Tag - altreconomia

Ravenna si prepara allo sciopero internazionale contro i traffici di armi
Le numerose associazioni e aggregazioni del territorio si coordinano per partecipare insieme alla Giornata internazionale di azione congiunta dei porti contro i traffici di armi e invitano la cittadinanza alla presentazione del dossier edito da Altreconomia. MERCOLEDÌ 4 FEBBRAIO – ORE 20:30 SALA RAGAZZINI, LARGO FIRENZE – RAVENNA PRESENTAZIONE DEL DOSSIER ‘LA FLOTTA DEL GENOCIDIO’ DI LINDA MAGGIORI Intervengono l’autrice e Francesco Staccioli di USB Mari e porti e saranno presentate le testimonianze dei portuali di Ravenna. > Una giornalista freelance attiva in diverse associazioni per i diritti umani e > per l’ambiente, Linda Maggiori è di Faenza (Ravenna). Si occupa di traffici di > armi, militarizzazione dei territori e inquinamento ambientale. È autrice di > vari libri e collabora, oltre che con Altreconomia, con Terranuova, il > Manifesto, Atlante delle guerre e dei conflitti del mondo e altre testate. > > Leggere questo documentato lavoro di inchiesta mette i brividi … È una sorta > di racconto breve del plateale tradimento della legge 185/1990 a tema export e > transito bellico e dell’aggiramento della minima trasparenza … I porti > italiani sono ancora oggi drammaticamente coinvolti nel transito di materiale > d’armamento verso Israele, sia per le rotte adriatiche e sia per quelle > tirreniche, e persino nell’export diretto … dove sono la UAMA / Autorità > nazionale per le autorizzazioni dei materiali di armamento), l’Agenzia delle > dogane e dei monopoli, le prefetture interessate, il Parlamento,… il governo, > lo stesso che prometteva all’opinione pubblica distratta la favola delle > “vendite sospese” a Tel Aviv dopo il 7 ottobre 2023? Non stiamo assistendo > “solo” allo smantellamento  del diritto internazionale, come va di moda > osservare oggi da parte di chi ha dormito sonni tranquilli negli ultimi 80 > anni. Stiamo assistendo allo smantellamento dei più basilari principi di > umanità e giustizia tra i popoli. Chi fa spallucce dinanzi alla “flotta del > genocidio” batte la stessa bandiera. Quella della vergogna. – La Flotta del > Genocidio.Sulle rotte delle armi dai porti italiani 6 FEBBRAIO 2026 – SCIOPERO INTERNAZIONONALE DEI LAVORATORI DEI PORTI La mobilitazione è indetta da: USB Porti – Italia, Enedep – Grecia, ODT / Organization Democratique du Travail – Marocco, Liman-Is – Turchia e LAB – Paesi Baschi. A Ravenna partecipano numerose associazioni e aggregazioni riunite nel Coordinamento popolare contro i traffici di armi nel porto di Ravenna > Saremo in concentramento davanti l’autorità portuale (lato Darsena) in via > Antico Squero per partire in corteo. > > Contestiamo la Flotta del genocidio che costantemente fa scalo a Ravenna, a > partire dalla ZIM, compagnia israeliana accusata dalla campagna No Harbour for > Genocide. > > Sono noti infatti vari carichi di armi e munizioni diretti a Israele tramite > le navi ZIM e MSC. Tra il 2024 e il 2025 sono passate 659 tonnellate di > munizioni nel porto di Ravenna, e 48 Mila tonnellate di precursori di > esplosivi: un problema anche per la sicurezza della città. Senza parlare di > merci dual use e civili verso le colonie illegali in Cisgiordania. > > Protestiamo e chiediamo a soggetti pubblici e privati (autorità portuale, > comune, regione, dogane, spedizionieri) la necessaria trasparenza e l’impegno > a bloccare il transito di armi. > > Dopo le imponenti manifestazioni di settembre e ottobre, sul porto di Ravenna > sembra calata una cortina di nebbia e indifferenza. SAPIR non ha ancora > cambiato il suo codice etico. > > Continua in silenzio anche il progetto Undersec, che vede l’Autorità portuale > collaborare strettamente con funzionari del Ministero della difesa di Israele, > per la cyber security portuale. > > Il sindaco di Ravenna Alessandro Barattoni e il presidente della Regione > Michele De Pascale hanno i loro rappresentanti nel comitato di gestione del > porto e potrebbero chiedere il ritiro dal progetto. Perché non lo fanno? > > Undersec è un progetto che si inserisce nella militarizzazione del porto di > Ravenna, delle infrastrutture strategiche ed energetiche del nostro paese. > > Come Coordinamento popolare, formato da cittadini e portuali, stiamo lavorando > per creare un Osservatorio sui transiti di armi. > > Aderiamo quindi alle richieste dei portuali del Mediterraneo e invitiamo tutti > i lavoratori del porto di Ravenna a scioperare e partecipare alla > manifestazione per: > > * garantire che i porti europei e mediterranei siano luoghi di pace e liberi > da qualsiasi coinvolgimento nella guerra; > * bloccare tutte le spedizioni di armi dai nostri porti verso il genocidio in > Palestina e verso qualsiasi altra zona di guerra, e per chiedere un embargo > commerciale su Israele da parte dei governi e delle istituzioni locali; > * opporsi al piano di riarmo dell’UE e per fermare l’imminente piano dell’UE > e dei governi europei di militarizzare i porti e le infrastrutture > strategiche; > * respingere i piani di riarmo come porta d’accesso a un’ulteriore > privatizzazione e automazione dei porti e per opporsi agli effetti > dell’economia di guerra sui nostri salari, diritti e condizioni di salute e > sicurezza. > > Scendiamo inoltre in piazza contro la repressione che il Governo Meloni sta > portando avanti nei confronti del movimento in solidarietà alla Palestina e, > quindi, in solidarietà ai 32 denunciati per il presidio del 28 novembre al > Porto di Ravenna e a tutti gli/le altri/e attivisti/e che in queste settimane > stanno subendo provvedimenti repressivi. Criminale è il genocidio ancora in > corso in Palestina, criminali sono i guerrafondai. Anche per questo chiamiamo > le decine di realtà che hanno sottoscritto l’appello in solidarietà ai 32 > denunciati di Ravenna a scendere in piazza con noi il 6 febbraio. > > Esprimiamo infine la nostra più totale solidarietà a chi oggi subisce la > repressione dello Stato per aver scelto di protestare contro il genocidio e di > resistere: come Tarek, Ahmad Salem, Anan – condannato a 5 anni di carcere per > aver legittimamente resistito contro il colonialismo sionista in Palestina, in > Italia da un processo sionista e di parte. > > La repressione oggi è più forte che mai, e bisogna restare unite e lottare > collettivamente contro chi cerca di silenziare tutte le voci dissidenti > tramite reclusioni, misure cautelari ed intimidazioni. > > Chiediamo inoltre a tutti gli spedizionieri, a tutti i lavoratori e > lavoratrici dell’area portuale o a chiunque abbia informazioni riguardo al > traffico di armi nel nostro territorio di mettersi in contatto con il nascente > Osservatorio. > > Coordinamento popolare contro i traffici di armi nel porto di Ravenna / +39 > 333 352 0627 Attuali adesioni: * BDS di Faenza e di Ravenna * Forlì città aperta * Faenza per la Palestina * Pondus libra * USB Emilia-Romagna * Partito Comunista di Unità Popolare (PCUP) * SGB / Sindacato Generale di Base – Ravenna * Ravenna in comune * Partito dei CARC – Emilia Romagna * Consulta Provinciale Antifascista di Ravenna * Rimini4Gaza * OSA – Emilia Romagna * Cambiare rotta – Emilia Romagna * Mercoledì per la Palestina * Potere al Popolo – Ravenna * Giovani palestinesi d’Italia * Sanitari per Gaza – Ravenna * MERA25 * DiEM25 – Italia Redazione Italia
January 27, 2026
Pressenza
“Gaza è una terra devastata”. Il diario di uno psicologo clinico che è entrato nella Striscia
Guido Veronese è professore associato di Psicologia clinica e di comunità presso l’Università di Milano Bicocca. Esperto di intervento sui traumi estremi e collettivi, ha lavorato per anni a Gaza prima del 7 ottobre. Il 20 gennaio è riuscito a entrare con il Gaza emergency medical teams coordinato dall’Oms. Altreconomia ospita il suo racconto, fatto di parole e fotografie, tra le sofferenze indicibili dei sopravvissuti e la prova del finto “cessate il fuoco” Il mio viaggio è con il Gaza emergency medical teams (Gaza Emt 21) -le squadre mediche d’emergenza coordinate dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms)- e siamo quattro in tutto. Due medici specializzati in ortopedia pediatrica provenienti da Dubai, un medico da Il Cairo e me, unico psicologo clinico. È stato un lungo viaggio. Il pomeriggio del 20 gennaio, dopo otto ore, non avevamo ancora raggiunto Kerem Shalom, il valico di frontiera situato esattamente nel punto in cui convergono i confini di Israele, Striscia di Gaza ed Egitto. Siamo entrati nella Striscia da quell’ingresso con lo stretto necessario per noi. Non è concesso nulla che possa essere portato all’interno per la popolazione, neanche in minima quantità. Dai soldi (non sono permessi più di 1.000 shekel per ciascun cittadino internazionale, nemmeno 300 euro), al cibo e men che meno le medicine. Ad Allenby bridge -il ponte sul fiume Giordano- avevamo già ricevuto il primo avvertimento al riguardo dalle guardie private di confine. A Kerem Shalom ti rispediscono indietro anche se hai soltanto un caricatore in più per il tuo cellulare e uno shekel in più del consentito. I miei amici e colleghi del Gaza community mental health programme (Gcmhp) mi avevano avvisato. Erano preoccupati che fossi impreparato a vedere ciò che si sarebbe presentato ai miei occhi. Fin qui siamo stati scortati dalla polizia e dai servizi israeliani perché non avevamo un visto ed eravamo solo in transito nel Paese. Siamo passati dal “Corridoio Filadelfia” e abbiamo proseguito verso Khan Younis. Una cosa che mi ha molto colpito dal briefing di sicurezza delle Nazioni Unite, predisposto per darci indicazioni sui rischi, è stata la segnalazione secondo cui il pericolo maggiore di incidente, in una zona ancora bombardata, fosse costituito dai bambini che tirano pietre ai convogli Onu. Ho provato una profonda mortificazione di fronte al fatto che i palestinesi, persino i bambini, sono sempre quelli che sbagliano e che nessuna indulgenza può ricoprire le loro azioni. La parte conclusiva del viaggio verso Khan Younis è stata costeggiata solo da chilometri e chilometri di macerie. Rovine a perdita d’occhio e devastazione ovunque. La città di Rafah non esiste più. La prima giornata sul territorio, il 21 gennaio, è stata molto intensa. La mattina è iniziata con alcuni bombardamenti che si sentivano a distanza, colpi di artiglieria lanciati dal mare. Ho parlato con le persone dell’Al Nasser hospital a Khan Younis che mi hanno raccontato alcuni avvenimenti che hanno riguardato l’ospedale. Sotto la nostra guest house sorge una specie di grande nuovo compound, un campo allestito di cui ci siamo subito chiesti l’utilizzo. Ci siamo domandati se fosse un luogo dove ospitare nuovi reparti dell’ospedale o se fosse parte del campo profughi che sorge all’interno dello stesso ospedale: ci è stato detto invece che è stata spianata una grossa colata di cemento sopra una fossa comune per costruirvi un edificio. Circa sei mesi fa infatti, all’ospedale Al Nasser, c’è stato un attacco in cui sono state uccise approssimativamente 300 persone, incluse donne e bambini. In poche parole, dove prima c’era un semplice terreno oggi si nasconde una fossa comune in cui sono seppellite tutte queste persone private del loro nome. La mia prima giornata è proseguita lavorando, mi sono spostato da Gaza City a Deir al Balah, una città al centro della Striscia dove lavorerò per tre giorni. Per raggiungerla abbiamo percorso circa 15-20 chilometri lungo la “Linea gialla”. Nella parte destra della linea tutto è completamente distrutto, ridotto in polvere, è una landa completamente desolata, totalmente inabitata e non accessibile. A sinistra invece, verso il mare, si ammassa la popolazione dei palestinesi sopravvissuti. Questa zona è particolarmente e densamente popolata. Sovraffollata. C’è un’estrema sofferenza, un enorme dolore. Il momento in cui ho incontrato i miei vecchi colleghi e le mie vecchie colleghe è stato veramente emozionante, non avremmo sperato di rincontrarci, di rivederci e anche da parte loro ho sentito un’enorme commozione. Il training che abbiamo iniziato a fare con gli studenti e che andrà avanti per tre giorni si incentra su elementi di psicoeducazione nell’interazione madre-figlio, con la prospettiva di elaborare degli strumenti comunicativi per consentire alle persone di potenziare i loro pensieri, le loro narrazioni intorno a competenze di sopravvivenza. Oggi, per esempio, la psicoeducazione si è focalizzata su quello che le madri possono fare e non dovrebbero fare con i propri figli durante una situazione di genocidio in corso come questa. Ciò che è sicuramente emerso da parte di tutti i miei studenti è che attualmente si vedono pochissimi strumenti necessari, possibili e utilizzabili, perché fino a quando non verrà restituita a queste persone la possibilità di avere uno spazio sicuro, uno spazio dove poter “processare i pensieri”, non ci sarà consentito alcun metodo di lavoro, alcun tentativo di supporto. Abbiamo riflettuto sulle determinanti politiche e sociali della salute mentale e sull’idea che senza giustizia non ci può essere nessun tipo di intervento psicologico. Il livello di sofferenza anche dei colleghi è alto, molti di loro non ci sono più, mi hanno raccontato le storie di chi ha perso la vita durante l’invasione dell’esercito israeliano e riuscire a lavorare in queste condizioni risulta praticamente impossibile. Dal 22 gennaio iniziamo comunque a entrare nello specifico di uno strumento narrativo: l’aquilone della vita. L’aquilone della vita è uno strumento che serve al bambino per disegnare su alcune sezioni dell’aquilone stesso le proprie competenze, le proprie capacità, ma anche esprimere e riassumere i propri desideri, i propri sogni. Speranze per il futuro connesse al contempo alla propria storia famigliare, alle radici dei propri antenati. Il terzo giorno del training applicheremo questi strumenti appresi e li svolgeremo con le madri e i bambini di un community center che sorge accanto al centro di Deir al Balah dove sto lavorando. Il centro è funzionante ma severamente danneggiato. Il bombardamento che lo ha colpito si è portato via almeno un piano e mezzo dell’edificio: la scuola vicina è completamente collassata, seppellendo sotto le sue macerie 30 tra bambini e donne. La situazione è veramente drammatica, l’affermazione che vi sia un “cessate il fuoco” è soltanto un’idea per tranquillizzare gli animi e calmare le coscienze. In realtà, com’è evidente a tutti, i droni girano in continuazione. Anche la mattina del 21 gennaio abbiamo sentito chiaramente dei bombardamenti dal mare. Tre giorni fa intorno all’ospedale Al Nasser ci sono state delle attività dell’esercito israeliano con droni e quadricotteri. Hanno circondato l’ospedale e per il personale come per i medici è stato un momento di forte paura, anche se poi non si è evoluto in un attacco ma in un avvertimento. Non aggiungerei in questo momento altro, se non che le condizioni tanto di lavoro quanto di sopravvivenza della popolazione rimangono ai limiti dell’impossibile. Gaza è una terra devastata, ci sono solo alcune piccole porzioni di quartieri che sono state parzialmente risparmiate, le persone vivono quasi totalmente all’interno delle tende. Quei pochi che sono tornati alle loro case hanno trovato edifici fortemente danneggiati. di Guido Veronese — 21 Gennaio 2026 Guido Veronese è professore associato di Psicologia clinica e di comunità presso l’Università di Milano Bicocca. Esperto di intervento sui traumi estremi e collettivi, lavora in zone affette da violenza politica, militare e gravi violazioni dei diritti umani. Dal 20 gennaio 2026 trova nella Striscia di Gaza con le squadre mediche d’emergenza coordinate dall’Organizzazione mondiale della Sanità. Da qui racconta la sua esperienza su Altreconomia. Articolo originale: https://altreconomia.it/gaza-e-una-terra-devastata-il-diario-di-uno-psicologo-clinico-che-e-entrato-nella-striscia/ altreconomia
January 23, 2026
Pressenza
Esperienze generative di comunità: le ‘erbacce’ raccolte e raccontate da Mauro Ferrari
Dal giugno scorso il sito di Altrɘconomia propone la rubrica “Germogli”, una rassegna dedicata alle molteplici e variegate esperienze generative di comunità che sono recentemente ‘sbocciate’ in tante differenti località italiane. Ogni pagina, 4 già online e le prossime che verranno pubblicate, ne descrive una. Il repertorio è curato dall’autore del libro Noi siamo erbacce edito da Altrɘconomia nel 2024, il sociologo Mauro Ferrari. Osservando le peculiarità della loro genesi, Mauro Ferrari ha paragonato alcuni fenomeni e movimenti sociali alle ‘erbacce’, cioè alle piante che nascono spontaneamente in prati e boschi selvatici e anche in giardini e campi coltivati. In particolare, la sua attenzione si è soffermata su una ‘specie’ di fenomeni sociali, le esperienze generative di comunità. M.B. – In cosa consistano le esperienze generative di comunità forse si spiega meglio descrivendone qualcuna, come alcune di cui racconti la storia nella rubrica “Germogli”. Mauro Ferrari – «Le escursioni condotte dalla locale associazione Slow Food nel territorio rurale tra due fiumi, il Po e l’Oglio, oltre a rivalutare l’impiego in cucina delle erbe selvatiche hanno esplorato le possibilità di formare, e poi concretamente realizzare, un virtuso circuito produttivo-commerciale… Dalla decisione di non estirpare tutte le ortiche che infestavano l’orto-frutteto a Casaltone di Sorbolo, sono scaturite la progettazione e, poi, l’attuazione di un progetto che ha coinvolto a collaborare proficuamente insieme tre cooperative sociali che operano nella provincia parmense… La coltivazione di un orto nella fascia rurale periurbana ha abbattuto le barriere che ostacolavano l’inclusione sociale delle persone con disabilità intellettiva e, anche, il dialogo e l’interazione tra i cittadini di Lecce…». M.B. – Queste esperienze generative di comunità paiono particolarmente emblematiche delle similitudini tra fenomeni naturali e sociali, in specifico tra la botanica e la sociologia, il tuo ‘campo’ scientifico. Mauro Ferrari – «Fiori, arbusti e alberi escono dal proprio habitat e si propagano negli ecosistemi perché i loro semi vengono casualmente portati dal vento, dall’acqua e inavvertitamente da animali e uomini. Analogamente le esperienze generative di comunità sono pratiche che ‘germogliano’ nei luoghi dove trovano un ‘terreno fertile’ in cui innestarsi e in cui, uscendo dal ‘seminato’ di consuetudini asfittiche o asfissianti, innescano le dinamiche trasformative che ossigenano, animano e ravvivano la vita sociale, economica e culturale delle comunità in cui vengono realizzate». E, siccome per confrontare le molteplici e variegate esperienze generative di comunità ‘sbocciate’ in ambiti differenti ha ‘raccolto’ le storie di alcune che sono ‘germogiate’ ed evolute in diversi luoghi e contesti, Mauro Ferrari le racconta una ad una nella rubrica che documenta ognuna e, come un’antologia, le ‘colleziona’ tutte insieme. GERMOGLI – Nella rubrica di Altrɘconomia curata da Mauro Ferrari dal giugno scorso ad ora, agosto 2025, sono pubblicate le seguenti pagine: * Slow Food OglioPo: un laboratorio di futuro tra due fiumi * Come sopravvivere tra le ortiche (senza estirparle tutte) * Chi semina ortaggi raccoglie cittadinanza. La storia di AspHorto a Lecce * A Vicenza c’è un porto che non affaccia sul mare ma brulica di vita (e di resistenza) Le “erbacce” studiate dal sociologo italiano trapiantato in Svizzera e le meraviglie della natura custodite dal guardia-parco monferrino – reportage dell’incontro con Mauro Ferrari a Casale Monferrato il 15 APRILE 2025 / https://lavocedelpo.net/2025/04/16/erbacce-mauro-ferrari-giuseppe-deandrea/ Maddalena Brunasti
August 12, 2025
Pressenza
Altro che Food for Gaza: presentate al Senato le inchieste su come raggirare la legge 185/90
Martedì 8 luglio conferenza stampa a Roma (in una sala del Senato) sulle due inchieste di apertura di Altreconomia di luglio, dal titolo evocativo “Altro che Food for Gaza”. Dopo l’introduzione di Duccio Facchini direttore di Altreconomia, è intervenuta la giornalista Elisa Brunelli, già autrice di altre inchieste, che ha presentato la nuova inchiesta sul traffico di componenti “civili” verso Israele, in particolare del nitrato di ammonio e del trizio. Il primo usato come fertilizzante in agricoltura, è però un noto precursore di esplosivi, particolarmente ricercato dall’esercito israeliano per distruggere dal basso le case a Gaza. L’Italia è diventata tra i primi esportatori a Israele dopo il 7 ottobre 2023. In questo anno e mezzo l’Italia ha aumentato anche l’export di trizio, isotopo radioattivo, usato in comparti civili (medicina), ma anche nella produzione di armi nucleari.  Io ho presentato la seconda inchiesta che riguarda il traffico di componenti per cannoni di carri armati, sempre diretti a Israele, spacciati come forgiati civili, su cui pende tuttora un’indagine della Procura di Ravenna. Il destinatario del carico sequestrato di tredici tonnellate di forgiati era la IMI System, grande azienda militare di Israele. Un traffico finalizzato a dribblare il blocco imposto dalla legge 185/90 alle nuove autorizzazioni di armi verso Israele. E probabilmente ciò che è stato scoperto, è solo la punta dell’iceberg. La Valforge di Cortenova (Lc), azienda che produce forgiati per scopi civili, è stata l’intermediaria della spedizione, presumibilmente per non destare sospetti alle dogane sul carico. Le due aziende produttrici dei pezzi, sono invece due aziende della provincia di Varese: la Stamperia Mazzetti e Riganti. Queste due aziende sono invece abilitate a produrre e esportare pezzi militari, iscritte al Registro Nazionale Imprese (RNI) per armamenti. Dall’inchiesta emergono altri quattro carichi precedenti, arrivati a destinazione, bypassando i controlli di ben tre dogane, tutto nel 2024. In questo caso la committente era Ashot Ashkelon, altra big company israeliana delle armi.  In pratica è emerso un meccanismo illegale, che ha sfruttato lo scarso controllo nelle Dogane, per inviare ugualmente i carichi di armi a Israele, con la legge 185/90 beffata. Durante la conferenza stampa, anche la toccante testimonianza di giovani studenti e studentesse palestinesi, rifugiati a Bologna, scappati da Gaza: Islam Abu Warda, Youssef e Aya Morjan.  Islam Abu Warda, ha detto: “Noi veniamo da Gaza. Siamo scappati non per paura, ma per trovare cure mediche e salvare i nostri bambini. Abbiamo perso le nostre famiglie, le nostre case e tante persone care. Ora siamo qui, lontani da casa, con tanto dolore. Siamo arrivati in Italia con corpi stanchi per la guerra e cuori pieni di tristezza. Non cerchiamo solo riposo, ma vogliamo tornare a casa quando sarà libera. Tutti sognano di crescere nella propria città, con la propria lingua e la propria cultura. Noi non volevamo lasciare la nostra vita, ma siamo stati obbligati a farlo. Il popolo di Gaza sta soffrendo tanto. Non è una guerra, ma un massacro davanti a tutto il mondo. […] Ascoltateci, non ignorate la nostra voce. Sosteneteci, non lasciateci soli. La giustizia inizia quando si dice la verità. Grazie per averci ascoltato con cuore aperto. Il vostro ascolto è un segno di solidarietà che non dimenticheremo mai”. per il suo coraggio e per aver permesso tutto questo. Infine, il giurista Triestino Cariniello che ha esplicitato il rischio evidente per l’Italia e le sue aziende di essere accusate come complici di genocidio, e Meri Calvelli, cooperante della ONG italiana ACS (Associazione di Cooperazione e Solidarietà in Palestina), che ha svelato l’ipocrisia e la falsità del programma italiano, tanto vantato dal Governo, Food for Gaza. Qui la registrazione. https://youtu.be/Ssse4BvV3k8  Linda Maggiori
July 10, 2025
Pressenza
Il gorgo trumpiano
Mentre la retorica politica non nasconde la verità sulla funzione dei Centri di Permanenza per il Rimpatrio, la demagogia propagandistica sulla loro gestione invece ne cela l’aberrante realtà, recentemente testimoniata da un giovane recluso e nel 2024 dettagliatamente descritta nel “libro bianco” pubblicato da Altrɘconomia. Gli autori dell’inchiesta sono Lorenzo Figoni, consulente dell’Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione e policy advisor per ActionAid Italia, e il reporter di Altrɘconomia, Luca Rondi, che i redattori di PRESSENZA avevano intervistato nel gennaio scorso 1 e hanno interpellato all’incontro organizzato il 6 maggio a Casale Monferrato da alcune associazioni locali e il 13 maggio interverrà a un’iniziativa organizzata da Como Senza Frontiere insieme a Igor Zecchini della Rete Mai Più Lager – No ai CPR. Quali implicazioni ha la dichiarazione con cui Donald Trump ha messo in dubbio il diritto dei migranti al due process che la Costituzione degli USA garantisce a cittadini e residenti nella nazione americana? Luca Rondi : “Trump è l’esasperazione di un modello messo in pratica anche altrove. Mostrare le catene ai piedi delle persone rimpatriate serve a fare scalpore. Invece con questa affermazione Trump ha sollevato il velo che ammanta una verità: siccome la tutela giuridica dei migranti è lacunosa, i diritti dei rimpatriati non sono riconosciuti dagli ordinamenti di molte nazioni, degli USA come di tanti altri paesi, tra cui anche l’Italia”. Infatti nel vortice di ingiustizie generato dalla collisione tra le lacune nella tutela dei diritti umani con una sequela di leggi e decreti italiane infatti ogni anno viene spezzata la vita di da 7 a 8 mila persone recluse nei Centri di Permanenza per il Rimpatrio “ex art. 14 D. Lgs. 286/1998 istituiti per consentire l’esecuzione del provvedimento di espulsione” 2 . I CPR sono dove i migranti vengono trattenuti in detenzione amministrativa per il periodo di tempo che intercorre dall’arresto all’accertamento delle loro identità e del loro status e nell’organizzazione del loro ritorno al paese di provenienza. Le statistiche però mostrano che una metà di loro sia destinata al rimpatrio, l’altra metà invece no, perciò che molti vengano reclusi nei CPR per errore. I video diffusi da un giovane arrestato nel febbraio scorso 3 provano che i detenuti sono ammassati in spazi angusti e malsani, malnutriti, maltrattati e sedati con psicofarmaci e, come Luca Rondi ha sottolineato presentando l’inchiesta a Casale Monferrato, costretti a subire condizioni che un magistrato ha definito peggiori del “41bis”, cioè del famigerato regime carcerario italiano più restrittivo possibile. Ciascun CPR è amministrato dalle prefetture locali applicando le direttive del Ministero degli Interni, che nel 2016 ne aveva pianificato l’apertura di uno in ognuna delle 20 regioni. Attualmente sono in funzione una decina di strutture, fatiscenti, a Bari, Brindisi, Caltanissetta, Gradisca d’Isonzo (GO), Macomer (NU), Milano, Palazzo San Gervasio (PZ), Roma, Torino e Trapani e il complesso adibito allo scopo a Gjader, in Albania. Nei dati e documenti raccolti da Luca Rondi insieme a Lorenzo Figoni inoltre emerge che la gestione dei CPR sfugge a ogni controllo da, ormai, numerosi anni e tanti governi di vari “colori”. Nell’incontro a Casale Monferrato Luca Rondi ha riferito di molti sperperi in cui, palesemente, si riscontrano le evidenze di lucri. Ad esempio l’eclatante fornitura di servizi affidata a una società “fantasma”, estinta molto prima dell’assegnazione dell’appalto e confermata persino dopo che tale incongruenza era stata segnalata. Inoltre, l’assurdità di un programma di attività ricreative e, in particolare, di un gioco ludo-didattico su cui Luca Rondi ha soffermando l’attenzione della platea monferrina. Palesemente infatti il passatempo di cui il programma spiega con enfasi che è stato appositamente congeniato per intrattenere e, al contempo, educare i detenuti nei CPR perché per insegnare loro la regola aurea “non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te” ha la stessa funzione dell’insegna Arbeit macht frei (il lavoro rende liberi) apposta sul cancello del campo di concentramento di Auschwitz. E che questa analogia sia aderente alla realtà italiana storica e attuale lo confermano molti fatti inconfutabili. Prima dei nazisti in Europa, campi di concentramento in cui deportare civili in massa furono allestiti in Africa da Pietro Badoglio, il generale italiano responsabile di molti crimini di guerra e contro l’umanità, che consegnò le colonie al regime fascista e a cui in Monferrato è dedicato un museo in cui sono esposti i cimeli delle sue imprese decantate nelle rime di Faccetta Nera che nei giorni scorsi al raduno nazionale degli alpini è stata “sfacciatamente” cantata in risposta alle proteste contro il Remigration Summit. 1 – Chiusi i manicomi. Aperti i CPR – Luca Rondi con Ettore Macchieraldo e Valentina Valle, PRESSENZA / 11.01.2025 2 – Ministero dell’Interno / sistema accoglienza sul territorio/ centri per l’immigrazione 3 – La storia di M. che su TikTok documenta la vita dentro i Centri di permanenza per il rimpatrio – Aurora Mocci, Altrɘconomia / 09.05.2025 * Luca Rondi e Lorenzo Figoni – GORGO CPR. TRA VITE PERDUTE, PSICOFARMACI E APPALTI MILIONARI * Luca Rondi e altri – Chiusi dentro. I campi di confinamento nell’Europa del XXI secolo * Luca Rondi e Duccio Facchini – Respinti. Le “sporche frontiere” d’Europa, dai Balcani al Mediterraneo   Il prossimo incontro con Luca Rondi è a Como, martedì 13 maggio alle h 21, presso l’Oratorio di Rebbio (via Lissi 11). Delle funzioni repressive del sistema carcerario si parlerà anche a Torino, venerdì 16 maggio alle 18:30, alla Libreria Belgravia (via Vicoforte 14), un appuntamento nel calendario del Salone del Libro che coinvolge l’Associazione Editoriale Multimage insieme alla redazione di PRESSENZA.   Redazione Piemonte Orientale
May 12, 2025
Pressenza