazione immobiliare. Le società di gestione del risparmio controllano queste operazioni. Tra le principali figurano Castello Sgr, legata all’area Banco Bpm, Investire Sgr del gruppo Banca Finnat, Cdp Real Asset Sgr controllata da Cassa Depositi e Prestiti, Fabrica Immobiliare Sgr del costruttore romano Caltagirone e Coima Sgr, appartenente al gruppo fondato da Manfredi Catella. Accanto a queste realtà operano anche grandi gruppi immobiliari internazionali, come Hines e Savills, che attraverso fondi e veicoli finanziari acquisiscono intere porzioni di città e ne indirizzano le trasformazioni verso funzioni ad alta redditività, spesso a discapito dei bisogni abitativi effettivi. Hines, fondo immobiliare statunitense, è attivo con diversi progetti di studentati privati e grandi complessi residenziali di lusso in numerose città. Tra i suoi principali investitori c’è la compagnia assicurativa e pensionistica israeliana Menora Mivtachim. È notizia recente che alcuni suoi dirigenti di primo piano, tra cui Mario Abbadessa, già alla guida di Hines Italia, insieme ad altri manager, abbiano lasciato l’azienda per entrare nel nuovo Piano Casa promosso dal governo Meloni, che prevede la realizzazione di nuove costruzioni e alloggi a canone calmierato entro un orizzonte di circa dieci anni.Una promessa che potrebbe apparire positiva, ma che solleva una questione centrale: affidare un progetto di interesse pubblico come il Piano Casa a grandi operatori immobiliari legati alla finanza non rischia di trasformare un intervento sociale in un’operazione di mercato, orientata più che altro alla rendita? Questo passaggio di dirigenti dal settore privato a quello pubblico consente di mettere ancora una volta in luce un grave conflitto di interessi. Non si tratta più soltanto di esercitare pressioni sulle istituzioni, ma di un vero e proprio mutamento strutturale: le politiche abitative, sociali e urbanistiche risultano sempre più conquistate, orientate e definite da soggetti legati al mercato privato e alla finanza. In questo modo, il settore abitativo viene progressivamente consegnato ai grandi fondi immobiliari. Quando decisioni che incidono sulla vita e sul benessere di migliaia di persone vengono affidate a soggetti non eletti e guidati prevalentemente dalla ricerca del profitto, il rischio è che l’interesse collettivo venga subordinato agli interessi di una ristretta élite economica globale. Attraverso le loro partecipazioni azionarie, i grandi fondi influenzano scelte che riguardano lo sviluppo urbano, le politiche ambientali, le strategie occupazionali e gli investimenti in infrastrutture. Il paradosso è che un potere così esteso si esercita spesso in modo poco trasparente, tramite strumenti tecnici come il voto nelle assemblee societarie e l’influenza sui consigli di amministrazione e sui governi, senza coinvolgimento di chi abita i territori, e con uno sguardo a un mercato astratto e poco attento ai bisogni reali delle persone.  *Chiara Davoli è sociologa e attualmente assegnista di ricerca presso l’Università di Urbino. È co-autrice insieme a Stefano Portelli di Abitare in affitto. Le nuove frontiere della speculazione immobiliare (ArmandoEditori, 2025).  L'articolo Davos e quelle mani invisibili sull’abitare proviene da Jacobin Italia.
January 30, 2026
Jacobin Italia
Veneto, l’assegnazione delle case popolari in base alla durata della residenza è discriminatoria
La Corte d’Appello di Venezia ha rigettato l’appello della Regione Veneto e del Comune di Venezia, ordinando alle amministrazioni di modificare bando ERP e legge regionale veneta. Lo rende noto ASGI, l’associazione Razzismo Stop e Sunia Federazione di Padova. Nel 2022, le tre organizzazioni e tre cittadini stranieri avevano impugnato il bando per le case popolari del Comune di Venezia che tra i criteri di assegnazione dei punteggi prevedeva, come statuito dalla Legge Regionale Veneta, l’attribuzione di fino a 7 punti per chi avesse la residenza anagrafica o l’attività lavorativa in Veneto da più di 10 anni, e fino a 8 punti per chi fosse residente o lavorasse nel Comune di Venezia da più di 15 anni. Il Tribunale di Padova aveva accolto le richieste dei ricorrenti e aveva dichiarato questo criterio illegittimo. Giurisprudenza italiana/Guida legislativa IL TRIBUNALE DI PADOVA “CANCELLA” IN TUTTA LA REGIONE GLI ANNI DI RESIDENZA PER ACCEDERE ALLE CASE POPOLARI: GRADUATORIE DA RIFARE Tribunale di Padova, sentenza del 2 gennaio 2025 ASGI - Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione 7 Gennaio 2025 Con la sentenza pubblicata il 21 gennaio, la Corte di Appello, spiegano le associazioni, ha confermato sostanzialmente quanto già stabilito in primo grado e più recentemente dalla Corte costituzionale nella sentenza 1/2026: l’utilizzo della residenza (o attività lavorativa) pregressa come criterio per l’assegnazione dei punteggi per le graduatorie ERP non è legittimo se slegato da qualsivoglia considerazione sul bisogno dei richiedenti. «La Corte ha infatti rilevato come il sistema di punteggi della Regione Veneto rischia concretamente di far prevalere la sola durata della residenza su tutti gli indicatori di bisogno abitativo. Nelle sue motivazioni, ha evidenziato come una persona anziana con invalidità grave e reddito bassissimo (11 punti) possa essere sopravanzata in graduatoria da chi semplicemente risiede in Veneto da oltre 30 anni (12 punti), anche in assenza di qualsiasi stato di bisogno. Ancora più evidente il caso del Comune di Venezia, dove i punteggi aggiuntivi per residenza comunale (fino a 8 punti) si cumulano con quelli regionali (fino a 7 punti), consentendo di raggiungere 15 punti per la sola residenza. Come rilevato dalla Corte, questo significa che “una coppia di mezza età senza figli, con residenza anagrafica o attività lavorativa in Veneto da oltre 30 anni” potrebbe sopravanzare “un nucleo familiare di nuova formazione con figli minori di età superiore a quattro anni, in alloggio sovraffollato, in coabitazione con altro o più nuclei familiari” che raggiunge al massimo 10 punti». La Corte, sottolineano le organizzazioni, ha pertanto accertato il carattere discriminatorio delle previsioni del bando e della legge regionale, e ha ordinato la rimozione della discriminazione. Adesso il Comune di Venezia dovrà emanare un nuovo bando per le assegnazioni non ancora definite, e la Regione sarà tenuta a presentare un piano di rimozione della discriminazione entro i prossimi 60 giorni. Confermata anche la condanna del Tribunale in primo grado, della Regione Veneto e del Comune di Venezia al risarcimento del danno non patrimoniale in favore delle tre associazioni ricorrenti, riconoscendo la loro funzione istituzionale di tutela dei diritti delle persone in condizioni di vulnerabilità. La sentenza si pone in continuità con la giurisprudenza costituzionale e di merito ormai consolidata in materia di accesso agli alloggi pubblici, ribadendo che l’edilizia residenziale pubblica deve rispondere effettivamente ai bisogni delle persone in condizione di fragilità, indipendentemente dalla loro storia migratoria, non potendo mai diventare criterio determinante o prevalente nell’accesso a un servizio sociale essenziale come quello dell’abitazione. Corte d’Appello di Venezia, sentenza n. 95 del 21 gennaio 2026
Nella Bolzano del turismo centinaia di persone lasciate al gelo
L’Alto Adige e in particolare il suo capoluogo Bolzano non possono essere raccontati come un territorio “impreparato” alle migrazioni. Da almeno un decennio, a partire dal 2016, la provincia autonoma, e tra le più ricche d’Europa, è un crocevia strutturale delle rotte migratorie europee: da sud arrivano persone che hanno attraversato il Mediterraneo, spesso con l’obiettivo di raggiungere altri Paesi dell’Unione; da nord tornano invece coloro che vengono respinti o “dublinati” da Germania e Austria, oppure persone in transito lungo l’asse che collega la rotta balcanica al corridoio alpino del Brennero. Il Brennero, oggi trasformato in una posticcia cartolina alpina con un centro commerciale e qualche manciata di abitanti, è uno dei principali corridoi commerciali d’Europa, attraversato ogni anno da oltre 2 milioni di camion. Le merci circolano senza ostacoli, mentre i corpi delle persone migranti continuano a essere fermati, selezionati e respinti. Il confine non è scomparso: si è riconfigurato come dispositivo politico, aperto per il capitale e impermeabile per le persone. Che si tratti dell’esercizio del diritto di scegliere il proprio percorso di mobilità o dell’esasperazione prodotta da ripetuti respingimenti, da anni decine e decine di persone si fermano stabilmente sul territorio provinciale. La loro presenza non è un’anomalia né un’improvvisa emergenza. A cambiare, in Alto Adige, è il livello di violenza delle politiche pubbliche attuate per “governare” il fenomeno migratorio: politiche che in questi anni hanno messo in campo strategie con l’obiettivo da una parte di respingere e rendere invisibili le persone, dall’altra di sfruttarle come mano d’opera e, quando non più utili al mercato del lavoro stagionale, di abbandonarle. Le amministrazioni comunali e provinciali, con continuità, hanno compiuto delle scelte politiche precise: non investire in servizi strutturali di accoglienza e abitare l’emergenza come forma ordinaria di governo. Un modello fondato sulla precarietà programmata e sulla deterrenza, che ha già prodotto conseguenze drammatiche, in un territorio che avrebbe tutte le risorse per evitarle. Tra morti di confine e di assideramento si contano quindici vittime accertate dal 2016. Emblematico, in questo senso, il regolamento provinciale prodotto dalla giunta SVP 1 e PD  – la cosiddetta “Circolare Critelli” dell’ottobre 2016 – da cui è iniziato tutto. Notizie/A proposito di Accoglienza BOLZANO, UNA CIRCOLARE DELLA PROVINCIA BUTTA IN STRADA I RICHIEDENTI ASILO ANCHE VULNERABILI Antenne Migranti 3 Ottobre 2016 Bolzano, principale polo economico della provincia, concentra queste contraddizioni. È qui che si trovano le pochissime strutture a bassa soglia per le persone senza dimora: mense, servizi igienici largamente insufficienti, dormitori temporanei per persone senza tetto con una capienza di 70 posti letto 2. Ed è qui che la condizione di marginalità colpisce in modo crescente persone con background migratorio. Una realtà strutturale, nota da anni alle istituzioni locali, che continua tuttavia a essere raccontata come un’emergenza contingente. Con l’insediamento della nuova giunta comunale di destra avvenuto a giugno 2025, questa impostazione è stata ulteriormente irrigidita. I primi mesi della nuova amministrazione guidata da Fratelli d’Italia sono stati caratterizzati dal rafforzamento di un approccio securitario e repressivo: riduzione dei posti disponibili nei dormitori  di oltre la metà, nessun ampliamento delle strutture nemmeno durante l’inverno, sgomberi sistematici degli insediamenti informali, “architettura ostile” per i senza tetto, narrazione costante della povertà come problema di ordine pubblico. L’emergenza freddo, invece di diventare un banco di prova per politiche di tutela e prevenzione, è stata gestita come una questione residuale. Uno dei tanti sgomberi di insediamenti informali e un esempio di architettura ostile sotto i piloni autostradali, a ridosso del centro città. Al di là di pochissime esperienze dignitose – come il progetto della Caserma Schenoni a Bressanone – rapidamente chiuse per il timore di presunti “effetti attrattivi”, l’accoglienza in Alto Adige si riduce oggi a grandi capannoni temporanei. Spazi disumanizzanti, dove si dorme su brandine della Protezione civile e si è sottoposti a un sistema di turnazione che non garantisce continuità: un mese un posto al caldo, quello successivo il ritorno in strada. Un sistema volutamente instabile, che produce insicurezza e conflitti tra persone già impoverite. A Bolzano, queste strutture sono collocate quasi esclusivamente nella zona industriale a sud lontano dagli sguardi, dai percorsi turistici e dal racconto ufficiale della città. La povertà viene nascosta, mentre il centro storico viene progressivamente trasformato in vetrina: svenduto al turismo di massa, alla speculazione immobiliare, ai grandi investitori che stanno ridisegnando Bolzano come uno spazio esclusivo, espellendo chi non è funzionale a questo modello economico. L’Alto Adige ha un bisogno strutturale di manodopera a basso costo: alberghi, ristorazione e agricoltura intensiva si reggono sul lavoro di persone migranti. Mentre molti giovani autoctoni abbandonano il territorio a causa del carovita e dell’impossibilità di trovare casa, centinaia di lavoratori e lavoratrici migranti vengono impiegati in lavori stagionali, sottopagati e privi di tutele, senza alcuna politica abitativa. Per loro, l’alloggio resta una tenda sotto un ponte, un cartone lungo un fiume o, nel migliore dei casi, una brandina in un capannone. > Visualizza questo post su Instagram > > > > > Un post condiviso da Bozen Solidale (@bozen_solidale) Nella prima settimana del 2026, solo nella città di Bolzano, oltre cento persone sono state costrette a dormire all’addiaccio, con temperature notturne prossime ai dieci gradi sotto lo zero. Un primo bilancio dell’emergenza freddo, con il centro destra ad amministrare la città, che non può essere liquidato come eccezione o inesperienza, ma che rappresenta il peggio di quanto visto finora. Mentre si spengono le luci di un mercatino di Natale sempre più estraneo alla realtà sociale della città, le istituzioni accettano consapevolmente il rischio che qualcuno possa morire di freddo. Non semplice incuria o disattenzione, ma violenza istituzionale che considera alcune vite tranquillamente sacrificabili in nome del decoro, del turismo e del profitto. 1. Südtiroler Volkspartei, ossia il Partito Popolare Sudtirolese, governa la Provincia ininterrottamente dal dopoguerra, ed è perno delle ultime coalizioni di giunta. Al momento, questa è formata con Fratelli d’Italia e Forza Italia ↩︎ 2. I posti ufficiali sono i seguenti: 838 posti per richiedenti asilo e titolari di protezione internazionale in varie strutture nel territorio provinciale – di cui 200 circa i posti in alberghi per famiglie, che stanno subendo una riduzione ↩︎
Mutui impossibili e affitti negati: la casa resta un miraggio per le persone straniere
Nel nuovo Dossier statistico immigrazione 2025 che uscirà a inizio novembre si racconta il paradosso di chi lavora, paga le tasse e contribuisce alla crescita del Paese, ma resta escluso dal mercato immobiliare. Tra mutui inaccessibili, affitti negati e politiche discriminatorie, il diritto alla casa viene ostacolato da troppe porte chiuse. Un milione di persone straniere residenti in Italia (1 su 5) avrebbe la possibilità economica di acquistare una casa. Ma per la maggior parte di loro quel passo resta impossibile. È una delle fotografie più nitide del Dossier statistico immigrazione 2025 del Centro studi e ricerche Idos, che sarà presentato il 4 novembre a Roma e in tutte le regioni italiane e province autonome (qui evento). «Pur avendo un reddito sufficiente per sostenere un mutuo», scrivono i ricercatori, «molti stranieri non riescono a comprare casa a causa delle garanzie proibitive richieste dalle banche, delle spese iniziali troppo alte e di un diffuso pregiudizio sociale». Il risultato è che solo il 20% delle persone con cittadinanza straniera vive oggi in un’abitazione di proprietà, contro l’80% degli italiani. Il Dossier, nella sua anticipazione, ricostruisce vent’anni di mercato immobiliare “migrante”: un milione di case acquistate dagli anni Duemila a oggi, per un volume d’affari complessivo di oltre 110 miliardi di euro. Ma dopo il boom del periodo 2006-2009 (440 mila abitazioni comprate, tra un quinto e un ottavo del totale delle compravendite), la crescita si è fermata. Negli ultimi anni, gli acquisti si aggirano sulle 30mila unità annue, meno del 5% del totale. Nel 2025, secondo le stime, potrebbero salire a 39mila, un dato appena superiore al 5,1%. «Numeri che raccontano una ripresa solo apparente», spiega Idos. «Le percentuali sono ancora ben lontane da quelle di vent’anni fa, e soprattutto non indicano un miglioramento delle condizioni di accesso». Anche la geografia degli acquisti è cambiata: le case comprate nei centri cittadini sono crollate dal 10,1% del 2006 al 3,6% del 2025. «Chi compra, oggi, lo fa sempre più nelle periferie o nei piccoli comuni», si legge nel rapporto. «Non per scelta, ma per necessità». Sette abitazioni su dieci acquistate da cittadini non italiani appartengono oggi a cittadini dell’Est Europa, soprattutto romeni. Nel 2006 erano meno del 34%. Stabili le presenze di persone provenienti da Cina, India, Sri Lanka, Bangladesh e Pakistan, attorno al 10% del totale. Crollano invece gli acquisti da parte di persone dei Paesi africani, scesi dal 14% del 2006 al 4,8%. «Un dato che riflette non solo il peggioramento delle condizioni economiche, ma anche la stratificazione del razzismo abitativo», commenta Idos. Dietro le percentuali ci sono storie comuni: famiglie che lavorano da anni in Italia, che hanno un reddito regolare e stabile, ma non riescono a ottenere un mutuo. «Le banche chiedono garanzie impossibili, a volte anche per chi ha un contratto a tempo indeterminato», spiega il rapporto. «A questo si aggiungono spese iniziali che molti non possono permettersi: anticipo, notaio, commissioni». Così, chi vorrebbe comprare finisce per restare in affitto. Ma anche qui, la strada si fa subito in salita. “NON SI AFFITTA A STRANIERI” «È ormai comune imbattersi in annunci che lo dichiarano apertamente: “non si affitta a stranieri”», denuncia Idos. Una discriminazione che, unita ai canoni più alti, ai contratti irregolari e alla scarsa qualità degli alloggi, spinge molti immigrati a vivere in condizioni precarie. «La casa diventa uno strumento di esclusione sociale», spiegano i curatori del Dossier. «Chi non può affittare regolarmente non può ottenere la residenza, e senza residenza perde l’accesso ai servizi, al welfare, al diritto di voto locale. È un circolo vizioso che alimenta l’invisibilità». Negli ultimi anni, la situazione si è aggravata anche per effetto della speculazione immobiliare e del turismo breve, che hanno ridotto drasticamente la disponibilità di case in locazione nelle grandi città. Per i rifugiati e i titolari di protezione internazionale, l’esclusione è ancora più profonda. «Molti di loro, al termine del percorso nei centri di accoglienza, non trovano soluzioni abitative e restano nei Cas o nei Sai per mesi, talvolta anni», osserva Idos. La mancanza di politiche abitative e l’adozione, da parte di diverse Regioni, di requisiti discriminatori per accedere alle case popolari – come anni minimi di residenza o cittadinanza – impediscono qualsiasi prospettiva di autonomia. «È così che i centri di accoglienza diventano residenze permanenti, o peggio ancora, si finisce nei ghetti, nelle baraccopoli, in roulotte o case occupate», sottolineano i ricercatori. «Una forma estrema di esclusione che nega il diritto più elementare: quello a un’abitazione dignitosa». La comunità immigrata rappresenta un segmento vitale dell’economia, e anche del mercato immobiliare. Ma il sistema continua a respingerli. «Parliamo di un potenziale enorme – un milione di persone pronte a investire nel Paese in cui vivono e lavorano – che l’Italia non riesce a valorizzare», conclude Idos. «Dietro le cifre c’è una questione culturale prima ancora che economica: la difficoltà, ancora oggi, di considerare i cittadini stranieri come parte integrante della nostra comunità».
I padroni di casa nostra
La casa come nodo centrale delle attuali diseguaglianze e ingiustizie sociali, della carenza di politiche pubbliche e della necessaria critica alle forme dell’abitare ABBONATI A JACOBIN ITALIA PER CONTINUARE A LEGGERE Attiva Accedi se sei già abbonato L'articolo I padroni di casa nostra proviene da Jacobin Italia.
September 17, 2025
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Il diritto alla casa va a fondo
I cementificatori e gli speculatori immobiliari oggi non hanno neanche più bisogno di conoscere i territori in cui si insediano: si chiamano fondi, banche, società di private equity… E trasformano in rendita le nostre case ABBONATI A JACOBIN ITALIA PER CONTINUARE A LEGGERE Attiva Accedi se sei già abbonato L'articolo Il diritto alla casa va a fondo proviene da Jacobin Italia.
September 17, 2025
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La promessa della casa privata per tutti si basava su presupposti oggi largamente superati. Per questo la mappa delle condizioni abitative oggi corrisponde in larga parte alla mappa delle ingiustizie e delle povertà ABBONATI A JACOBIN ITALIA PER CONTINUARE A LEGGERE Attiva Accedi se sei già abbonato L'articolo La proprietà diseguale proviene da Jacobin Italia.
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September 17, 2025
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La svolta neoliberista cominciata nel 1993 ha riguardato anche il tema dell’edilizia popolare e della regolazione urbanistica, lasciando spazio alla speculazione. Per ripensare il diritto all’abitare bisogna invertire questa tendenza ABBONATI A JACOBIN ITALIA PER CONTINUARE A LEGGERE Attiva Accedi se sei già abbonato L'articolo Pubblico è meglio proviene da Jacobin Italia.
September 17, 2025
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