Davos e quelle mani invisibili sull’abitare
Articolo di Chiara Davoli
Il World Economic Forum, svoltosi a Davos, ha confermato lo strapotere dei
grandi fondi d’investimento nel determinare non solo le dinamiche economiche
globali, ma anche le scelte politiche e territoriali che impattano direttamente
sulle nostre vite come il rapporto tra finanza e settore immobiliare.
Quest’anno la co-presidenza ad interim del Forum è stata assunta da due figure
emblematiche: Larry Fink, amministratore delegato di BlackRock, e André
Hoffmann, imprenditore svizzero alla guida di Roche, una delle maggiori
multinazionali farmaceutiche del pianeta. Un’accoppiata che rende evidente
l’intreccio tra grande finanza e industria strategica.
Larry Fink non è un nome qualunque nel panorama finanziario internazionale. È
l’uomo al vertice di BlackRock, uno dei tre colossi – insieme a Vanguard e State
Street – che dominano la maggior parte della gestione patrimoniale mondiale. Nel
gennaio 2026, BlackRock ha raggiunto i 14 trilioni di dollari in asset gestiti,
mentre Vanguard si attesta intorno agli 11 trilioni e State Street sui 5,7
trilioni. Complessivamente, questi tre giganti controllano quasi un quinto di
tutti gli asset investibili a livello globale. Inoltre, detengono quote
azionarie significative di grandi imprese come Nvidia, Microsoft, Apple e di
aziende attive nei settori degli armamenti e delle infrastrutture. Attraverso i
diritti di voto associati alle azioni, possono incidere sulla governance
societaria, influenzando nomine nei consigli di amministrazione, indirizzi
strategici e politiche aziendali.
Non è un caso che Larry Fink abbia rafforzato la saldatura tra potere economico
e politico dimostrando la capacità di mobilitare vertici del potere globale,
come nel caso dell’invito rivolto a Donald Trump a intervenire a Davos.
Particolarmente significativa è stata anche la presenza di tantissimi
amministratori delegati di importanti imprese, banche ed hedge fund più potenti
al mondo. Tra le presenze più significative figurano anche dirigenti che da anni
non prendevano parte al Forum, come Jensen Huang di Nvidia e Ken Griffin di
Citadel Hedge Found, tornato a Davos dopo quindici anni di assenza.
CONCENTRAZIONE DI RICCHEZZA E DI POTERE
Secondo Oxfam nell’ultimo anno la ricchezza dei miliardari è cresciuta a un
ritmo tre volte superiore a quella degli ultimi cinque anni, aumentando del 16%
dal 2024 al 2025. Ad oggi, l’1% più ricco della popolazione mondiale controlla
il 43% di tutte le attività finanziarie globali. A questo dato si contrappone
una realtà opposta: quasi la metà degli abitanti del pianeta vive in condizioni
di povertà estrema.
Il mercato immobiliare, una delle principali forme di accumulazione di ricchezza
a livello globale, costituisce la più grande classe di asset al mondo, con un
valore stimato di circa 393 trilioni di dollari all’inizio del 2025, superiore
al valore complessivo di azioni, obbligazioni e oro messi insieme. Per dare
un’idea, tutto l’oro estratto nella storia rappresenta poco più del 5% del
valore totale degli immobili.
Il nodo centrale, però, non è soltanto il denaro depositato in banca, il
controllo di imprese o l’accumulo di immobili o beni di lusso, ma il potere che
quella ricchezza è in grado di generare: la capacità di influenzare un governo,
orientare le politiche economiche, controllare piattaforme di comunicazione di
massa o amministrare i risparmi di milioni di persone.
Già nel 2017 l’ex relatrice speciale dell’Onu per il diritto alla casa, Leilani
Farha, scriveva che «il sistema finanziario globale è cresciuto in modo
esponenziale e ha ormai superato l’economia reale in termini di ricchezza, e
l’edilizia abitativa rappresenta una parte rilevante di questa crescita».
L’ex relatrice denunciava come gli immobili, soprattutto residenziali, siano
diventati uno degli investimenti privilegiati della grande finanza. In molte
città del mondo fondi e imprese acquistano edifici e intere aree urbane a ritmi
rapidissimi, tanto che oggi il patrimonio immobiliare costituisce oltre il 60%
del valore delle attività globali.
Questa trasformazione, accelerata dopo la crisi del 2007-2008, ha reso la casa
uno degli spazi più colpiti dalla logica capitalistica: migliaia di sfratti e
pignoramenti si sono verificati in Europa e negli Stati Uniti e, nelle metropoli
più attrattive per i capitali internazionali, i prezzi sono saliti oltre le
possibilità dei residenti. Abitare – e restare nel proprio quartiere – diventa
così un privilegio per poche persone.
IL MECCANISMO DI ESTRAZIONE
Ma come funziona questo sistema finanziario e immobiliare? Un fondo di
investimento è un’entità finanziaria che raccoglie il denaro di molti
investitori; questo capitale viene impiegato in strumenti finanziari come
azioni, obbligazioni e titoli di Stato, con l’obiettivo di ottenere un
rendimento. La gestione di questi capitali è affidata alle Sgr (Società di
gestione del risparmio).
Spesso, le risorse investite provengono da fondi pensione complementari, polizze
assicurative e sanitarie. Negli ultimi anni, infatti, parallelamente al
progressivo ridimensionamento dello Stato sociale, servizi fondamentali come
pensioni, sanità e protezione sociale sono stati sempre più affidati a strumenti
privati. I capitali così raccolti, gestiti dalle Sgr, sono talvolta destinati –
non sempre con piena consapevolezza da parte dei risparmiatori – a operazioni
immobiliari.
Il fondo immobiliare è una tipologia specifica di fondo di investimento che
utilizza il capitale principalmente per acquistare edifici, terreni e immobili
commerciali o residenziali.
Secondo l’ultimo rapporto di Scenari Immobiliari, in Italia i fondi immobiliari
possiedono immobili per un valore totale di 149,5 miliardi di euro. Questi
immobili sono gestiti da 60 società di gestione e suddivisi in 715 fondi
immobiliari.
Milano è la città che concentra una delle quote più alte di immobili
appartenenti ai fondi immobiliari in Italia: quasi il 16% dell’intero patrimonio
nazionale. Qui i fondi controllano circa 950 edifici, soprattutto destinati a
uffici e funzioni direzionali. Roma ha oltre 6,4 milioni di metri quadrati di
immobili gestiti, pari a circa il 15% del totale italiano. Nella capitale, però,
la presenza dei fondi nel settore ricettivo e abitativo è molto più forte
rispetto a Milano: gli immobili residenziali superano le 1.200 unità, un numero
circa quattro volte maggiore. Inoltre, negli ultimi anni, la capitale è
diventata una delle mete preferite dagli investitori per gli hotel di lusso. Gli
immobili dei fondi si concentrano soprattutto nelle zone meglio collegate,
vicino alle stazioni e nelle aree centrali e storiche delle città, perché sono
più facili da valorizzare.
Le operazioni dei fondi rispondono principalmente a una logica di rendimento
economico, poiché hanno il dovere fiduciario nei confronti degli investitori,
ovvero l’obbligo di massimizzare i profitti di chi ha conferito il capitale. Ma
perché allora investono proprio nel settore abitativo?
Qui emerge un’evidente asimmetria di potere, perché ciò che per i fondi è un
asset finanziario, per milioni di persone costituisce un bisogno primario.
L’ingresso massiccio di capitali orientati al profitto e alla rendita nel
mercato abitativo tende a trasformare la casa da diritto sociale in strumento di
investimento, concentrando ricchezza e potere nelle mani di pochi.
LE IMPLICAZIONI PER I TERRITORI
Il fenomeno dei cosiddetti studentati privati è oggi uno dei settori più
redditizi del mercato immobiliare italiano. Si tratta in gran parte di grandi
complessi residenziali dotati di servizi comuni, gestiti come strutture
alberghiere da operatori professionali, che non accolgono esclusivamente
studenti ma vengono affittati anche a turisti e ad altri utenti temporanei della
città. Mentre le università pubbliche faticano a garantire alloggi
economicamente accessibili ai propri iscritti, i fondi di investimento, sia
nazionali sia internazionali, hanno individuato in questo segmento un’area di
investimento particolarmente vantaggiosa.
La narrazione ufficiale presenta questi interventi come risposta all’emergenza
abitativa studentesca, ma i prezzi delle stanze e dei letti raccontano una
storia diversa. Spesso hanno canoni mensili che superano gli 800 euro,
configurandosi come prodotti immobiliari di fascia medio-alta, destinati a una
clientela selezionata, benestante e internazionale.
Ciò che emerge è un paradosso evidente: risorse pubbliche (come gli oltre 1,2
miliardi stanziati dal Pnrr), terreni comunali, convenzioni e agevolazioni
vengono messe a disposizione di operatori privati che costruiscono alloggi
teoricamente destinati a rispondere a un bisogno sociale, ma che nei fatti
rimangono inaccessibili proprio a chi ne avrebbe maggiore necessità. Il
risultato è una forma di privatizzazione mascherata della tutela del diritto
all’abitare, dove il pubblico fornisce le condizioni favorevoli e il privato
raccoglie i profitti, senza che vi sia un reale controllo sulla sostenibilità
economica dell’offerta, né tantomeno una redistribuzione degli introiti.
Tantissime città – Milano, Padova, Torino, Bologna, Firenze, Roma, Napoli –
stanno diventando laboratorio di questa nuova frontiera dell’accumulazione
immobiliare. Le società di gestione del risparmio controllano queste operazioni.
Tra le principali figurano Castello Sgr, legata all’area Banco Bpm, Investire
Sgr del gruppo Banca Finnat, Cdp Real Asset Sgr controllata da Cassa Depositi e
Prestiti, Fabrica Immobiliare Sgr del costruttore romano Caltagirone e Coima
Sgr, appartenente al gruppo fondato da Manfredi Catella.
Accanto a queste realtà operano anche grandi gruppi immobiliari internazionali,
come Hines e Savills, che attraverso fondi e veicoli finanziari acquisiscono
intere porzioni di città e ne indirizzano le trasformazioni verso funzioni ad
alta redditività, spesso a discapito dei bisogni abitativi effettivi.
Hines, fondo immobiliare statunitense, è attivo con diversi progetti di
studentati privati e grandi complessi residenziali di lusso in numerose città.
Tra i suoi principali investitori c’è la compagnia assicurativa e pensionistica
israeliana Menora Mivtachim.
È notizia recente che alcuni suoi dirigenti di primo piano, tra cui Mario
Abbadessa, già alla guida di Hines Italia, insieme ad altri manager, abbiano
lasciato l’azienda per entrare nel nuovo Piano Casa promosso dal governo Meloni,
che prevede la realizzazione di nuove costruzioni e alloggi a canone calmierato
entro un orizzonte di circa dieci anni.Una promessa che potrebbe apparire
positiva, ma che solleva una questione centrale: affidare un progetto di
interesse pubblico come il Piano Casa a grandi operatori immobiliari legati alla
finanza non rischia di trasformare un intervento sociale in un’operazione di
mercato, orientata più che altro alla rendita?
Questo passaggio di dirigenti dal settore privato a quello pubblico consente di
mettere ancora una volta in luce un grave conflitto di interessi. Non si tratta
più soltanto di esercitare pressioni sulle istituzioni, ma di un vero e proprio
mutamento strutturale: le politiche abitative, sociali e urbanistiche risultano
sempre più conquistate, orientate e definite da soggetti legati al mercato
privato e alla finanza.
In questo modo, il settore abitativo viene progressivamente consegnato ai grandi
fondi immobiliari. Quando decisioni che incidono sulla vita e sul benessere di
migliaia di persone vengono affidate a soggetti non eletti e guidati
prevalentemente dalla ricerca del profitto, il rischio è che l’interesse
collettivo venga subordinato agli interessi di una ristretta élite economica
globale. Attraverso le loro partecipazioni azionarie, i grandi fondi influenzano
scelte che riguardano lo sviluppo urbano, le politiche ambientali, le strategie
occupazionali e gli investimenti in infrastrutture. Il paradosso è che un potere
così esteso si esercita spesso in modo poco trasparente, tramite strumenti
tecnici come il voto nelle assemblee societarie e l’influenza sui consigli di
amministrazione e sui governi, senza coinvolgimento di chi abita i territori, e
con uno sguardo a un mercato astratto e poco attento ai bisogni reali delle
persone.
*Chiara Davoli è sociologa e attualmente assegnista di ricerca presso
l’Università di Urbino. È co-autrice insieme a Stefano Portelli di Abitare in
affitto. Le nuove frontiere della speculazione immobiliare (ArmandoEditori,
2025).
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